giovedì 14 febbraio 2019

LO SGABELLO



Ancora una volta si sta sbagliando diagnosi e prognosi rispetto a ciò che è avvenuto domenica con le elezioni in Abruzzo. Sembra che il tema sia quello della competizione in atto tra Lega e 5 Stelle, e che tutta la domanda riguardi il futuro, su come continuerà la gara, se i 5 Stelle riusciranno a rimontare lo svantaggio in vista delle elezioni europee, o saranno le opposizioni a trarne vantaggio.
Invece l’Abruzzo ha dimostrato ciò che è già successo e ciò che certamente avverrà se non sarà interrotto il corso delle cose.
      Ciò che sta per accadere è quanto segue:
      1)       Le autonomie differenziate che si stanno per concedere alle regioni del Nord esacerberanno lo squilibrio tra Regioni e Stato, divideranno il Paese rompendo l’eguaglianza in base al censo, renderanno più povero ed emarginato il Sud, creeranno disparità di diritti e di tutele tra chi abita in un luogo o in un altro del nostro Stato unitario;
      2)       Le riforme costituzionali in corso trivialmente motivate dal rapporto costi-benefici, come se fossero la TAV, e dalla lotta contro “la casta”, revocheranno la centralità del Parlamento, svuoteranno la rappresentanza, guasteranno il processo legislativo e se approvate con la probabile maggioranza dei due terzi, saranno sottratte al vaglio del referendum popolare; 
      3)       La riforma del Codice penale trasformando da eccezione a regola la violenza esercitata per “legittima difesa” armerà i cittadini, potenzierà le lobby dei fabbricanti d’armi e indurrà una sempre più diffusa cultura da Far West;
     4)       Il passaggio alla fase esecutiva del “decreto sicurezza”creerà folle di stranieri vaganti per l’Italia senza controlli, negherà loro il nome all’anagrafe e il diritto a un’esistenza legittima e renderà precaria la stessa cittadinanza, che ai non meritevoli potrà essere revocata a discrezione del governo;  
     5)       La perdita di credibilità sul piano internazionale finirà per paralizzare la politica estera dell’Italia e la speranza stessa di un suo ruolo nel mondo. Sta già accadendo con la rinunzia alla neutralità nella crisi venezuelana, che avrebbe dovuto indurre le parti al dialogo, non a qualunque dialogo ma a quello, come ha scritto il papa a Maduro, “che si intavola quando le diverse parti in conflitto mettono il bene comune al di sopra di qualsiasi altro interesse e lavorano per l’unità e la pace”. Invece l’Italia si è rapidamente riallineata all’ideologia occidentalistica  sempre pronta a interventi violenti nelle sovranità altrui, con le conseguenze ben note dal Cile di Pinochet al Brasile dei generali, da Saddam Hussein a Gheddafi, dall’Afghanistan alla Siria, per ricordare le recenti grandi devastazioni della politica mondiale.
Ciò che è già successo domenica in Abruzzo, non parla dell’Abruzzo, ma parla dell’Italia. E proprio perché Salvini non c’entra niente con l’Abruzzo,  dovrebbe essere chiaro che la questione è l’Italia.
Ciò che è successo è che si sta compiendo il processo per cui una minoranza prende il potere, ma non per virtù propria, bensì perché il sovrano glielo consegna, e si fa sgabello di tale alienato potere.
È accaduto quando il sovrano consegnò il potere a Mussolini, venuto in vagone letto da Milano mentre le sue comparse facevano la marcia su Roma; era a capo di una minoranza residuale, reduce dall’interventismo, e con le idee confuse, ma il sovrano lo mise sul piedistallo e gli lasciò la scena, senza avvedersi di segnare così la sua fine, il suicidio del regno.
La Lega era una minoranza in declino, il più vecchio partito tra quelli esistenti, come è stato ricordato in questi giorni, e mai era stata capace di egemonia e di dominio: fino a quando il sovrano, ossia il popolo sovrano, mediante le due forze uscite vittoriose dalle elezioni del 4 marzo, 5 Stelle e Partito democratico, l’ha messa al potere, le ha consegnato l’interno, e non solo l’interno, del Paese, le ha dato lo sgabello di una base parlamentare e di massa e ha portato tutta l’informazione a farsene eco. 
Le elezioni in Abruzzo (non c’è bisogno di aspettare le europee) sono forse l’ultimo avviso per fermare in tempo la resistibile ascesa. Prima che le cose più gravi, già annunziate, accadano. Non c’è nessuna rivoluzione da fare: della mente, certamente sì, ma dal punto di vista istituzionale basta una crisi di governo. Per molto meno nella precedente fase della Repubblica la forza di maggioranza, la DC, faceva le crisi di governo, e fu così che quel partito non si suicidò anzitempo, e governò per quarant’anni, e fece sì che reggesse l’impianto democratico e costituzionale, con vantaggio di tutti.  Così dovrebbe fare, oggi non domani,  la forza di maggioranza; se è movimento si muova, faccia politica, rivendichi grandi valori democratici e nazionali, acquisendo il merito storico di interdire la restaurazione impietosa della nuova destra.
Il Paese è solido, i sindacati sono di nuovo uniti. Basta togliere lo sgabello, e comincerà una transizione in vista di costruire poi, finalmente, il nuovo.
Continua...

lunedì 11 febbraio 2019

I PESCI CI SONO

Nei Vespri di sabato scorso, il Vangelo di Luca raccontava di un’occasione in cui c’era una grande folla, e c’erano dei pescatori, solidali tra loro, “compagni” che si aiutavano da una barca all’altra, ma erano anche un po’ disperati perché non prendevano niente, per quanti sforzi facessero, faticando anche tutta la notte; e dunque non c’era da mangiare, né pesce né altro, per loro e per tutta quella folla che faceva ressa. Eppure il lago era pieno di pesce, bastava prenderlo dov’era e saperlo prendere, e allora ce ne sarebbe stato tanto per tutti, fin quasi al rompersi delle reti. E anche Dio era lì, se riaccese le loro speranze di pescatori , tanto che ci provarono ancora, e se Gesù disse a Simon Pietro che sarebbe diventato “pescatore di uomini”, togliendogli la paura e dandogli, al di là del suo lavoro quotidiano, un’altra vocazione, un più alto vivere. Queste cose devono essere accadute veramente, è difficile prenderle solo come un’allegoria, perché se non fossero accadute tutta una storia successiva non ci sarebbe stata, e Pietro non sarebbe ancora lì, senza paura, a fare “il pescatore d’uomini”. Perciò è importante quando le cose accadono.
La mattina di sabato scorso a piazza san Giovanni a Roma c’era una grande folla, erano lavoratori anche loro, e tutti erano solidali tra loro, di nuovo i sindacati tutti insieme, erano compagni che volevano aiutarsi l’un l’altro, fissi o precari, disoccupati e pensionati, nativi e stranieri, ed erano tutti anche un po’, e anzi molto disperati, perché soffrivano che non ci fosse lavoro, e redditi, e diritti e cittadinanza per tutti, e vedevano un futuro da far paura, perfino per la stabilità del mare la clemenza del clima e la maternità della terra.
Ma Dio c’era?  Se “Dio c’è”, certamente era anche lì. Se può stare dentro una singola persona (tanto che Simon Pietro, sentendosi peccatore, disse, letteralmente a Gesù “esci da me”, tradotto poi in “allontanati da me”) come poteva non stare in una piazza con 200.000 persone, santi e peccatori, corpi di uomini e di donne, di figli e di madri, con i loro dolori, fatiche, amori, disperazioni ed attese?
Ma che cosa può esserci di comune tra quanto raccontato a sera nei Vespri e quanto accaduto quella mattina di sabato 9 febbraio? Ci può essere di comune che a segnare il passaggio da una condizione ad un’altra, dalla disperazione alla speranza, da una vita catturata dalle difficoltà e dalle necessità materiali a una vocazione ulteriore, a un realizzarsi più pieno delle persone, a una felicità possibile, ci sia di mezzo una parola che cambia le cose. Al mare di Galilea c’è stata la parola, la predicazione di Gesù. Ma a piazza san Giovanni sono state dette parole capaci di cambiare le cose, sono state dette parole di vita?
Lo dirà il futuro, certo l’obiettivo che lì è stato posto è stato di far partire tutti assieme il processo di una nuova intelligenza politica che porti a una nuova dignità e pienezza di vita non solo in Italia ma in Europa e perfino nel mondo, che porti a un sistema che non lasci indietro nessuno e mutando le priorità salvaguardi anche la casa comune di tutti. L’obiettivo è quello di nuove politiche perché “al centro torni la persona, al centro torni il lavoro, ma non un lavoro qualsiasi” che lasci poveri i poveri, li metta in competizione tra loro, tolga loro il futuro o addirittura la vita. Certo a sentirle gridate dagli altoparlanti su tutta la piazza e in molti telegiornali, sono risuonate parole nuove. È stato invocato anche un cambiamento del linguaggio, che non “crei la paura”, che non lucri sulle difficoltà, sulle solitudini, ma soprattutto si è invocato un cambiamento di mente: “Ci sono quelli – mi permetto di dirlo, ha esclamato il leader sindacale – che in questo periodo hanno seminato l’odio, il rancore, un linguaggio violento, noi stiamo seminando qualcosa di molto più importante perché noi stiamo seminando la solidarietà, l’idea della fusione, l’idea della giustizia e anche l’idea della speranza che le cose si possono cambiare”: e che lo si faccia con la persuasione, con la trattativa, con la partecipazione, tutti insieme, ma senza fermarsi perché occorre giungere fino alla raccolta dei frutti di quanto oggi è seminato.
Ma dove sono le risorse, dove sono i soldi per fare tutto ciò? Questa è l’obiezione del sistema, dove sono i pesci?  “È semplice”, rispondono il sindacato e la piazza. “i soldi bisogna andare a prenderli dove sono. E  non è vero che non ci sono, questo è un Paese che ha 120 miliardi di evasione all’anno” (ci si potrebbero fare quattro o cinque finanziarie|). Ma è anche “un Paese dove il 90 per cento dell’IRPEF la pagano i lavoratori dipendenti e i pensionati; ed è aumentata la diseguaglianza, i ricchi sono più ricchi e i poveri non solo rimangono poveri ma anche quelli che non lo erano, lo sono diventati”. Dunque i pesci ci sono, basterebbe, credendoci,  gettare le reti e ben distribuirli tra tutti. Continua...

mercoledì 6 febbraio 2019

L’ALLEANZA È CON TUTTI

Un minuto prima di partire per gli Emirati Arabi Uniti, domenica all’Angelus, il papa ha gridato per i bambini dello Yemen che soffrono fame sete e morte per il conflitto di cui anche gli Emirati Arabi sono responsabili, e ciò perché sia chiaro che non si può cantare il Te Deum se, prima di tutto, non c’è umanità.
Eppure c’è da cantare il Te Deum per questo viaggio del papa ad Abu Dhabi. E non solo perché si è trattato della prima volta che un Pontefice romano ha messo piede sulla terra che ha donato al mondo Maometto e la Mecca, ed è la prima volta che nella Penisola arabica si dice una Messa in pubblico, all’aperto, con 170.000 persone e le donne non velate. Ma anche perché nel dialogo col mondo musulmano e i rappresentanti delle altre religioni si è manifestata con la massima evidenza la novità dell’annuncio che questa Chiesa sta portando al mondo, e per contro la gravità del disegno di quanti invece vorrebbero bloccare e rovesciare il corso di questo pontificato. La novità sta precisamente nella riproposizione dell’annunzio che il Verbo si è fatto carne per tutti, non importa se ebrei o stranieri, cretesi od arabi, medi o elamiti, cattolici o protestanti, sunniti o sciiti, cinesi patriottici o clandestini, milanesi o barbari, credenti o non credenti, ossia nel proclamare che la salvezza, ammesso che una salvezza religiosa ci sia, è universale e non fa eccezione di persone, non lascia naufrago alcuno.
Questo però per la Chiesa cattolica non era possibile affermarlo da quando essa si era incatramata nel regime di cristianità, che non solo travisava la sua identità nell’ibridismo politico-religioso del potere temporale, ma delimitava rigorosamente il cristianesimo nei confini fisici della Chiesa cattolica,  in base all’assioma teologico che fuori della Chiesa non c’è salvezza. In tal modo era amputata la carne del Verbo e frantumata la carne dei popoli.

Se oggi invece si può proporre “l’arca della fratellanza” in cui si ricomponga “l’unica famiglia umana voluta da Dio”, è perché il Concilio Vaticano II, l’Europa e papa Francesco sono usciti dal regime di cristianità. Ne sono un segno potente il viaggio in terra d’Arabia, lo scambio fraterno con l’Islam, la comune affermazione, nel documento congiunto, che “il pluralismo e le diversità di religione…. sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi”. Una diversità, ha aggiunto Francesco nell’omelia della Messa, che “lo Spirito Santo ama e vuole sempre più armonizzare”. Si dichiara con ciò la fine della lunga stagione delle scomuniche e dei proselitismi, e si raggiunge l’ipotesi di Tommaso Moro la cui “Utopia” contemplava che nella sua repubblica si giungesse a professare la religione più perfetta e che anche tutti gli altri mortali fossero condotti “allo stesso modo di pensare a proposito di Dio”, a meno che, insinuava,  “in questa gran varietà di religioni non ci sia qualcosa che soddisfi ai suoi impenetrabili voleri”, sicché fosse Dio stesso “a ispirare a chi una cosa e a chi un’altra”.
Ciò non vuol dire sincretismo; ad Abu Dhabi si è stati ben attenti a salvaguardare le differenze e l’identità di ciascuno: nel documento non si è andati di un millimetro oltre il Concilio, ha detto il papa nel viaggio di ritorno, ma “è un passo avanti che viene da 60 anni, il Concilio che deve svilupparsi”. E così si è potuto trovare ciò che è veramente comune, e convenire che ”le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue”. E si confessa anche perché finora è avvenuto il contrario: “Queste sciagure sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi, dell’uso politico delle religioni e anche delle interpretazioni di gruppi di uomini di religione che hanno abusato – in alcune fasi della storia – dell’influenza del sentimento religioso sui cuori degli uomini per portali a compiere ciò che non ha nulla a che vedere con la verità della religione, per realizzare fini politici e economici mondani e miopi”. Questo è il messaggio che il papa, e il Grande Imam di Al-Azhar a nome dell’Islam d’Oriente e d’Occidente, intendono ora presentare al mondo, perché il mondo si salvi. E papa Francesco, senza pretendere investiture, si è mostrato, a detta degli stessi musulmani,  come “maestro spirituale universale” .

Restando nel quadro delle tre religioni abramitiche c’è ora da rinvigorire il dialogo con gli ebrei, che la loro attuale condizione storica rende notoriamente difficile. Qui c’è il resoconto, pubblicato da “Vatican Insider”, di un bel dialogo svoltosi nei primi giorni del gennaio scorso in Vaticano tra l’ex Papa Benedetto XVI e cinque rabbini di lingua tedesca, guidati dal rabbino Folger, che sono venuti a interrogarlo in seguito a un suo saggio sul dialogo ebreo-cristiano pubblicato su “Communio”. L’incontro è stato molto positivo. In particolare si è ribadito il ripudio da parte cattolica della “teologia sostitutiva” secondo la quale Dio, a causa del rifiuto ebraico di Cristo, avrebbe trasferito la sua alleanza da Israele alla Chiesa, quando invece i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili (Rom. 11, 29), e tanto meno possono essere abrogati dall’uomo. L’ex papa Ratzinger ha affermato che tale teologia era una “cattiva teologia” mentre i rabbini hanno lamentato che, benché abbandonata dalla Chiesa, essa continua a serpeggiare tra molti fedeli. In ogni caso questa difficoltà dovrebbe essere ormai superata. I cattolici non dubitano che sia rimasta ben salda l’alleanza di Dio con il popolo ebreo. Ciò che resta per il compimento del dialogo è che siano ora gli ebrei a riconoscere che questa stessa alleanza è concepita ed estesa da Dio a tutti i popoli. Continua...

giovedì 31 gennaio 2019

IL TIRANTE CHE NON TIENE




“Ci sarà pure un giudice a Berlino!”, gridava il mugnaio di Potsdam contro il giudice locale che non gli aveva reso giustizia nei confronti del barone che gli aveva deviato le acque dal suo mulino, fonte della sua vita. “C’è una giustizia e io la troverò”, urlava la vedova di “Delitto e castigo” cacciata sulla strada, con gli orfani, il giorno del funerale di suo marito: “Possibile che non ci sia giustizia? Chi devi difendere se non noi derelitti? Ma ora vedremo! Ci sono al mondo dei tribunali, c’è una giustizia, e io la troverò”, giura la poveretta. “Ma che gente è la tua?”, dicono alla regina di Cartagine i marinai naufraghi dell’“Eneide”: “Che barbaro costume ci impedisce di scendere a terra e di fermarci sulla spiaggia? Lasciaci trarre a riva la flotta sconquassata dai venti, aggiustarla con travi tagliate dalle selve, fabbricarvi dei remi, per poi salpare lieti verso l’Italia e il Lazio”; e fu perché Didone aprì quel porto ai profughi che nacque poi l’Europa.

Ma oggi non c’è un giudice a Strasburgo. O meglio c’è una Corte europea dei Diritti Umani che non ha accolto la richiesta dei naufraghi della Sea Watch di essere sbarcati, uomini, donne e 15 minori, ma ha chiesto al nostro governo di dar loro cibo, acqua e cure mediche, insomma “i generi di prima necessità”, come se avere un tetto sulla testa e una terra sotto i piedi non fosse una prima necessità per ogni essere umano. Che mangino pure, ma in coperta, sotto i venti e le tempeste. Questo ha detto il giudice europeo, che in ciò fa corpo con i governi e con tutta l’Europa che i naufraghi, i profughi, i richiedenti asilo non li vogliono nemmeno vedere, e se li vedono gli negano perfino il nome all’anagrafe; e si sono dovuti mettere in 7 per spartirsi 47 migranti, uno ogni 15 milioni di europei, perché la nave potesse alfine prendere terra a Catania. “Un giorno vergognoso per l’Europa”, ha detto il presidente della ONG Sea Watch: "i diritti umani non dovrebbero essere negoziati, e gli esseri umani non dovrebbero essere contrattati",

È questa la linea della fermezza con variante umanitaria: l’ha spiegata in TV nella mezz’ora di Lucia Annunziata il presidente del Parlamento europeo Tajani, leader in pectore di Forza Italia; ma la linea della fermezza in salsa umanitaria è quella che ha decretato il delitto di Stato dell’uccisione di Moro e travolto la “prima Repubblica”.  

Eppure che un tetto, una terra e un lavoro sia il minimo che serve a fare la dignità di un essere umano lo ha proclamato, ogni volta che ha incontrato i Movimenti Popolari, il papa Francesco, l’unico ormai che riscatta la coscienza dell’Europa e degli Stati dal precipizio di spietatezza in cui sono caduti.

Ma la spietatezza è anche il punto debole su cui è destinato a franare l’attuale sistema di potere dell’Europa e degli Stati europei. Politiche anche severe sull’economia e sull’immigrazione possono essere accettate e perfino produrre consenso, ma la spietatezza no, la spietatezza non paga, la spietatezza non ha guadagnato ancora la maggioranza dei consensi. Sulla spietatezza i governi possono essere combattuti, possono essere sconfitti, possono cadere. Si tratta di trovare gli strumenti per chiamare in giudizio la spietatezza, che è anche un’empietà; l’ordinamento li offre, se non sarà un giudice sarà un Parlamento, una parte della stessa maggioranza, sarà un elettorato, sarà un popolo, ma alla fine la spietatezza sarà sconfitta. È quello il tirante che non tiene, che innesca la rovina di tutta la costruzione di governo e di potere, come il tirante strappato del ponte Morandi a Genova.
Continua...

martedì 22 gennaio 2019

LA SCELTA


Sabato scorso c’è stato a Milano, al Palazzo Reale, un convegno promosso dall’associazione “Laudato Sì”, di Mario Agostinelli e don Virginio Colmegna, sul tema della salvezza della Terra, in sintonia con le istanze dell’enciclica di papa Francesco. Il pericolo in effetti c’è ed è  imminente: un riscaldamento di due gradi della temperatura globale non potrebbe essere sopportato dall’ecosistema. Nel colloquio sono confluite molte esperienze e lotte e proposte, e il suo esito è stato confortante, perché sono state chiare le diagnosi, e sono stati indicati gli strumenti e i rimedi per salvare dall’olocausto ecologico la terra e tutti quelli che vivono in essa. Il contributo portato al dibattito da “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” è stato di dire che però questo sarà possibile, a condizione che prima facciamo un’altra cosa, che è di fondare un’unica società umana.
Ci vorrà  la politica, il diritto, l’economia, ma prima ancora ciò dovrà essere oggetto di una grande decisione antropologica. Non è affatto scontato infatti che l’umanità sia una, e che gli uomini e le donne siano eguali tra loro. Per molti secoli questa verità è stata negata e si è invece teorizzata una diseguaglianza per natura tra gli esseri umani; la storia della diseguaglianza è una storia dolorosissima di signori e servi, schiavi e liberi, popoli eletti e scartati, donne appropriate e negate, razze e caste, predazioni e genocidi. Si dovette arrivare al Novecento perché l’unità umana  e l’eguaglianza delle persone e delle nazioni grandi e piccole (come dice lo Statuto dell’ONU), fossero alfine riconosciute dalla cultura e proclamate nelle grandi Carte dei diritti e delle libertà fondamentali, anche se poi non attuate.
Esse però sono oggi di nuovo negate in via di principio, ripudiate dalla politica e frantumate dal sistema economico; e il genocidio del popolo dei migranti è oggi perpetrato da tutti noi.
Questo vuol dire, come abbiamo scritto l’altra volta, che occorre tornare ai nastri di partenza, dobbiamo decidere di nuovo ciò che vogliamo essere, se una società di eguali o una società di ammessi e scartati.
Continua...

venerdì 11 gennaio 2019

AI NASTRI DI PARTENZA


Lo sblocco della prigionia sul mare inflitta ai migranti salvati dalla Sea Watch (ma il loro calvario è solo all’inizio) almeno una buona notizia l’arreca: sarà per l’appello lanciato domenica all’Angelus da papa Francesco, sarà per l’offerta della Chiesa valdese, sarà per l’imprevista vampata umanitaria del premier Conte, in ogni caso una decina di naufraghi, uomini donne e bambini, passeranno oltre i porti chiusi di Salvini ed entreranno in Italia. La buona notizia è che il cuore di pietra, quando è troppo esposto alla pubblica visione, non regge: perfino i governanti se ne vergognano, italiani ed europei, e devono mostrare almeno un lembo del loro cuore di carne. Così una manciata di profughi, centellinati tra una decina di Paesi, entra ancora questa volta nel paradiso europeo.
Ma la cattiva notizia è che questo ennesimo caso d’eccezione non fa che confermare la regola dell’esclusione e del rifiuto, la regola dello scarto: i salvati e i sommersi, ma si potrebbe anche dire i predatori e i predati.
I primi, quelli che oggi sono forti, non si contentano più di chiudere porti e frontiere, di schierare cani ringhiosi e doganieri, tornano ad alzare muri e cortine. Ormai c’è un muro che corre per migliaia di chilometri non a dividere Est ed Ovest, ma a barricare il Nord contro il Sud, a cominciare dal muro col Messico, che Trump è pronto a costruirsi anche da solo, e che spacca in due l’America. E qui da noi abbiamo il muro steso attraverso il Mediterraneo, da Gibilterra ad Efeso, il muro tra Israele e i Territori ancora non del tutto Occupati, che sega la Terra santa a Betlemme, il muro che, alto otto metri, divide in separate corsie la strada 4370, tra Gerusalemme e Gerico, in modo che da un lato corrano le macchine ebree e dall’altro quelle palestinesi, il muro finanziato dalla Gran Bretagna che sarà costruito lungo l’autostrada che mena al porto di Calais, per impedire l’imbarco dei clandestini, e il muro fitto di menzogne, di eserciti invasori e di false guerre civili che il Nordatlantico ha costruito negli anni e ancora munisce per predare il cobalto in Congo e il petrolio in Medio Oriente, gettando al macero Africa, Siria, Iraq e le altre perle della civiltà antica; e vedremo come andrà a finire in Asia.
Il Nord contro il Sud. Ma chi salverà il Nord da se stesso? Forse un giorno il Sud lo salverà.
Per ora sembra che il mondo sia tornato ai nastri di partenza: il forte vince, il debole soccombe. È la legge dell’evoluzione scoperta da Darwin: c’è una lotta per la vita, nella quale sono preservate “le razze favorite”, i soggetti più atti a sopravvivere, e i più deboli e malriusciti devono invece soccombere. Ma questo riguardava le leggi di natura: non la cultura, non la storia. E invece questo principio è stato trasposto nella politica, nel diritto, nella filosofia; la modernità se ne è imbevuta, fino alla formulazione di Spencer: “se gli uomini sono realmente in grado di vivere, essi vivono, ed è giusto che vivano: Se non sono realmente in grado di vivere essi muoiono ed è giusto che muoiano”; e su questo principio è stato costruito il capitalismo selvaggio, il suo vangelo: la competizione, la concorrenza, la moneta buona che scaccia quella cattiva, il darwinismo sociale.
È gloria dell’Occidente, a partire dal Sud del mondo, avere immesso nella storia il principio alternativo: il potere del re che compensa l’impotenza dei deboli, fin dai codici di Ur e di Hammurabi, la beatitudine dei poveri predicata da Gesù, le cose deboli che confondono le forti di san Paolo, fino alle rivoluzioni moderne, alle Carte dei diritti, al costituzionalismo post-bellico, ai grandi messaggi di eguaglianza e di liberazione, da Gandhi a Mandela alle teologie in contesto nero e latino-americano, fino al rovesciamento della retribuzione divina in misericordia di un uomo del Sud come papa Bergoglio. 
La novità consiste nel fatto che questo principio alternativo è oggi diffamato e negato in via di principio, e questa negazione pretende di farsi maggioranza, di diventare pensiero comune e prassi di governo al di qua dei muri che si stanno erigendo per affermare il  “prima noi”, ossia “solo noi”. C’è un’impressionante intervista rilasciata in questi giorni da un esponente di questo nuovo, e tuttavia vecchissimo pensiero, un membro del Consiglio d’Amministrazione della RAI, designato dai Fratelli d’Italia, Giampaolo Rossi, un sintomo autorevole perciò di che cosa c’è oggi al centro della comunicazione. Dice Rossi che “uno dei tratti del nostro tempo è la fine irreversibile dei due principali dogmi ideologici della sinistra mondiale che hanno dominato il dibattito culturale e l’immaginario simbolico di milioni di persone per circa un secolo. I due dogmi sono: progresso e uguaglianza. Ma già Ernst Jünger, una delle più lucide intelligenze del ‘900, in un suo scritto ricordava che 'gli uomini sono fratelli ma non eguali'.” Ciò vuol dire che anche nel voto si potrebbe contare più o meno secondo il livello d’istruzione, come una volta in  ragione del censo. E che il progresso va tolto come speranza dei poveri. E che infierire sui migranti sarebbe una cosa di sinistra perché, come ci viene spiegato,  le migrazioni non sono un fenomeno storico a cui dare risposta, ma un complotto dei nemici dell’Occidente per scardinarne i valori e fornire manodopera a basso costo ai padroni del vapore.
Questo vuol dire essere tornati ai nastri di partenza, è come se di nuovo dovessimo decidere se gli uomini e le donne, sono eguali e se la storia non è finita.  È questa la grande sfida, la posta in gioco, la grande responsabilità delle nuove generazioni. 
Continua...

venerdì 4 gennaio 2019

TRAPIANTI


Lo scontro sul cuore dello Stato si è fatto durissimo, quello che si sta decidendo è se a settant’anni dal parto doloroso da cui è nato, il nostro Stato debba mantenere un cuore di carne o trapiantarsi un cuore di pietra. Si potrebbe definire uno scontro sull’identità: infatti porti chiusi od aperti, bambini discriminati fin dall’asilo, stranieri gettati nel gorgo perché “solo gli italiani”, non sono un cambio di politica, sono un cambio dell’Essere. È singolare come tutto si rovesci. Il governo populista insorge contro i Sindaci del popolo, il Paese che voleva dare una lezione all’Europa si fa lacché dell’Europa sigillandone i confini meridionali  e armandone sul mare l’apartheid, il ministero della sicurezza pubblica si fa portatore della massima insicurezza promettendo la pacchia ai fabbricanti e venditori di armi, gettando i richiedenti asilo nella clandestinità, rompendo la legge dell’universalità della salute, per cui se una parte della popolazione non è curata anche l’altra si ammala, e accumula sulla testa dei cittadini e di quelli futuri la minaccia di un odio straniero e di incontrollabili sentimenti di vendetta di quanti porteranno nelle loro carni la memoria del rifiuto e delle persecuzioni subite nel nostro mare e nei nostri lager e centri d’identificazione ed espulsione. Come ha scritto la segretaria di Magistratura Democratica, Mariarosaria Guglielmi, "dobbiamo essere consapevoli che il nostro Paese sta rinnegando se stesso, la sua storia di accoglienza, l'orgoglio per le vite salvate dalla più grande azione di soccorso umanitario compiuta nel Mediterraneo rappresentata dall'operazione Mare Nostrum”.

Però la Repubblica non è perduta: essa, come dice la Costituzione all’art. 114, non è costituita solo dallo Stato, ma “dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”. E Stato sono anche i cittadini pronti all’accoglienza, e Stato è anche la Costituzione che, come ha sancito una celebre sentenza della Corte Costituzionale del 1991, è fondata sulla “coscienza individuale”, che  è “la base spirituale-culturale e il fondamento di valore etico-giuridico” dei diritti inviolabili e delle libertà fondamentali dell’uomo, e quindi non solo ammette l’obiezione di coscienza ma, rispetto a leggi non umane, ne esige l’inosservanza.
Continua...

venerdì 28 dicembre 2018

ADOTTARE UNA GUERRA


Con la “Giornata della pace” comincia martedì prossimo un anno di guerra. Quella che oggi ci funesta è la guerra che,  andando oltre gli stessi conflitti già combattuti ed in corso quando il mondo era diviso in blocchi,  ha avuto inizio nel 1989 con la caduta del Muro e si è posta come obiettivo il dominio finale sulla terra, questa volta da parte del capitale sovrano. Guerra mondiale, dice il papa, ma a pezzi. E i pezzi sono le singole guerre e sopraffazioni e violenze e muri e false sicurezze e chiusure, che tutti insieme fanno una guerra sola. Nel messaggio del giorno di Natale papa Francesco le ha enumerate una per una, a cominciare da quella di Israele in Palestina, che è la guerra più antica e di cui portiamo il peso maggiore, perché è la guerra provocata dalle nostre religioni non convertite. Ma poi c’è la Siria, sempre al primo posto nell’assillo del papa, e lo Yemen, e i Paesi dell’Africa, e la Corea, e il Venezuela, l’Ucraina, il Nicaragua, tutti chiamati per nome, e i popoli ancora e sempre colonizzati, e le minoranze oppresse.
Ma le guerre non sono tutte qui. C’è l’Afghanistan, che non cessa di pagare per l’11 settembre, il Myanmar, per il genocidio dei Rohingya, le Filippine, il Pakistan, la Thailandia, la Cecenia, il Daghestan, il Nagorno Karabakh, l’Azerbajan, e c’è la Turchia contro i curdi e contro la Siria, l’Iraq devastato, e ancora la Colombia e poi il Messico stretto tra il muro di Trump e l’aggressione del narcotraffico. Di queste guerre non mancherebbero notizie, ma ben pochi se ne occupano, tanto meno i giornali e le TV delle nostre informazioni quotidiane.
Quello che allora proponiamo è che nell’anno che viene, ciascuno si scelga una guerra da adottare, una guerra di cui informarsi, da seguire, di  cui pensare e amare in particolar modo le vittime, e di cui magari accogliere qualche profugo nel proprio paese o nella propria casa. Sono cose che già succedono, perché il potere, per quanto ottuso, non può proscrivere l’amore e la solidarietà, ma se esse fossero più diffuse,  forse queste guerre non sarebbero dimenticate e lasciate incancrenire, e più presto potrebbero finire. E magari se ne potrebbe parlare in rete, e nei siti e nelle mail, ciascuno a dire la sua esperienza del suo incontro con l’Altro, fosse anche solo a livello di informazione, per saperne e farne sapere di più; qualcuno può dire perché ha scelto quella guerra lì e quel “prossimo” da seguire, e darne a tutti ragione e notizia; e lo potrebbero fare anche le parrocchie.
Il motivo di tutto ciò è che dobbiamo cominciare ad inventarci, non solo nella politica e nel diritto, ma nella nostra stessa esistenza quotidiana, i modi per andare verso quel grande traguardo che il papa ha indicato nel suo messaggio di Natale, in quel discorso dalla Loggia di san Pietro che non a caso, secondo una ridondante tradizione, è indirizzato “urbi et orbi” (e invece mai lo stile ne fu più umile ed evangelico come in questo Natale di papa Francesco).
Il traguardo è l’unità dell’intera famiglia umana: “riscoprire i legami di fraternità che ci uniscono come esseri umani e legano tutti i popoli. Fraternità tra persone di ogni nazione e cultura. Fraternità tra persone di idee diverse, ma capaci di rispettarsi e di ascoltare l’altro. Fraternità tra persone di diverse religioni”, tutto congiurando all’amore, all’accoglienza, al rispetto “per questa nostra povera umanità che tutti condividiamo in una grande varietà di etnie, di lingue, di culture …, ma tutti fratelli in umanità!”. La competizione tra le fedi, l’annessionismo religioso per la Chiesa di Roma sono veramente finiti. Il terreno dove si gioca la partita della salvezza, la vera Chiesa,  è l’umanità tutta intera.
Continua...