martedì 11 dicembre 2018

L'ITALIA NON C'È

Quando la famigerata “casta” dei politici governava il Paese, l’Italia uscita a pezzi dalla guerra era completamente in mano alla NATO e agli Stati Uniti e vigilata dagli alleati europei più di quanto non lo sia oggi nell’Unione Europea. Eppure l’Italia grazie a uomini come De Gasperi, Mattei, Moro, Fanfani e perfino Andreotti, riuscì a fare una politica estera con alti margini di indipendenza e a modificare gli equilibri politici nel Mediterraneo; Mattei ruppe il monopolio delle “Sette Sorelle” petrolifere che si mangiavano tutti i profitti del petrolio arabo, restituì l’indipendenza all’Iran dello Scià e aprì la stagione del risveglio dei popoli arabi; Fanfani e La Pira (e Lercaro a Bologna) misero in crisi l’omertà nei confronti della guerra americana nel Vietnam e concorsero a liberare la coscienza dei giovani che approdarono al ’68 “antimperialista” e al pacifismo; Moro negoziò con i palestinesi l’immunità dell’Italia dalle operazioni violente irredentiste e terroriste della resistenza palestinese mentre l’Italia, restando in perfetta lealtà con Israele, riconosceva di fatto lo Stato di Palestina e gli faceva aprire un’ambasciata a Roma; Craxi affrontò gli americani a Sigonella in nome della sovranità italiana e del diritto internazionale; Andreotti fece una politica mediterranea di pace giungendo a proporre al collega francese, su sollecitazione di un Convegno internazionale svoltosi a Montecitorio, un ingresso simultaneo di Israele e della Palestina nell’Unione Europea, cosa che avrebbe posto termine a quel disperato e mai più risolto conflitto; e con Berlinguer l’intera cultura politica italiana concepì una conciliazione degli opposti che, con l’eurocomunismo e “il caso italiano”, avrebbe potuto aprire una stagione del tutto nuova nei rapporti mondiali alla caduta del muro di Berlino. Naturalmente l’Italia pagò dei costi, e se ne pagano ancora: le basi militari americane da nord a sud del Paese, i missili nucleari in Sicilia, Gladio, la scellerata partecipazione alla guerra del Golfo e poi a quella jugoslava, e ci fu chi pagò con la vita, Mattei, Moro, vittime sacrificali, e anche Berlinguer percosso (“ictus”) dalla sua passione morale e politica.
Adesso, proprio quando si pretende che sia “prima l’Italia”, l’Italia non c’è. Non c’è tra i firmatari del Trattato dell’ONU per la interdizione delle armi nucleari, non c’è più con l’operazione “Mare nostrum” e ormai neppure con le ONG per salvare i naufraghi nel Mediterraneo, non si è ricordata il 10 dicembre del settantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, non c’era a Marrakech quel giorno per la firma del patto mondiale contro la rottamazione e il bruciore della Terra,né si è ricordata dei genocidi in corso, quello dei Rohingya laggiù e dei migranti qui sulle vie di fuga dalla Libia e dagli altri inferni provocati da noi.
Né si dica che ciò è a causa del populismo che governa l’Italia. Non è il populismo, che è il modo spregiativo per dire “popolo”, ma l’irrealtà che oggi governa l’Italia e la rappresenta sui media, il popolo non vuole affatto la guerra nucleare né la distruzione della Terra, né lo straripamento delle acque, né i naufraghi ributtati in mare o nelle loro prigioni, né i genocidi comunque camuffati. Ma se il verbo rimesso in auge e veicolato nella cultura comune è di nuovo quello dei ghetti e del razzismo, è facile che dal popolo sgusci qualche mentecatto che svelle le “pietre d’inciampo” incastonate contro l’antisemitismo nelle strade di Roma.
Intanto Amnesty International pubblica il suo rapporto 2017-2018 in cui si documentano tutte le violazioni dei diritti umani di cui la Repubblica italiana già nel 2017, governando Gentiloni, si era resa colpevole.
La speranza è pertanto che l’Italia ritorni. Continua...

venerdì 7 dicembre 2018

GLI SBAGLI SU DIO



Se c’è una cosa che papa Francesco sta facendo da quando ha messo piede sul balcone di san Pietro per prendere in mano la Chiesa, è di dire ai fedeli e ai non fedeli, ai cristiani e ai seguaci di ogni altra religione, ai poveri e ai ricchi: state attenti, non vi sbagliate su Dio. Perché se vi sbagliate su Dio vi sbagliate sul mondo, sulla società, su voi stessi. Né è un rimedio non credere in Dio, perché c’è sempre un idolo pronto a fare le stesse funzioni di Lui.
Quante tragedie, andando indietro nella storia – e anche oggi – si scopre che sono state provocate da una falsa cognizione di Dio? Gelosie, diseguaglianze, machismi, vendette, guerre sante, crociate, schiavitù, inquisizioni, genocidi, respingimenti, terrorismi, scomuniche, annegamenti, e sempre un Dio a giustificarli, un Dio geloso, maschilista, vendicatore, giudice, padrone, re della terra, signore degli eserciti, despota delle anime e dei corpi; e ci sono santi anche famosi che si potrebbero citare a supporto di molte errate rappresentazioni di Dio.
Gesù è venuto a correggere questi sbagli, alcuni vecchi di secoli, a spiegare e svelare la  vera figura di Dio, a “farne l’esegesi”, come dice l’evangelista Giovanni. E non a caso lui era esattamente l’opposto di queste cattive rappresentazioni del Padre, offrendosi lui, Figlio, come criterio di riconoscimento, facendosi umano, facendosi servo, per amore, soltanto per amore, fino alla morte e alla morte di croce.
E se lui ha fatto questo, che cosa dovrebbe fare un papa che parla a nome di lui, e che cosa anche ogni semplice cristiano?
Ma guai a chi toglie di mano al prepotente, al bugiardo, all’omicida, il Dio che gli serve. Senza l’accecamento del popolo, il tiranno è perduto. Per questo il papa è odiato da molti. È uscito un libro di due solerti informatori religiosi – una volta si chiamavano “vaticanisti” – Andrea Tornielli e Gianni Valente, che reca una documentazione impressionante del volume di fuoco che ogni giorno si scatena contro papa Francesco, a partire dalle facili sponde di quella galassia di siti, blog e network mediatici che quotidianamente lo attacca, lo denigra e l’offende, per finirla con lui e avere al più presto un nuovo conclave.
Non è parso vero a tale congiura salire sul cavallo di battaglia della denuncia della pedofilia nella Chiesa e degli scandali finanziari e sessuali di preti e vescovi per investire la Chiesa stessa e la fede e per pregustarne la fine. Cosa, questa, che sarebbe anche possibile se la Chiesa fosse, come lamentava il teologo e sociologo Ivan Illich ai tempi del Concilio, simile alla General Motors, ma non è possibile se è la Chiesa di Dio e del suo popolo. La misericordia e la fedeltà che il Signore le ha promesso erano per sempre, non salvo l’eccezione pedofilia. Sicché il libro che meritoriamente vuol difendere il papa da questi attacchi è troppo tragico, pecca per eccesso di difesa, non c’è alcun “Giorno del giudizio” in agguato, come recita il suo titolo che promette di dire “cosa sta davvero succedendo nella Chiesa” tra “conflitti, guerre di potere, abusi e scandali”.
La Chiesa non è questo. Il caso del cardinale Mc Carrick, cattivo arcivescovo di New York, non è il caso del secolo e non c’entra niente con papa Francesco che è arrivato dopo e gli ha tolto anche la porpora, e il Viganò che immeritatamente ha fatto il Nunzio a Washington e ora se ne è uscito chiedendo le dimissioni del papa, non è il principe dei demoni, ma semplicemente un prelato avvelenato e infedele.  E non è vero che la Chiesa è polarizzata tra una falange che attacca il papa e una minoranza che mal lo difende, ma c’è un immenso popolo di fedeli, più numeroso ormai nel resto del mondo che in Europa e negli Stati Uniti, che con papa Francesco vive in perfetta pace le meraviglie di Dio, oggi annunciate in modo nuovo: come dicono gli Atti degli Apostoli, mentre “quelli di lingua greca” tentavano di uccidere Paolo, “la Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria, si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero”.
Non c’è dunque da prendere il lutto per la Chiesa né pensare che per difenderla non ci sia altro che pregare, smettendo di pensare alle riforme necessarie, all’aggiornamento, all’inclusione delle donne nei ministeri, all’unità vera delle Chiese, al presbiterato uxorato, al rinnovamento antropologico nel primato dell’amore, alla comunione delle fedi, alla salvezza dei migranti, dei poveri, degli stranieri, cose già tanto discusse, e molte in cantiere. La preghiera non è un alibi per mettersi sulla riva del fiume e stare a vedere che cosa passa. È vero che il papa ha chiesto, di fronte a chi minaccia di dividere e spiantare la Chiesa, di recitare il Rosario; ma ciò, con tutto il rispetto per il Rosario, vuol anche dire che non siamo al giorno del giudizio, se basta un rosario ad allontanarlo; nella strategia della comunicazione mettere un rosario contro Viganò e contro tutto il fondamentalismo americano o contro il sordo brontolio della Curia è un messaggio fortissimo di normalità e di speranza; non c’è bisogno di chiedere miracoli.
Sicché la vera difesa è ascoltare e seguire il papa in questo suo quotidiano annunzio di Dio, in questo suo togliergli di dosso maschere e travestimenti, in questo liberarlo – come diceva Turoldo - dal “carico di errate preghiere”.
È quello che è successo col “Pater Noster”, la preghiera forse più nota e più e più ripetuta, ma spesso in automatico, senza che se ne avvertano davvero le parole. Per gli scherzi che sono propri della lingua, per il mutare dei significati, per i tradimenti delle traduzioni da una lingua all’altra, era finito che il Padre venisse invocato, perfino nella Messa, come il Tentatore, come il Cerbero che “ci porta dentro”, “ci induce” nella tentazione; e data la sproporzione di forze tra Dio e il peccatore, con l’alta probabilità che a vincere in questo affacciarsi della tentazione fosse non il tentato, ma il Tentatore.
Forse la gente non si accorgeva di quello che diceva e gli esegeti, gli esperti, i teologi, gli uomini del clero sapevano che non era così, e perciò tranquillamente reiteravano quel latino, e magari dicevano che nella parola di Dio c’è un mistero, c’è un enigma, che bisogna lasciare così, magico, incompreso o incomprensibile per il semplice fedele; ma nella immediatezza della comunicazione di oggi, che va al sodo in 40 battute, il significato è inequivocabile, se uno passa in una chiesa e sente di un Dio tentatore, pensa a un padre che invece di darti un pane ti dà una pietra (Mat. 7, 10), e a un Dio che invece di salvarti, ti perde.
Perciò papa Francesco ha chiesto ai vescovi italiani di tradurre meglio, come già avviene in altri Paesi,  quel “ne nos inducas in tentationem”,  perché non si perpetui e propaghi questo sbaglio su Dio. E che cos’altro di più importante dovrebbe fare un papa, e se non lo fa lui che ne ha il carisma, chi lo deve fare?
Ma ecco che la falange parte all’attacco e il blog di Sandro Magister, che appartiene a quella galassia mediatica di cui si è parlato, subito titola: “Francesco monarca assoluto. Il retroscena del nuovo ‘Padre nostro’ italiano”,  e naturalmente difende la vecchia versione, vuole il Dio tentatore, e il popolo preda della tentazione ordita da lui.
Ma, nonostante questo accanimento digitale, sembra davvero che la Chiesa non abbia a temere. Non c’è, in queste critiche, nemmeno l’ombra di quei grandi saperi teologici che in passato divisero la cristianità. È politica, solo politica (non quella buona): si dice Dio, o si dice “preti pedofili” e si pensa a tutt’altro.

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giovedì 29 novembre 2018

IL TAGLIANDO



Sono già passati 18 anni dall’inizio del secolo, e anzi del millennio, e le cose avvenute sono tali per cui è diventato urgente fargli il primo tagliando, per capire dove sta andando, e se bisogna lasciarlo andare così.
Era cominciato, il  millennio, nella percezione di un grande cambiamento. Con  molta retorica era stato celebrato l’Anno Santo del Duemila, stava cominciando l’euro e stava debuttando, col suo nuovo nome di Eurozona, l'Europa, il comunismo non c’era più e il capitalismo stava prendendo il potere in tutto il mondo promettendo libertà e benessere, all’occidentale, per tutti. Grandi (e piccoli) uomini e donne avevano chiuso il passato, ancora appartenendovi, senza sapere o poter aprire il futuro: Paolo VI, papa Wojtyla, Berlinguer, Gorbaciov, e ancora la signora Thatcher, quella che voleva far tornare l’Iraq all’età della pietra, cioè a prima di Babilonia e di Ninive, il Bush del “nuovo secolo americano”, gli autori del Trattato di Maastricht che avevano scelto l’economia al posto della politica e come sovrano il denaro al posto del popolo. In ogni caso però c’era la sensazione profonda di un principio: a Roma si era istituito addirittura un Assessorato che si chiamava “Roma cambia millennio” e si fecero studi e un convegno internazionale per vedere che cosa si dovesse lasciare e che cosa portare con sé nel passaggio dall’una all’altra epoca; poi Rutelli e il cardinale Ruini decisero che bastava così e tutto fu chiuso.
Ma da allora sono successe cose mai viste che hanno travolto le speranze: la guerra ripristinata come giudice universale e perpetuo; il terrorismo di osservanza islamica e le Due Torri di quell’11 settembre; la devastazione dell’Iraq, dell’Afghanistan, di tutto il Vicino Oriente fino alla Siria; la liquidazione della questione palestinese; la dittatura dei mercati e delle relative Agenzie: le nuove tecnologie guidate e finanziate dal potere per distruggere lavoro umano in tutto il mondo e progettare il “transumano”; il genocidio del popolo dei migranti fino a Trump, fino ad ora, fino al grande Gattopardo dei populismi per cui tutto cambi perché tutto resti com’è.
L’unica grande differenza, l’unica novità che ha fatto irruzione sulla soglia dell’incipiente millennio è stata la nuova narrazione di Dio, delle religioni e delle Chiese intrapresa da un papato non a caso venuto dalla fine del mondo, o forse prima della fine del mondo. Papa Francesco ha indicato almeno i punti all’ordine del giorno perché questa strana società dell’umano possa conservarsi e incedere nel futuro: che si faccia l’unità della famiglia umana e si accolga lo straniero; che il denaro non regni e non governi; che si ascolti il grido dei poveri per la dignità del lavoro, che finisca il pensiero del Dio violento e della guerra che gli è congeniale, che si assuma la custodia della terra, e si restituiscano la donna e l’uomo alla loro vera forma, l’immagine di Dio che li rende indissolubili.
Questi punti dell’agenda per il XXI secolo corrispondono tutti a dei grandi beni umani che abbiamo perduto o stiamo perdendo, ma sono così primari e universali che sempre sono stati cercati  e anche sono stati promessi come beni messianici: la grande assemblea dei popoli sulla montagna santa, ognuno nel nome del suo Dio; che  non siate l’uno all’altro straniero perché foste stranieri in Egitto; la giustizia e il diritto che si baciano; i poveri riempiti di beni e i ricchi mandati a mani vuote; il lavoro “molto buono” compiuto da Dio nel creare, e quello nostro a partire dal suo riposo; i popoli che disimparano l’arte della guerra, l’arcobaleno che annuncia la fine del diluvio e la chiusura del chiavistello delle acque; Dio che non ruggisce nel vento che spacca i monti e devasta gli alberi, ma viene in una brezza  leggera; la differenza benedetta tra l’uomo e la donna nell’unità di una sola carne;  l’uomo, per quanto “potenziato”, irriducibile a un robot.
La nostra idea è che i per i nati in questo millennio, in questo secolo, non basti affacciarsi al parapetto aspettando di vedere come tutto questo andrà a finire, ma che essi debbano decidere come deve andare a finire e a partire da ciò, come diceva Bonhoeffer, pensare e sperare solo ciò di cui risponderanno agendo.
È su questi punti all’ordine del giorno che getterà lo sguardo la prossima assemblea nazionale di Chiesa di tutti Chiesa dei poveri che si terrà il 6 aprile prossimo a Roma.
Dato il suo scopo, dovrà essere un incontro intergenerazionale, perché l’oggetto dell’incontro è esso stesso intergenerazionale e non potrebbe neanche pensarsi o avviarsi il discorso senza uno scambio di saperi e di vissuti tra una generazione e l’altra.

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martedì 20 novembre 2018

TERRORISTI E SICARI


 Ci vuole il coraggio del papa per andare alla finestra domenica, nella giornata mondiale dei poveri, ad annunciare la fine del mondo: non la catastrofe ecologica che avverrebbe per colpa nostra, e che possiamo ancora evitare, ma la fine escatologica che sta nei piani di Dio, quando i cieli e la terra passeranno e il Signore verrà nella gloria e tutti vedranno il suo volto raggiante d’amore. Si trattava in realtà del coraggio di annunciare il Vangelo, opportuno o importuno che possa apparire.  Nessuno però avrebbe potuto accusare il papa di proporre ai poveri l’alienazione di una ricompensa futura nei cieli ferma restando oggi la loro infelicità sulla terra, perché in tutti i modi egli sostiene la causa della loro liberazione e della loro lotta per avere giustizia già qui sulla terra.
Questo ci suggerisce un criterio per intendere il messaggio evangelico che papa Francesco sta riformulando nella sua globalità, in questo momento di svolta della storia umana e della Chiesa. E il criterio è che come nel Vangelo - se si vuole coglierne il senso profondo di rovesciamento rispetto al senso mondano e comune - non si possono prendere le singole parole separate dal contesto dell’insegnamento globale di Gesù, che è quello dell’amore, così si deve fare coi predicatori del Vangelo che lo trasmettono non solo col loro corredo di parole, ma attraverso la loro intera testimonianza. Tanto più questo avviene con papa Francesco, che parla con un linguaggio vivido e figurato, e che per far entrare il Vangelo nella testa e nel cuore della gente dice anche cose sorprendenti e paradossali, come del resto erano paradossali le parabole. Dice per esempio che la Chiesa è un ospedale da campo, che deve occuparsi degli infarti prima che del colesterolo, o che il confessionale non è una sala di tortura, o che la povertà è una prigione. Lo fa nel suo intento di rendere la predicazione di Gesù come se fosse a noi contemporanea, come se il Vangelo fosse scritto oggi.
Spesso, come anche nel Vangelo, le parole o i termini di paragone sono tratti dal campo penale. Succede per esempio nella rilettura sapienziale che nella catechesi del mercoledì egli sta facendo di tutti e dieci i comandamenti, “le dieci parole”. Anzi, parlando dell’ottavo, “Non pronuncerai falsa testimonianza contro il tuo prossimo”, ha detto che sono parole che appartengono proprio al linguaggio forense, e sono quelle che Gesù ha realizzato dando testimonianza alla verità nel processo dinanzi a Pilato; in questa luce papa Francesco ha legato la verità più all’amore che alla conoscenza, perché false relazioni impediscono l’amore,  “dove c’è bugia non c’è amore, non può esserci amore”. E qui il papa ha fatto ricorso a una delle sue iperboli quando ha detto che “chiacchierare è uccidere” e che un chiacchierone o una chiacchierona è un terrorista, perché getta la bomba e se ne va, ma quella bomba distrugge una vita. È evidente che il papa non intendeva dire qui che bisogna consegnare i maldicenti all’Antiterrorismo.
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martedì 13 novembre 2018

IL MONACO E IL GESUITA


Raccontare padre Benedetto a Camaldoli

Paternità, esodo e amore. Nell’itinerario del camaldolese Benedetto Calati una singolare anticipazione del magistero profetico di papa Francesco. La Chiesa come pedagogia, la Bibbia non come un simulacro, la “benedetta differenza” nell’unità di maschile e femminile non ridotta al rapporto di coppia
Raniero La Valle

Pubblichiamo il “racconto” che a partire da due fonti inedite è stato fatto a Camaldoli su padre Benedetto Calati il 2 novembre 2018 nell’ambito del colloquio “Abitare il futuro”, ovvero “I robot a immagine di Dio”, promosso dal gruppo “Oggi la parola”, e dedicato all’intelligenza artificiale e al “potenziamento” dell’umano. 

Sono grato per l’invito a parlare stasera di padre Benedetto Calati, nell’ambito di un colloquio che esplora il tema “Abitare il futuro”. Mi sono chiesto però che ragione c’è di parlare di padre Benedetto proprio qui a Camaldoli, dove si sa tutto di lui, se non altro perché ha passato 70 anni della sua vita in questi monasteri ed è stato Superiore generale dei camaldolesi per 18 anni; dunque si direbbe che almeno per i monaci non c’è niente di nuovo che si possa dire di lui.
Per quanto riguarda invece i partecipanti al Colloquio ci si può chiedere che cosa c’entra padre Benedetto con un convegno in cui si parla del futuro, di quello che sarà questo millennio, che si annuncia così diverso dai millenni precedenti perfino nella  concezione dell’umano, un futuro che non sembra corrispondere a nessuna delle visioni profetiche e delle promesse messianiche su cui padre Benedetto ha impostato tutta la vita, un futuro che semmai sembra rientrare piuttosto nel genere della letteratura apocalittica.
Per poter svolgere con una certa tranquillità il mio intervento, devo perciò prima rispondere a queste due domande.
Quanto alla prima, vorrei dire che di padre Benedetto non è mai esaurito il discorso. Ciò vale del resto per ciascuno di noi. Noi siamo un mistero anche per noi stessi; come per Dio di cui siamo immagine c’è per ciascuno di noi un apofatismo, un’impossibilità di descriverci e di definirci fino al più profondo di noi stessi. Così anche per padre Benedetto; non se ne può archiviare l’eredità come se fosse in se stessa conclusa, non c’è un lascito oggettivo che, una volta ricevuto, si possa mettere negli scaffali dell’Antica Farmacia. Vorrei dire che la Parola vivente che è stata la sua vita più la si legge, più cresce con chi la legge, come lui diceva della Parola di Dio con la famosa citazione di san Gregorio Magno.
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