venerdì 20 aprile 2018

NON COLPA MA GLORIA



Nel tentativo di denigrare papa Francesco, il solo leader mondiale che si frappone alla guerra, il partito antipapista che lo vorrebbe deporre pubblica, sul solito blog di Espresso-Repubblica, un atto di accusa che è il più grande riconoscimento, da parte laica, della straordinaria portata del pontificato bergogliano: “una risposta estrema alla crisi dei rapporti tra la Chiesa e il mondo moderno”, come dice l’articolo di cui parliamo, in un quadro concettuale però in cui il cattolicesimo romano è visto come ridotto alla ingloriosa misura di “struttura portante del mondo occidentale”.
Si tratta dell’analisi di uno storico dell’università di Bergamo, Roberto Pertici, che interpreta la fase che va dal Concilio Vaticano II a papa Francesco come il susseguirsi di contrastanti risposte alla crisi, nel tentativo di difendere ciò che egli giustamente non chiama cristianesimo ma “cattolicesimo romano”, che a suo parere oggi rischia la fine: non certo fine della Chiesa cattolica, precisa, ma del “modo in cui si è storicamente strutturata e autorappresentata negli ultimi secoli”, sulla base del “primato dei successori di Pietro” e a partire dal “Dictatus papae” di Gregorio VII (1075). A partire cioè, vogliamo qui ricordare, da quella sostituzione di Dio con la Chiesa e della Chiesa con il papato in cui è andato a concludere l’Impero cristiano medievale, per cui il secondo millennio si è costruito in Occidente sulla rivendicazione di un papa che avesse un potere supremo su tutto il mondo, che fosse santo d’ufficio “per i meriti del beato Pietro”, che fosse l’unico a poter usare le insegne imperiali, il solo a cui fosse permesso deporre gli imperatori e il solo a cui “tutti i Principi” dovessero “baciare i piedi”; un papa a cui infine, come pretenderà due secoli più tardi Bonifacio VIII dopo lo sprazzo di luce di Celestino V, dovesse essere “sottomessa ogni umana creatura” (dal “Dictatus papae” all’ “Unam Sanctam”).
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martedì 17 aprile 2018

L’OCCIDENTE PERDUTO


Se Israele non avesse attaccato una base in Siria per colpire l’Iran, se Trump non avesse fatto lanciare 19 missili Cruise da due bombardieri B 18 partiti dal Qatar e 66 missili Tomahawk da un incrociatore, da due cacciatorpediniere e da un sommergibile forse passato da Napoli, se la signora May non avesse spedito 4 Tornado che hanno sparato 8 missili e se l’ultimo del terzetto, Macron, non fosse stato della partita facendo scoccare 9 missili SCALP da altrettanti caccia partiti dalla Francia più 3 missili lanciati da fregate, e se i nostri eroi non si fossero premurati di avvisare Putin di non prendersela perché l’intenzione non era né di disturbare la Russia né di distruggere la Siria, allora forse si potrebbe credere che davvero Assad avesse lanciato armi chimiche di sterminio contro la propria popolazione sul proprio territorio nel corso di una guerra civile che ormai stava vincendo, e perciò meritasse di essere punito. Certo, al senso comune ciò appare improbabile e del tutto insensato, ma se lo dicono i giornali può essere vero dato che non c’è mai limite al peggio.
L’esperienza però ci dice un’altra cosa: ogni volta che, dalla fine della seconda guerra mondiale, l’Occidente ha voluto lanciare una guerra, rovesciare un regime, uccidere capi avversari o compiere altri delitti, si è sempre fatto precedere da una bugia che servisse a salvargli l’anima e a persuadere le masse del proprio buon cuore e della propria innocenza. È questa la ragione per cui le armi sono le ultime a sparare e i governi gli ultimi a esporsi: i primi autori e persuasori della guerra sono i servizi segreti, l’intelligence e i media seriali. La guerra del Vietnam, quando l’America cessò di essere l’America di Wilson e di Roosevelt per giungere poi ad essere l’America di Trump, cominciò con la bugia di un attacco navale nordvietnamita nel golfo del Tonchino, poi rivelata come tale dai “Pentagon Papers” nel 1971.
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venerdì 13 aprile 2018

NON È CELESTINO V


L'ambiziosa assemblea antipapista che si è tenuta sabato 6 aprile a Roma ha mostrato tutta la debolezza della fazione che sta cercando di dividere la Chiesa: una sala della periferia romana, cento presenze, due cardinali, due vescovi, un diacono e Marcello Pera; l'atto di accusa contro il pontificato francescano consacrato nella "declaratio" finale (ma in realtà da tempo pronta per l'uso) riguardava unicamente la ben nota controversia sull'eucarestia ai divorziati risposati a cui l'Amoris Laetitia post-sinodale ha aperto la strada attraverso il discernimento e la cura pastorale. Tuttavia la sostanza teologica del pronunciamento romano è gravissima, perché attraverso la dissertazione del cardinale Burke è giunto fino alla proposta della destituzione del papa mediante il ricorso - singolare per un canonista - al "diritto naturale", ai Vangeli e alla tradizione.
Ora però, pur nella debolezza dell'iniziativa, che un piccolo gruppo di dissidenti frustrati possa giungere ad affiggere tali tesi non lontano dalla porta di San Pietro, dimostra anche la vulnerabilità del papato bergogliano. Vulnerabilità in forza del Vangelo: perché se il papa ancora si incoronasse col triregno, vestisse la mozzetta rossa imperiale e come controfigura di Dio fosse padrone di angeli, potrebbe muovere le sue schiere, mobilitare l'Azione Cattolica, i baschi verdi, i Comitati Civici e i Legionari di Cristo, per avere ragione dei suoi avversari; ma non ha schiere, e non vuole neanche difendersi perché sa che chi difende la propria vita la perde.
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venerdì 23 marzo 2018

CREDITI DI GUERRA

Esclusa qualsiasi cosa in contrario (compresa la difficile fase italiana), la madre di tutte le notizie è oggi che l’ex Presidente della Repubblica Francese Nicolas Sarkozy, dopo 48 ore di interrogatorio nel commissariato di polizia di Nanterre, è stato incriminato dalla Giustizia francese e messo in libertà condizionata per il delitto di essersi fatto corrompere da Gheddafi con 5 milioni di euro mediante i quali carpire il voto dei francesi e farsi eleggere Presidente della Repubblica nel 2007 (se no avrebbero vinto i socialisti). Se questa è formalmente la materia dell’accusa, dietro si staglia lo spettro dell’ipotesi che quattro anni dopo il Capo dello Stato francese abbia fatto la guerra alla Libia e procurato l’uccisione di Gheddafi per coprire quel primo delitto, per distruggerne la prova, sopprimerne il coautore e, per inciso, per estinguere il debito. E dunque la notizia è questa: non che la politica possa essere corrotta e farsi finanziare illecitamente, questo già lo sappiamo. La notizia riguarda il motivo per cui si è fatta quella guerra, riguarda la qualità dei motivi per cui si fanno le guerre, riguarda la guerra come delitto per occultare altri delitti, come alibi per scagionarne gli autori, come foresta in cui nascondere una foglia, come tempesta in cui confondere un colpo di vento.
Però la guerra alla Libia non è stata solo della Francia. È stata di tutto l’Occidente. È stata la guerra degli Stati Uniti, ed è stata la guerra anche nostra. L’hanno fatta Cameron come Obama e Hillary Clinton, Sarkozy come Berlusconi e Napolitano, il Belgio come la Spagna, il Canada, la Danimarca e perfino il Qatar (non però la Germania), l’ha fatta la NATO ed è stata condotta da Napoli. E poiché nessuna guerra si improvvisa, ma deve essere preparata nei cuori, chi scrive ricorda che già negli anni 80 in una visita della Commissione Difesa della Camera alla base aerea di Trapani-Birgi, si trovò che gli uomini del 37° Stormo dell’Aeronautica militare lì dislocato, venivano eccitati all’odio contro Gheddafi che per di più, secondo gli americani, aveva sparato due missili (fantasma) verso il mare di Lampedusa.
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martedì 20 marzo 2018

IL PAPATO SI RINNOVA ED È DI NUOVO PROTESTA


Per gli arruolati al partito antipapista la testimonianza dell’ex papa Benedetto XVI a sostegno di papa Francesco, a conferma della sua sapienza teologica e della continuità del suo pontificato con quello precedente, è arrivata come una sciagura. Così hanno cercato di azzerarla, svelando che nella lettera dell’ex papa c’era anche una riserva per uno dei teologi che aveva collaborato alla collana pubblicata dalla Libreria Editrice Vaticana per i primi cinque anni di pontificato. Ma per quanto la critica a uno degli autori della collana potesse essere fondata, ciò nulla toglie alla notizia principale, che sta nel rifiuto del precedente pontefice di prendere le parti  o addirittura la guida della fazione anti-Bergoglio. La quale, dalla casamatta del blog dell’Espresso, annuncia ora per il 7 aprile a Roma una specie di Convenzione antagonista per pubblicare le Tesi di una nuova Protesta.
Tornando alla Chiesa, c’è da dire che questo strascico polemico seguito alla limpida presa di posizione dell’ex papa Benedetto, ha avuto il merito di portare alla ribalta, come oggetto di riflessione, la natura stessa del papato, anche al di là del giudizio sull’oggi. E ciò proprio perché è stato papa Benedetto a far cadere l’ostacolo che impediva un ripensamento della natura e del modo di esercizio del primato petrino, e perciò impediva la riforma del papato, condizione e volano della riforma della Chiesa.
L’ostacolo era  che nel corso del secondo millennio cristiano il papato era stato fortemente mitizzato, quasi messo al posto di Dio. La manifestazione più vistosa nel Novecento se ne ebbe nella figura ieratica di Pio XII, il “Pastor Angelicus”; poi, dopo la parentesi di Giovanni XXIII, la mitizzazione giunse ai fasti di papa Wojtyla, che si disse avesse sconfitto da solo il comunismo e che le folle plaudenti volevano “santo subito!”.
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venerdì 16 marzo 2018

UN ATOMO DI VERITÀ



di Raniero La Valle

Oggi, 16 marzo, è il quarantesimo anniversario del rapimento di Aldo Moro e dell’uccisione degli uomini della sua scorta. Per ricordarlo si è fatto largo ricorso sui giornali e in TV a interviste ai brigatisti che compirono il crimine, i quali hanno rievocato fatti e ideologie del tempo, con abbondanza di particolari e con un certo distacco più da storici che da criminali.  Così nelle due puntate di Atlantide di Andrea Purgatori si sono potuti ascoltare Mario Moretti, Valerio Morucci, Raffaele Fiore e, in un filmato fatto prima che morisse, il carceriere di Moro, Prospero Gallinari.  
Quello che ne risulta è il tragico infantilismo e l’incultura del modo in cui essi “pensarono” la rivoluzione. Sapevano dai cinesi, e lo dicono, che “la rivoluzione non è un pranzo di gala”, ma allora ne fanno un gioco; un gioco con la vita degli altri di un cinismo e di un’ingenuità senza pari, un gioco assurdo giocato come se fosse serio: la rivoluzione come navicella che galleggia su un lago di sangue, la vita del giudice ucciso che è solo un granello irrilevante nel turbine, la folle idea che la rivoluzione non debba essere processata dallo Stato e  ciò prima ancora che abbia vinto, nel momento stesso in cui cerca di abbatterlo, la presunzione che tutto si decida qui, che loro sono liberi da ogni controllo, che il mondo di cui l’Italia è parte non esiste, il delirio di pensare che nessuno li stesse usando, Moro che deve essere ucciso perché se no chi glielo dice ai compagni che non si è ottenuto niente?  
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sabato 10 marzo 2018

UN PAPATO MESSIANICO

Lo scarto è finito, non c’è nessuno che non sia eletto da Dio. Contrappasso non è giustizia, la divina commedia è finita. Il Signore ritorna, la parola cammina, la sua voce risuona in molte voci, voce dei poveri voce di tutti, voce della Chiesa, le nostre voci
Raniero La Valle
Dopo cinque anni di papa Francesco, che si compiono il 13 marzo, certamente si può confermare ciò che già apparve all’inizio del pontificato, e cioè che egli fosse venuto per riaprire, a una modernità che l’aveva chiusa, la questione di Dio . E infatti il ministero di papa Francesco è un ininterrotto annuncio del Dio del vangelo, un Dio inedito, un Dio che sorprende, un Dio non più “tremendum” ma solo “fascinans”. Però oggi dire questo non basta più. Ci vuole una sorta di “relectio de papa Francisco”, una rilettura che vada al di là dei due stereotipi in base a cui oggi si parla di lui: quello dell’esaltazione e quello della denigrazione: apologetica contro riprovazione. Mi pare invece che l’approccio giusto sia quello di una interpretazione: il pontificato di Francesco va interpretato perché nasconde un mistero. Come si parlò di un “mistero Roncalli”, “ le mystère Roncalli”, alludendo al mistero o carisma del papa che aveva convocato il Concilio, così c’è un segreto di questo pontificato che va interrogato, che va svelato. E forse da questa interpretazione, anche dopo che esso sarà concluso, dipenderà il futuro della Chiesa. 
C’è un’interpretazione diffusa di questo pontificato come di un pontificato profetico. E certamente è verissima, né è smentita dal fatto che esso sia contrastato, perché anzi è proprio della profezia essere combattuta. Però se fosse solo profetico, non ci sarebbe niente di veramente straordinario, perché la storia della Chiesa, sia sul versante della successione apostolica che sul versante della tradizione dei discepoli, è piena di profeti, papi compresi: basta pensare a Leone Magno che con la sua lettera a Flaviano dona alla Chiesa la fede di Calcedonia, o a Gregorio Magno che attraverso la figura di san Benedetto è il vero padre dell’Europa. 
Io però penso che si possa dare un’interpretazione ulteriore, come non solo di un pontificato profetico, ma di un pontificato messianico.
Messianico cioè, semplicemente, cristiano
Neanche questo di per sé sarebbe straordinario; perché messianico non è che l’altro nome del cristiano, Cristo non è che il greco di Messia, quindi “un papa messianico” è come dire “un cristiano sul trono di Pietro”, come si disse di papa Giovanni; ma siccome ci siamo dimenticati di questa identità messianica e il popolo cristiano ignora il greco, non è così ovvio, e un pontificato messianico appare effettivamente straordinario. 
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mercoledì 7 marzo 2018

UNA FELICE DISCONTINUITÀ



Dopo il 4 marzo


Il voto del 4 marzo, raffigurato nella cartina colorata trasmessa quella sera in TV, ha mostrato due Italie: l’Italia del Nord, identificata dalla maggioranza di centrodestra a trazione leghista, e l’Italia del Sud, identificata dalla maggioranza 5 stelle, ben radicata e rappresentata anche nel Nord.
Diciamo subito che noi amiamo tutte e due le Italie, come un’Italia sola; che questo è un amore fatto di stima e ricco di speranza, e che nell’analisi di ciò che l’Italia ha fatto il 4 marzo cercheremo di dare ragione di questo illeso amore e di questa robusta speranza.
L’elettorato ha espresso un voto che ha sorpreso, da nessuno sondato e immaginato così. È stato un voto che in molti ha suscitato dolore, sgomento, in qualcuno addirittura indignazione e paura. Per rispetto di questi sentimenti occorre escludere qualsiasi trionfalismo e guardarsi da ogni giudizio saccente, manicheo, bianco o nero, tutto bene o tutto male.  
Però si possono cogliere alcune positività non indifferenti di questo voto.
Prima di tutto è venuto meno il demone di un crescente astensionismo. Gli italiani non hanno licenziato con disprezzo la politica. Qui i poteri opprimenti non hanno ancora vinto. La democrazia continua, la Costituzione è salva. I giovani hanno votato. Anzi sono stati decisivi. Con entusiasmo lo hanno fatto quelli che, per l’età, votavano la prima volta. Incoscienti, certo, perché non sanno il passato, ma nuovi, ansiosi di futuro.

Una feconda, netta discontinuità

In secondo luogo le elezioni del 4 marzo hanno introdotto nella vita politica italiana una netta discontinuità. Naturalmente non sempre la discontinuità è positiva, perché il dopo può essere peggiore del prima. Tutti i conservatori la pensano così. Però senza discontinuità il nuovo non accade e la storia è finita. La discontinuità è la soglia attraverso cui può fare irruzione l’inedito, l’insperato, può scoccare il tempo propizio, può giungere l’occasione che va colta, può passare quello che gli antichi chiamavano il kairόs, con le ali ai piedi, da afferrare prima che scompaia. È la cesura che interrompe quello che Walter Benjamin  nella sua filosofia della storia chiamava il tempo “omogeneo e vuoto"; e la politica italiana aveva bisogno di questa discontinuità, perché il suo tempo stancamente ripetitivo non solo era vuoto, non solo era sordo a qualsiasi parola nuova, come per esempio quella della critica di sistema di papa Francesco, ma di discesa in discesa stava arrivando a un punto di caduta, rischiosissimo, e la gente stava male. Ora dunque si tratta di prendere in mano la discontinuità, non subirla, e volgerla al meglio.
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