sabato 25 gennaio 2025
SESTO GIORNO
E fu sera e fu mattina: sesto giorno. E infine l’era Trump ha avuto la sua foto notizia, la sua icona: una lunga teoria di deportati avvinti a un’unica catena e avviati verso l’aereo militare per l’espatrio. E Dio vide quanto era stato fatto, ed ecco, era cosa molto cattiva. E in un attimo cadeva miseramente il mito del sogno americano, il mito dell’Occidente Terra di libertà e dei diritti umani. Terra di democrazia da esportazione contro le autocrazie del “resto del mondo” che non ha la grazia di essere Occidente.
Lo sappiano gli alleati degli Stati Uniti che hanno nel loro DNA il sacramento della comunione atlantica. Lo sappia Israele che negli Stati Uniti mette la garanzia della propria sicurezza e la fonte della sua politica. Israele che conduce ancora le sue guerre appellandosi alle promesse bibliche, dovrebbe ricordare la deportazione delle sue tribù immigrate in Canaan, quando sui fiumi di Babilonia, il salmista nella trascrizione di Quasimodo, faceva dire agli esuli: “E come potevamo noi cantare con il piede straniero sopra il cuore. Alle fronde dei salici, per voto, anche le nostre cetre erano appese, oscillavano lievi al triste vento”. Oggi non solo le cetre dei Migranti, non solo le nostre cetre, ma le cetre di tutto il mondo sono appese agli alberi delle nuove Babilonie della sconfitta umana.
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venerdì 17 gennaio 2025
L'ORA DELLA VERITA'
I partiti religiosi in Israele stanno cercando di impedire la tregua voluta da Trump per fermare la "guerra", cioè gli eccidi, in Medio Oriente. Dunque questa non è l’ora del tripudio per la tregua di Gaza, ma del dolore perché, se essa finalmente arriva, giunge al prezzo di 47.000 uccisi, 110.000 feriti, due milioni di perone braccate ed in fuga, gelate ed affamate, 40 milioni di tonnellate di detriti, e quel pezzo di Paradiso in terra che è la “Striscia” di Gaza, dove doveva scorrere latte e miele, e ciascuno potesse vivere sotto la sua vite e sotto il suo fico senza che nessuno gli incutesse timore (Es. 3, 17; 1 Maccabei, 14, 12) è devastato e stuprato e le case, gli ospedali, le scuole le moschee le chiese e le incubatrici sono distrutte.
Né questa è l’ora in cui si possa prevedere se ostaggi e incarcerati senza processo saranno davvero liberati, e se taceranno le armi, quando mezzo governo a Tel Aviv è contrario, e se dalla tregua si andrà al diritto e dal diritto alla pace.
Però è l’ora della verità, che si sposa con la giustizia per gli Ebrei, (Prov. 12, 17), che fa liberi i cristiani (Giov. 8, 32), che è rivoluzionaria per i comunisti (Gramsci): è l’ora della verità perché la tregua annunciata, che irrompe insperata sulla scena, fa da mezzo di contrasto per giungere alla diagnosi del male, fa capire che cosa sta accadendo, chi vince e chi perde non solo in Israele ma nel mondo.
Anzitutto in America, tornata al centro della scena, dove perde Biden. Ora si capisce perché Biden non è più il Presidente degli Stati Uniti; non perché cadeva sulla scaletta degli aerei, ma perché ha subito una crisi di rigetto dall’America, che con lui rischiava una catastrofe che poteva trascinare il mondo alla rovina. Trump sarà pure un visionario egocentrico, ma spesso l’ “Idiota” è più lucido dell’intelligente, mentre Biden era lui e il suo doppio, una specie di dott. Jekill e mr. Hide, la violenza nascosta, il lupo in veste d’agnello, falco e colomba insieme. È con Biden che l’America aveva detto che la Russia era finita, che doveva essere portata alla condizione di paria, che sarebbe crollata sotto le sanzioni, e che alla fine sarebbe stata assoggettata anche la Cina; è Biden che aveva mandato la NATO ad abbaiare sulla porta di Putin ed ha poi profuso milioni di dollari e inviato armi strategiche per abbatterlo, con la clausola però di non usarle, quando poi alla fine, uscendo dalla Casa Bianca, le ha liberalizzate perché colpissero in profondità il territorio e la patria russa; è Biden che ha telefonato più volte a Netanyahu per fare da paciere, e intanto non solo riforniva Israele, ma gli dava una copertura completa: e mentre Trump minacciava di “scatenare l’inferno” se non si fosse giunti a una tregua, sacrificando anche Netanyahu, Biden forniva al primo ministro israeliano una completa omertà; e mentre Trump, pur di togliersi di mezzo una guerra insieme ad Ursula in Europa è disposto a sacrificare Zelensky, Biden lo incoraggiava a gettare il mondo nella sua guerra, sìcche ora anche l’incubo ucraino potrebbe finire Ma non è Trump. È l’abituale ciclicità della politica americana, il suo doppio standard, colonizzazione e liberazione, messianismo e apocalisse, che non può sopravvivere nel mondo multipolare, dove ci sono la Cina, il Brasile e gli altri BRICS che agli Stati Uniti fanno la guardia, .
Ma con la tregua le cose cambiano anche in Israele. Perde Netanyahu, perché aveva detto in tutti i modi di voler “finire il lavoro” a Gaza e in Cisgiordania e magari con l’Iran, e invece questo lavoro non lo può finire, perché un popolo non si finisce mai di distruggere, e il popolo ebraico lo sa meglio di chiunque altro, e lo sanno gli Armeni, i Curdi, i Palestinesi. E perdono anche i partiti religiosi perché, se insistono con Netanyahu a voler finire il lavoro, entrano in contraddizione con se stessi, dividono la società israeliana, già inferocita per la riforma giudiziaria, per le corresponsabilità del 7 ottobre, per la scelta della guerra invece che di salvare gli ostaggi, e si alienano il mondo, mentre condannano e insieme fomentano l’antisemitismo. E perde, purtroppo, il popolo della Diaspora che, almeno in Italia, manca l’occasione di distinguersi dalle politiche suicide dello Stato di Israele (“Il suicidio d’Israele”! di Anna Foa), manca al compito di tornare alle fonti autentiche della propria identità, di vivere in pace tra le Nazioni dopo l’insediamento violento nella terra di Canaan.
Infine, con la tregua, se veramente arriva, si interrompe la continuità della deriva storica in atto a questo inizio d’epoca, e tutto torna in movimento, la novità è possibile, e si può dar mano, come dicono gli Ebrei del Gruppo di Studi ebraici di Torino, a “riparare il mondo”.
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venerdì 3 gennaio 2025
GLI AUGURI E I FILTRI DEL COLLE
Dal momento che c’è questa bella tradizione repubblicana del discorso con cui a fine anno il presidente della Repubblica si rivolge a tutti gli Italiani, è bene che gli Italiani ne parlino e lo commentino, secondo le proprie concezioni e speranze per il futuro. Non si può lasciare questa incombenza solo ai partiti, che l’hanno giudicato un discorso meraviglioso, dicendosi tutti d’accordo, anche se ciascuno era d’accordo in realtà con una parte o qualche passaggio del discorso, tacendo sul resto, nel contempo restando in disaccordo tra di loro. Dunque l’unanimità dei partiti, di governo e di opposizione, non aiuta a capire il messaggio, non essendo secondo verità, ma frutto di opportunismo, perché tutti sanno che Mattarella è molto popolare e quini alzare un ciglio per qualche aspetto del suo discorso è cosa rischiosa che può far perdere voti.
Per parte nostra crediamo che occorra raccogliere le varie sollecitazioni del presidente della Repubblica e mettere insieme i diversi materiali da lui proposti, mettendoli in relazione nello stesso modo in cui egli lo ha fatto, o anche in modo che può essere diverso, come per il rapporto tra guerra e Costituzione. Per esempio è chiaro che l’entusiasmo dimostrato dalla presidente del Consiglio per il richiamo presidenziale al patriottismo nascondeva l’entusiasmo ben maggiore per la legittimazione che il presidente della Repubblica ha fornito alla crescita della spesa per le armi fino a 2443 milioni di dollari che sarebbe stata causata dall’aggressione russa all’Ucraina, a cui anche noi come Italiani saremmo costretti “per provvedere alla nostra difesa” e per evitare che “vengano aggrediti altri Paesi d’Europa”.
Se questa fosse la causa della smodata corsa agli armamenti potremmo quasi tirare un sospiro di sollievo. Non risulta infatti in nessun modo che la Russia voglia muovere guerra a tutta l’Europa, come dà per scontato la signora von der Leien con tutta la sua corte. Non vi è alcuna traccia di ciò nelle esternazioni di Putin, non lo renderebbe plausibile la sproporzione della spesa militare tra la Russia da un lato e gli Stati Uniti dall’altro (senza contare la NATO) che è da 1 a 10, lo dice l’evidente follia che sarebbe per la Russia dover governare tutto il continente europeo, fino al Portogallo, quando già dall’ultimo lembo dell’Europa deve gestire un immenso territorio fino all’oceano Pacifico, e lo dicono le dimensioni stesse rimaste circoscritte e con un impiego limitato di forze della guerra in Ucraina. È un peccato che i filtri del Quirinale non abbiano fatto giungere fino al presidente della Repubblica queste notizie, di cui come custode di una Costituzione che ripudia la guerra dovrebbe essere ben felice. Purtroppo però anche altri e ben più allarmanti e incontrollabili moventi spingono a un crescente riarmo: l’ideologia del profitto illimitato dei fabbricanti e trafficanti d’armi, il nuovo mercato spaziale su cui sta investendo Musk, la volontà di dominio americana che non vuole alcun altra potenza, politica o militare, non solo superiore a sé, ma neanche eguale a sé, il fabbisogno militare di Israele nel momento in cui persegue la soluzione definitiva della questione palestinese, l’ideale “mosaico” del grande Israele ed eventualmente la guerra con l’Iran.
Egualmente i filtri del Quirinale avrebbero forse potuto far accrescere l’impatto del messaggio presidenziale ispirando un maggior senso delle proporzioni tra la citazione della foto della bambina morta di freddo a Gaza, riassuntiva di tutto quello sterminio, e il compianto per gli ucraini che i bombardamenti delle centrali elettriche condannano al buio e al gelo. Certo non sarebbe meglio per le disgraziate popolazioni ucraine essere trucidate direttamente piuttosto che attraverso i black out dell’energia; almeno così resta la chance che luce e gas ritornino se Zelensky, così esperto nell’intercettar il gas russo destinato all’Europa, smettesse di costringere il suo popolo al macello e si disponesse a un realistico negoziato di pace, già così compromesso da tutti i suoi spettacolari errori.
E su quel tavolo sarà meglio non inorgoglirsi dei propri valori, che come surrogato delle mancate vittorie militari sul campo, dovrebbero procacciare condizioni di privilegio. Appellarsi ai propri valori vuol dire ignorare e screditare i valori degli altri, e dunque negare le ragioni stesse di un negoziato responsabile. Una semplice verità, ignota all’Occidente, ma ben presente nella Costituzione della Repubblica Italiana.
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