sabato 9 gennaio 2021

 RIPARTIRE DA NINIVE CONTRO LA LOGICA DELL' APOCALISSE

La crisi della democrazia americana, che ha appena svelato come vi sia un fascismo in agguato negli stessi Stati Uniti, mostra ancora una volta quanto sia necessario ed urgente istituire un ordinamento costituzionale mondiale che salvaguardi la Terra e proclami e tuteli con efficaci garanzie i diritti fondamentali di tutti gli abitanti del Pianeta. In effetti la democrazia americana (una democrazia senza diritti fondamentali: non per i condannati a morte, non per i senza cure, non per i sacrificati alla ragion di Stato americana in ogni Paese) ha dato spettacolo. Ma noi qui vogliamo solo prendere atto, evangelicamente, di come siano dispersi i superbi nel pensiero del loro cuore; lo si vede se pensiamo che così finisce la pretesa conclamata agli inizi di questo secolo dalla destra americana, di fare del 2000 “il nuovo secolo americano”, concepito come un ordine imperiale ben munito di armi spaziali e nucleari. E di tale ordine, come abbiamo imparato durante questa crisi, lo spartiacque universale, il criterio del bene, anche per i capipopolo, sarebbe stato tra ciò che è “american” e ciò che è “unamerican” (non conforme all’uso americano).

Sul prossimo viaggio del papa in Iraq vogliamo segnalare un prezioso articolo di Antonio Spadaro sull’ultimo numero (il 4093) della Civiltà Cattolica. Spadaro conosce le motivazioni del papa, e qui la motivazione riferita del viaggio in Iraq è davvero fondamentale, essa sta nel “Ripartire da Bagdad”, per andare “oltre l’Apocalisse”. L’Apocalisse è come si sa quel genere letterario presente nella Bibbia, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, che ispira la  “logica che combatte contro il mondo, perché  crede che questo sia l’opposto di Dio, cioè idolo, e dunque da distruggere al più presto per accelerare la fine del tempo”. Questa, come vediamo ogni giorno, non è la logica di papa Francesco. Il mondo non è opposto a Dio, ciò che il cristiano attende no, non è la sua fine, e non è idolatrare il mondo amarlo, fare di tutto per salvarlo, fino a dare la vita per esso (Dio ha dato suo figlio).

Questo in verità è il nuovo annunzio, fuori di ogni ambiguità è questo il vangelo. Ed è di grande significato l’osservazione della Civiltà Cattolica, che questo annuncio riparta da Bagdad. È questo il cuore dell’Iraq, il Paese culla della civiltà antica, che cominciò a essere martoriato trent’anni fa perché fosse ripristinato nel mondo lo strumento universale della guerra,  caduto in disuso a causa del terrore suscitato dall’atomica, e ripristinato a fine secolo dopo la rimozione del muro di Berlino. Ma recarsi in Iraq vuol dire anche andare nella piana di Ur, legata alla memoria di Abramo, andare a Mosul, nella piana di Ninive, bombardata nella guerra del Golfo, vuol dire andare alla “grande città”  legata alla storia di Giona (quando Dio si pentì di avere fatto annunziare la distruzione della città, così piena com’era di abitanti e di animali, e la salvò). Ma la piana di Ninive è anche quella che era stata occupata dal cosiddetto Stato islamico tra il 2014 e il 2017, e così Ur, luogo di origine delle tre religioni abramitiche, ebraismo, cristianesimo e Islam.

Questo è dunque uscire dalla logica – e dalla teologia – dell’apocalisse. Dopo gli eterni conflitti, dopo l’inimicizia, dopo le guerre, dopo le violenze e le competizioni  religiose, dopo la pandemia abbattutasi sulla Terra ammalata, andare “oltre” l’apocalisse vuol dire ripartire dalla fraternità, ripartire dalla prossimità, dal considerarsi tutti “una sola carne”. C’è un filo, dice padre Spadaro, che lega piazza san Pietro dove Francesco ha pregato da solo per il mondo in piena pandemia, e i luoghi della Mesopotamia profanata dalle violenze  dello Stato islamico, dai conflitti regionali e internazionali, dalle persecuzioni dei cristiani e dagli esodi di massa in fuga dalla disperazione. E papa Francesco l’ha detta così: “Sogniamo come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli”: Fratelli Tutti.

Continua...

domenica 3 gennaio 2021

 


                           IL DIO CINICO NON ESISTE 

Forse poteva stupire che il papa, così attento nell’amore, nel riguardo e nella delicatezza per l’altro, chiedesse ai due cardinali più importanti del collegio (il decano e il segretario di Stato) di non usare parole proprie nelle liturgie di passaggio all’anno nuovo in san Pietro, ma di leggere le omelie preparate da lui, impedito a pronunciarle dai dolori della sciatalgia. Doveva esserci una ragione seria. Se il 2020 fosse stato un anno normale, sarebbe stato  diverso. Ma era stato l’anno dell’universale dolore, l’anno della pandemia, l’anno da tutti esecrato e bollato come da non doversi ripetere mai più: come accreditarlo a Dio cantando il Te Deum? Nel decidere se e come darne lode o farne carico a Dio ne andava del cristianesimo. Quale responsabilità maggiore per un papa chiamato ad essere custode della fede e a confermare nella fede i fratelli (che come ormai sappiamo da “Fratelli tutti” e altri innumerevoli atti pastorali sono  tutti gli uomini e le donne senza eccezione e scarto alcuno)?
Papa Francesco aveva già spiegato, anche qui in innumerevoli interventi pastorali, come si dovesse prendere la pandemia, se si dovesse chiederne conto a Dio, come sistemarla nell’universo delle nostre angosce, delle nostre domande di senso. C’era stato il grande pericolo che degli zelanti la spiegassero come la Grande Punizione per un mondo in via di perdizione, che si usassero gli argomenti degli amici di Giobbe (te la sei voluta!) oppure che si piantasse la domanda micidiale per la fede: perché Dio permette, o addirittura provoca, il dolore innocente, sottopone il giusto a prove strazianti, negli affetti più cari, nei figli, nei beni, nel lavoro? Insomma era il problema della teodicea: il termine è nuovo, inventato da Leibnitz nel ‘700, ma la questione è antica, viene dalla Bibbia, passa per Qumram, i Manichei, sant’Agostino, attraversa la Chiesa, arriva a Paolo VI che si lamenta con Dio perché non ha salvato Moro, «uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico»: essa scuote la coscienza credente, che all’ora della prova o smette di credere o «riesce a credere attraverso ciò che sperimenta, anche se non lo capisce, anche se non lo vuole, anche se continua a sembrargli assurdo e ingiusto», come si legge su “Rocca”, la rivista di Assisi, che proprio in questi giorni come tanti altri si era interrogata su «la malattia e la risposta religiosa»; e la domanda è: perché il male? Che ci sta a fare Dio con tutto questo male, ci salva o dobbiamo salvarci da soli o salvezza non c’è?
Dal primo giorno in cui è papa, Francesco si è dedito a smontare le immagini idolatriche di Dio,  di un Dio costruito secondo i sentimenti umani, secondo le umane filosofie, le logiche del mondo, un Dio associato agli istinti del giustizialismo e della retribuzione; giorno dopo giorno egli ha preso le distanze dal Dio secondo ragione di tante teodicee e non ha fatto altro invece che raccontare un Dio di misericordia, riaprendo nella modernità, sulla frontiera stessa del kerigma, la questione di Dio. Ma, pur nella popolarità di cui gode, questa vera novità non era stata seriamente avvertita, su altri terreni di riforma ecclesiale era stato atteso al varco; nessuno del resto mette in gioco la propria precomprensione della fede, non c’è l’idea che la predicazione, sia pure di un papa, non sia fatta di prevedibili stereotipi, che possa cogliere di sorpresa, come fa l’irrompere nella routine informativa  di una vera notizia, di una cosa nuova.  Ed ecco che nelle omelie di fine ed inizio d’anno in forma quasi lapidaria, con la forza di tutta l’esperienza di dolore della pandemia e la chiarezza di una informazione ormai certa,  è data la buona notizia,  giunge la risposta sul Dio in cui credere, e il dio invece da lasciare: il Dio cinico non esiste.  «Non potevamo immaginare un Dio simile, che nasce da donna e rivoluziona la storia con la tenerezza», ha letto dai fogli papali  il cardinale Parolin nella Messa di Capodanno; e nei Vespri di fine d’anno il cardinale Re con le parole di Francesco ha infranto la pretesa sofistica della teodicea che pretende tutto spiegare dei misteri di Dio: «Qual è il senso di un dramma come questo? Non dobbiamo avere fretta di dare risposta a tale interrogativo. Ai nostri  ‘perché’ più angosciosi nemmeno Dio risponde facendo ricorso a ‘ragioni superiori’. La risposta di Dio percorre la strada dell’incarnazione, come canterà tra poco l’Antifona al Magnificat: ‘Per il grande amore con il quale ci ha amati, Dio mandò il suo Figlio in una carne di peccato’.
«Un Dio che sacrificasse gli esseri umani per un grande disegno, fosse pure il migliore possibile, non è certo il Dio che ci ha rivelato Gesù Cristo. – dice Francesco - Dio è padre, ‘eterno Padre’, e se il suo Figlio si è fatto uomo, è per l’immensa compassione del cuore del Padre. Dio è Padre ed è pastore, e quale pastore darebbe per persa anche una sola pecora, pensando che intanto gliene restano molte? No, questo dio cinico e spietato non esiste. Non è questo il Dio che noi ‘lodiamo’ e ‘proclamiamo Signore’.
«Il buon samaritano, quando incontrò quel poveretto mezzo morto sul bordo della strada, non gli fece un discorso per spiegargli il senso di quanto gli era accaduto, magari per convincerlo che in fondo era per lui un bene. Il samaritano, mosso da compassione, si chinò su quell’estraneo trattandolo come un fratello e si prese cura di lui facendo tutto quanto era nelle sue possibilità (cfr Lc 10,25-37).
«Qui, sì, forse possiamo trovare un “senso” di questo dramma che è la pandemia, come di altri flagelli che colpiscono l’umanità: quello di suscitare in noi la compassione e provocare atteggiamenti e gesti di vicinanza, di cura, di solidarietà, di affetto. È ciò che è successo e succede anche a Roma, in questi mesi,,,,»
Così il papa. Non c’è un grande disegno, non c’è nessun disegno per il quale sacrificare esseri umani: non c’è per Dio, tanto meno può esserci per noi, per la ragion di Stato, per le guerre umanitarie, per il pareggio di bilancio, per i sacrificatori di ogni setta, cultura e religione: «Questo Dio cinico e spietato non esiste»; «Se Dio si fermasse alla giustizia cesserebbe di essere Dio, sarebbe come tutti gli uomini che invocano il rispetto della legge» aveva scritto Francesco nella bolla d’indizione dell’anno della misericordia, non sarebbe neanche un Dio. Perciò davanti all’uomo gettato ai bordi della strada e della vita  non c’è da argomentare sul bene che “in fondo” gliene può venire (per esempio salvarsi l’anima, come predicava l’Inquisizione), ma bisogna chinarsi su di lui e prenderne cura.
Questa, di ripetere l’azione messianica di svelare la vera “natura di Dio”, è la riforma di papa Francesco. Ma, come osserva padre Alberto Simoni nella sua strenua proposta di una vera “koinonia”, ciò è vano se non diventa una proposta pastorale di tutta la Chiesa. Cioè se tutta la Chiesa non fa suo questo annuncio, se non si limita a farlo  fare testualmente da due cardinali incaricati, o lo fa svogliatamente o non lo fa per nulla dai pulpiti domenicali.
La verità è che nella Chiesa, la cui stessa sopravvivenza secondo il Corriere della Sera è in prognosi riservata, ha bisogno oggi di una grande rivoluzione nel suo rapporto col mondo, come aveva intuito il Concilio Vaticano II, ma questa rivoluzione va oltre le buone maniere imposte dalla modernità, ha bisogno della stessa radicalità che «ha percorso la strada dell’incarnazione» . Questo vuol dire  che per raccontare al mondo un Dio così,  occorre aggiornare le sacre biblioteche, rinnovare i linguaggi e forse cominciare col ripensare e riscrivere i libri liturgici,  rifare la scelta delle letture bibliche per i cicli triennali dell’anno liturgico, ristudiare le connessioni tra le letture dell’Antico e Nuovo Testamento, non lasciare nel gorgo  del fraintendimento pagine bibliche  gravide di un Dio geloso e vindice, che nel contesto storico di oggi, così come sono (non più in latino ma in volgare) suonano come un controannuncio rispetto alla pazienza e misericordia di Dio, insomma riprendere la grande riforma liturgica intrapresa dal Concilio e che fu fatta interrompere al cardinale  Lercaro.
.L’impresa è ardua, ma per un Dio così ne vale la pena.
Continua...

giovedì 31 dicembre 2020

 IL CENSIMENTO

 

Al sopraggiungere di quest’anno 2021, quando Biden, Dio sa come, è presidente degli Stati Uniti, Conte è fortunosamente presidente del Consiglio in Italia, Johnson è il disastroso premier del Regno Unito e Angela Merkel, la donna tra i potenti che piange sui morti, è  cancelliera della Germania federale,  si deve fare un censimento di tutta la Terra, per dare a tutti il vaccino che li salvi dalla pandemia. È come il censimento che, secondo il racconto di Luca, Cesare Augusto ordinò  che si facesse in tutto l’Impero,  quando Quirino era governatore della Siria e nacque Gesù. Ma c’è una differenza. Quello di Augusto fu fatto per discriminare i cittadini non romani rispetto ai romani, mentre questo deve includere tutti. In quel tempo si pagava caro non essere cittadini romani: per esempio a Gesù costò essere giustiziato mediante la croce, supplizio a cui erano sottratti i Romani perché considerato troppo infamante per loro; a Paolo invece essere civis romanus fruttò potersi appellare a Cesare ed essere tradotto a Roma per esservi giudicato, anche se poi quella non apparve una così grande garanzia, se a Roma egli fu tenuto prigioniero e ucciso alla prima persecuzione utile.

 Il fatto è che c’è censimento e censimento; a David fu rimproverato il suo perché era fatto  solo per sapere di quanti uomini armati egli disponesse per la guerra, la Schindler list servì a salvare quanti più Ebrei dai lager, le liste anagrafiche sono usate spesso per escludere i poveri e  negare il permesso agli stranieri, le mailing list rubate sul web servono ad ammassare consumatori. 

Il censimento da fare oggi è invece sacrosanto, per la prima volta si deve fare in tutta la Terra per raggiungere tutti gli uomini e le donne di cui è preziosa la vita minacciata dal virus. Poveri e ricchi, come ha detto il papa, che il mercato sia d’accordo o no. Questo è stato il messaggio di Natale: Gesù, è ‘nato per noi’: un noi senza confini, senza privilegi né esclusioni”. Contro il virus dell’individualismo, ha detto il papa, vaccini per tutti. “Non posso mettere me stesso prima degli altri, mettendo le leggi del mercato e dei brevetti di invenzione sopra le leggi dell’amore e della salute dell’umanità. Chiedo a tutti: ai responsabili degli Stati, alle imprese, agli organismi internazionali, di promuovere la cooperazione e non la concorrenza, e di cercare una soluzione per tutti: vaccini per tutti, specialmente per i più vulnerabili e bisognosi di tutte le regioni del Pianeta. Al primo posto, i più vulnerabili e bisognosi!”

Mai c’è stato, in tutto il messaggio natalizio, una distinzione tra chi fosse cristiano e chi cristiano non è, mai un minimo indizio che il papa pensasse ai “suoi”, o almeno ai credenti, e non a tutti. Queste “luci di speranza”, come egli ha chiamato i vaccini, “devono stare a disposizione di tutti”. Ormai il papa, che è conosciuto come il capo di una “cristianità”, sa di non essere mandato a una parte, a una selezione, a una Chiesa, sa che la sua udienza è per tutti, anche quando in piazza san Pietro o nell’Aula delle Benedizioni non c’è nessuno, in odio al contagio; ma sa anche perché, sa perché  l’udienza deserta diventa comunione universale. La ragione è antica, ma  la sua presentazione è nuova, mai si è predicato così, questa è la riforma della Chiesa e anzi delle religioni: è che il Padre ha reso tutti  fratelli, tutti figli nel Figlio:  grazie a questo Bambino, tutti possiamo chiamarci ed essere realmente fratelli: di ogni continente, di qualsiasi lingua e cultura, con le nostre identità e diversità, eppure tutti fratelli e sorelle”; ma, ha aggiunto il papa, deve essere  “una fraternità basata sull’amore reale, capace di incontrare l’altro diverso da me, di con-patire le sue sofferenze, di avvicinarsi e prendersene cura anche se non è della mia famiglia, della mia etnia, della mia religione; è diverso da me ma è mio fratello, è mia sorella. E questo vale anche nei rapporti tra i popoli e le nazioni: fratelli tutti!”. Anche se non è della mia religione. E se la fraternità non arriva a tutti, perché si ferma sulla porta di Caino, occorre andare oltre e riconoscere l’altro come prossimo, e qui non ci sono più frontiere perché il prossimo, come lo identifica Isaia e poi il Samaritano fino all’enciclica  “Fratelli tutti”, è colui che è “della mia stessa carne”: “una caro”, come tra l’uomo e la donna. L’unità umana, voluta dal Padre, scende dalle alture spiritualistiche, si fa nella carne.  

Perciò il vaccino deve essere per tutti: ma può esserlo solo come un bene comune, come l’aria, l’acqua, il sole, non una merce che produrrebbe ricchezze sconfinate a pochi, e lascerebbe fuori milioni di censiti in tutta la Terra. Il papa ha osato dirlo, attentando al principio supremo del profitto, e subito il  Corriere della Sera col suo Ernesto Galli della Loggia ha superato ogni remora, ha decretato che la Chiesa è finita, col suo  Francesco non andrà lontano, non ha più ragione di esistere.

Per contro proprio a questo dovrebbe provvedere una Costituzione della Terra che riconosca il diritto universale alla salute e lo munisca di garanzie e di istituzioni operative efficaci. Se ci fosse voluta ancora una prova per dimostrare quanto questo nuovo passo della civiltà e del diritto sia necessario ed urgente, la pandemia l’ha fornita. Ma intanto, mancando ancora tali istituzioni, la fornitura dei vaccini a tutti deve avvenire per decisione unanime degli attuali poteri economici e politici. Lo faranno?

Anche se questo accadrà, quando l’ultimo vaccino sarà stato portato dall’esercito, resteranno da raggiungere le persone reali, non un corpo che scompare dal video, non un viso travisato da una maschera, non un distanziato sociale, ma un volto da riconoscere, da carezzare, da amare.

Continua...

lunedì 21 dicembre 2020

 

ALLARME PARLAMENTO

 

Mentre siamo tutti immersi in questo tempo di Natale nel dolore personale e collettivo della pandemia a cui giustamente sono rivolte  tutte le attenzioni e discussioni,  non possiamo passare sotto silenzio una notizia che sembra gravida di cattivi presagi e pericoli per il futuro. Si tratta del pericolo che corrono le nostre istituzioni è in modo specifico il Parlamento. Per due giorni di seguito al Senato abbiamo assistito a un ricorso alla violenza fisica per impedire che esso adempisse al suo compito e che il governo mettesse la fiducia sul decreto legge che modificava  (senza peraltro ahimé abrogare) i decreti Salvini contro i migranti.

La nostra esperienza ci rende molto avvertiti nel riconoscere i segni e cogliere i sintomi  del fascismo, e sappiamo che la manifestazione più chiara e minacciosa della sua identità sta nella volontà di  impedire con la violenza l'attività parlamentare e distruggere lo stesso Parlamento. Purtroppo in Italia il Parlamento è da tempo sotto schiaffo per una serie ripetuta di azioni demolitrici  e infamanti nei suoi confronti: dall'attacco ai parlamentari bollati come casta, alla diffamazione del reddito  del loro lavoro, qualificato come furto  e se differito dopo il mandato dileggiato  come “malloppo”,  dalla proposizione di referendum  devastanti e addirittura distruttivi del Senato, per fortuna falliti. a quella di un referendum  (questo purtroppo riuscito) volto a dimezzare il numero dei parlamentari, forse  come prima fase di una desiderata integrale bonifica soppressiva.

In seguito all'esito di quest'ultimo referendum la rappresentanza parlamentare in carica,  vittima apparentemente di pulsioni suicide,  si è affrettata a varare la nuova configurazione dei collegi elettorali per rendere immediatamente possibili le elezioni senza però modificare la legge elettorale rimasta seccamente maggioritaria e tale da snaturare ancora di più e svilire la rappresentanza. Falcidia dei parlamentari, nuove circoscrizioni elettorali e legge maggioritaria formano infatti  un composto destinato a produrre con alta probabilità una maggioranza assoluta delle forze anti parlamentari anti europee e sovraniste della destra. Gli eventi di questi giorni in Senato hanno per l’appunto mostrato la presenza nell'opposizione parlamentare di larghe frange fasciste, giunte a compiere azioni squadristiche all'interno dell' emiciclo parlamentare e capaci di egemonizzare e farsi seguire da altre forze dell'opposizione che fasciste non sono. Ciò può avvenire anche nel futuro Parlamento.

È  dunque necessario riconoscere uno stato di allarme e di pericolo per il Parlamento e  la nostra democrazia rappresentativa. Sarebbe paradossale che nel momento in cui si cerca di promuovere una Costituzione e una regola democratica per la convivenza mondiale  perdessimo la democrazia e il Parlamento in Italia.

Ma non possiamo fermarci qui. Quello che è accaduto e di cui la pandemia è stata l'elemento catalizzatore e rivelatore è che la povertà  e l’incultura della destra all’opposizione e di gran parte delle  stesse forze di maggioranza hanno fatto sì che esse anziché fare della crisi sanitaria e globale l'occasione di un profondo rinnovamento come da tutti auspicato se non addirittura previsto,  abbiano invece agito con grettezza gettando tutto nel crogiuolo della competizione per il consenso ed il potere. È evidente che questa grave situazione non può restare senza risposta da parte di chi intende salvaguardare la democrazia e le istituzioni per metterle al servizio di grandi progetti e ideali di vita associata non solo per il nostro Paese ma per l'intera comunità mondiale. A questo fine sono certo utilissime le iniziative che stanno fiorendo da varie parti per elaborare progetti e indicare percorsi di rinnovamento politico, ecologico ed economico-sociale. Tuttavia in molti di questi tentativi si può vedere un limite che consiste nella sottovalutazione del problema di chi detiene il potere e in una snobistica presa di distanza  da un coinvolgimento nelle alternative durissime in gioco nelle prossime scadenze elettorali.  Eppure è proprio lì che la democrazia si conserva o cade.

Non a caso la più vistosa espressione dell’attacco della destra al  Parlamento si è avuta in occasione del voto per la riforma dei decreti Salvini. Hanno avuto buon gioco i leghisti nell'accusare i 5 stelle di avere anch'essi a suo tempo votato quei decreti.  Ma appunto si trattava di una lesione gravissima dei principi democratici di cui è legittimo e altamente meritorio ravvedersi. La questione del rapporto con la tragedia dei migranti è diventata in effetti la cartina di tornasole della qualità di uno Stato di diritto e di una comunità nazionale democratica.  Né si deve pensare che la prova sia superata nel momento in cui i migranti vengono soccorsi raccolti dalle acque e fatti sbarcare. La vera espressione di uno Stato democratico e di una comunità accogliente sta nel modo in cui i nuovi arrivati vengono ricevuti, provvisti di un tetto, immessi nel lavoro e integrati in una convivenza accettabile. Questo è ben lontano dell'avvenire. E perché la questione dei migranti non resti  confinata nelle statistiche che  ignorano le persone reali, è bene leggere alcune brevi biografie di ordinario sfruttamento  di lavoratori stranieri inseriti nel sistema dei lavori agricoli e vittime di caporali e di mafie, tratte da una inchiesta coordinata da Francesco Carchedi per il sindacato Flai-CGI. Si possono trovare sul sito www.costituenteterra.it e sul sito  www.chiesadituttichiesadeipoveri.it ,  che hanno cominciato a pubblicarle a partire dalle storie raccolte in interviste sul campo nel civilissimo Veneto.

 

Continua...

venerdì 4 dicembre 2020

 

RITORNO ALL’UMANO

C’è una buona notizia che può diventare il preannunzio di un mondo diverso, umano. La seconda cosa che farà il presidente Biden una volta insediato alla Casa Bianca, sarà di bloccare la costruzione del muro al confine col Messico e mettere fine al "travel ban" (divieto di ingresso) da alcuni Paesi musulmani negli Stati Uniti, voluto dalla presidenza inumana di Donald Trump.

Ci sarà anche il blocco dei rimpatri forzati per almeno cento giorni e l'istituzione di una task force per riunire le famiglie di immigrati. Insieme al segretario per l'Homeland Security Alejandro Mayorkas, il primo ispanico a ricoprire quel ruolo, Biden invierà poi al Congresso una legge che indichi un percorso di cittadinanza  per 11 milioni di immigrati irregolari e un provvedimento per rafforzare il programma per i Dreamer (migranti entrati negli Stati Uniti illegalmente quando erano bambini).

La prima cosa invece che Biden farà (sta già facendo) è la lotta contro la pandemia di coronavirus, mediante l’abbandono delle mendaci politiche negazioniste e un attivo intervento di prevenzione e di cura.

La buona notizia consiste soprattutto nel fatto che la seconda cosa viene insieme alla prima. Essa dice che non si può combattere e vincere la malattia pandemica che colpisce indiscriminatamente tutta l’umanità, se nello stesso tempo non si combatte e non si ripudia la politica che discrimina respinge e distrugge volutamente una gran parte di questa stessa umanità nel momento della sua massima debolezza, che è quello della migrazione, della fuga, dello sradicamento, ma è anche l’inverosimile momento della speranza, nonostante tutto, in una futura vita migliore. 

Lotta alla pandemia e lotta alla negazione dei diritti, al rifiuto dell’accoglienza e dell’asilo sono una cosa sola, l’una non riesce senza l’altra, perché il mondo è uno. Se cade sui confini del Messico un muro più vergognoso del muro di Berlino, non può che seguirne lo stesso esito che ebbe la rimozione , sacrosanta,  del muro in Europa: come allora ne seguì inevitabilmente la riunificazione della Germania, così oggi al blocco della costruzione del muro tra il Nord e il Sud dell’America deve seguire la riunificazione del mondo, cioè il riconoscimento del fatto  (almeno alla speculazione finanziaria già noto) che l’umanità è una, uno solo è il soggetto multilingue innumerevole e meraviglioso che abita la Terra. E perciò il ritorno dell’America a pratiche di umanità e di mitezza (papa Francesco non ha predicato invano) può voler dire un cambio di passo: non solo quel muro deve cadere, ma tutti i  muri che frantumano il mondo e che sono il vero distanziamento sociale che lo porta alla crisi e alla fine.

Questo vuol dire allora che adesso i primi chiamati ad abbattere i loro muri di apartheid, di frontiere e porti chiusi e di sfruttamento in patria della manodopera straniera sans papier e senza diritti, sono  i Paesi europei che hanno adottato politiche di esclusione e di persecuzione, illudendosi  di chiudersi nella loro isola di felicità. Mentre l’Europa dimostra una nuova sensibilità nel rispondere alla crisi del Covid 19, il vero MES, la vera questione aperta, è che, al di là dell’emergenza attuale, l’Europa accetti l’unità col mondo, l’unità con l’altro, con i fuggiaschi e con i poveri, l’unità che consiste nell’essere tutti prossimo l’uno all’altro. E che nell’unità stabilisca un nuovo patto con la Turchia e con Israele; perché anche per loro non ci siano più popoli negati, armeni, siriani, palestinesi che siano, che anche quei muri siano rimossi, eretti perfino nella città del Natale.  Comincerebbe da qui il mondo nuovo, il mondo governato da una  Costituzione della Terra, nostro progetto e speranza. 

Continua...

domenica 15 novembre 2020

 L’ENIGMA? I POVERI

 

Il sito  “ChiesadituttiChiesadeipoveri” ha pubblicato una recensione critica, per quanto assai gentile, di Vittorio Bellavite, coordinatore di “Noi siamo Chiesa”, a un libro di Massimo Franco che dà per consumata nell’insuccesso la cosiddetta “parabola” del pontificato di Bergoglio.

Come nota la recensione, più che di un libro, di cui si riconosce peraltro la ricca informazione, si tratta di un’operazione editoriale e culturale di grande portata che il “Corriere della Sera”, giornale a cui Massimo Franco appartiene, ha compiuto distribuendo il libro insieme al quotidiano nelle edicole e cercando di far passare nel pubblico l’idea inquietante di un “enigma Bergoglio”, come ai tempi  di papa Giovanni XXIII si parlò, ma con ben diversa intenzione, di un “mistero Roncalli”.

Il nostro riferimento a papa Roncalli  non è casuale, perché anche nei confronti di quel papa il “Corriere della Sera” si produsse in un’azione demolitoria, che quella volta fu affidata a un altro giornalista di rango, Indro Montanelli, che si prestò a dar voce alle posizioni antigiovannee della Curia di allora, anche se poi scrisse di essersene pentito.

Resta da chiedersi che cosa ci sia di così grave, nell’uno e nell’altro, il Roncalli della “Pacem in Terris” e il Bergoglio della “Fratelli tutti”, per cui un giornale “moderato” (inteso come virtù) e generalmente conosciuto come fautore di legge e ordine, attacchi, fino a desiderarne la caduta, due papi così popolari per la loro bontà e mitezza. Non deve trattarsi di un allarme suscitato dalla loro insistenza sulla Trinità, rimessa al centro del messaggio cristiano, perché è improbabile che osservatori esterni che non entrano nella logica di ciò che giudicano, colgano la portata rivoluzionaria di una fede inclusiva che ricapitola  tutto nella misericordia del Padre. E allora perché?

La domanda potrebbe essere trasferita dal giornale alla borghesia, lombarda o padana, che esso rappresenta o pensa di interpretare. Che è come chiedersi perché ce l’hanno con papi come Roncalli e Bergoglio quel genere di personaggi che un mitico polemista dell’”Unità”, Fortebraccio, chiamava “Lorsignori”, o quei prepotenti tanto numerosi da non poterli chiamare per nome, che a Milano discendono in linea retta da quell’ Innominato, non ancora convertito, raccontato dal Manzoni.

Che cosa hanno in comune di sgradevole,  per questi signori, questi due papi (e solo loro, gli altri “santi subito!”)?  Quello che hanno in comune è che sono dalla parte dei poveri. Papa Giovanni aprì il Concilio dicendo di volere una “Chiesa di tutti e soprattutto dei poveri”: e ha ragione di ricordarlo il sito che proprio da questo ha preso il suo nome. E Francesco ha aperto il suo pontificato dicendo: “Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!”. Non la vuole affatto invece quella piccola borghesia minuta, formalista, credente della domenica, sparsa un po' ovunque in Italia, che si sente anch'essa minacciata nelle sue piuttosto recenti conquiste economiche e sociali dai poveri, soprattutto dai poveri non italiani.

La conferma, che di questo si tratta, viene da un altro giornale  che su papa Francesco ha un diverso atteggiamento, “La Repubblica”, che ieri, sabato 14 novembre, riferendo di un sondaggio di Demos secondo il quale tra il 2016 e il 2018 la popolarità di Francesco sarebbe leggermente diminuita, dall’82 al 72 per cento, ne attribuisce la causa al sostegno dichiarato e ripetuto di Francesco a favore dei “poveri del mondo”, in particolare gli  immigrati che  varcano i nostri confini.

Dunque questa è la soluzione dell’ “enigma”: papa Francesco, come già papa Giovanni, non piace alla borghesia perché. a dover scegliere, essi scelgono la parte dei poveri.

15 novembre 2020 Continua...

venerdì 23 ottobre 2020

 


DALLA BARBA DI ARONNE

Non era mai successo che la Repubblica Italiana - insieme al papato della Chiesa cattolica, al patriarcato di Costantinopoli, al Rabbino capo di Francia, al rappresentante del Grande Imam del Cairo, a un buddista giapponese, a una indù e a molti altri leaders religiosi del mondo intero - firmasse un appello a tutte le altre Repubbliche e Regni per chiedere ai governi e a tutti gli uomini e le donne di passare a condotte di fraternità e di pace e costruire una sola umanità,  nella persuasione, che è anche una confessione di fede, che “nessuno si salva da solo”.


È accaduto martedì sera, 20 ottobre, e non in un’enclave religiosa come Assisi, ma a Roma, nella piazza del Campidoglio, che un tempo fu l’ombelico del mondo e dove dopo l’ultima guerra mondiale nacque l’unità dell’Europa, così come ora si vorrebbe che da lì nascesse l’unità del mondo.

Si dirà che questo evento, promosso dalla comunità di s. Egidio ma con l’evidente regia e governo di papa Francesco, è stato un evento di vertice, senza partecipazione di popolo, che infatti non c’era a causa della pandemia; e tuttavia  il vero ospite dell’incontro è stato il popolo di Roma con il suo Comune, il suo retaggio e la sua Sindaca. Ed è verissimo che si è trattato di una iniziativa dei leaders, come se il mondo improvvisamente avesse trovato un bandolo, una guida; ma il movente non è stato il potere,  è stato che  “i fratelli vivano insieme”, ciò che, come dice il salmo delle Ascensioni, è ragione di soavità e di gioia e  “come olio profumato”  dal capo scende sulla barba, la barba di Aronne, e da lassù si spande in tutto il mondo, in modo che si faccia l’unità, perché non solo uno, non gli uni invece degli altri, non gli uni contro gli altri, ma tutti insieme siano salvi.

E non a caso negli straordinari discorsi dei leaders, davvero ciascuno eco di culture diverse , sono stati convocati, per compiere l’impresa, il passato e il futuro. Papa Francesco ha evocato una sola parola di Gesù: “Basta!”, la parola detta ai discepoli che volevano approvvigionarsi di spade. Il patriarca Bartolomeo ha chiamato in causa Anassimeo, il filosofo di Mileto del Vi secolo a. C. che aveva individuato i quattro elementi su cui tutto si tiene, l’aria, l’acqua, il fuoco, la terra, per dire che se a tenerli  insieme non è la casa comune, di cui dobbiamo aver cura, tutto si disintegra  ed esce dalla vita creata da Dio; e questa casa è come una casa di specchi, dove il volto di ciascuno riflette l’immagine di Dio e si riflette nel volto degli altri. Il Rabbino di Parigi ha ricordato un midrash in cui si racconta la nascita del tempio, e insieme lo si demitizza: c’erano due fratelli che avevano un campo di cui condividevano il raccolto, e ognuno voleva dare di più all’altro, sicché spesso si alzava di notte per andare ad aggiungere del proprio grano  altro grano al raccolto dell’altro, sicché i due cumuli risultavano sempre uguali; finché una notte essi si incontrarono, scoprirono il reciproco dono e si abbracciarono piangendo; e sulla terra bagnata da quelle lagrime Dio volle che fosse costruito il suo tempio; perciò  il tempio che ora si deve ricostruire è questa fraternità. Il presidente Mattarella ha messo in campo la Repubblica Italiana che “riconosce e onora” gli sforzi delle religioni per contribuire a un avvenire di sviluppo e di eguaglianza per le persone e i popoli, offrendo in tal modo una “testimonianza che è profezia”. E su tutti vegliava, con la mano stesa, Marco Aurelio, l’imperatore filosofo che aveva dato del povero la definizione più rigorosa: “colui che ha bisogno dell’aiuto altrui e non ricava da se stesso tutto ciò che è utile alla vita”, il che equivale a dire che tutti siamo poveri, “nessuno si salva da solo”.

E poi è successa una cosa straordinaria: il rappresentate del Grande Imam di Al Azhar Ahmad Al Tayyeb ha raccontato la scena a cui ha assistito di papa Francesco e l’Imam Al Tayyeb che si spartivano un pezzo di pane alla tavola del papa a Santa Marta. Certamente quello spezzar del pane non era stato preceduto in quel caso da alcuna formula di consacrazione; però se si pensa che il divieto della “communicatio in sacris” è il macigno che ancora rimane ad impedire l’incontro ecumenico tra le diverse Chiese cristiane, si può misurare la portata profetica di questo comunicare nel pane tra il papa cristiano e l’imam islamico; qui, come nel pensiero comune che, per dichiarazione esplicita del papa ha contribuito ad ispirargli l’enciclica “Fratelli tutti”, siamo oltre il dialogo tra Islam e cristianesimo, siamo a una comunione in cammino.


 
 

                    

Continua...

venerdì 19 giugno 2020

IL COMPITO


L’evento globale della pandemia ha reso visibile a tutti ciò che già era noto: siamo a una soglia oltre la quale può darsi catastrofe o salvezza. Quella che va costruita è l’unità umana, come soggetto della storia anche politica del mondo; vi fanno ostacolo le ideologie dell’identità, mentre non c’è più ad impedirlo un Dio che divide

Raniero La Valle

Mentre la pandemia continua a mietere vittime, soprattutto nei Paesi peggio governati, più sprovveduti e più poveri, in Italia stiamo vivendo un momento molto delicato di passaggio dalla prima fase irruente e paralizzante del contagio, a una fase di ripresa della mobilità e dei rapporti produttivi e sociali. Per tutti, nel mondo,  comincia una nuova fase nella quale dovremo convivere con il morbo non ancora debellato ma anche con altri pericoli di portata globale che di qui in avanti potranno sprigionarsi dato il crescente degrado cui sono giunte le condizioni di vita sulla Terra.
È pertanto oggi decisiva la scelta, per noi e per un lungo futuro, della strada da imboccare: o un ritorno alle pratiche e ai sistemi del passato, e magari di un lontano e funesto passato, come sembra proporre la virulenza restauratrice e identitaria della destra, oppure il passaggio a una fase nuova di cambiamento delle strutture rivelatesi impotenti a salvarci e di risanamento del nostro ambiente vitale, secondo l’avvertimento di papa Francesco nel giorno di Pentecoste: “peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”.

Segnali di morte

Vi sono purtroppo dei segnali vistosi che sembrano avviarci alla prima alternativa: si pensi al ritorno del conflitto razziale in America, con tanto di rivendicazione della supremazia bianca, al ritorno delle frontiere in Europa, all’offerta provocatoria della cittadinanza britannica ai cinesi di Hong Kong, in nome dei diritti dell’antica colonia inglese, all’incrudirsi del conflitto economico e di potenza tra gli Stati Uniti e la Cina, all’imperturbabile corsa agli armamenti, agli attacchi all’Organizzazione Mondiale della Sanità e ad altre istituzioni internazionali, alla minaccia israeliana di liquidare, con l'annessione dei Territori occupati, la questione palestinese, all’apertura della corsa dei privati nello spazio, quasi una beffa al monito illuminista a non “sperperare tesori nel cielo”. E su tutti vi è il simbolo riassuntivo della foto-opportunity di Trump che davanti a una chiesa episcopaliana di Washington innalza la Bibbia come un idolo, rivendicando quella saldatura tra religione e potere che per secoli ha dilaniato la società umana e la fede stessa; con la variante, però, di riproporre come farsa quella visione costantiniana che storicamente si è data come tragedia. Gesto tuttavia che sarebbe errato archiviare come folklore, perché mette in chiaro il disegno largamente perseguito in Occidente di una riappropriazione del cristianesimo come marcatore identitario e baluardo dei poteri esistenti, ad opera di populismi e integrismi di vario tipo, da Bannon a Orban, dai lefebvriani lepenisti a Bolsonaro, dalla “Opzione Benedetto” di Rod Dreher alla certosa di Trisulti, dall’odio al musulmano alla caccia allo straniero, fino ai rosari di Salvini, come è ben mostrato nel libro appena uscito di Iacopo Scaramuzzi : “Dio? In fondo a destra”[1].
È evidente che se questi segnali si inverassero in processi reali, e le politiche si sviluppassero secondo queste premesse, l’unità umana sarebbe compromessa, e la catastrofe si farebbe imminente.

Opportunità del tutto nuove

Però ci sono anche segnali che indicano una possibilità del tutto opposta. Si presentano infatti straordinarie opportunità che la società umana non ha mai avuto e che aprono a una situazione nuova.
La prima è la globalizzazione stessa che se ha esordito e si è affermata in una versione selvaggia, stremando gli uomini e rendendo sovrani il denaro, il Mercato e le armi, può tuttavia essere ripresa in mano e convertita in un vero universalismo, il cui concreto esercizio è oggi reso possibile dalle scienze, dalla tecnologia e dalla comunicazione. Se si volesse costruire politicamente e culturalmente un mondo unito, non ci sarebbero impedimenti materiali a precluderlo. Il diritto, gloria dell’Occidente, è pronto a partorirlo. C’è già un vagito dell’Europa che sembra prometterlo.
L’altro segnale è la progressiva coscienza che si sta facendo luce in ogni parte del pianeta della precarietà e del pericolo di un multilateralismo incontrollato, non riducibile a una ragione e a una finalità comuni. Il conflitto la violenza e la guerra non possono più essere né la regola né l’ultimo grado di giudizio del rapporto sociale. A dirlo è un brivido che corre nel mondo. I poliziotti americani che si inginocchiano di fronte alle loro stesse vittime, neri o bianchi che siano, e innumerevoli manifestanti che ne ripetono il gesto sotto ogni cielo, non sono un segno di codardia, come pretende il folle americano al comando, ma sono un segnale apocalittico di un’età che è finita e un’altra che viene.

Conversione delle religioni

Infine c’è il segnale di una conversione delle stesse religioni, di cui il pontificato di papa Francesco rappresenta oggi il più autorevole annuncio. Non si tratta di questa o quella riforma o ammodernamento nelle confessioni religiose e nelle Chiese. Si tratta di una nuova narrazione di Dio, rimasta confusa e offuscata per secoli, pur dopo i Vangeli, che ora sembra perdere le sue scorie e i suoi travisamenti, e riacquistare somiglianza con l’originale, che Gesù ci ha fatto vedere: quel Dio tenerissimo, “primo nell’amore”, primo anche a prendere su di sé il dolore di tutti, come lo ha mostrato Francesco in questa pandemia, È un Dio in cui non c’è violenza: nessun patibolo può fregiarsi del suo nome, se non come vittima.
Fu all’inizio del pontificato di papa Bergoglio, nel 2014, ma a conclusione di un lavoro condotto per anni, su impulso del Concilio, che la Commissione Teologica Internazionale presentò come “una svolta epocale nell’odierno universo globalizzato”,  la novità  “dell’irreversibile congedo del cristianesimo dalle ambiguità della violenza religiosa”[2]. Quasi raccogliendo la sapienza e l’esperienza dei secoli, rileggendo la Bibbia, la teologia e i Concili, il documento vaticano era tutto proteso a identificare  nell’eccitazione alla violenza in nome di Dio, la massima corruzione della religione. Le conseguenze di questa nuova chiarezza erano destinate a investire non solo una modalità della fede, o suoi possibili errori, ma la fede stessa. Secondo la Commissione Teologica Internazionale ciò voleva dire entrare in un’epoca nuova, varcare una “frontiera profetica di un nuovo ciclo religioso e umano dei popoli”. E se è lo Spirito che a ciò conduce la professione di fede, “l’icona ecclesiale dal canto suo deve suscitare l’immagine di una religio che si è definitivamente congedata – in anticipo sulla storia che deve seguire – da ogni strumentale sovrapposizione della sovranità politica e della Signoria di Dio. Questo “congedo può e deve essere vissuto da tutte le comunità cristiane dell’epoca presente, come avvento del tempo stabilito dal Signore per la maturazione del seme evangelico”: un tempo nuovo. La pastorale della misericordia, la Chiesa ospedale da campo, il Dio che “se si fermasse alla giustizia cesserebbe di essere Dio” di papa Francesco non erano lontani.

Un Dio senza violenza

 C’era un ritardo in questa ammissione di un’infedeltà delle Chiese, che era costata molti dolori; ma alfine questa soglia era varcata, e il corso storico poteva riprendere non più funestato dal falso conflitto tra Dio e il mondo, tra grazia e libertà; divino e umano non erano più confusi ma anche, secondo la fede di molti, non erano divisi. “Svolta radicale”, la chiamavano i teologi del papa, ma essa non riguardava solo la confessione cristiana, e nemmeno solo la tradizione giudeo-cristiana, ma la “religione” come tale, “la concezione della religione e dell’umanesimo, indissolubilmente”, una fede che  è oggi chiamata ad anticipare l’epoca del riscatto definitivo del ‘nome di Dio’ dalla sua profanazione attraverso la giustificazione religiosa della violenza”. Non c’era più un Dio a fondare il trono dei potenti e ad impedire l’unità umana. Ed è da qui che è venuto, come prima cosa, il patto di fratellanza universale firmato ad Abu Dhabi con l’Islam, ma viene anche il contagio etico che fa dire a tutto il mondo: “non respiriamo più; senza giustizia non c’è nemmeno pace”.

Per una Costituzione della Terra

Queste sono le condizioni nuove che inducono ad agire, che postulano una “Costituente Terra”, e che fanno ritenere possibile una Costituzione della Terra. E da ciò a noi deriva un dovere, che non è solo quello di non disperdere una memoria e trasmettere un’eredità, ma è quello di trasmettere un compito.
È un dovere che ricade sulle generazioni del Novecento che, uscite dalla notte delle grandi guerre mondiali e della Shoà, sono riuscite a concepire e predisporre le forme del mondo nuovo, ma poi hanno fatto a pezzi la loro creatura, si sono inchiodate sull’89, l’hanno preso come un loro bottino, come fosse la fine della storia a favore degli uni contro gli altri.   Ed è quel compito, che allora fu interrotto, che le generazioni uscenti devono ora trasmettere alle generazioni nuove; il compito è quello di radunare i dispersi, rialzare i caduti, e costruire l’unica comunità umana, soggetto come tale di liberazione e di diritti. È una figura nuova, mai esistita prima se non nei sogni e nelle profezie. Vi fanno ostacolo le diversità, se sono rivendicate in modo che ciascuna prevalga e sia sovrana sulle altre. Ma esse ne sono la sostanza se tutte sono convocate per comporre non un nuovo Leviatano, ma la grande assemblea dei popoli della Terra al fine che l’umanità sopravviva, il mondo sia salvo e la storia continui.
Questo compito non è il punto di caduta di un sogno, di un’utopia, di un mito: è imposto dalla ragione, anzi è l’unica risposta secondo ragione alle drastiche alternative oggi presenti; si tratta di costituire una sfera pubblica globale e varare una Costituzione della Terra che metta in atto garanzie e istituzioni di tutela e promozione dei diritti fondamentali di tutti gli abitanti del pianeta. È chiaro che questo progetto e questo processo dovranno fare i conti col Mercato, perché Mercato e sfera pubblica sono stati finora in contraddizione e in contrasto. Ma non deve l’uno soccombere all’altra. Basta che sia deposto dal trono e accetti le regole. Ciò è necessario per fronteggiare non solo le crisi sanitarie che di questa urgenza forniscono oggi la prova del nove, ma tutte le emergenze planetarie - alimentari, nucleari, ambientali – per non tornare a una sorta di “stato di natura” e per promuovere, ben oltre le emergenze, una convivenza di ragione e misericordia sulla Terra.
Raniero La Valle 


[1] Iacopo Scaramuzzi, Dio? In fondo a destra, EMI, Verona, 2020.
[2] Commissione Teologica Internazionale, Il monoteismo cristiano contro la violenza, 2014,  http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_20140117_monoteismo-cristiano_it.html

Continua...