venerdì 15 novembre 2019

RIPUDIO DELLA DIALETTICA


C’è di nuovo un furioso attacco al Papa accusato ora da “cento studiosi” di idolatria a causa della liturgia che ha ospitato i segni della devozione india durante il Sinodo per l’Amazzonia. Questo nuovo attacco al Papa non è che la continuazione dell’offensiva cominciata nell’estate del 2016 con una lettera accusatoria indirizzata ai cardinali e patriarchi della Chiesa cattolica orientale, ripresa il 16 luglio 2017 con la cosiddetta “Correctio filialis” e proseguita con la lettera ai vescovi e alla Chiesa del 30 aprile 2019, cose di cui si può trovare notizia nel sito chiesadituttichiesadeipoveri.it sotto il titolo: “La santa eresia di cui è accusato Francesco” e nella newsletter dell’11 maggio 2019: “Mirabile eresia”.
Si tratta di una campagna che non sembra godere di molta vitalità e accusa ormai la sua usura dato che a condurla sono sempre gli stessi e dicono le stesse cose, anche se in un’escalation che passa dalla “correzione filiale” alla denuncia di eresia, alla richiesta di dimissioni, all’anatema per idolatria. Dunque non vale tanto la pena fermarsi su quest’ultima aggressione, quanto chiedersi qual è la vera contrapposizione che spinge una minoranza ecclesiale a rifiutare il magistero e la pastorale di papa Francesco. Ci sembra che essa consista nel fatto che si vuole ripristinare una “Chiesa contro”, rovesciando il modello della “Chiesa per”, che è poi il modello dell’“essere per gli altri” del Vangelo, irreversibilmente adottato da papa Francesco. E diciamo “irreversibilmente” perché volere una “Chiesa contro”, quale la rivendicano i cattolici e gli atei devoti della destra americana e non solo, significa non volere nessuna Chiesa, perché una Chiesa contro gli Indios, contro gli immigrati, contro i poveri, contro le donne, contro i divorziati, contro i “comunisti”, contro i protestanti, contro i musulmani, contro i maledetti dagli uomini e benedetti da Dio non sarebbe più possibile, finirebbe in una setta irrisoria. Che magari avrebbe ancora con sé “i cento studiosi” schierati oggi contro papa Francesco, ma non più il popolo di Dio.
Allora forse vale la pena capire meglio la novità di Bergoglio e perché essa è così crocefissa e difficile, tanto che egli non smette di chiedere di pregare per lui. Bergoglio, gesuita, come risulta dalla preziosa sua “biografia intellettuale” scritta da Massimo Borghesi (perché ci sono studiosi e studiosi!), viene dalla dialettica, cioè da una lettura “dialettica degli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola”,  e in genere di tutta la spiritualità ignaziana, appresa alla scuola del gesuita francese Gaston Fessard.  Una dialettica certo non hegeliana, bensì risolta nella Trascendenza e nella Chiesa. Ma tutta la storia umana, da Eraclito fino a Hitler, è dominata dalla dialettica. Per il filosofo greco il gene della guerra, “pόlemos”, era “il padre e principio di tutte le cose, di tutte re”, gli uni svelando come dei, gli altri come uomini, gli uni facendo schiavi, gli altri liberi; e questa dialettica conflittuale, dominando tutto il corso storico, è giunta ultimamente, ai nostri giorni, a preconizzare la fine, perfino fisica, del mondo. Ed ecco che il gesuita divenuto papa Francesco porta la Chiesa fuori della dialettica, la fa non signora ma serva (lava i piedi a tutti, all’Europa, alle donne, ai musulmani), la fa sorella delle altre Chiese e altre fedi, la fa madre della fraternità umana, nunzia dell’ “armonia delle diversità”, non solo di colore, di razza, di sesso, di lingua, ma anche di religione, tutte frutto “di una sapiente volontà divina con la quale Dio ha creato gli esseri umani”, come dice il documento cristiano-islamico di Abu Dhabi, e la fa testimone dello scambio, e non della contraddizione, tra grazia e libertà. Ma ancora di più con la sua incessante tessitura dell’unità umana, papa Francesco spinge il mondo ad uscire dalla legge ferina della dialettica (amico-nemico, sommersi e salvati, uomini e donne, cittadini e stranieri, identità collettive e minoranze, “prima noi” e “fuori loro”) per assumere la veste nuziale dell’accoglienza, dell’inclusione, dell’eguaglianza e dell’amore. Che sia questo ripudio della dialettica, strumento del potere, altare dei contrari, assieme al ripudio della guerra che già abbiamo costituzionalizzato, il cambiamento d’epoca che abbiamo intravisto e stiamo aspettando?

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sabato 9 novembre 2019

IL MURO E IL PENSIERO


Ricorre oggi il trentesimo anniversario dell’apertura del muro di Berlino, e i giornali ne sono pieni. Quello che non viene detto è che l’Occidente sbagliò del tutto la lettura di quell’evento e perse un’occasione storica straordinaria per richiamare in servizio i suoi ideali perduti e dar mano a una nuova costruzione del mondo.
Invece che come inizio del nuovo, l’Occidente visse infatti l’evento come conferma del vecchio, come convalida e premio della sua condotta passata. “La guerra fredda è finita, e noi l’abbiamo vinta”, andò a dire alla Camera il ministro degli esteri De Michelis. C’era, in quel giudizio, l’ultima vittoria dell’ideologia del conflitto, l’ultimo grido della vecchia dialettica non più intesa come strumento della ragione ma identificata con la realtà stessa, una realtà nella quale la differenza è pensata come antitesi, i diversi sono considerati opposti, le polarità come alternative, e perciò non ci può essere quiete, conciliazione, ma contraddizione, tensioni, alienazione e guerra. Coerenti a questa visione furono le conseguenze che se ne trassero: che la riunificazione tedesca avvenisse non per integrazione ma per annessione, e per quelli dell’Est fu un disincanto; che, venuta meno la deterrenza atomica, la guerra fosse ripristinata, e fu subito la guerra del Golfo; che, con la fine dell’URSS, il capitalismo non avesse più bisogno di essere mitigato con welfare e simili per poter sostenere il confronto col socialismo; che ormai, privo di competitori, il vangelo neoliberista del mercato potesse giungere fino agli estremi confini della Terra, e divenirne la Costituzione materiale, e via via anche formale, e che la globalizzazione selvaggia ne fosse il regime,  avente  le merci e il denaro come sovrani e la gran parte degli esseri umani come esuberi, come residui e come scarti.
Ciò che non si volle vedere fu che l’apertura o la caduta e rimozione del muro, fu un grande evento politico; certo vi sfociava la crisi del comunismo, ma esso fu effetto di una decisione politica presa da Gorbaciov contro la riluttanza dei dirigenti tedeschi dell’Est. Soprattutto però era il frutto di un nuovo pensiero politico, il primo vero, nuovo pensiero politico che si affacciava alla storia dopo la grande stagione costituente che aveva prodotto la Carta dell’ONU, le Convenzioni sui diritti e le Costituzioni postbelliche. Non importa che si chiamasse glasnost o perestrojka; era il pensiero dell’unità umana, il pensiero della fatuità di continuare ad ammassare armi nucleari per guerre che non si potevano vincere e che quindi non potevano essere combattute; era un pensiero per il mondo, un mondo ricomposto, oltre la dialettica signore-servo, amico-nemico che aveva fin lì dominato la filosofia e la storia.  
Quando il 9 novembre dell’89, “cadde” il muro di Berlino, era passato un anno dal discorso di Gorbaciov all’ONU che aveva invitato  tutti a cambiare le cose, a  smantellare le armi, a rimettere i debiti al Terzo mondo, a tutelare l’ambiente, a rilanciare l’ONU , a fare un mondo solidale e interdipendente, unito e diverso, in un sistema di relazioni non settarie; e per convincerli che faceva sul serio aveva annunziato di cominciare da se stesso, di cominciare dall’URSS a ridurre le armi, a togliere mezzo milione di soldati, diecimila carri armati, ottomila artiglierie e 800 aerei da combattimento dall’Europa, a concedere una moratoria di cento anni per gli interessi sul debito ai Paesi poveri o a cancellarlo del tutto, a cessare il fuoco in Afghanistan, a instaurare uno Stato di diritto, a ristabilire il primato dei diritti umani.   Ed erano passati tre anni da quel 27 novembre 1986 in cui a Nuova Delhi Gorbaciov e Rajiv Gandhi, a nome di un miliardo di esseri umani e un quinto dell’umanità, avevano lanciato un appello per un totale rovesciamento della politica di dominio e di guerra e avevano proposto di costruire “un mondo libero dalle armi nucleari e non violento” in cui la vita umana fosse considerata il valore supremo, i popoli fossero rispettati, “Est e Ovest, Nord e Sud, indipendentemente dai sistemi sociali, dalle ideologie, dalle religioni e dalle razze” fossero uniti nella fedeltà al disarmo e allo sviluppo; e la catastrofe ecologica fosse scongiurata. Ma l’Occidente ignorò o non volle credere a questa rivoluzione di pensiero e di comportamenti, il sistema di guerra non se ne fece scalfire, e neanche l’apertura del Muro accese la scintilla di un ripensamento, di un’autocritica; la reazione fu quella suggerita dai riflessi condizionati e dagli stereotipi di sempre, dall’idea che questo, dei vincitori, è il modo di stare al mondo.
Per una singolare coincidenza il giorno prima della caduta del Muro, l’8 novembre, noi eravamo a Washington, al Pentagono e al Congresso, con una delegazione della Commissione Difesa della Camera in viaggio negli Stati Uniti per una missione conoscitiva. C’era tra l’altro da discutere il trasferimento dalla Spagna in Italia, da Torrejon a Crotone, di una base e uno stormo americano di F 16, cosa per nulla gradita ai calabresi. Gli interlocutori del Pentagono e della Camera, pur esprimendo speranze nella distensione, si mostrarono del tutto inconsapevoli e scettici sul reale mutamento della politica sovietica, ci sommersero di dati e tabelle sulla perdurante minaccia militare russa, ci dissero che non si sapeva come sarebbe andata a finire. Non sospettavano quello che sarebbe accaduto l’indomani, e sostenevano che comunque Stati Uniti e NATO dovevano persistere nel potenziamento della loro forza militare. Nei giorni successivi, ormai caduto il Muro, andammo ad Omaha, nel Nebraska, al Comando Aereo Strategico titolare della potenza nucleare degli Stati Uniti, che aveva come motto “la guerra è il nostro lavoro, la pace il nostro prodotto”, e poi al Comando del NORAD, che è quello della difesa spaziale, scavato all’interno dei monti Cheyenne nel Colorado; in ambedue i luoghi i discorsi e il viso dell’armi furono gli stessi.  Andammo pure alla base di Nellis, nel Nevada, da cui attraverso un maxischermo fu possibile seguire la manovra militare interalleata “Red flag” che in quei giorni si stava svolgendo.  Potemmo anche parlare con gli aerei in volo. Ce n’era uno che volava sempre, non atterrava mai, perché a bordo c’era un signore, un generale, che lontano da terra, girando sopra l’America, doveva garantire che in caso di un attacco nucleare che distruggesse i comandi dei missili al suolo, ci fosse sempre qualcuno lassù che potesse lanciare la ritorsione atomica e fare l’Armageddon. Collegati con lui, gli dicemmo: “generale, scenda giù che la guerra è finita” e lui rispose no no, non si può essere sicuri, dobbiamo restare sul piede di guerra. Scoprimmo anche una buona dose di religiosità in quella fede nelle armi: nelle tre Accademie militari che abbiano visitato alla fine, dell’Esercito, dell’Aereonautica e della Marina, la prima cosa che ci fu mostrata fu la rispettiva cattedrale: una con l’organo più grande del mondo, l’altra con la croce fatta di pale d’elica, l’altra con un Gesù frangiflutti che cammina sulle acque, e l’urna dell’eroe portata al cielo sul dorso di delfini.
La morale è che ci vuole un pensiero per far cadere i muri, ma se pur cadono i muri e non cambia il pensiero tutto continua come prima e anche peggio. Quel 9 novembre di Berlino fu un momento unico, irripetibile, un tempo favorevole, un “kairόs”, come lo chiamavano i Greci, che corre fuggendo con le ali ai piedi, e se non l’afferri al passaggio non torna più. Ma ora c’è da fare un miracolo: quel kairόs della caduta dei Muri dobbiamo farlo ripassare e non lasciarlo fuggire più.

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giovedì 7 novembre 2019

EGOFASCISMO

Il cardinale Ruini (ex presidente della CEI e vescovo vicario di Roma negli anni 1991-2008) suggerisce di dialogare con Salvini, che viene pensato come futuro: come futuro suo ma anche nostro (“ha notevoli prospettive davanti a sé”). Ciò vuol dire passare nei confronti di lui dalla resistenza al viatico, e togliere il tappo che fortunosamente il sistema politico italiano ha messo per impedire o almeno ritardare l’irruzione delle acque dei pieni poteri, traboccanti da urne precocemente convocate. Questo tappo, per quanto improvvisato e maldestro, è la cosa che dà ragione del governo in carica e lo trasforma in governo della ragione. 

Passare dalla resistenza al viatico al leader leghista, significa togliere il tappo, privare di questa ragione il governo, farlo cadere. È ciò che dal primo giorno della sua concezione e della sua nascita stanno facendo molti poteri interni ed esterni al governo, che operano perfino tra le forze che lo hanno concepito e lo abitano. Tra questi poteri che giorno dopo giorno scalzano le fragili fondamenta su cui il governo si regge, c’è quasi l’intero sistema culturale e mediatico che agisce sotto dettatura del denaro. Tale è la TV commerciale, interamente  determinata dal denaro, il quale si svela  platealmente decidendo palinsesti, maratone e tempi concessi ai  programmi nelle interruzioni tra una pubblicità e un’altra.  I soggetti che fanno i programmi, diventano in tal modo essi stessi oggetti. Non è la televisione che fa la pubblicità, è la pubblicità che fa la televisione. Cioè è il mercato, e meno male che c’è il mercato perché, venuto meno il controllo umano, almeno il mercato per sue non tanto misteriose ragioni ha interesse che qualcosa di umano continui, che la convivenza regga, e che i cori razzisti, che minacciano di far interrompere lo spettacolo negli stadi, non ci siano.

Ora la TV gestita dal denaro sa benissimo che, assunto come fine il profitto, la sola produzione redditizia è lo spettacolo. E gli spettacoli costano: basta guardare ai Teatri dell’Opera, le cui recite a causa dei cori, delle orchestre, delle prime donne e delle messe in scena costano troppo, e che perciò chiudono. Ma la TV commerciale ha trovato le uova d’oro, ha trovato lo spettacolo che non costa nulla e anzi paga addirittura per essere rappresentato. Questo spettacolo è la politica, che da sola può coprire l’intero arco della programmazione, quando è mattina, quando è sera, quando è notte e poi di nuovo mattina. Ma lo spettacolo che fa audience (lo si sa fin dal Teatro greco) è la tragedia e la farsa. E la politica va benissimo come spettacolo, a patto che si presenti come tragedia e  come farsa; e se in se stessa non è né tragedia né farsa, la TV ce la fa diventare, la deve restituire così, altrimenti dovrebbe trasmettere altre cose, molto più care. Ciò vuol dire che in quanto “medium”, strumento mediatico, la TV deve farsi mediatrice e autrice del falso, della fake news per eccellenza: perché la politica è tutt’altra cosa di ciò che viene mostrato,  è l’impresa del vivere insieme, e vera politica non è solo la contesa per questo o quel problema determinato, ma quella per cui ne va delle condizioni di vita e del destino degli uomini e delle donne sulla terra.

È in questa più larga visione che il tappo non va tolto.

Ma perché c’è questa scelta, questa deriva a favore di Salvini? Salvini non ha solo un futuro, ha anche un passato. Il passato di Salvini sono la cultura e la politica dell’Occidente dopo l’89, da quando cioè si è fatta la globalizzazione, ma senza un’idea (un’ideologia!) che la fondasse, senza il pensiero di un’unità umana di cui essa fosse l’effetto; e questo passato, in Italia, è anche  il passato della Chiesa di Ruini, dagli anni 80 fino a papa Francesco, nel lungo tempo dell’eclissi del Concilio. Caratteristica di quella Chiesa fu l’idea che nella società, man mano che scemava la fede, la Chiesa dovesse farsi portatrice di un “progetto culturale”, di una cultura in vesti secolari: non di una politica, perché quella, mandato al macero il “cattolicesimo democratico”, la si lasciava fare ai politici, alla destra che c’era, tallonata però perché si rendesse “permeabile” alle istanze cattoliche e così, come rivendica Ruini, portasse dei “frutti” per la Chiesa.

In tal modo la Chiesa si è incorporata alla cultura della modernità, i fedeli sono stati lasciati a quei pascoli. Ed è questo meticciato culturale (ateismo e rosari) che è giunto fino a noi. È la cultura di una Chiesa quale è stata, e che come tale è destinata a finire se papa Francesco non sarà continuato e si vorranno chiudere le porte alla Chiesa che sarà.

Ora la vecchia cultura, oggi endemica se non egemone, non è atta a salvare la Terra e a far sì che la storia continui. Giustamente Salvini rifiuta di essere chiamato “fascista” e denuncia chi lo fa, anche se il Pubblico Ministero di Milano dice che non è reato. Il fascismo è un fenomeno storico nato dallo scempio della prima guerra mondiale e dall’estro di Mussolini, e non è ripetibile in qualsiasi altra forma. Però è proprio dell’uomo dare il nome alle cose, e anche “rinominarle”, quando occorre, come ora ci fa fare il computer.  Si può rinominare il fascismo, riconoscere il fascismo eterno dandogli il nome di “egofascismo”, un nome che riassume tutta una cultura e tutta una storia. L’egofascismo è mettersi al centro, prima e al posto di ogni altro e far questo con qualunque mezzo, al costo di qualsiasi violenza, al principio di ogni sacrificio. È la morale del Principe, la ragion di Stato, il nucleo duro della sovranità; è dire “prima gli Italiani” o “solo gli Italiani” e perciò chiudere i porti, destinare i migranti all’inferno, far passare la cultura “meglio morti che sbarcati”, singolare rovesciamento del grido “meglio morti che rossi”, e ripresa del più antico “me ne frego”: della morte e della perdizione dell’altro.   È la cultura della dialettica, della contraddizione, che è poi la cultura del nemico, da Eraclito ad Hitler, fino alla cultura del maggioritario, fino alla minaccia: “con un voto in più si governa su tutti”.

Se davvero siamo ad un cambiamento d’epoca, è questa cultura che deve cambiare. C’è un’altra cultura, non dell’alternativa ma dello scambio (il cristianesimo, di cui si baciano i simboli, è il rovesciamento assoluto della dialettica, con la sua unione tra umano e divino, che addirittura ha definito “consustanziali”); è la cultura dell’ “I  care” (mi preme), del “prima gli altri”, “prima i poveri, i deboli, gli scacciati”,  è la cultura della casa di tutti e dell’unità umana, la cultura per la quale o ci si salva tutti insieme o non si salva nessuno.


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martedì 29 ottobre 2019

DUE BUONE UNA CATTIVA

La nuova forma di sinodalità che ha messo insieme le Chiese della regione amazzonica con tutti i loro vescovi ed ausiliari, i missionari, i ministri, le dirigenti di comunità e altri laici e laiche, insieme alle rappresentanze dei popoli amazzonici, una sinodalità così profondamente pensata “che riconosca l’interazione di tutto il creato”, come recita il documento finale del Sinodo che ha avuto termine il 26 ottobre a Roma, ha mostrato di essere in grado di innescare processi di vera riforma della Chiesa e di poter dare molti frutti. Vedremo ora che conseguenze ne trarrà il papa, ma la strada è aperta.
Delle conclusioni del Sinodo vorremmo citarne due molto positive, ricche di futuro, e una terza che sul futuro lascia aperta invece una gravissima incognita.
La prima cosa di straordinaria importanza è l’apertura all’introduzione nella Chiesa latina di sacerdoti sposati (già presenti nelle Chiese di altri riti). Lasciamo stare tutte le cautele, le ragioni più o meno persuasive che ne sono state addotte, la strettoia di limitarne il reclutamento tra i diaconi permanenti già sposati, la circoscrizione del loro servizio “alla regioni remote dell’Amazzonia”. Tutto questo è il pedaggio che si deve pagare ai custodi imbalsamati del passato, ai prelati infedeli che minacciano scismi ad ogni passo, alla gradualità necessaria a ogni processo di riforma. Ma è chiaro che, come hanno invocato molti vescovi, si dovrà passare a un “approccio universale del tema” del celibato obbligatorio per i preti nella Chiesa, e poiché, come dice il Concilio, nella Chiesa cattolica romana, “sussiste la Chiesa di Cristo”(pur senza esaurirvisi), la cosa è della massima portata.
Che questa porta si apra, e magari all’inizio solo si socchiuda, ha un valore di principio che va ben oltre l’emergenza della scarsezza di clero e lo stesso statuto del ministero presbiterale. Riguarda l’antropologia e il messaggio stesso della fede. Non si può infatti ignorare che, al di là di tutte le ragioni pastorali e teologiche addotte a favore del celibato, alla radice della tesi dell’inconciliabilità tra matrimonio e sacerdozio c’è il vituperio del sesso, il cui esercizio è considerato ragione di impurità, antitetico al sacro, e anzi un peccato riscattato solo dalla finalità della procreazione nelle forme stabilite. E non solo la sessualità è stata bollata come peccato, ma come “primo peccato”, peccato originale onde tutti gli uomini e le donne (tranne Gesù e la Madonna) sarebbero nati contaminati e destinati alla perdizione, salvo il lavacro del battesimo fuori del quale, nemmeno per i bambini, ci sarebbe stata salvezza. Oggi non si osa più dirlo, ma per secoli questo è stato l’insegnamento che a partire da Agostino ha infestato tutta la Chiesa. E' chiaro che il suo universale diffondersi non si può imputare solo ad Agostino, ma certo lui ha fatto passare l’idea che il peccato di Adamo, propagatosi poi in tutti i suoi discendenti non per imitazione ma per procreazione, fosse un peccato di concupiscenza carnale. Come dice nel “De peccatorum meritis.. (ad Marcellinum)”, a causa della sua disobbedienza il corpo di Adamo perse la grazia di obbedire alla sua anima, “e ne sortì fuori quel movimento bestiale e vergognoso per gli uomini che fece arrossire Adamo per la propria nudità”: in sostanza l’orgasmo. Ne derivò che gli uomini per “una specie di malattia scoppiata da una repentina e pestifera infezione” persero il loro privilegio di non mutare d’età e “ si incamminarono alla morte”, tutti poi morendo in Adamo che ha “corrotto in sé per la marcia segreta della sua concupiscenza carnale” tutti coloro che sarebbero venuti “dalla sua stirpe”.
È a partire da questa antropologia che amore sessualità e morte hanno viaggiato insieme, dilaniati tra peccato e legge, tra libertà e grazia, e quella benedizione ineffabile per cui uomo e donna furono creati diversi, ma in una sola carne, è diventata maledizione e ha informato etiche e mistiche; un monaco ricordava in questi giorni l’ossessiva presenza della tomba nell’insegnamento dell’eremita camaldolese san Pier Damiani, che incitava alla lotta contro gli istinti sessuali con digiuni veglie preghiere lacrime flagellazioni e perfino “un’augurata evirazione”, portata in dono da un angelo di Dio nella notte, drastico rimedio al rischio dell’impurità.
C’è tutto questo dietro l’idea che il sacerdote non dovesse contaminare con mani impure il pane dell’eucaristia, nel fatto che i coniugi vivessero le loro notti nel rischio continuo di peccare, sotto lo sguardo inquisitorio di Ogino, che la donna fosse agognata e temuta nella Chiesa, e la Chiesa stessa pensata come maschile e celibataria. Ma se la Chiesa esce dai suoi recinti per divenire, come Dio l’ha pensata, l’umanità stessa in cammino nella storia, ciò diviene insensato.
Perciò il Sinodo dell’Amazzonia porta una buona notizia quando, per risolvere il problema di chiese senza eucaristia, presuppone un’altra antropologia, un’altra responsabile e gioiosa ricezione della parola: e saranno due in una carne sola. Fare l’amore (legittimo!) e poi consacrare l’eucaristia: che meraviglia!
La seconda buona notizia, vera riforma, è lo sdoganamento dei ministeri ordinati nella Chiesa. Tutta la Chiesa è ministeriale (al servizio di tutti) e nuovi ministeri devono far fronte a esigenze nuove. Perciò non solo si rinvigoriscono ministeri antichi (il lettorato e l’accolitato) e per le donne si rilanciano la ricerca e il percorso già avviato per il loro accesso al diaconato permanente, ma si introducono nuovi ministeri: ministeri speciali nelle parrocchie e a tutti i livelli di Chiesa per la cura della “casa comune”, in particolare del territorio e delle acque, e la promozione di una ecologia integrale, il ministero di “donne dirigenti di comunità”, e quello per l’accoglienza dei migranti che dalla selva si inurbano in città.
La notizia non buona è che ancora non si vede la luce su come far fronte alla distruzione del sistema fisico e umano che minaccia la Terra e rischia di interrompere la storia. Chiarissima ne è la consapevolezza, determinata è la volontà di farvi fronte, forte la fede che l’uscita si troverà. In ciò il Sinodo è stato esemplare: l’Amazzonia rischia di essere distrutta dall’egoismo predatorio del sistema economico e produttivo dominante, ma l’Amazzonia si fa figura ed epitome di tutta la Terra, e le Chiese amazzoniche se ne fanno carico all’interno però di una responsabilità condivisa di tutte le Chiese per tutta la Terra. Ma da qui all’attuazione politica di misure atte a invertire la corsa verso la fine c’è un abisso che ancora non si sa come colmare. Come passare dalla “Laudato sì”, alla salvezza effettiva del sistema? Le proposte del Sinodo, pur generose e lungimiranti, sono irrisorie dinanzi alla gravità della sfida. Certo, bisogna difendere le acque, e le foreste, e il respiro dell’Amazzonia, “cuore biologico della Terra sempre più minacciata”. Ma per la Terra intera la sola cosa che si propone alla Chiesa è di “animare la comunità internazionale a mettere risorse per un modello di sviluppo giusto e solidale”. Ma intanto? Basta questo a salvare la vita e la storia sulla Terra? Questo è compito della politica, è compito nostro, qui fede e politica si incontrano. Continua...

martedì 22 ottobre 2019

AMORE IN AZIONE

Un accorato appello a sostegno di papa Francesco viene lanciato dal Premio Nobel per la Pace, l'argentino Adolfo Perez Esquivel. Esso è rivolto non solo alla Chiesa ma agli uomini e donne amanti della giustizia e della pace perché sia salvaguardata la pastorale della misericordia esercitata dal papa. "Amore in azione" è infatti il titolo dell'appello volto a contrastare gli attacchi che ogni giorno a papa Francesco vengono mossi da lobbies e gruppi di potere e mediatici di ogni tipo interni ed esterni alla Chiesa. L'appello può essere firmato attraverso il link indicato nell'appello che pubblichiamo sul sito www.chiesadituttichiesadeipoveri.it
Il filo rosso che lega il Sinodo sull'Amazzonia al Concilio Vaticano II, attraverso il passaggio di papa Francesco è testimoniato da un evento di questi giorni: a più di 50 anni di distanza da molti partecipanti al Sinodo è stato rinnovato il Patto delle Catacombe con cui, alla fine del Concilio Vaticano II, molti vescovi invocarono una Chiesa povera e per i poveri. Il Patto ora rinnovato, nelle stesse Catacombe di Domitilla, è "per una Chiesa dal volto amazzonico, povera e serva, profetica e samaritana".
Da due importanti fonti cattoliche pubblichiamo poi sul sito due testi: il primo, dal giornale Avvenire, rievoca la strage italiana perpetrata contro il monastero copto-ortodosso di Debre Libanos in Etiopia ai tempi della colonia fascista, di cui sarebbe gran tempo di chiedere perdono; il secondo dalla rivista dei gesuiti Civiltà Cattolica è una bella recensione del mio libro "Lettere in bottiglia" che comprende molte lettere spedite dal sito di chiesa di tutti chiesa dei poveri, di cui si sottolinea l'apertura alla speranza.

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venerdì 18 ottobre 2019

RITORNO ALLA POLITICA



Tutti i testi pubblicati oggi sul sito “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” invitano a un ritorno alla politica, alla purificazione e alla rilegittimazione della politica. Infatti l’abbiamo perduta, divorata dall’”antipolitica”, e gli effetti sono devastanti e di grande pericolo.
Il primo invito viene da Gandhi e si trova nell’importante contributo che Rocco Altieri, presidente del Centro Gandhi e direttore dei Quaderni Satyagraha, ha mandato in Vaticano per un convegno che, all’insegna del dialogo tra le religioni, si è ivi tenuto il 1 ottobre scorso, alla vigilia del 150° anniversario della nascita del Mahatma. Nell’autobiografia scritta in prigione tra il 1922 e il 1924 e poi in un articolo su un giornale di Bombay Gandhi scrive di non poter concepire la sua vita senza occuparsi di politica. Infatti in tutta la vita di Gandhi politica, pensiero e religione si intrecciano, ma in modo tale che la politica precede il pensiero e lo nutre: la parola e la nozione di satyagraha, intesa come forza di resistenza non violenta che nasce dalla verità e dall’amore, è per la prima volta enunciata da Gandhi nel settembre 1906 in Sud Africa al culmine della campagna per i diritti degli immigrati indiani vittime del razzismo dell’Impero inglese, e il pensiero della nonviolenza cresce in coerenza e ricchezza lungo tutto il corso delle lotte per la liberazione dell’India dal dominio britannico e per l’unità tra indù e musulmani.
Il secondo invito viene da Claudio Napoleoni, l’economista e filosofo che ha denunciato l’alienazione oltre la stessa critica di Marx alla società borghese, e alla fine della sua vita ha fatto sua la drammatica domanda di Heidegger se ormai “solo un Dio ci può salvare”.  Nell’incontro di studio a lui dedicato il 12 ottobre scorso a Biella, a trent’anni dalla sua morte, è stato ricordato ciò che egli aveva detto nell’ottobre 1986 a Cortona impostando anche in termini teorici il tema della  “uscita dal sistema di dominio e di guerra”, che la rivista Bozze 86 aveva proposto in quel suo convegno.  Disse Napoleoni: “Io non avrei in vita mia affrontato mai una questione teoretica se non fossi stato spinto a farlo da un interesse politico”; e aggiunse: “E posso dire, anzi arrischio a dire, che questa forza che ha avuto la politica come luogo in cui stare e da cui parlare, è naturalmente derivata dal fatto che la politica era qui concepita come lo strumento di una liberazione”; non dunque come un insieme di azioni relative a problemi singoli e determinati, ma come avente “un obiettivo generale e comprensivo, che si riferisce cioè al destino dell’uomo e non a suoi particolari problemi”, o come l’operazione che affronta tali problemi dell’uomo “all’interno di una visione di quello che può essere concepito come il suo destino”.
Anche lì dunque era dichiarata una dinamica che dalla politica porta al pensiero. E infatti è sempre così. Sono le rivolte degli oppressi che producono il pensiero rivoluzionario, non viceversa. È la Resistenza antifascista che produce da noi il pensiero costituente. È la lotta contro i missili nucleari che produce il pensiero pacifista. È la Chiesa in uscita che produce il pensiero di religioni senza frontiere, nell’unica fraternità umana. C’è sempre una tensione bipolare, come dice il Papa, tra la realtà e l’idea, e la realtà è superiore all’idea.
Realtà è la politica, e l’idea è il pensiero che la pensa. Per questo il fascismo diceva: “qui non si fa politica, si lavora”, perché non voleva che fosse pensato il pensiero dell’antifascismo. Per questo il sistema distoglie dalla politica, perché non vuole la critica politica. Per questo si diffamano “le poltrone”, si oltraggia la “casta” dei politici, si distruggono i partiti, si nega la distinzione tra destra e sinistra, per fermare e impedire il pensiero politico, unico antidoto al pensiero unico, all’economia che uccide, unico viatico a un’alternativa di sistema.   
Per questo occorre tornare alla politica, a veri partiti che la interpretino, e tanto più quando il pensiero che oggi va pensato è quello di un costituzionalismo universale e di una Costituzione mondiale, perché è sul piano mondiale che l’essere umano oggi è giocato. Perché senza politica c’è la guerra, come quella che Erdogan sta facendo in Siria, senza politica Kobane non troverà mai pace, e con essa tutte le altre Kobane del mondo. E invece della politica c’è la morte, e le vittime sono sempre loro, i più piccoli e più poveri, quelli che non devono esserci, perché non c’è posto per loro, che siano curdi, palestinesi, rohingya del Myanmar o migranti e profughi di guerra o di fame. È un simbolo non da poco che Alan, il bimbo che tre anni fa il mare ha deposto, come una preziosa spoglia, sulle spiagge della Turchia, ed è diventato icona dei naufraghi periti sulle rotte del rifiuto europeo, fosse anch’egli un curdo siriano; anche lui in fuga dalla guerra, anche lui in cerca di terre mai promesse; anche lui di Kobane. 
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