martedì 7 agosto 2018

La pena di morte: arriva il Vangelo


 È una bella giornata per la Chiesa perché una nuova notizia proveniente dal Vangelo viene annunciata a tutto il mondo, una verità che pur racchiusa nella Parola di Dio non era ancora stata mostrata alla luce; e questa volta il balzo innanzi nella espressione della fede non avviene per la caduta in disuso di una dottrina o perché il popolo fedele smette di crederci, ma per una pronunzia esplicita e un ripensamento dello stesso magistero, nella persona del successore di Pietro. E la verità mostrata alla luce è questa, che la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona.
Non era affatto scontato, perché il Catechismo della Chiesa cattolica, riformulato nel 1992, diceva ancora tutt’altro, e perché nello stesso Stato pontificio, fin quando si è esercitato il potere temporale, la pena di morte era vigente e veniva inflitta a piazza del Popolo con “mazzola e squarto”; poi passava la “Venerabile Arciconfraternita di Gesù, Maria e Giuseppe dell’anime più bisognose del Purgatorio” a fare la questua per l’Anima del condannato, senza però fermarsi “in tempo della Giustizia nella Piazza del Patibolo”, come diceva la convocazione dei Fratelli questuanti, che assicurava come per tal Opera Pia essi avrebbero acquistato “merito grande appresso Dio”.
Ora un “Rescritto” inviato a tutti vescovi a nome del Papa il 1 agosto, stabilisce una nuova versione del n. 2267  del Catechismo della Chiesa cattolica, che dice così:
«2267. Per molto tempo il ricorso alla pena di morte da parte della legittima autorità, dopo un processo regolare, fu ritenuta una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti e un mezzo accettabile, anche se estremo, per la tutela del bene comune.
Oggi è sempre più viva la consapevolezza che la dignità della persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi. Inoltre, si è diffusa una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato. Infine, sono stati messi a punto sistemi di detenzione più efficaci, che garantiscono la doverosa difesa dei cittadini, ma, allo stesso tempo, non tolgono al reo in modo definitivo la possibilità di redimersi.
Pertanto la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che “la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona”, e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo».
La formula definitoria tra virgolette è tratta dal discorso di papa Francesco dell’11 ottobre scorso al Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione; l’impegno della Chiesa per l’abolizione della pena capitale in tutto il mondo ne è invece la conseguenza da trarne sul piano pastorale e politico.
Nel presentare questa decisione c’è stato un grande scrupolo a dire che questo non è un cambiamento di dottrina, perché la Chiesa è sempre stata per la vita, e questo è vero; ma hanno ragione gli avversari di ogni cambiamento a protestare  che qui è proprio la dottrina a essere mutata, perché era proprio con argomenti di dottrina che la pena di morte, sia pure con crescenti restrizioni e distinguo, era stata fin qui ammessa. Ma proprio qui sta la grandezza di questo evento per la Chiesa; papa Francesco, appellandosi all’autorità del Concilio e di Giovanni XXIII, e dello stesso Giovanni Paolo II,  l’aveva anticipato e motivato in quel discorso dell’11 ottobre, quando aveva detto che “la Parola di Dio non può essere conservata in naftalina”, che vi sono novità del Vangelo di Cristo che “non sono ancora venute alla luce”, e che non si deve “umiliare l’azione dello Spirito Santo” mettendolo a tacere quando “non cessa di parlare anche oggi”.
E proprio qui sta l’importanza dell’evento. Ricordarsi che nel Vangelo non tutto è stato scritto, perché anzi, come dice l’evangelista Giovanni alla fine del suo, se fossero scritte  tutte le cose compiute da Gesù,  il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere”; e ci sono cose che Pietro stesso non aveva capito nemmeno quando aveva Gesù ai suoi piedi che glieli lavava, e che capirà solo dopo, non l’indomani, perché anzi l’indomani lo tradirà, ma nei secoli futuri. Ed è gran cosa che Pietro abbia capito adesso (e altre cose si potranno capire in futuro) che la pena di morte non ci deve stare nel Catechismo, e ha deciso  di toglierla, perché alla fine dove non è arrivato l’incivilimento, arrivi il Vangelo. Perché l’altro aspetto pregnante di questa novità è la sua motivazione, che è una motivazione antropologica:  ed è che nessuna persona perde la sua dignità neanche dopo aver commesso crimini gravissimi.
Il problema politico di oggi (per cui ne va della stessa salvezza della terra) sta nel fatto che la politica, e la cultura che la genera, non sanno più che cosa sia “l’uomo”: la vecchia antropologia, che pur è stata capace di grandi riuscite, è finita, e non si sa più concepirne una nuova: questa confusione di lingue su che fare dei profughi, dei poveri, degli scarti, degli esuberi, perfino dei pensionati, lo dimostra. Quello che forse ci sta dicendo papa Francesco è che, dopo aver riaperto, come lui ha fatto, la questione di Dio, bisogna ora riaprire la questione dell’uomo.

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martedì 31 luglio 2018

I CITTADINI, PRIMA DELLA CADUTA


Dobbiamo attrezzarci fin da ora per la strenua battaglia che dovremo condurre con tutte le nostre forze contro l’evento più pericoloso di questa fase politica, che potrebbe introdurre danni irreversibili nella nostra comunità italiana e che per questa ragione non si può correggere dopo, ma occorre impedire prima. Non ci riferiamo all’una o all’altra delle proposte economiche e politiche per loro natura opinabili, che ogni maggioranza ha il diritto di avanzare, secondo i propri programmi o “contratti”, e su cui non vogliamo ora discutere, non trattandosi qui di prendere posizione pro o contro il governo. Ci riferiamo invece a una modifica di sistema, quella dell’art. 52 del Codice penale sulla legittima difesa.
Una riforma di questo istituto fu già tentata nella scorsa legislatura quando la Camera approvò a grande maggioranza una maldestra legittimazione dell’uso delle armi in ogni caso di violazione di domicilio (o ufficio, o negozio), quando questo avvenisse  “di notte” o con violenza, minacce o inganno, modifica di cui lo stesso Renzi si pentì per cui il provvedimento fu poi insabbiato al Senato.  Ma poiché la pulsione a estendere la portata della legittima difesa è trasversale alle forze politiche, ora una nuova concezione e promozione di essa viene avanzata dalla Lega di Salvini e dalle altre forze della destra (contrario, questa volta, il PD) ed ha cominciato l’iter legislativo al Senato. Ma al contrario del pasticcio escogitato nella passata legislatura, questa volta l’intenzione è chiara: si tratta di trasformare la legittima difesa da esimente dalla responsabilità di un reato (“non punibile”, secondo la valutazione del giudice) in azione qualificata come diritto, e dunque presunta sempre come legittima salvo prova in contrario.
Non si tratta solo della modifica di una norma, è un cambiamento di cultura e di civiltà.
La forma originaria in cui la legittima difesa  figurava nel nostro Codice fino al 2006, era incredibilmente ispirata a un supremo principio cristiano: non si deve mai sparare o fare del male a nessuno neanche se si è offesi, il farlo si presume come reato, a meno che si sia costretti a farlo “dalla necessità” di difendersi – dice l’art. 52 - “contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa”; insomma, per ogni morto ammazzato era comunque obbligatoria l’azione penale. Nel 2006 su impulso del ministro leghista della Giustizia, Castelli, fu aperto un primo squarcio nella norma presupponendosi come proporzionato l’uso di armi legittimamente detenute per difendersi in casi di violazione di domicilio (o negozio o ufficio) quando non vi sia desistenza e vi sia pericolo d’aggressione.
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martedì 24 luglio 2018

SIONISMO SENZA DEMOCRAZIA?


C’è una notizia che è stata quasi nascosta, perché è difficilissimo darla, non sanno come farla accettare dal senso comune, ma è di tale portata da marcare una cesura nella storia che stiamo vivendo. Lo Stato di Israele, almeno nella sua veste ufficiale e giuridica, cambia natura. Non è più lo Stato che unisce democrazia ed ebraicità, come era nel sogno del sionismo, ma è definito come uno Stato-Nazione ebraico, uno Stato del solo popolo ebreo nel quale gli altri, quale che sia il loro numero, sono neutralizzati nella loro dimensione politica, cioè nella loro esistenza reale: non partecipano di ciò che, in democrazia, si chiama autodeterminazione, la quale è riservata al solo popolo ebreo, il solo sovrano. Gli altri sono naturalmente gli Arabi, e in modo specifico i Palestinesi, musulmani o cristiani che siano.
Infatti giovedì 19 luglio il Parlamento israeliano, la Knesset, ha approvato a stretta maggioranza con 62 voti favorevoli e 55 contrari una legge di rango costituzionale che era in gestazione da tempo, la quale fissa in questi termini perentori la natura dello Stato, che finora non si era voluta definire in alcuna Costituzione formale, in base all’idea che la vera Costituzione d’Israele è la Torah (la Scrittura). Per intenderci un primo articolo Cost. del tipo “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo…” sarebbe stato impensabile per Israele; e infatti, dopo un primo approccio iniziale per il quale furono consultati i libri di Carl Schmitt, il tentativo costituzionale fu abbandonato, come ci ha raccontato a suo tempo Jacob Taubes. Però per il sionismo fondatore che aveva voluto bruciare i tempi dell’Attesa visto il ritardo del Messia, era fuori discussione che dovesse trattarsi di uno Stato democratico. Sicché almeno una correzione è stata introdotta all'ultimo momento nel testo della legge, su richiesta del Presidente di Israele Reuven Rivlin, che in una lettera ai parlamentari aveva espresso il timore che essa potesse “recare danno al popolo ebraico, agli Ebrei nel mondo e allo Stato di Israele”. È stata abolita infatti la norma che permetteva a qualsiasi comunità (ebrea ma anche non ebrea) di costituirsi come comunità identitaria chiusa, su base religiosa o nazionale, con esclusione dal proprio ambito di tutti gli altri (non-ebrei, non-drusi, non ortodossi, ecc), il che rischiava di creare in Israele una rete di apartheid segregati a pelle di leopardo; invece, caduta questa norma, la separazione che viene costituzionalizzata è posta a garanzia dei soli insediamenti ebraici, privando di diritti tutti gli altri.
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mercoledì 18 luglio 2018

LA SCONFITTA DI SALVINI


Salvini è già sconfitto. La sua controrivoluzione è fallita. Il vero proposito di Salvini, la sua vera promessa all’elettorato dell’Italia della paura, non era infatti di centellinare gli immigrati spartendoli tra i vari Paesi europei, ma era di fermarli ai confini del mare e bloccarli nelle loro prigioni arretrate; voleva difendere, come diceva, i cinquecento milioni di europei dall’invasione di questi stranieri, dopo che “a casa loro” li avevamo depredati di tutto.  Non gli è riuscito, e la debolezza delle sue prove di forza (porti chiusi e navi ferme) dimostra che non ci riuscirà, né lui né alcun altro stratega dell’apartheid europeo come lui. Non ci riusciranno per il semplice fatto che i presunti invasori, invece di arrivare con armi e bastoni per forzare le frontiere d’Europa, si fanno salvare da noi. Se giungessero brandendo una spada, come i Goti, gli Unni e gli altri Barbari, o correndo il mare con ben armati vascelli, come fecero i Turchi, sarebbe una festa per i difensori della bianca Europa e i buttafuori del mondo libero: li farebbero fuori tutti, ben addestrati al genocidio come siamo, ma in modo politicamente corretto, con la “guerra giusta” e il diritto internazionale in mano.   Del resto questo l’Occidente si era preparato a fare quando, venuta meno la minaccia del cosacco da est, ha cambiato nemico, ha rinominato l’arabo come nemico,  ha predicato la crociata contro Stati canaglia e terroristi, ha dato alla NATO una competenza militare globale, e ha orgogliosamente proclamato la guerra perpetua, la giustizia infinita e il nuovo secolo americano. Tutto inutile: I nemici vengono con le magliette rosse, per farsi trovare nella notte, i bambini come gemme catarifrangenti  si fanno salvare. A che serve la NATO? Trump non vuole più pagarne nemmeno le spese. L’assurdo (o la beffa?) è che, sgominate le navi delle ONG, le navi militari da intercettare perché piene di nemici e diffidate dall’avvicinarsi ai nostri porti e alle coste, sono ora quelle della Marina militare italiana.
La controrivoluzione volta alla conservazione e al ripristino del vecchio ordine dell’Europa sovrana, sta in realtà facendo esplodere le contraddizioni del sistema. Salvini con i profughi, la May con la Brexit, Trump con i dazi, i Cinquestelle con il lavoro stanno mostrando che il re è nudo. Quell’ordine che è stato instaurato dopo la fine della guerra fredda si è rivelato del tutto sbagliato e ora la brutalità dei “populismi”  lacerando  le vesti che lo ricoprivano, senza poter fornirgliene di nuove, mostra tutta la violenza di un sistema non più sostenibile, che va profondamente mutato.
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martedì 3 luglio 2018

Non è l'Europa


C'è un  appello ineludibile del missionario Alex Zanotelli a ricordarsi dell'Africa, ad aprire gli occhi sulla disperazione dell'Africa, a squarciare la cortina di silenzio che nasconde il dolore del continente che noi abbiamo depredato e che l'Europa vorrebbe ora trasformare in un immenso campo di detenzione in cui sigillare e stremare i suoi abitanti perché non si azzardino a passare il mare per venire a disturbare i sonni delle fratricide borghesie europee.
L'Europa ha consumato il suo proprio rinnegamento, ha proclamato a gran voce ciò che già era senza confessarlo: un tempio di cambiavalute chiuso alle genti e presidiato alle porte da guardiani armati e buttafuori governativi.
Questo è stato alla fine il risultato dell'iniziativa brutale di Salvini, fino al paradosso che mentre egli  chiedeva la redistribuzione in Europa dei migranti arrivati in Italia, nella sua stessa logica, in nome della sua stessa cultura egoistica del "verboten" e dello scarto, è stato chiesto all'Italia di riprendersi i profughi che dall'Italia erano riusciti a passare in Germania o in altri Paesi. È la perenne lezione della violenza: quando si usa violenza c'è sempre una violenza più forte e più incisiva che prevale.
L'Europa, chiamata a pronunziarsi sulla rivoluzione migratoria dalla forte iniziativa italiana, ha scelto, senza se e senza ma, la controrivoluzione, da Macron a Seehofer a Salvini ai Paesi di Visegrad. Frontiere chiuse e avviso ai naviganti di lasciar perdere in mare i naufraghi (anche i bambini dei papà, come direbbe Salvini) o di destinarli alle motovedette penitenziarie libiche. Nello stesso tempo l'Europa rimetteva a intese volontarie tra i singoli Paesi un'eventuale ricollocazione dei profughi tra loro. In quell'istante nel vertice di Bruxelles finiva l'Unione Europea e restava un'unione intergovernativa europea, singoli Stati sovrani correlati da intese e trattati tra loro. Finiva l'Europa ma restava l'euro: lui, l'unico sovrano. E da questo momento in poi il problema non ê più quello di uscire dall'euro, ma di farvi entrare l'Europa.
Si è avverato così ciò che era stato predetto da molti, e in particolare tra noi da  Luigi Ferrajoli: un'unione monetaria senza una democrazia politica è destinata a fallire.
Ma l'Europa che chiude porti e frontiere, che fa la controrivoluzione con campi di espulsione e di detenzione (di "ancoraggio"!) dentro e fuori i confini del proprio territorio, è veramente l'Europa, è cioè quella "idea d'Europa" che corrisponde all'immaginario di un italiano, di un francese, di un berlinese quando sente parlare d'Europa?
Noi, quando diciamo Europa, inevitabilmente pensiamo alla "piccola Europa", quella di Altiero Spinelli, di De Gasperi, Schumann, Spaak, Adenauer, che nacque sulla spinta ideale del superamento dei conflitti culminati nella seconda guerra mondiale. Era un'Europa figlia della Resistenza e dell'antifascismo, aveva le stesse origini della Costituzione italiana, per questo le due andavano d'accordo. Essa escludeva l'Est, nata com'era a ridosso della cortina di ferro, era parte integrante della NATO, incorporata nel sistema Occidente. Noi ne lamentavamo la ristrettezza e il settarismo atlantico, ma le culture erano omogenee, le classi politiche di governo pensavano allo stesso modo.
L'Europa dei 28 ha invece una tutt'altra origine, nasce dal capitalismo vincente che si è proclamato globale alla caduta del Muro, si è europeizzato a Maastricht e con Prodi ha integrato nell'Unione Europea e nel sistema Occidente i Paesi dell'Est, precipitosamente sottratti all'influenza russa (intesa come ex-sovietica). Questa Europa, figlia di un'altra storia, non ha parentele con la Costituzione italiana, e si vede. Non è che da noi ê venuto meno l'europeismo, è l'Europa che non si trova più.
A questo punto deve essere chiaro che se la partita politica è importante, quella culturale lo è ancora di più. Perciò il magistero del governo è pericoloso, e gli eventi seguiti al 4 marzo ne portano la responsabilità. Ora infatti tutto deve essere cominciato di nuovo e la cultura che abbiamo perduto o stiamo perdendo, quella che un tempo fu l'anima dell'Europa e anche nostra, dovrà essere il primo scalino per salire a una nuova cultura, a un'anima più dilatata e fraterna.

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martedì 26 giugno 2018

NON COME NELL'ALTRO GENOCIDIO

Il prezzo è molto alto: l’imbarbarimento del discorso politico in Italia, denunciato da Pax Christi; l’aggiunta di odio e paura alle scelte già gravissime dei precedenti governi, denunciata da mons. Nogaro e Sergio Tanzarella; impotenza, interventi maldestri, discussioni e contenziosi della comunità internazionale, dell’Europa,e dell’Italia denunciati dall’arcivescovo di Milano Delpini col Consiglio pastorale, e soprattutto l’odissea dei profughi parcheggiati e riforniti in mare per giorni e giorni davanti a porti chiusi (quelli di Pozzallo sono alfine sbarcati ieri): a questo prezzo i Paesi d’Europa, almeno quelli fondatori, sono stati messi in crisi, si sono specchiati nel loro egoismo di Paesi pieni di ricchi, e pur sempre litigando tra loro hanno cominciato ad ammettere che delle soluzioni vere vanno cercate, buttando a mare il troppo comodo regolamento di Dublino. Si vedrà nel prossimo vertice; in ogni caso il piano presentato dal presidente italiano Conte, in sei premesse e dieci obiettivi, segna il ritorno della politica, della coraggiosa e paziente ricerca di soluzioni intese al bene comune, e soprattutto pone sul piatto la verità da tutti finora occultata di questa crisi: la questione dei migranti non si può affrontare con misure di emergenza, perché non è un’emergenza, è la nuova condizione del mondo, lo struttura, e perciò va affrontata e avviata a soluzione con misure strutturali e visioni a lungo termine. Discuteremo le proposte, e vedremo se questa carica dirompente piantata dall’Italia in Europa sarà recepita e governata in modo ragionevole e costruttivo, oppure se, compressa, farà saltare il mal architettato edificio istituzionale europeo. La rivoluzione in corso, come l’abbiamo definita, non ha un esito scontato.
C’è però un prezzo che, pur nella ricerca di soluzioni difficili, non può essere pagato, un limite invalicabile che non può essere superato in corso d’opera e nemmeno nel concepire ipotesi di soluzioni future: quello di sigillare i profughi lì dove sono, in terra od in mare, o di riportarli con la forza nei lager, nelle galere e nei luoghi di tortura da cui sono usciti.
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martedì 19 giugno 2018

SI SI, NO NO

Pubblico una lettera scritta per il sito Chiesa di tutti Chiesa dei poveri a seguito di un chiarimento su diverse questioni che erano state sollevate.

Care amiche ed amici,

queste “Notizie da Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” e il sito che le invia hanno taciuto dall’8 giugno dopo una grave critica avanzata da un giornalista della comunità di san Paolo, secondo cui l’attuale direttore del sito farebbe abuso del “Movimento” esprimendo a suo nome opinioni ecclesiali sociali e, peggio, politiche che sono solo sue. Questa critica è stata poi condivisa anche da una delle persone che fanno parte del gruppo dei promotori e organizzatori dell’iniziativa da cui il sito deriva.
Ciò ha offerto l’occasione per un chiarimento nell’ambito del gruppo promotore che è bene mettere in comune.

1) Chiesa di tutti Chiesa dei poveri non è un movimento, ma è una casa comune nella quale idealmente abitano persone gruppi riviste e interessati alla vita della Chiesa che all’avvicinarsi dei 50 anni dall’inizio del Concilio, nel 2012 vollero levare un grido per rivendicarne l’attualità e impedire che esso fosse seppellito nella Chiesa come c’era stata ragione di temere nel corso degli ultimi pontificati. Alla prima assemblea romana dedicata a questo scopo ne seguirono altre negli anni successivi, ma ormai quel grido era stato levato e fatto risuonare in tutta la Chiesa e anche nel mondo da papa Francesco. Si pensò perciò di continuare con una specie di incontro virtuale permanente che prese le forme comunicative del sito web e relativa newsletter, senza nessun altro cemento o vincolo comune che il patrimonio di idee e di analisi accumulatosi, con l’apporto di molti, nelle assemblea succedutesi a partire dalla prima; assemblee in cui quell’incontro virtuale aveva potuto rendersi visibile così come potrà accadere ancora in futuro.
Dunque non esiste un’entità organizzata “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” di cui si possa pretendere che esista un’opinione autentica o addirittura ufficiale, e nemmeno un’ecclesiologia o una teologia o un’ermeneutica che le sia propria. Esiste invece un consenso, espresso e reiterato, a scegliere di servire il Dio della misericordia, a invocare il patto di non uccidersi e a confidare che nell’attuale durezza del tempo, possa venire un tempo, e sia questo, in cui il Vangelo è annunziato in modo nuovo e possa fiorire la gioia di tutti e specialmente dei poveri.
2) In questa prospettiva che è propria del regime di incarnazione, non è neanche pensabile che si faccia astrazione dai problemi della società e della storia. Non ci sono spazi sacri alla politica con cui non ci si debba contaminare, non ci sono territori off limits in cui i critici del secolo non dovrebbero entrare, non ci sono spazi posseduti dal mondo ma interdetti ai credenti, in cui essi non abbiano voce, o in cui possano parlare solo a patto che svestano i loro panni, si censurino, e facciano finta che la fede non c’è. Un laicismo così volgare non è più invocato nemmeno dai mangiapreti, anche se è del tutto funzionale a conservare il mondo com’è.
Perciò una sollecitazione a un sito che ha un nome cristiano a occuparsi solo di incensi, di dottrine o di dissensi ecclesiali e non di politica, col motivo che a causa della sua natura, ma anche della sua patologia, in essa è molto più difficile trovarsi d’accordo, non è ricevibile. È uscito in questi giorni in Italia un libro di Martìn-Barό, uno dei gesuiti uccisi dagli squadroni della morte nell’Università Centro Americana del Salvador, in cui si fonda un nuovo sapere, la “Psicologia della liberazione”. L’assunto, come per la teologia della liberazione, è che venga superato il dualismo tra la storia della salvezza e la storia del mondo, tra un rassegnato e indegno “qui ed ora” e un felice “dopo”, ideologia preconciliare, questa, che ha causato vere e proprie devastazioni in America Latina e non solo. La storia è solo una, non c’è un ordine sociale stabilito per natura che non debba essere investito dalla parola della liberazione.
Perciò il sito e questa lettera, quando è necessario, parlano anche di politica, che si tratti del 4 dicembre in cui si è salvata la Costituzione, o del 4 marzo in cui i partiti che si credevano titolari e interpreti predestinati dell’ordine naturale delle cose, hanno perso le elezioni e il potere.
3) L’altra questione da chiarire – e qui chi scrive parla in prima persona – è con quale autorità io pubblichi nel sito e scriva la sua newsletter. Trattandosi di una pubblicazione periodica che reagisce anche ai fatti del giorno, la figura a cui sito e lettera devono essere assimilati è quella di un giornale, come anche è suggerito nella dicitura dell’home page. Di tale giornale non sono io – Raniero La Valle – né il proprietario, né l’editore che sarebbe semmai il gruppo dei promotori e organizzatori. Avendone però da questi ricevuto il mandato, ne sono responsabile come direttore. Ciò comporta per me un duplice obbligo: di rendere onore in questa funzione alla professione del giornalista, e di corrispondere con dignità alla responsabilità e al rischio di dirigere un organo di informazione. Credo però che ciò sia possibile solo se lo si fa secondo verità e in piena libertà.
Non sempre è facile e spesso ciò è causa di angustie personali e di strappi dolorosi. Posso ricordare due episodi di quando dirigevo “l’Avvenire d’Italia”. Una volta, a Natale del 1964, l’editore esigeva che in nome dell’unità politica dei cattolici richiesta dalla Chiesa, sostenessimo l’obbligo dei parlamentari democristiani, a pena di essere considerati pubblici peccatori, a eleggere Giovanni Leone presidente della Repubblica, mentre il Parlamento si orientava in tutt’altra direzione. L’editore era il papa, perché “l’Avvenire d’Italia” era il giornale nazionale dei cattolici, e un po’ di soldi, registrati però come capitale, venivano dal Vaticano; il giornale non era in pareggio perché carente della fonte principale di finanziamento che era (e ancora è) la pubblicità, dal momento che i vescovi non volevano nemmeno che si mettessero in pubblicità i film che allora il Centro Cattolico Cinematografico “vietava” ai minori di 16 anni. Ma mentre il papa voleva l’unità degli eletti, il giornale seguiva la linea di rispettare la laicità del Parlamento, nonostante il parere della proprietà, e non la mutò. Fu quella la prima volta, del resto, dodici anni prima della candidatura dei cattolici nelle liste del PCI, che l’unità politica dei cattolici fu rotta in Parlamento (e in quella occasione, per la scelta di principio di Leone contro Fanfani, fu eletto Saragat).
Un’altra volta l’editore (ancora Paolo VI) voleva che il giornale smettesse di condannare i bombardamenti americani sul Vietnam del Nord, per attestarsi invece sulla linea di neutralità della Santa Sede, e il giornale non lo fece. Su ciò saltò poi non solo il giornale ma anche la diocesi di Bologna; tuttavia tutte e due le volte era il giornale che aveva ragione. Ma lì il principio era che ciascuno facesse in coscienza, cioè in verità e libertà, il suo dovere: il direttore facesse il direttore, il papa il papa, il vescovo il vescovo. A ognuno il suo peso, a ognuno dire il suo “SI SI NO NO”. La penso ancora così: ma è l’ordine delle cose.
4) Perciò mi sono accorto di uno sbaglio che ho fatto quando per scrupolo ho firmato con il mio nome alcune di queste newsletter che più direttamente comportavano opinabili valutazioni politiche: il 7 marzo, il 29 maggio, il I, il 5 e l’8 giugno. Alle volte per tutta la vita si combatte contro un determinato errore, e poi si finisce per caderci senza accorgersene.
L’errore è quello dell’artificio inventato da Jacques Maritain che è servito per decenni a legittimare il clericalismo dei partiti cattolici e l’apparente laicità della loro sembianza. L’artificio consisteva nella distinzione schizofrenica tra ciò che i cattolici facevano “in quanto cattolici”, secondo le direttive della Chiesa, e ciò che facevano “in quanto cittadini” nello spazio residuo che gli era lasciato per decidere da loro. Nel nostro caso l’errore sarebbe di distinguere ciò che uno scrive come direttore di un organo di opinione, e ciò che uno scrive come persona; nel primo caso come responsabile, nel secondo caso come utilizzatore dell’organo che dirige. L’errore sta in questo, che in ogni giornale ciò che non è firmato è riferito al direttore, e ciò che è firmato è di chi lo scrive, non al di fuori però della responsabilità di chi dirige. Perciò non c’è bisogno che questa o quella newsletter sia firmata, a meno che non sia scritta da autori diversi dal direttore del sito. Ciò naturalmente non comporta alcuna presunzione che le valutazioni espresse nelle lettere corrispondano a quelle di tutti coloro che si riconoscono nell’ispirazione di Chiesa di tutti Chiesa dei poveri, e ancor meno di tutti gli iscritti consenzienti alla newsletter, molti dei quali, senza scelte di merito, vogliono semplicemente essere informati e seguire questa iniziativa.
5) Né sarebbe accettabile la proposta di sostituire alla gestione responsabile del sito una “gestione democratica”, per la quale in una lista di attesa fossero prenotati “aderenti al movimento” che a turno ogni tre o quattro mesi si alternassero a trattare ogni argomento, che si tratti di intimazioni al papa su come deve fare il papa, o del rimpianto per l’occasione perduta di Renzi. Qui il modello è quello che dilaga nelle tavole rotonde, nei talk-show televisivi, nelle maratone elettorali e nei fili diretti radiofonici, in cui il pensiero unico si riproduce e si impone nelle variegate vesti di Arlecchino.
6) Pertanto avendo il gruppo dei promotori e organizzatori del sito confermato il mandato di dirigerlo al direttore in carica, ciò di cui egli ringrazia, e chiarita la questione della imputabilità a lui di quanto pubblicato senza altra specificazione di fonte, riprendiamo l’invio della newsletter che non sarà firmata, salvo che abbia altri autori, o in casi di eccezione e finché non sia diversamente stabilito. Continua...