venerdì 24 maggio 2019

L'ELETTA DI ALLAH

La Madonna delle lacrime di Siracusa non faceva che piangere sabato scorso per la violenza subita in piazza a Milano tra le mani di un buttafuori che getta a mare i suoi figli e guai a chi si muove a pietà.

La Madonna della Misericordia di San Sepolcro era affranta per la sua larga veste strappata nella quale invano aveva cercato di nascondere e proteggere i miseri e i profughi.

La Madonna del Rosario di Pompei era avvilita per il furto che aveva subito dell’umile rosario, trasformato in un’arma impropria di diffusione d’odio e rancore di massa.

La Madonna di Fatima era contrariata a veder rivelato il segreto che avrebbe voluto restasse nascosto, che il peggio può sempre venire e che la madre della sacra ignoranza è sempre incinta.

La Madonna della Pietà era attonita non immaginando che ancora ci fosse un fantaccino superstite della battaglia di ponte Milvio lesto a brandire come segno di vittoria la croce da cui suo Figlio era stato appena deposto. 

Solo Maryam bint ʿImrān, “l’eletta e purificata da Allah”, come è cantata nella Sura 3,42, era tutta contenta perché a sentirsi tirata in ballo in quel modo dagli atei devoti dell’Occidente, si era creduta che anche loro fossero lì col Corano in mano a combattere i miscredenti in nome delle radici islamo-cristiane dell’Europa. 

Quanto alla Madonna pellegrina forse ha pensato di fermarsi ora un momento e fare tappa in un seggio elettorale per votare anche lei a proprio favore contro l’uso blasfemo della religione posta a sgabello dei troni.
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venerdì 17 maggio 2019

IL BIGLIETTO DA VISITA




Nella vicenda dell’Elemosiniere del papa che riattacca la luce ai nuovi romani immigrati c’è come il precipitato e il significato di tutto il pontificato di Francesco; e vi è anche tracciato il disegno dell’unica Chiesa che è possibile nel futuro.

I dibattiti che hanno imperversato sui giornali e nei talk-show su questo fatto che nessuno ha visto ma che è subito diventato un grande evento mediatico, sono stati di una trivialità impressionante. Nessuno ha visto la verità profonda di quanto è accaduto; la discussione era tutta su chi dovesse pagare le bollette della luce, se si potesse ammettere uno strappo alla legalità nel centro di Roma, tanto più se compiuto da uno “Stato estero” come il Vaticano; addirittura secondo l’ex giudice Nordio, un magistrato di qualche notorietà, l’Italia avrebbe dovuto aprire una questione diplomatica con la Santa Sede per violazione della legge e del Concordato del 1984, se non addirittura del Trattato del 1929.

A nessuno è venuto in mente che il papa è il vescovo di Roma, e che un vescovo sta lì per portare la luce dove sono le tenebre, e che la sua legge non è il contratto di compravendita dell’energia, ma è il Vangelo. Nessuno si è ricordato che papa Francesco ha cominciato il suo ministero a Roma lamentando che se un barbone moriva di freddo in via Ottaviano nessuno se ne curava, mentre se calavano due punti in Borsa se ne faceva un grande pianto, e che l’economia in forza della quale questo avveniva è un’economia che uccide, e che una società che lo permette è una società dello scarto.

Soprattutto a nessuno è venuto in mente di discutere che cos’è la legalità.

La legalità è violata a Roma quando si permette a Casa Pound di cingere d’assedio una casa popolare per intercettare, minacciare e tenere prigioniera una famiglia di ex nomadi, e nessuno interviene, fino a quando la Sindaca in persona non va a rompere l’assedio.

La legalità è calpestata a Roma quando un ministro degli Interni per vendicarsi taglia i fondi destinati a Roma capitale, dicendo che Roma non deve essere trattata meglio di un qualsiasi comune dell’hinterland milanese.

La legalità non esiste a Rio de Janeiro, dove si mette in prigione Lula per non fargli vincere le elezioni, ma si lascia che un milione di persone viva nelle favelas tra le fogne attaccandosi per la corrente elettrica ai semafori della strada.

Ma non c’è solo una legalità dovunque violata: c’è una legalità selvaggia, c’è una legalità che legittima e sancisce veri e propri reati, e anzi dei crimini.  Oggi è legale in Italia ammazzare un ladro o un intruso in casa propria e in ufficio, anche senza alcuna proporzione tra difesa e offesa, o anche solo con la giustificazione di uno scatto emotivo. Oggi è considerato legale dal Parlamento, e anzi corrispondente a “un preminente interesse nazionale” chiudere i porti in faccia ai naufraghi, sequestrare i superstiti in mezzo al mare, perseguire una politica all’insegna del “meglio morti che sbarcati”, una politica per la quale sono meglio le prigioni e le torture libiche che far vedere l’Italia anche solo “in cartolina” : questi non sarebbero crimini, non sarebbe la nostra Shoà, dal momento che non si dà l’autorizzazione procedere per perseguirli a norma di legge.

Oggi è legale in Italia che a migliaia di stranieri siano negati il nome e l’anagrafe, gli si neghi cioè il fatto stesso di esistere, contro la legge che sta prima di ogni altra legge, che è la legge dell’esistenza in vita, contro la legge che è la prima di tutte le leggi, è la stessa Costituzione, che consiste nel riconoscere tutti gli esseri umani come persone.

E a nessuno è venuto in mente che la civiltà dell’Occidente, la sua salutare dialettica tra diritto e giustizia, è cominciata quando Antigone ha violato la legge della città, e quella illegalità di Antigone è stata definita da Sofocle, e così ha attraversato i secoli fino a noi, come un “santo crimine”. Illegale, ma santo.

Veniamo così alla santa illegalità del papa e del suo Elemosiniere.

Che cosa gli hanno rimproverato, qual è il comportamento che invece Salvini, quello del rosario e del Vangelo in mano nei comizi, voleva dalla Chiesa? Che cosa doveva fare invece il papa secondo la politica, il governo, i benpensanti, le TV edite dalla pubblicità? Quello che doveva fare era di pagare i 300.000 euro della bolletta della luce, fare un’elargizione, mandare un assegno magari con una guardia svizzera. La Chiesa doveva fare quello che il sistema si aspetta e vuole da lei: che non metta in discussione e accetti l’ordine esistente, l’ordine iniquo, però lo ingentilisca, lo nobiliti, facendo l’elemosina, mettendo il classico fiore sulla catena della creatura oppressa, di marxiana memoria.

La Chiesa doveva mandare l’assegno al palazzo di via Santa Croce in Gerusalemme e dire ai 400 disgraziati e famiglie che vi abitano: vedete come suona buona? Voi siete musulmani, animisti, non credenti, magari anche atei, non avreste neanche il diritto di stare in questa diocesi, però non importa, vedete come sono longanime, come faccio la carità, non importa se non siete cattolici o cristiani, io penso anche a voi, sono aperta, “moderna”, non discrimino, perciò state buoni.

Invece la Chiesa non ha fatto questo. È andata lì, ed è scesa nel tombino. Non ha fatto prediche, non ha fatto elemosine. Si è messa al posto loro, si è scambiata con loro, ha detto loro che se per difendere la loro vita scendono nel tombino, lei scende con loro. Ha detto: lottiamo insieme perché la luce non sia tolta. Non ha regalato un pesce agli affamati, ha detto gettate le reti dalla parte giusta, imparate a pescare, i pesci ci sono.

E non si tratta di “un gesto”. C’è dentro tutta una teologia, Dio che si scambia con l’uomo, che prende su di sé il dolore e il bisogno dell’uomo, la teologia del IV Vangelo, di Paolo ai Corinti, dei quattro grandi Concili.

E dopo aver fatto questo la Chiesa di papa Francesco fa una cosa assolutamente straordinaria: non resta lì a invadere quello spazio, non fa intrusioni nella vita di nessuno, non fa proselitismo: lascia il suo biglietto da visita, come per dire: Io ci sono.

Il biglietto da visita è importante; quando il governo Salandra tramava per portare l’Italia nella prima guerra mondiale, trecento deputati che non la volevano lasciarono il loro biglietto da visita nella cassetta postale di Giolitti, l’unico che potesse impedirla.

E così nasce una nuova potente immagine della Chiesa. Il Concilio aveva ricordato molte umili immagini in cui la Chiesa era raffigurata, prese dalla vita agricola o pastorale: la Chiesa come ovile di Dio, come campo o vigna di Dio, come casa di Dio; poi ci furono anche immagini più ambiziose, come “Gerusalemme celeste”, “Sposa dell’Agnello”, fino al simbolo del Triregno come potere su tutto. Papa Francesco aveva aggiunto la soccorrevole figura della Chiesa come ospedale da campo. E ora arriva l’immagine della Chiesa come biglietto da visita. E non è solo un’immagine, dentro c’è una teologia, c’è un Vangelo annunziato in modo nuovo, e c’è la corrispondente ecclesiologia. La visita è il modo in cui avviene la rivelazione e la presenza di Dio nella storia. Dio visita il suo popolo, Dio visita la storia degli uomini. Egli entra nella storia ma non si fa chiudere dentro di essa, la visita è la teologia in quanto teologia della storia. Gesù è la visita di Dio nel mondo, ne è l’epifania, ne è l’esegesi, “chi vede me vede il Padre”; umanità e divinità, non confuse, non divise, non separate, non mutate l’una nell’altra. Lo scambio. La Chiesa è il segno e il sacramento di questa visita divina. È presente e discreta, non vuole dominare spazi, ma non vuole più escludere e abbandonare nessuno: non conquista, lascia il suo biglietto da visita.

Da qui “cambia l’idea di religione”, come ha scritto un giorno, affermando la nonviolenza di Dio, perfino la Congregazione per la dottrina della fede del cardinale Muller. Dio visita la sua unica famiglia umana, non in un solo modo, non in una sola cultura, non in una sola Chiesa. La visita in molteplici modi, perché “il pluralismo e le diversità di religione sono una sapiente volontà divina”, come dice il documento congiunto tra Chiesa ed Islam firmato dal papa il 4 febbraio scorso ad Abu Dhabi.  Questo non è il Dio dell’identità, è il Dio dell’“arca della fraternità”, il Dio dello scambio. Questa è l’“ottava eresia” che a papa Bergoglio imputano i suoi accusatori della lettera del 6 aprile; questa è la Chiesa che le religioni mondane, e il mondo stesso, non vogliono, questo è il peccato che a Francesco non possono perdonare.
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sabato 11 maggio 2019

MIRABILE ERESIA

L'accusa di eresia mossa a papa Francesco da un gruppo di scribi che ha ora ripreso e aggravato la denuncia, sfrontatamente  denominata “Correctio filialis”, già presentata contro di lui il 16 luglio 2017, è una cosa meravigliosa.
Per sostenere infatti l’anatema e le conseguenti dimissioni o deposizione del papa, il pamphlet riunisce in un’unica sezione alcuni passaggi dell’Esortazione “Amoris laetitia” e la citazione di “atti, parole e omissioni” di papa Francesco che, letti tutti insieme, sono una straordinaria affermazione di libertà, verità e misericordia evangeliche; moniti che anzi dovrebbero essere affissi nelle sacrestie di tutte le chiese perché predicatori celebranti e confessori vi si ispirino per trasmettere ai fedeli in omelie e parole finalmente persuasive l’anelito a seguire le vie di Dio e ad assaporarne l’amore.
Del resto non si potrebbe fare una lode più grande a un cristiano e in modo più ficcante definirne l’identità che imputarlo di eresia. È il peccato rimproverato a Gesù, fin da quando nella sinagoga di Nazaret annunziò misericordia e non vendetta di Dio e perciò già allora volevano gettarlo dalla rupe, e per questo fu poi arrestato nel Sinedrio, per aver rivelato l’universale paternità di Dio: la sua religione ne era messa a rischio, Anna e Caifa avevano tutte le ragioni per metterlo a tacere. E dopo la resurrezione, quando ancora non c’era né Chiesa né religione cristiana, di certo erano eretici per la religione del tempio Pietro e Giovanni che proprio lì annunciavano Gesù e la resurrezione dei morti, meritandosi la prigione. Ed eretico è lo Spirito Santo, che pure invochiamo come guida e maestro, ma non si sa da dove viene e dove va, e la ragione di questo andare e venire è di condurci a tutta la verità, che appunto tutta ancora non  conosciamo, sicché proprio lui è il latore nel mondo dell’eresia divina; e c’è un non capire oggi, che dovrà capire domani, che perfino Pietro ha ricevuto come compito.
Invece i lillipuziani che vogliono correggere il papa, e stanno tentando di sollevargli contro la Chiesa (perché quella lettera del 30 aprile altro non è che un appello alla sedizione) credono di sapere tutto, credono di avere in mano tutto, credono di avere in pugno Dio stesso che fin lì deve andare e non oltre, deve stare nei limiti che loro stessi gli hanno assegnato, che corrispondono al loro “deposito” di cui come fondamentalisti e integristi hanno la chiave (la naftalina è già dentro); e di tutte le ricchezze del cielo e della terra e di tutte le teologie delle Chiese e dei santi sanno solo il Concilio di Trento, che nelle pezze d’appoggio per l’accusa di eresia è citato a ogni piè sospinto, 13 volte (e il Concilio Vaticano Primo, 10 volte).  A leggere il corredo dei testi canonici che essi hanno allegato per definire la vera fede, che sarebbe negata nella Chiesa di oggi, ci è tornata alla mente una facezia che si raccontavano i Padri al Concilio  Vaticano II, quando negli intervalli si recavano ai due bar installati dietro alle tribune, scherzosamente chiamati l’uno “Bar Jona” e l’altro “Bar Abba”. Si diceva che una mattina il cardinale Ottaviani, il gran carabiniere dell’ortodossia, prefetto del Sant’Uffizio e come tale predecessore dei cardinali Ratzinger e Müller, svegliatosi tardi saltò su un tassì chiedendo di essere portato subito al Concilio. Nel tragitto si addormentò, e quando si svegliò si accorse che il tassì viaggiava fuori Roma, in aperta campagna; allarmatissimo disse all’autista: “ma dove andiamo, le ho detto di portarmi al Concilio”. E quello rispose: “Certo, Eminenza, la sto portando al Concilio di Trento”.
Il Concilio di Trento ha segnato tutta una stagione della vita della Chiesa, controriforma, divisione dei cristiani, lotta alla modernità. Bisogna leggere “Il paradigma tridentino” dello storico Paolo Prodi per sapere quanto l’aver ristretto il sacro nei bastioni di Trento sia costato alla Chiesa e alla stessa umanità contristata nella sua gioiosa fruizione di Dio; ad ogni modo, come nella sua autobiografia ha scritto quel grande storico del Tridentino che fu Hubert Jedin, “l’epoca tridentina della storia della Chiesa è tramontata” e proprio il Vaticano II ha fatto di ciò un “patrimonio comune” e ha elaborato il “commiato da Trento”, avvertito “come il maggior ostacolo alla riunificazione dei cristiani”.
Non a caso il papa è accusato dai restauratori di oggi di indulgere alle idee di Lutero, di essere andato a celebrarlo a Lund, di aver fatto dare la comunione in san Pietro a un gruppo di luterani e di aver perfino presieduto alla sala Nervi un incontro di cattolici e protestanti usando loro la cortesia di metterci una statua del riformatore tedesco.
 Ma questo svela anche qual è la vera posta in gioco, che non è il caso specifico della disciplina del matrimonio indissolubile e della comunione ai divorziati risposati, materia delle sette eresie contestate al pontefice, ma è la questione della dignità umana, la “Dignitatis Humanae” dell’ultimo Concilio, cioè la questione suprema della libertà delle persone, del primato della coscienza, dei ritmi e dei modi propri di ciascuno di obbedire ai richiami morali e alla guida di Dio, di una Chiesa che non è la padrona dei comportamenti deputata a prescrivere il dover fare dei singoli e di ogni potere, ma è  l’ospedale che fascia le ferite e il pastore che guida danzando i popoli ai pascoli lussureggianti di vita, non centrale mondana dell’etica ma veicolo universale di salvezza.
Ed è veramente consolante, dopo secoli di cultura finiti nell’ateismo globale, vedere che le accuse alla Chiesa di papa Francesco sono ora quelle di non condannare eternamente nessuno, di ritenere tutti raggiungibili dalla grazia santificante, di non rinchiudere nessuno nel peccato mortale per lo stato in cui è invece che per quello che fa, di riconoscere la gradualità con cui ciascuno progredisce nella risposta all’amore di Dio e al dettato morale, di far conto del giudizio della coscienza sulla bontà degli atti sessuali, di non usare il corpo del Signore nella comunione come scettro di divisione invece che di unità, di non voler trasformare i confessionali in sale di tortura, di proclamare, insieme ai musulmani (è l’ottava, suprema  eresia del papa!) che Dio stesso ama e ha pensato nella sua Sapienza i molti modi e le diverse forme in cui gli uomini si rivolgono a lui, mentre è sempre Dio a prendere l’iniziativa di venirci incontro e di giustificarci.  
Ed è proprio questo ciò di cui l’umanità ha bisogno: sentirsi amata, non selezionata tra giustificati e “dannati al fuoco eterno”, ha bisogno di Chiese che capiscano il faticoso viaggiare umano tra le stazioni della libertà, che sappiano che la libertà di coscienza è stata data agli esseri umani da Dio prima ancora della libertà della grazia (Bernardo da Chiaravalle).
Noi comprendiamo che a molti uomini di potere non piaccia la libertà traboccante dalla fede al posto di una libertà centellinata e vigilata dalla legge, e non piace nemmeno ai siti web della campagna anti-Bergoglio, agli ex vaticanisti “embedded” e svezzati  in un Vaticano che non c’è più e, perduto quello, persuasi a retrocedere al Sinedrio. Ma questo inno alla gioia, alla libertà, alla misericordia e al perdono che rompe la tristezza dei  tempi è così prezioso che nessuna “correctio” potrà soffocare. Continua...

sabato 27 aprile 2019

Il perdono, la politica


Come sarà possibile che la comunità umana universale, questo “messia che rimane”, come l’abbiamo chiamata, possa salvare il creato e costruire quel “nuovo ordine di rapporti umani” già preannunziato, contro i profeti di sventura, da papa Giovanni XXIII nel suo discorso di apertura del Concilio Vaticano II?
A stare alle suggestioni emerse dall’ assemblea di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” due sono le risorse, ambedue umanissime, da mettere in campo: il perdono e la politica.
Il perdono (non quello banale che il giornalismo scadente chiama “perdonismo”) discende da quella “teologia dello scambio” e da quel “ministero dello scambio” in cui consiste, come ha spiegato Giuseppe Ruggieri in quell’ incontro romano, “l’essere messianico”: Dio ci ha scambiato con se stesso in Gesù Cristo e Gesù, che non conosceva peccato, è stato fatto addirittura peccato da Dio, scambiato con l’uomo peccatore, sostituito a noi, e noi stessi abbiamo ricevuto la missione dello scambio, cioè della sostituzione nel portare il peso gli uni degli altri. È ciò che dice Paolo nella seconda lettera ai Corinti (5, 17-21), stando a una traduzione più fedele della parola “riconciliazione” come “scambio”. È lo scambio che redime
Questo scambio tra Dio e l’uomo significa che Dio fa le cose dell’uomo (fino a farsi peccato!) e l’uomo fa le cose di Dio. Ora il primo oggetto di questo scambio, che Gesù offre ai discepoli la sera stessa di Pasqua, nel Cenacolo, è il perdono. Il perdono è la cosa divina per eccellenza, ed ecco che Gesù lo consegna agli uomini, insieme al soffio dello Spirito: “A coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati, a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”; è un regalo impegnativo, perché ci sono molte cose che sono difficili da perdonare. Ma, trasferito nelle mani degli uomini il perdono, in quanto divino, non ha limiti. Si può perdonare senza misura, l’iniziativa è nelle nostre mani, qui siamo noi che giungiamo per primi: è per il fatto che noi perdoniamo gli altri che Dio perdona noi, come chiediamo nel “Padre nostro”.
In questo perdono, risiede la pace. Niente perdono, niente pace. Certo, la pace è opera della giustizia, come dicevano i profeti; certo la pace è fondata sui quattro pilastri della verità, della giustizia, dell’amore, della libertà, come scriveva papa Giovanni; ma per come essa è stata data agli uomini da Gesù appena risorto, come suo primo lascito, (“Pace a voi!”, Gv. 20, 19) è il perdono. In quanto scambiato con quello divino, il perdono dell’uomo si può dilatare a tal punto da giungere a perdonare Dio stesso nel suo agire nella storia. Perciò Dio non solo è salvato dall’uomo, ma anche perdonato da lui. La Scrittura consente queste iperboli. Molte volte, nella tragica esperienza umana, si alza il grido di chi dice di non poter perdonare Dio per i dolori patiti, e questa è la causa di tante separazioni da Lui.  È vero infatti che anche di Dio,  per come via via lo abbiamo inteso, ci sono delle cose che è difficile perdonare. Lui stesso del resto, come dice l’Antico Testamento,  si pentì del male che aveva deciso di fare e non lo fece, come quando non cancellò dalla faccia della terra l’uomo che aveva creato, o come quando risparmiò Ninive dall’essere distrutta. E come perdonare Dio del male fatto ad Isacco, inscenando una falsa esecuzione contro di lui, portandolo fin sull’altare del sacrificio, armando la mano del padre per ucciderlo, come si narra nella tremenda seconda lettura della veglia pasquale?
Forse non si è lontani dal vero se si pensa che per farsi perdonare rispetto a questa rappresentazione che era stata percepita di lui, Dio ha consegnato suo Figlio (e perciò Isacco e il Cristo sono accomunati e scambiati nella veglia pasquale cristiana), lo ha messo al posto di tutte le vittime, per far vedere quanto valga il perdono, fino a che prezzo meriti di essere pagato.
Perché questo perdono sia possibile, la sofferenza umana è stata portata dentro Dio stesso, “Unus de Trinitate passus est”, uno della Trinità ha patito, come dice il Concilio costantinopolitano nel VI secolo. È per questo che rispondere all’attuale emergenza messianica vuol dire partecipare al dolore dell’altro, comprendere e gestire la realtà a partire dal bisogno e dalla distretta dell’altro, persone o popoli che siano, non da se stessi. Condizione ne è il perdonarsi a vicenda, e perciò accogliersi e scambiarsi nel reciproco bene, senza limiti, e questa è la pace.
La seconda risorsa è la politica, che non si può licenziare o astrarsene aspettandone una migliore. La politica è qui ed ora, ed è la dimensione pubblica della vita degli uomini insieme. Per renderla degna bisogna venire alla verità della politica. Purtroppo, da una lunga esperienza storica abbiamo appreso che il potere e la verità non viaggiano insieme, sono in conflitto ed estranei tra loro, e perciò il potere è spesso omicida. Ma il paradosso, o il dover essere, è quello che irrompe nella risposta di Gesù a Pilato: il re è colui che rende testimonianza alla verità. Chi l’avrebbe mai detto? Ma è per questo che Gesù dice “io sono re” e annuncia un mondo in cui il regno sia invece secondo verità.  Ma che cos’è la verità?
Nella recente assemblea romana, dovendosi dare un nome alle cose che accadono, è emerso un problema di verità. E ha detto Giuseppe Ruggieri, citando il vangelo di Giovanni (Giov. 8, 43-44) che la menzogna, radice di ogni violenza, è dare un nome a partire da me, da ciò che è mio, mentre la verità è dare un nome a partire dall’altro. L’ultima prova è il nome che abbiamo dato a quei migranti che hanno costretto il capitano della nave a non riportarli in Libia ma a portarli verso un porto sicuro. Li abbiamo chiamati “pirati”. Ecco la menzogna. Invece il vero nome delle attuali politiche securitarie è “reati”.
Allora la politica è secondo verità se parte dagli altri, se assume la sofferenza umana a partire da quelli che nelle Beatitudini sono chiamati beati: i poveri, gli oppressi, i piangenti, gli stranieri, i perseguitati, i curvati. Ciò non si può fare tra gli osanna (i consensi, i sondaggi…). La politica invece è offrirsi in sacrificio per gli altri. Come dice René Girard, in ogni intronizzazione c’è in qualche modo la premonizione di un sacrificio. Per molti è stato così. Per Moro è stato così. Per Allende è stato così, e così è stato per Romero, per gli uccisi di tutte le Resistenze.
Nella rilettura messianica, nella speranza aperta sul domani, pertanto, la politica è quella per cui milioni di uomini e di donne, dal più piccolo al più grande, prenderanno su di sé la sofferenza di tutti e, ognuno con le sue bandiere, con i suoi compagni di lotta,  i suoi ciclostili, ne appronteranno i rimedi, ne elaboreranno il pensiero e costruiranno pietra su pietra la nuova agognata casa comune in cui abiti la giustizia e di cui sia custode la pace.

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mercoledì 17 aprile 2019

VEGLIARE E ASSUMERE LA SOFFERENZA DELL’ALTRO

La popolazione di Parigi ha vegliato la lunga agonia della cattedrale di Notre Dame che precipitava nella morte, è stata la vera veglia di Pasqua. Così dovremmo tutti vegliare Parigi, l’Europa, il mondo, perché non entrino in agonia, perché non siano provati col fuoco a causa delle nostre distrazioni, a causa delle nostre politiche assassine, a causa degli effetti collaterali dell’odio che abbiamo seminato a piene mani sulla terra.
Ciò ci riporta alla nostra assemblea di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” che il 6 aprile scorso a Roma ha cercato di ascoltare il grido dei popoli impauriti del futuro.  Non è possibile trarre già ora delle conclusioni da tale assemblea. “Conclusioni” si potrebbero trarre, come è stato detto alla fine dei lavori, se fossimo in grado di dare una risposta alla vita devastata di Stella, la ragazza nigeriana la cui tragedia è piombata tra di noi nel racconto dei “casi concreti” di cui i giudici ci hanno parlato:  violentata, mutilata, come è stata, tacitata fin dai suoi tredici anni, triturata negli ingranaggi del sistema che noi stessi abbiamo creato e difendiamo con accanimento per mare e per terra. Potremmo trarre “conclusioni” se fossimo in grado di fondare un’alternativa per tutte le Stelle che non avranno né pace né sorte se non ci convertiamo, se non cambiamo dalle sue fondamenta questo nostro governo del mondo.
Però in quell’assemblea abbiamo fatto una cosa rara, se non unica in questi tempi di domande inevase; abbiamo evocato e avviato una lettura messianica della crisi, e ne abbiamo tratto una lezione, analoga ci sembra a quella proclamata nella bufera da papa Francesco; e la lezione, espressa da Giuseppe Ruggieri, è quella di portare la sofferenza umana dentro Dio stesso, che patisce e muore  nel crocefisso, e di riconoscere nella sofferenza lo strato più profondo dell’umano, che richiede una solidarietà assoluta, senza condizioni. A questo siamo chiamati, quando non c’è un’uscita puramente politica dalla crisi, né essa sta in qualsiasi ideologia religiosa, dottrina sociale o partito cattolico, ma sta primariamente nell’assumere la sofferenza dell’altro e da questo dolore farsi dettare la prassi adeguata a un processo di liberazione e di salvezza. Questa è per l’appunto la “Chiesa ospedale da campo” ripensata da papa Francesco, preannunciata dal Concilio del Novecento, osteggiata dalle Curie prigioniere del passato.
Tradotto nella sfera pubblica ciò significa, secondo la proposta folgorante  formulata da Luigi Ferrajoli, fare del popolo dei migranti il popolo costituente e del diritto di emigrare il potere costituente di un nuovo ordine mondiale, basato sull’effettiva uguaglianza di tutti gli esseri umani. Anzi occorre procedere oltre su questa strada, fare dell’intera famiglia umana il soggetto costituente del nuovo ordine mondiale, e fare di tutti i diritti negati, non solo del diritto di migrare, il potere costituente di una nuova comunità internazionale di diritto di giustizia e di pace. 
Sarebbe questa comunità umana universale,  costituita in comunità politica, ministeriale e profetica, a raccogliere l’eredità delle promesse messianiche, sarebbe questo”il messia che rimane” come il misterioso “discepolo che rimane” di cui Gesù ha detto a Pietro, nell’ultima pagina del vangelo di Giovanni: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te?”.
E se è stato detto che ormai “solo un Dio ci può salvare” è pur vero che c’è un Dio salvato dall’uomo, un Dio che deve molto all’umano, perché se non avesse creato e non fosse entrato nella carne dell’uomo, spogliando se stesso e facendosi simile agli uomini, sarebbe stato un Dio per nessuno, sarebbe stato un Dio della legge, non dell’amore, sarebbe stato un Dio senza storia.
Ed ora è solo l’uomo che può salvare Dio nel mondo, anche nel “mondo senza Dio” tracimante negli incubi dell’ex papa Ratzinger; è l’uomo che può salvare Dio dalla cattura degli idoli, liberandolo dai fraintendimenti e dalle false rappresentazioni che si fanno di Lui, dal “carico di errate preghiere”, come cantava David Maria Turoldo, dalla violenza esercitata in suo nome, e da tutti i Costantino che su di lui pretendono fondare il loro trono. Continua...

lunedì 1 aprile 2019

FELIX CULPA

Il Senato ha salvato mercoledì scorso il ministro Salvini dalle acque minacciose di un processo per sequestro di persone e altri reati che avrebbe potuto travolgerlo. Per molti è stato uno scandalo, per moltissimi un dolore, perché del via libera al processo avevano fatto un’istanza etica essenziale, a cominciare dal Centro per la pace di Viterbo. La scelta politica di rimandare i fuggiaschi alle prigioni e alle torture libiche è infatti (abbiamo i filmati) un po’ come se si fossero riportati indietro ebrei fuggiti da Auschwitz, è come proteggere il treno che vi scaricava i deportati, come fecero gli Alleati durante la guerra rifiutandosi di bombardare la ferrovia che giungeva fino al campo.  
E tuttavia è una fortuna che il voto del Senato sia andato così, altrimenti ne sarebbero scaturiti pericoli anche maggiori. Era scontato che il Senato desse copertura politica all’operato del suo ministro, la maggioranza di governo è compatta nella lotta agli immigrati, ma anche gran parte del Senato che non appoggia il governo è schierata contro di loro, vittime tutti come sono di pulsioni identitarie e di pruriti elettorali. Ma, appunto, si è trattato di un voto politico, non di un giudizio, per il quale almeno i parlamentari avrebbero dovuto leggere le carte. È la politica che così decide oggi in Italia, ma la politica si può cambiare, è nelle nostre mani, l’irreparabile non è avvenuto.
Se invece il Senato avesse concesso l’autorizzazione a procedere, la magistratura giudicante si sarebbe trovata di fronte a un gravissimo dilemma. Se condannava il ministro, avrebbe condannato come reato l’attuale politica italiana, ma non avendo il potere di cambiarla, ne avrebbe solo certificato, di fronte al mondo, la natura criminosa. Ma se assolveva Salvini, lo avrebbe fatto riconoscendo a termini di legge che sequestrare i naufraghi in mare, negare loro la terra, interdire i soccorsi e respingerli al punto di partenza è qualcosa che corrisponderebbe “a un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante” a  “un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di governo”: un interesse di tutti, un preminente interesse anche nostro. Ciò avrebbe legittimato come “ragion di Stato”, prevalente sulla stessa legge penale, la dimensione spietata dell’attuale politica italiana. Si sarebbe verificato un corto circuito tra uso illegittimo del potere e giurisdizione. È questo il meccanismo che trasforma un potere ingiusto in regime, come accadde in Germania quando i giudici si conformarono a Hitler, i giuristi si allinearono, e il Paese fu perduto.
Perciò è così importante che resti la divisione dei poteri, e che la Costituzione non sia minacciata (lo sappia Zingaretti) e che la cultura si mantenga autonoma e critica, e naturalmente la Chiesa: altrimenti sarà lo stesso senso comune a precipitare in regime, a sacrificare alla sicurezza ogni pudore. Potrebbe allora divenire realtà il quadro angoscioso disegnato da un romanzo appena uscito, “Ero straniero” (Bompiani editore), di un’Italia che diventa il Paese del “poligono diffuso”, dove sono “tutti pazzi per le armi”, dove si costruiscono poligoni di tiro nascosti nel giardino, come le piscine nei giardini dei ricchi. È quello che racconta il bellissimo romanzo di Salvatore Maira (l’autore dei “Diecimila muli”) che finalmente fa entrare nella letteratura la nuova tragedia italiana dei profughi e degli stranieri in patria.
Ma è proprio la ragione che sembra perduta. Continua...

martedì 19 marzo 2019

LO HANNO CAPITO PERFINO I RAGAZZINI


Mentre tutta l’attenzione dei media  e nostra è trattenuta da scenari apparentemente più determinanti per noi – la Nuova Zelanda del terrorismo razzista, l’Inghilterra della Brexit, la Cina della “via della seta” – uno sguardo assai distratto viene rivolto a quanto sta accadendo in America Latina e alla stessa minaccia di un intervento militare americano in Venezuela, come se lì si stesse svolgendo solo qualche psicodramma da Repubblica delle banane. Invece si tratta di uno dei punti focali in cui la globalizzazione si sta risolvendo in tragedia, e il demone della restaurazione sta rigettando la storia e i popoli nella notte oscura da cui sono appena usciti. Il Brasile, in cui decine di milioni di poveri erano stati restituiti alla vita, è tornato ad essere un Paese che fa la fame, con 27 milioni di disoccupati, 30 milioni di persone rimaste senza medici dopo la cacciata di diecimila medici cubani e 63.500 morti violente in un solo anno; l’Amazzonia, messi fuori gioco gli Indigeni, apre lo scrigno delle sue ricchezze vitali alla dilapidazione privata; in Argentina si respira di nuovo l’acre odore della dittatura; il Venezuela, stremato dalle sanzioni statunitensi che funzionari dell’ONU hanno definito come “crimini contro l’umanità”, è oggetto di un colpo di Stato diretto dall’esterno e paga il prezzo dei trilioni di dollari di petrolio di cui il grande vicino del Nord si vuole appropriare; in Messico il muro che Trump vuole a tutti i costi costruire più alto della torre di Babele è un simbolo eloquente del Grande Progetto classista di un mondo di eletti e scartati, di liberi e prigionieri o, per dirla all’antica, di padroni e servi; e quanto agli Stati Uniti, minacciati dalle strettoie anche culturali del loro capitalismo interno e dall’aggressività di quello cinese, tornano alla loro primaria e proverbiale opzione, di tenere intanto ben fermo il dominio sull’America Latina come sul loro “cortile di casa”, il loro patio trasero. 
La cosa ci riguarda per molteplici motivi. In primo luogo perché tutto ormai riguarda tutti. Ma in modo speciale perché l’America Latina è stato il grande laboratorio di un cristianesimo della liberazione dopo il Concilio, di là sono poi tornate indietro le caravelle di Colombo portando sulla cattedra petrina il primo papa che si chiama Francesco, e perché un ruolo particolarmente reazionario in questo momento vi stanno esercitando delle frazioni di un cristianesimo ottuso e integrista, intriso e arricchito di ingerenze straniere, al punto che un monaco appena giunto da lì ha parlato della situazione politica del Paese, dopo l’incarcerazione di Lula e l’elezione di Bolsonaro, come di una dittatura di chiese pentecostali. Secondo Frei Betto, un protagonista della teologia della liberazione, queste esprimono “uno spiritualismo disincarnato e lontano dalla realtà concreta” e occupano il 33 per cento di tutta la programmazione televisiva. Le analisi più preoccupate descrivono lo stato odierno dell’America Latina come quello di un genocidio dei poveri e di un geocidio della Madre Terra; né questo riguarda purtroppo solo l’America Latina,  come del resto ormai hanno capito perfino i ragazzini. E dunque è evidente che non lo si può affrontare solo con gli attrezzi della politica, ma ci vogliono quelli dell’economia, della cultura, del diritto, della religione e della fede. Una conversione non di una sola di queste cose, ma di tutte.
Di conversione parla Enrico Peyretti dopo la strage di Christchurch: il rimedio è “unire le differenze nella pari dignità”. Una conversione è suggerita anche da Tomaso Montanari in una pagina del suo ultimo libro “L’ora d’arte” in cui rivisita un mosaico, di fattura bizantina, che sta in cima alla facciata del vecchio ospedale dell’Ordine “della Trinità e degli schiavi” sul monte Celio a Roma, accanto alla chiesa di san Tommaso in Formis. C’è un Cristo glorioso che libera dalle catene uno schiavo bianco e uno nero, perfettamente uguali, in perfetto equilibrio, come se fossero dello stesso peso, sorretti come sono dalle braccia del Cristo aperte come i bracci di una bilancia. Per quel Dio trinitario “quelle vite hanno lo stesso valore”, bianchi e neri, uomini e donne di ogni lingua e colore e nazione sono eguali, e tutti devono essere liberi, riscattati dalle loro schiavitù. Quando, anni fa, nel pieno della lotta per la liberazione dall’apartheid in Sudafrica, il vescovo anglicano Desmond Tutu trovandosi a Roma fu accompagnato da don Matteo Zuppi, ora  arcivescovo di Bologna, a vedere il mosaico, cadde in ginocchio sulla strada e pianse a lungo. Lì, su quel muro romano, aveva visto ciò per cui combatteva, non solo un’opera di misericordia, ma di giustizia. Aveva visto la rappresentazione di una  grande promessa messianica, oggi la più contrastata, l’unità e l’eguaglianza di tutta la famiglia umana. Questa è anche la prima urgenza messa a tema della prossima assemblea romana di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”, che perciò ben potrebbe prendere quel mosaico come suo emblema.  
Continua...