giovedì 26 marzo 2020

L’ITALIA È BELLA


L’Italia è bella. Ce ne siamo resi conto al ricevere una lettera da un prete libanese, padre Abdo Raad, che non potendo far ritorno al suo Paese è rimasto bloccato in Italia , ma si dice “fiero” di esserci, e ne tesse le lodi perfino in modo eccessivo, mostrando in che modo si è realizzato il “prima gli Italiani”, nel fatto che contro tutto il pensiero dominante, e perciò evidentemente non “unico”, essi hanno scelto tra tutte le cose la vita, e la vita degli altri, e non per ideologia, come nelle campagne antiabortiste, ma per amore.

Questo infatti è ciò che l’Italia sta insegnando al mondo, non perché sale in cattedra, ma semplicemente con l’esserci.

E allora si vede come l’Italia è bella.

Le sue città non sono mai state così belle. Non solo perché i pesci, come dicono, sono tornati a nuotare nei canali di Venezia. Ma perché quelle piazze vuote, quelle strade deserte, quei monumenti che sembrano bastare a se stessi, anche se non più fruiti dai turisti, non mostrano un vuoto, ma un’attesa struggente di essere di nuovo vissuti, una maestà sconosciuta, un’eloquenza che in tutti i modi e con molti segni dichiara il dolore di tanto silenzio.

È bella l’Italia perché, pur nel cosiddetto “distanziamento sociale” (almeno un metro, un metro e mezzo!), mostra come siano forti i suoi legami sociali, autismo e individualismo non sono vincitori. Uno straordinario darsi degli uni agli altri si sperimenta nelle corsie, nelle sale di rianimazione, nelle “prime linee”, così come nei lavori necessari, nella comunicazione incessante, nel volontariato, nelle mille diaconie e negli incensibili e inopinati ministeri. Ha ricordato il vescovo di Bergamo che ogni cristiano, grazie al battesimo, può essere portatore di benedizione: un padre può benedire i figli, i nonni possono benedire i nipoti; ma allora anche medici e infermieri, fossero pure non credenti, “quando vedono morire gente da sola, ha detto il vescovo, se percepissero un desiderio, potrebbero con le loro mani offrire anche la benedizione di Dio”; e così avviene.

È bella l’Italia perché nel massimo del dominio della legge, del divieto, dei limiti imposti e accettati, manifesta un massimo di democrazia. Non è vero che la democrazia rappresentativa non può essere “governante”, che ha bisogno di correzioni autoritarie e presidenzialiste, di strette gerarchiche, di poteri usurpati (“i pieni poteri!”). La democrazia funziona, il consenso non è mai stato così alto. Certo l’esperienza di questo “stato d’eccezione” è nuova, nemmeno le Costituzioni l’avevano prevista e normata. Ma proprio in questo si rivela la superiorità di uno Stato costituzionale sui regimi senza Costituzione. Perfino in ciò che ancora non dice, la Costituzione ci tutela, ci fa figli della libertà, ci fa responsabili, solidali. Certo il sistema costituzionale andrà aggiornato, nuove norme dovranno garantirci per il futuro, e ancora di più dovremo batterci per una Costituzione mondiale; ma intanto la democrazia c’è e respira, le opposizioni danno di gomito per farsi vedere, dopo aver sbagliato su tutto, ma in realtà non hanno altro da dire, finché anch’esse non cambieranno.

L’Italia è bella perché al momento della prova si è fatta sorprendere con gli uomini giusti al posto giusto. Ed è come se i ruoli si fossero arricchiti, e addirittura rovesciati. Prendete il vescovo di Roma, il papa. Certo, non è solo per l’Italia; ma intanto è qui che soffre per il mondo. Ed è uno spettacolo straordinario vederlo profeta e guida dei “non messalizzanti”, come i sociologi erano abituati a chiamare i non credenti e non praticanti. Oggi i non messalizzanti sono tutti, o quasi tutti, e allora quella Messa quotidiana del papa dall’inedito eremo di Santa Marta è diventata la Messa sul mondo, e perfino la Televisione italiana la trasmette, compreso il lungo silenzio finale, e ne fornisce il segnale ad altre emittenti. Ma il papa non approfitta di una udienza così allargata per imporre la sua parola; mercoledì, infatti, nel giorno dell’annuncio a Maria, la sua omelia non è stata altro che rileggere una seconda volta quel passo del vangelo di Luca. Vi basti il Vangelo, “sine glossa”, diceva l’altro Francesco. Ma qui una “glossa”, folgorante, da parte del papa, c’è stata: ha detto che Luca di quell’ “annunciazione” non aveva potuto saperlo che dalla Vergine stessa; perciò quel Vangelo non è la cronaca di un evento che non ha avuto testimoni, ma è il racconto di Maria, la sua autobiografia più segreta, è la parola di una donna che rivela un mistero, ciò da cui ha avuto inizio la fede nell’incarnazione e ha preso avvio il cambiamento del mondo. Dunque tutto l’evento decisivo della storia è accaduto tra due testimonianze di donne: Maria, col concepimento, la Maddalena con la resurrezione. “Sulla tua parola…”. E le donne erano inaffidabili!

E prendete il presidente della Repubblica: il suo ruolo è di presiedere ai “cittadini”, ma si preoccupa di tutti. Chi sono più i cittadini dinanzi all’universalismo del virus, e alla comune risposta che bisogna dargli oltre ogni frontiera? Davvero la cittadinanza è l’ultima discriminazione che deve cadere. E Mattarella scrive al presidente tedesco augurandosi che l’esperienza italiana serva alla Germania e agli altri Paesi, perché ne sia alleviata la prova. E noi stessi riceviamo l’aiuto, non dall’Olanda, o dai più ricchi Paesi europei che sono troppo affezionati al denaro e al rigore, ma dalla Cina, da Cuba, dalla Russia, i nostri da noi dichiarati nemici di un tempo.

E guardate Conte: non lo volevano prendere sul serio, lo dileggiavano come un travicello in altre mani. Ma quando le altre mani sono venute meno, sono rimaste e si sono levate le sue, e governa con fermezza nella tempesta, ma anche con tenerezza ed equità; non ha una sua parte a cui badare, ma tutte le attraversa, come il samaritano, senza iattanza, formato com’è alla scuola del cardinale Silvestrini. Per questo i grandi poteri lo vogliono cambiare con Draghi, come se non si fosse già fatta l’esperienza di Monti.

E dei ministri prendete quello della forza più piccola, quel ministro della sanità che sembra essere nato per pensare alla salute di tutti.

È bella l’Italia perché mentre molti dicono che dopo saremo “migliori di prima”, è adesso che ci scopriamo migliori di quanto pensassimo. Sul futuro non ci potremmo giurare, altre volte dopo le tragedie ci sono state regressioni, cecità e odiose restaurazioni. Già adesso del resto si fa forte un mondo che è duro a morire. Basti pensare alla pretesa che mentre tutto chiude, resti attiva la filiera dell’aerospazio e della difesa: una bella caduta di credibilità e sensatezza di un governo altrimenti apprezzabile. È come se non si potesse decidere di smettere la produzione di armi per guerre non metaforiche, come quella del virus, ma guerre reali, presenti e future, al servizio delle quali si spendono oggi nel mondo 5 miliardi di dollari al giorno La verità è che il tempo di cambiare è questo, non quello futuro, e il futuro dipende dalle scelte che oggi facciamo. Non bisogna chiedersi che cosa faremo e come saremo “dopo Coronavirus”, ma che cosa facciamo e siamo “durante Coronavirus”. Il tempo è venuto ed è questo.

È bella l’Italia, perché proprio qui si è potuto vedere attraverso le dolenti statistiche di ogni giorno, che le donne resistono al virus molto più degli uomini, ne sono colpite due donne contro otto uomini. È una scienziata che ne ha fatto una notizia, la virologa Ilaria Capua. Non sanno spiegarsi il perché, e invece forse è chiaro: perché toccherà a loro ridare ricchezza alla vita, ripartire dal profondo, dire di sì al far dono alla terra dei “nati da donna”.
Continua...

venerdì 20 marzo 2020

NON PER PAURA


Le cattive notizie sul virus a partire dal martirio di Bergamo e Brescia come di tutta la Lombardia, ci dicono che durerà a lungo questo Venerdì Santo nel quale la liturgia, soffrendo col Signore disceso agli inferi, prega ma senza eucaristia. In questa privazione vale la consegna lasciataci da Silvano del Monte Athos: “stare agli inferi ma non disperare”.

Nella Messa celebrata a Santa Marta nel giorno di San Giuseppe, al momento della comunione papa Francesco si è rivolto a tutti quelli che seguivano la celebrazione in televisione - o in streaming - invitandoli a fare la comunione spirituale (antica pratica cristiana) e ne ha dettato la preghiera. Poi è sceso un lunghissimo silenzio. Per la prima volta la TV trasmetteva il silenzio. A noi è venuto in mente un altro silenzio, quando nella piazza San Pietro gremita il papa Francesco chiese al popolo di benedirlo prima ancora che fosse lui a benedire; o quell'altro silenzio nella stessa piazza quando non in una Messa ma in una veglia per implorare la pace sulla Siria, tutto il popolo si immerse nel silenzio e gli aviogetti americani e francesi già ruggenti sulle piste si fermarono e non andarono a bombardare la Siria. Una guerra allora evitata. Poi un altro ricordo, quando in uno sperduto paese del Bihar, in India, ci recammo con la RAI per incontrare Vinoba Bhave, il discepolo di Gandhi che andava a piedi di villaggio in villaggio per chiedere ai possidenti “il dono della terra” per i contadini poveri; e quando gli chiedemmo di intervistarlo perché in Televisione ci vuole la parola, lui disse: “la mia parola è il silenzio. Si può intervistare il silenzio?” Quel silenzio c'è ancora negli archivi della RAI. E ora ci risulta anche più chiaro il vero significato di un altro silenzio e un'altra rinunzia in cui, in una domenica di diversi anni fa, si chiusero diverse comunità ecclesiali italiane, mentre la storia correva. Esse manifestarono così lo sgomento al vedere il presidente americano Nixon che dopo una visita al papa passava direttamente in elicottero dal Vaticano al ponte di una portaerei schierata nel golfo di Napoli, di quella Forza Armata che in quello stesso momento stava bombardando e dilaniando il Vietnam. Quelle piccole Chiese vollero farne espiazione scegliendo quel giorno il digiuno eucaristico: non si poteva nutrirsi dell'eucarestia come se nulla accadesse di ingiustizia e di dolore per tanti fratelli, anche a causa degli stessi cristiani. Dunque anche il silenzio, il fermo-immagine, il digiuno eucaristico parla se è un com-patire, cioè anch'esso eucaristia.
Viene allora una domanda, se si torna col pensiero all'atto fondatore, quando, come ci è stato trasmesso, Gesù “istituì” l'eucaristia. In quella cena, dopo aver lavato i piedi, egli disse a Pietro che se ne era scandalizzato: “tu non lo capisci, lo capirai dopo”. La domanda è: che cosa dobbiamo capire dopo? Dopo cioè il flagello del virus che percuote case ospedali chiese conventi senza fare distinzione di persone, e molti perdono, ma anche donano, la vita? Dobbiamo forse capire ciò che dell'eucarestia non avevamo ancora capito o tradotto nella vita: che eucarestia è anche il lavarsi i piedi a vicenda, riconciliarsi, curare gli infermi, e anche fare ogni sacrificio e rinunzia perché altri non cadano. Il pane spezzato è “segno e strumento” del corpo spezzato di Dio, e in lui del corpo spezzato degli uomini, a cominciare dai piccoli dai poveri dai malati dalle vittime, essendo la carne la dimora di Dio. Ora può venir meno il segno, lo strumento svanire ma la realtà resta (e altrimenti come farebbe l'Amazzonia se il segno non le è concesso e lo strumento negato con l’argomento che esso può essere posto solo da un prete e che il prete non debba avere né sposa né figli? E non è bastato un Sinodo!). Ma la realtà annunciata e promessa è altra, è che tutto non finisce nei corpi spezzati e divisi, ma nei corpi nati di nuovo e ricondotti all'unità, vissuti come un corpo solo: non per paura ma per amore. Continua...

mercoledì 18 marzo 2020

SE MANCA L’ACQUA



I poveri della Chiesa che è di tutti ma soprattutto dei poveri, sono costernati perché hanno letto sulla “Repubblica” che senza eucaristia domenicale per i cristiani non è possibile vivere, e lo dice un maestro autorevole. Poiché essi sono poveri, non vivono nei santuari o nei monasteri, non abitano né in seminari né in case del clero ma nelle loro case chiuse per virus, e se poi stanno in Amazzonia o in altre terre cristiane depredate ma prive di clero l'Eucaristia domenicale non se la possono nemmeno sognare, sono turbati a sentirsi dire che così non possono neanche vivere, e in ogni caso non da cristiani. Dunque per loro, e sono tanti, il Signore sarebbe venuto e morto invano.

La cosa è seria e quindi non si può passare oltre senza sentirsi interrogati, senza cercare, se c’è, un’altra risposta per i poveri e per i piccoli che noi tutti siamo. Ed è tanto più necessario perché insieme a questo lamento per la mancanza dell'Eucarestia e dei segni materiali degli altri sacramenti, si levano qua e là appelli “alla Chiesa”  perché in questa tragedia della pestilenza si faccia sentire, alzi la voce, dica parole forti, “parole di verità”, faccia gesti esemplari di invocazione e di supplica, organizzi preghiere e salga sulle guglie, come se nei tempi normali la Chiesa non parlasse e non si facesse Parola, non trasmettesse verità, non pregasse, non invocasse il perdono e non supplicasse il Dio della misericordia, e come se oggi fosse ancora più inadempiente.

Naturalmente non c'è da scandalizzarsi per queste posizioni esigenti e ansiogene che potrebbero ancor più turbare i fedeli. Niente di nuovo; del resto, anche i migliori possono forzare le cose di Dio. Basta pensare a san Tommaso che sosteneva che un bambino morto nel deserto senza che si trovasse acqua per battezzarlo non si sarebbe salvato in eterno, ciò che davvero era “pelagiano” perché presupponeva come inderogabile un’opera umana. E basta pensare al giudizio tagliente di san Paolo sui Giudei che chiedono miracoli e i Greci  che cercano la sapienza mentre noi annunciamo Cristo crocifisso, per vedere come ci sia un'eccedenza, una pretesa mondana che non si fida dell'agire di Dio, lo vuole integrare e sostituire, non si accorge di quella spoglia semplicità dell'operare di Dio a cui non a caso si è richiamato papa Francesco nell'omelia di lunedì scorso a Santa Marta.

Anche in questo frangente papa Francesco deve reggere l’urto: da un lato ammonisce i vescovi, a cominciare dal suo vicario a Roma, che le misure drastiche come quelle di chiudere le chiese “non sempre sono buone”, dall'altro mostra una straordinaria sobrietà per non incoraggiare derive miracolistiche e magiche. Una cosa è infatti che la Chiesa pensata da Francesco come ospedale da campo non chiuda le porte proprio quando la società intera è diventata un ospedale, una cosa è che i preti come i ministri dell'altra salute stiano sulla breccia a soccorrere e consolare i fedeli,  e altra cosa è pretendere che le assemblee si radunino per i riti, dalle Messe alle “lectio divine”, alle novene, ai “Sepolcri” (e i tradizionalisti dicono anche le piscine di Lourdes),  con la motivazione che la religione con i suoi riti è libera dalla legge e non deve pagare dazio agli "adempimenti burocratici” e all'interesse comune di tutti i cittadini. Qui davvero Dio è occultato dal sacro. Un assembramento che sarebbe un delitto se fosse per una “movida” sarebbe invece un sacrosanto diritto e dovere se fosse per una Messa o per una veglia, come se i corpi non fossero gli stessi: e ai “laici”, ai comuni cittadini, chi glielo va a dire? È piuttosto un'icona di santa obbedienza il papa che da solo percorre il deserto di via del Corso verso la chiesa dei Servi di Maria per invocare il Crocefisso, portando la veste bianca quale un cilicio, come ha scritto Antonio Padellaro sul “Fatto”.

Un certo intransigentismo cattolico che sostiene l’irrinunciabilità delle Messe e delle altre celebrazioni in comune è anche figlio di un tempo in cui la Chiesa si fondava più sul potere che sull'Eucaristia, e la Bibbia era stata tolta di mano al popolo cristiano; e ora che la Chiesa ha dato ragione ai riformatori più illuminati e kerigmatici riconoscendo come fonte e culmine di tutto Eucarestia e Scrittura, essi vivono come un’infedeltà se non un’apostasia il venir meno di questa evidenza visibile. Non era “la scelta religiosa” la riforma più avanzata che la Chiesa potesse fare? E ora come rinunciarvi?

La verità è che all’ora delle grandi prove non ci vuole più religione, ma più fede. E la fede consiste nel non dire mai più, di fronte alla “disgrazia”, “e Dio dov’è? dov’era?”, ma nel sapere che proprio allora sovrabbonda la grazia.

La difficoltà sta nel fatto che come deve essere la Chiesa lo chiediamo alle nostre culture, alle nostre téologie o ai nostri perfettismi e non al Vangelo. Ma proprio nella prima domenica in cui l'Eucaristia non si è potuta celebrare in comune (e invece sì, collegati o non collegati si fosse, quella del cuore) il Vangelo raccontava che Gesù in un contesto che più laico e comune non poteva essere, diceva alla donna samaritana che sarebbe venuto il tempo di adorare Dio non nel tempio di Gerusalemme o in quello alternativo costruito sul monte Garizim, ma i veri adoratori avrebbero adorato Dio in spirito e verità. Qualcuno ha pensato che Gesù volesse parlare di un tempo, chissà quanto lontano, in cui la pura fede avrebbe preso il posto della religione e perciò non ci sarebbe stato più bisogno di templi e di riti. Ma Gesù aveva detto invece: viene un tempo ed è questo. È questo il tempo in cui continua la religione, continuano a esserci i templi ed i riti, e anche l'Eucaristia e i funerali e gli altri sacramenti, ma questi a nulla varrebbero senza Spirito e senza verità e, come ha detto un’altra volta, senza perdono e riconciliazione tra i fratelli; un tempio senza fede è nulla, ma adorare Dio in spirito e verità anche se non c'è tempio né rito né clero è tutto, e anzi, dice Gesù, fatelo anche nella vostra camera quando nessuno vi vede.

Nessuna pulsione iconoclasta in ciò: le grandi risorse devozionali e sacramentali dell'istituzione religiosa, nella dovuta discrezione e discernimento, restano tutte, però sono nel regno del relativo, del medicinale, del pedagogico, e anche del necessario, ma non come assoluti terreni.

Il monaco più santo che abbiamo conosciuto, padre Benedetto Calati, il camaldolese, quando fu raggiunto dalla morte fu prevenuto da un monaco suo discepolo, che poi ne ha dato testimonianza, che gli disse: “Padre, è venuto il momento: vuole l'Estrema Unzione?”. E padre Benedetto, con un sorriso luminoso ma ormai un po' anche ironico, gli rispose: “Innocenzo!  Ancora pensi a queste cose!”. Come a dire: dopo tutti quei Salmi!
Continua...

sabato 14 marzo 2020

IMPARARE DA CIÒ CHE PATIAMO


La situazione creatasi col virus, che riguarda direttamente tutti gli abitanti della Terra - e per la prima volta noi lo sappiamo - ci consegna dei mandati che a crisi risolta (e alcuni anche subito) occorre mettere a tema delle cose da fare e da pensare, come è nel progetto della nostra scuola.

 1. Avvalorandosì l'idea della necessità di istituti di garanzia e attuazione dei dettati costituzionali, si manifesta che il più urgente di tutti è un'autorità mondiale per la sanità con mezzi efficaci e misure omogenee, o comunque decise sulla base di criteri omogenei e globali, a beneficio di tutta la popolazione, nonostante e al di là dei confini statuali. Se c'è un Trump negazionista della pandemia o mezza Europa che pensa a trarne vantaggio politico o finanziario, non si può lasciare che ciò metta a rischio l'intera popolazione della Terra e ne azzeri il diritto alla vita. A differenza dell'attuale Organizzazione Mondiale della Sanità o come suo sviluppo l'autorità sanitaria mondiale dovrà avere, anche grazie a una apposita fiscalità, mezzi adeguati, corrispondenti a una ragionevole quota del PIL mondiale, per assicurare vaccini, farmaci salvavita, e cure essenziali a tutti gli abitanti della Terra, nessuno escluso. Le modalità, i limiti, l'armonizzazione con le autorità nazionali anche ai fini della prevenzione, sono tutti da studiare.

 2. In Italia il governo e il suo presidente hanno esercitato poteri eccezionali ma con fondate motivazioni, gradualità e costante cura della persuasione e del consenso, mentre la ministra degli Interni ne cura l'osservanza con moderazione grazie al fatto che non opera pensando a sè o a propri interessi ma ai cittadini. È chiaro tuttavia che questo uso dei poteri nei casi d'eccezione presenta un rischio di infedeltà al dettato costituzionale in assenza di agibili garanzie. Perciò, come ha sottolineato il quotidiano “Avvenire” in un articolo di Marco Olivetti che riprendiamo sul nostro sito, a crisi conclusa si dovrà prevedere un quadro normativo adeguato anche a fronte di eventi eccezionali e imprevedibili come quello in corso.

             3. Nelle condizioni straordinarie in cui è costretta a vivere un’intera comunità è essenziale una corretta informazione e anche la fornitura di contenuti culturali didattici e formativi che possano lenire il danno della chiusura delle scuole, dei teatri, dei musei e delle altre strutture ordinate alla vita intellettuale delle persone, mentre un'accentuata comunicazione, non sempre edificante, corre nei social. Ciò conferma l'importanza e la necessità di un servizio pubblico come quello oggi espletato dalla Rai e da Radio Radicale nelle trasmissioni in convenzione; né tutto si può affidare ai computer e agli altri oggetti telematici perché gran parte della popolazione povera o anziana ne è sprovvista e in questa materia non si possono dare per scontate opzioni di classe o di fasce d'età. Quindi bisogna puntare sul mezzo più tradizionale e più facilmente fruibile. la televisione, di cui dovrebbero essere fornite a spese dello Stato anche le famiglie che ne sono sprovviste, a cominciare dal Sud. Un canale della RAI dovrebbe essere interamente dedicato a questo scopo, visibile in chiaro, senza inquinamenti pubblicitari, con particolare riguardo agli studenti della fascia dell'obbligo scolastico nelle ore del mattino o del primo pomeriggio, con una limpida e non arrogante informazione, con la proposizione di contenuti attinenti al nostro grande patrimonio culturale e ideale e anche con forme di scambio interattivo oggi tecnicamente possibili. Una parziale sopravvivenza di tutto ciò potrebbe venire bene anche a crisi conclusa come riserva di uno spazio comunicativo informativo e dialogico non posseduto e determinato dal mercato. Continua...

venerdì 13 marzo 2020

PRIMA PAGINA


Mentre la crisi provocata dal Virus Nemico raggiunge il suo acme, una novità straordinaria attraversa il pontificato di papa Francesco e ancora di più lo consegna al futuro: una rilettura della Bibbia offerta alla Chiesa (e non solo) dalla Pontificia Commissione Biblica sotto il titolo misterioso e cruciale: "Che cosa è l'uomo?". Si tratta di un documento appena pubblicato, che si concreta in un percorso e non in una sistemazione dogmatica, che scopre la realtà dell'uomo nel suo "divenire" e non nella fissità di un’istantanea, che si presenta come un'inchiesta di antropologia biblica ma in realtà è una rilettura teologica, un “Chi è” di Dio, anche in forza di una nuova percezione della somiglianza dell'uomo, suo figlio, con Lui.

È un documento che lo stesso Sandro Magister (ciò che è una festa per noi) promuove come "il più bel documento di questo pontificato", essendo stato sollecitato da papa Francesco e posto a tema di tutte le sessioni plenarie dell'Istituto biblico fin dall’inizio di questo pontificato.

Ne risulta una visione affascinante dell'antropologia cristiana, e dell'antropologia tout-court, che cattive letture della Bibbia, spesso indirette, mediate dalle culture mondane o appiattite sui miti, hanno offuscato e traviato, fino alla catastrofe della pretesa legittimazione biblica dell’inferiorità della donna, ricavata dall'uomo, scioccamente sedotta dal tentatore e portatrice del peccato nel mondo: mitica origine di quella cultura patriarcale che, giunta fino a noi, sta portando all'apostasia delle donne dalla Chiesa.

Per singolare coincidenza in questi giorni è uscito da Gabrielli un libro intitolato "Non sono la costola di nessuno" in cui non solo femministe e teologhe, ma anche altre donne e uomini confutano le nefaste interpretazioni e conseguenze che si sono tratte dal racconto della Genesi sulla creazione e il peccato di Eva; ed è proprio questo testo fondatore che il documento della Commissione Biblica fa oggetto della sua indagine per rintracciarne poi innumerevoli rivoli e sviluppi in tutte le pagine della Scrittura; e ciò perché il mistero dell'uomo ha la sua radice e il suo adempimento finale nell'evento dell'origine, evocato dai primi capitoli della Genesi. E proprio qui ci sono le sorprese. Anzitutto viene revocata la supposta antitesi tra immagine e somiglianza presente in molte teologie per le quali ogni uomo sarebbe a immagine di Dio, ma quanto ad assomigliargli è tutt'altra cosa. Ebbene la vera traduzione di quell'espressione capitale che si trova nelle prime pagine della Bibbia non è "Dio creò l'uomo a sua immagine e somiglianza", ciò che potrebbe portare a una giustapposizione,  ma, letteralmente, "lo creò a immagine secondo la sua somiglianza”; e infatti in altri passi della Genesi una volta si usa "immagine" un'altra si usa "somiglianza”, come termini equivalenti, che fanno dell'essere umano la “figura” di Dio, il suo interlocutore speculare. Secondo una traduzione dinamica suggerita dal documento si potrebbe dire che fu fatto l’uomo "a immagine somigliante” di Lui.

E poi c'è la questione della costola del maschio, da cui sarebbe stata tratta la donna. In realtà non c'è il maschio e non c'è la costola.

Il termine ebraico sēla, tradotto in greco e poi in latino come “costola”, in tutta la Scrittura non designa mai una specifica parte del corpo ma semplicemente un lato o un fianco di qualche oggetto, come si dice ad esempio "la costola di un libro", e dunque suggerisce piuttosto che uomo e donna, nella loro natura costitutiva sono fianco a fianco, l'uno al lato dell'altro, come reciproco aiuto e alleato. Sono simili e diversi, e la loro differenza è pegno del reciproco riconoscimento ed è appello a diventare una sola carne, principio da cui è normato qui non già l'istituto del matrimonio, quanto l'unità indissolubile dei due universi umani, il maschile e il femminile. Infatti, con la venuta di Eva “non è la solitudine del maschio, ma quella dell’essere umano ad essere soccorsa, mediante la creazione di uomo e donna”.

E quanto al maschio, non c'è quella precedenza del maschio sulla femmina da cui tutta una cultura a impronta maschile ha fatto derivare l'ordine gerarchico della subalternità della donna nella famiglia e nella società. L'apostolo Paolo - riconosce il documento della Pontificia Commissione - va in questa linea, quando dice nella prima lettera ai Corinti "come la donna (venne) dall'uomo, così l'uomo (viene) per mezzo della donna" o quando nella prima lettera a Timoteo - così sofferta dalle donne - dice che "prima fu formato Adamo e poi Eva (e non Adamo ma Eva fu sedotta)”.  La Commissione Biblica dice che questa prospettiva sociologica (legata cioè alla cultura del tempo) “non è oggi universalmente accettata, anche perché il testo biblico postula una diversa lettura, esegeticamente più rigorosa”. E infatti, fino all’apparizione della donna, l’Adam di cui parla la Genesi non è mai il maschio, ma l’essere umano a prescindere da qualsiasi connotazione sessuale, nel quale sono compresi in potenza sia la donna che l’uomo: un mistero, certo, tanto che perché si risolva l’Adam deve passare attraverso il sonno, il “non conosciuto”, nel quale si attua il meraviglioso prodigio di Dio che da un solo essere ne forma due;  ed è a questo che allude  papa Francesco quando dice poeticamente che l’essere umano perché ci sia la donna, se la deve prima sognare.   

E quanto alla tentazione di Eva, non è che il tentatore ha approfittato del soggetto più debole e irriflessivo; perché anzi, dicono i biblisti del papa, la figura femminile è nella Bibbia  l’immagine privilegiata della sapienza, sicché, in questa prospettiva, “il confronto non avviene tra un essere molto astuto e una sciocca, ma al contrario tra due manifestazioni di sapienza e la ‘tentazione’ si innesta proprio nella qualità alta dell’essere umano che nel suo desiderio di conoscere rischia di peccare di orgoglio”.

Molte altre cose ci sono in questo testo che aprono il cuore e le menti; come nell’evocazione della nudità senza vergogna, a prova che l’amore sponsale è puro, nella misura in cui nella carne esprime l’amore secondo il disegno di Dio; o come nell’enunciazione di un principio ermeneutico di carattere generale, per il quale anche di fronte a norme o a comandi espressi in modo apodittico, come ad esempio quello relativo all’indissolubilità del matrimonio, occorre discernerne la giusta applicazione, sicché ad esempio non è infrangere questo comandamento il separarsi da chi minacci la pace  o la vita dei familiari, il constatare  che “il rapporto sponsale non è più espressione di amore”. E molto importante è anche la tematizzazione del passaggio dall’immagine indiscriminata del Dio giudice, criticata nello stesso testo biblico, a quella del padre che anela a passare dall’accusa al perdono; tutto il Nuovo Testamento attesta l’avverarsi di questo evento finale della controversia con Dio, quale compimento “di ciò che era stato annunziato come senso della storia”, esteso “a tutte le genti, radunate sotto il medesimo sigillo della misericordia, in una nuova e perenne alleanza”.

Sono, queste, notizie da prima pagina, ma nessuno ci ha fatto uno scoop. E lo stesso documento non è on line, è pubblicato in un libro di 336 pagine della Libreria Editrice Vaticana, con caratteri piccoli, con inchiostro grigio e sbiadito,  e in un numero ristretto di copie, come se esso dovesse essere letto solo da occhi giovani e in circoli ristretti di accademici e docenti; perciò chiediamo pressantemente al prefetto del dicastero per la Comunicazione, Paolo Ruffini, di mettere in rete questo documento, di diffonderlo attraverso gli altri media, ecclesiastici e laici, favorendone la recezione nel popolo cristiano.

Così, quando usciremo dal tormento del Virus, ci troveremo più ricchi.


Continua...

venerdì 6 marzo 2020

IL VIRUS AMMONISCE LA TERRA


Il segno dei tempi più inquietante e invasivo di questi tempi dolenti è che il governo ha proibito i baci. Povero san Bernardo con i suoi nove sermoni sul bacio! E il Cantico dei Cantici!
Dall’emergenza virus che ha colpito il mondo e affligge l’Italia dobbiamo tuttavia ricavare, insieme al lutto, moniti e conferme che sarebbe colpevole ignorare.
La prima conferma è che ormai, al di là di tutte le preziose diversità di nazioni, di stirpi, di Stati, di colore, di cultura, di religione, di lingua e di sesso, c’è un solo popolo della Terra, c’è l’evidenza di una sua unità di origine e di destino, c’è la sua soggettività o persona collettiva che è in gioco. Abbiamo toccato con mano quanto già aveva detto san Giovanni Crisostomo e proclamato il Concilio Vaticano II: “Chi sta in Roma sa che gli  Indi sono sue membra”. Questa unità, rifiutata e stracciata da tutti i poteri del mondo, ora bussa alla nostra porta e non ci sono muri, apartheid, riserve indiane e frontiere o porti chiusi che tengano. Il confine non è la propria immagine, come pretende la selfie, è globale. Una grande lezione.
La seconda è il nesso inscindibile che stringe gli esseri umani alla natura; le donne, certo, prima di tutto, che sono grembo della vita, ma anche gli uomini: un nesso con tutta la natura vivente, quella visibile e quella invisibile, anche più invisibile del pulviscolo dell’aria; per questo si parla di ecologia integrale. Dicono che il virus sia passato dagli animali all’uomo, saltando da una specie all’altra, che ora anche le malattie, grazie alla globalizzazione, non conoscono frontiere tra gli animali e l’uomo, tra l’una e l’altra specie. Ciò vuol dire che deve essere la cultura, ben più che la natura, a presiedere al nostro rapporto con gli animali, a definire ciò che ad essi ci accomuna (come canta il Cantico delle creature) ma anche ciò che infinitamente da loro ci distingue, quella scintilla dell’umano,  quello scambio ineffabile che ci fa confinare con Dio,  che fa l’inestimabile differenza  umana, che nessuna intelligenza artificiale potrà eguagliare. In questa differenza alberga anche il diritto.
La terza è che il nostro vero problema, la vera posta in gioco, quella che pur sembra la più difficile, non è la sicurezza, ma la salvezza. La salvezza della Terra, che la storia continui, che l’umanità sussista, senza l’alibi dell’escaton, della fine annunciata, delle apocalissi che si autorealizzano.  La sicurezza, per quanto la promettano, non è alla nostra portata. Ci danno più armi, e più licenza di usarne, e ci si uccide di più. Ci tolgono i profughi dalle anagrafi, e ne fanno dispersi e disperati nelle città. La destra americana si inventò una straordinaria “Strategia della sicurezza nazionale” e anche della sicurezza del mondo, promettendo di estirpare gli “Stati canaglia” (in inglese “rogue States“, cioè “zizzania”) e ha devastato tutto il Medio Oriente, funestato l’America Latina e messo a rischio i popoli tutti.. Mettono in quarantena quell’unico passeggero transitato per Singapore, allargano le zone rosse, le chiudono al traffico, ma il virus fa la sua corsa, mentre le guerre  mettono in movimento esodi di massa, e la Turchia minaccia l’Europa scatenandole contro i profughi come un’arma. La sicurezza è un mito, è la promessa non mantenuta, la salvezza è invece  il compito nostro e insieme il dono che ci è stato promesso, e proprio lei è alla nostra portata, se a imitazione di Dio l’assumiamo come salvezza di tutti, nessuno escluso, se giochiamo su di essa tutte le nostre risorse.
La quarta conferma è che la vera unità dell’Europa e del mondo, fallita nel Novecento quando se ne era avuta la migliore possibilità, e fu messa invece in mano al denaro, la dobbiamo fare ora; a questo non servono reucci, dittatorelli e altri presunti sovrani e sovranisti; gli antichi dicevano che era il diritto a dover essere re, il “nomos basiléus”, come sappiamo da Pindaro. Ebbene, prendiamolo sul serio, sapendo che il diritto non è più la legge del più forte, l’inflessibile legge del padre, ma è il diritto del debole, è anche il diritto di Antigone e di Carola Rackete,  e deve prendere oggi le forme di un costituzionalismo mondiale, fino all’ “utopia” realistica che abbiamo avanzato, di una Costituzione della Terra, non solo norme ma anche istituti e autorità di garanzia che realizzino ciò che promettono, diritti e beni comuni per l’umanità tutta intera, dalla sanità al sapere, al lavoro, alla pace.

Continua...

venerdì 28 febbraio 2020

CHIEDIAMOLO AL PENSIERO. LE RAGIONI DI UNA SCUOLA


L’inaugurazione alla Biblioteca Vallicelliana della “Scuola della Terra”. Due aporie da superare: la confusione tra laicità e ateismo, frutto di un Dio frainteso e mal predicato, e la sovranità assoluta dell’economia e della politica. Una Terra non solo da abitare ma da amare

Si è inaugurata a Roma il 21 febbraio alla Biblioteca Vallicelliana  la “Scuola della Terra” il cui scopo è di promuovere un costituzionalismo e una Costituzione mondiale. Qui pubblichiamo  il discorso inaugurale di Raniero La Valle, cui ha fatto seguito la “lectio magistralis” tenuta dal prof.  Luigi Ferrajoli.

Dopo una lunga gestazione e confronto, noi siamo qui oggi per fare una scuola. Ma non è solo una scuola, è anche un’antiscuola,  Ivan Illich, di cui esce ora l’opera omnia in Italia[1] ne sarebbe contento. Perché la scuola è fatta per insegnare e per imparare. Ma noi non vogliamo insegnare niente a nessuno, e quanto a imparare non sappiamo nemmeno se ci sono maestri per quello che vorremmo imparare, per quello che vorremmo sapere. Perciò dobbiamo cercare ancora[2].
Noi vorremmo sapere come si fa a salvare la Terra. Se ci fosse solo da salvarla dai terremoti, dagli tsunami, dalle inondazioni, dalle cavallette, dai virus, forse gli scienziati con la loro “scienza esatta” potrebbero arrivare a dirci come si fa, forse la tecnologia potrebbe approntare rimedi. Ma noi la dobbiamo salvare da noi stessi. Per salvarla da noi stessi non solo dovremmo imparare del nuovo, ma anche cessare di imparare dal vecchio; dovremmo smettere per esempio di imparare come uno può rubare i mercati dell’altro, come si può distruggere lavoro per far lavorare le macchine, come fare armi il cui criterio di perfezione  è di essere sempre più letali. Dalle prime mitragliatrici, cinquecento colpi al minuto, usate nella prima guerra mondiale, alle bombe di Hiroshima e Nagasaki sono passati solo trent’anni[3]. Abbiamo imparato troppo presto. Come dicevano i profeti, i popoli non dovrebbero più imparare l’arte della guerra, ma ormai questo non basta più, noi  dovremmo disimparare quello che abbiamo imparato fin troppo bene, Abbiamo imparato  guerre dove si muore da una parte sola, abbiamo imparato a uccidere con i droni, a decine di migliaia di chilometri di distanza, stando seduti a casa nostra, nei nostri Studi ovali, a goderci lo spettacolo in televisione, coi lustrini sulla divisa, pronte le bottiglie di champagne.

Uscire dalla dialettica

E per un’altra ragione la nostra scuola sarà anche un’antiscuola, perché una scuola è lì per trasmettere i saperi da una generazione all’altra, e dunque è un potente fattore di continuità, un mezzo di riproduzione della società così com’è, così come l’abbiamo ricevuta. Invece noi dovremmo trasmettere un sapere che ancora non c’è, perché col sapere che c’è la società che abbiamo ricevuto non solo non va bene, ma nemmeno può continuare. Prendete la dialettica, questa vetta della filosofia occidentale. Ci abbiamo fatto cattedrali e rivoluzioni, democrazie governanti e reti digitali, siamo tutti nipotini di Hegel. Ma lui è stato il primo a farci vedere gli effetti anche perversi della sua onnipresente dialettica, lui che estasiato salutava Napoleone come lo “spirito del mondo” quando  a Jena lo vedeva uscire a cavallo in perlustrazione nella città occupata; lui, Hegel, che teorizza l’inferiorità degli Indios scoperti in America, e dice che sono quasi scomparsi al soffio dell’attività europea, e dice che sono inferiori a noi “perfino quanto a statura”; quello stesso Hegel, filosofo dello Stato prussiano, che celebra la guerra come “la salute etica dei popoli”, perché, dice,  “come il movimento dei venti preserva il mare dalla putrefazione, nella quale lo ridurrebbe una quiete durevole”, così “vi ridurrebbe i popoli una pace durevole, anzi perpetua”.[4]
Per questo ci vuole non solo una conversione dei cuori, ma una revisione del pensiero, di molto pensiero di cui pur ci siamo nutriti fin qui.
Quello che ora chiediamo al nuovo pensiero è come salvare la Terra, le sue acque, i suoi mari, l’asciutto, le foreste, i tramonti, “questa bella famiglia d’erbe e d’animali”, come è celebrata in un canto che, ahimé, ha per titolo “I sepolcri”.
Tutto questo ci preme, perché l’ecologia è giunta fra noi, e già da molti decenni, almeno dagli anni Settanta del secolo scorso, da quel profetico rapporto dell’ MIT e del Club di Roma che rivelò i “Limiti dello sviluppo”. Tuttavia noi non siamo creatori di mondi, perciò non tocca a noi preoccuparci se un mondo, sia pure bellissimo come questo, scompare dall’universo, dove sono altri milioni di mondi e lune e soli e comete che possono fare anche a meno del nostro. Ma a noi ci preoccupa la Terra, ci preme questa Terra qui, perché su di essa è fiorita la storia, perché essa è rigata dalle sofferenze e dal pianto della storia, perché su questa Terra c’è un’umanità dolente in cammino, che siamo noi, e perché su questa Terra ora pende un giudizio. Ma questo giudizio non è quello del clima. Questo giudizio è quello della decisione che noi dobbiamo prendere su noi stessi. Una decisione che non può essere lasciata nelle mani di questo o quel sovrano, di questa o quella City, di questo o quell’algoritmo di Intelligenze artificiali che non conoscono uomo.
Dobbiamo decidere tutti insieme.

La contraddizione della “cristianità”

Per fare questo dobbiamo superare due aporie, due strozzature proprie della modernità, che finora sono apparse insormontabili e che ora però possono essere rimosse, ed è per questo che oggi possiamo sperare di salvare la storia e passare all’epoca nuova.
La prima aporia o strozzatura è quella che ha sciupato la laicità facendone una controfigura dell’ateismo, mettendo fuori gioco il Dio che era stato dei padri. La laicità è stata la grande carta giocata dalla storia, è stata la decisione assunta dall’umanità, agli albori dell’età moderna, di prendere in mano il proprio destino. Questo comportava però, almeno per l’Europa, di uscire dal regime di cristianità che non lo permetteva, che non dava spazio all’età adulta del mondo, La cristianità è quel regime inaugurato da Costantino e instaurato da Teodosio che nell’intreccio di politica e religione ha dato forma all’ “idea di Europa“. Un’Europa che secondo lo storico austriaco Friedrich Heer, ben noto a papa Francesco, “intesa in senso stretto”, è l’ “Europa occidentale post-greca da Costantino a Hitler”[5]. Ma poiché il regime di cristianità era il risultato, la proiezione di un Dio mal predicato, un Dio geloso dell’uomo, fautore delle guerre di religione e intralcio al progresso storico, era necessario o che questo Dio non ci fosse oppure, se si era credenti, bisognava  fare come se Dio non ci fosse.  La formula della laicità promulgata dal cristianissimo Grozio, fu perciò per i credenti quella di una finzione, di una ipotesi data per non vera, eppure obbligante. Tutto quello che abbiamo detto (il diritto), scriveva Grozio nel 1625, sussisterebbe ugualmente anche ad ammettere, ciò che pur sarebbe un’empietà, “che Dio non ci fosse o che non si occupasse dell’umanità”[6]: “Etsi Deus non daretur”, lo diceva in latino, che voleva dire rinchiudere Dio nel privato e nel tempio: perciò si disse laicità ed era ateismo: perché un Dio ristretto nel tempio e nel privato, un Dio che non patisce, non è neanche un Dio. La Chiesa reagì con durezza, si arroccò nel rifiuto della modernità, fino al Concilio Vaticano II, e per parte sua continuò ad annunciare un Dio partigiano, che salvava gli uni e scomunicava gli altri, Dio fu quindi un fattore di divisione e di guerra, nella religione e tra le religioni, e l’unità umana non poteva essere pensata. Ma con il Concilio Vaticano II e ora con papa Francesco la Chiesa esce dal regime di cristianità, Dio è diversamente compreso e ad Abu Dhabi si giunge tra cattolici e musulmani a riconoscere che il pluralismo e la diversità delle religioni sono nel desiderio stesso e nel piano di Dio, la fratellanza umana è proclamata e perciò su questo fronte cade l’impedimento a un’umanità indivisa. La novità, dice il documento fondativo della nostra Scuola, è che adesso un popolo della Terra può esserci, può essere istituito; lo reclama la condizione del mondo, dilaniata da sovranità in lotta tra loro, lo reclama l’oceano di sofferenza in cui siamo immersi; lo consente e chiede un Dio diversamente percepito e annunciato. In tal modo laicità e ateismo non sono inseparabili, sono reciprocamente liberi, l’aporia viene a cadere, e paradossalmente diventa interesse anche dei non credenti che Dio non sia più mal predicato.
La contraddizione delle sovranità
La seconda aporia o strozzatura che ancora ci lega è quella per cui si è spodestata e infirmata la politica e sul trono si è messa l’economia, e anzi il danaro. Nel nostro sito c’è una pagina ad apertura di una delle aree tematiche della nostra ricerca, che pone la domanda cruciale: se a stare al di sopra di tutto, se a decidere della nostra vita, del nostro futuro, se a essere sovrana debba essere l’economia o debba essere la politica. Questo infatti è il grande dilemma dell’epoca della globalizzazione. Ebbene il logo, la fotografia che illustra questa pagina del sito rappresenta due pifferai, identici e giustapposti l’uno all’altro. Uno è vestito di un abito fatto di faccine che ridono, le faccine del whatsapp, l’altro è vestito di un abito fatto di faccine che piangono. E la didascalia che è anche il titolo dell’intera sezione tematica è: I due sovrani: il Mercatro o la Politica? Perché questa è la sfida; è come se dovessimo scegliere tra due sovrani: il Mercato, che poi vuol dire, a capitalismo vincente, che non c’è altra economia al di fuori di questa, o la Politica che poi, a democrazia non realizzata , vuol dire il dominio, lo scarto, la guerra.
Dunque quale sovrano scegliere, quale padrone? Istintivamente si sarebbe portati a dire che una delle risposte sia di destra, l’altra di sinistra. Economia o politica? Il problema però è che non si sa quale delle due sia il pifferaio delle faccine che ridono, e quale delle due sia il pifferaio delle faccine che piangono. Infatti sono simili. Questo vuol dire che la domanda è sbagliata. Spesso ci facciamo la domanda sbagliata, e questo è un guaio, perché solo le domande giuste ci portano a risposte giuste.
La domanda è sbagliata perché quei due pifferai non sono e non devono essere i nostri sovrani, i nostri padroni. Ambedue li dobbiamo deporre dai troni, non sono loro a dover possedere la terra, a doverne avere il dominio; bisogna stare attenti, perché  Il pifferaio magico ci può irretire e portare alla morte, come ha fatto con i topi della favola, come fa l’economia che uccide, oppure il pifferaio ci può illudere, incantare, per farci uscire dalla città a correre dietro a lui, come ha fatto con i bambini della favola, come fa la politica quando strega le menti e indurisce i cuori per asservirli e prendersi tutto il potere.
In realtà economia e politica non sono i nostri sovrani, devono essere invece i nostri ministri, i nostri servitori. Noi siamo qui  a un passo dalla casa di via della Chiesa Nuova 14 dove il giovane Giuseppe Dossetti con gli altri professorini ha scritto alcuni degli articoli più importanti della Costituzione italiana, e noi abbiamo qui tra noi due eredi di quella casa e tramiti di quella memoria, Grazia e Stefania Tuzi. Ebbene Dossetti, che mi piace ricordare in questo momento fondativo, in una relazione rimasta famosa ai giuristi cattolici su “Funzioni e ordinamento dello Stato moderno”, ricordava che nella lettera ai Romani l’apostolo Paolo definisce i poteri pubblici come “diakonoi”, cioè come coloro che servono, e i poteri che imponevano i tributi destinati all’utilità comune, addirittura come i “liturghi di Dio”.
Dunque la politica e l’economia ci devono servire come strumenti e come risorse per la vita comune e il governo del mondo. Ci vogliono tutti e due, come servi fedeli, e ci vuole la loro unione virtuosa, che è l’economia politica.
Il popolo della Terra
Ma se non sono questi i sovrani, chi è dunque sovrano, chi sta sopra tutti e non riconosce altri sopra di sé? Le Costituzioni hanno detto che è il popolo. Ma questo va bene a casa propria. Se le case sono molte, anche i sovrani sono molti, come possono mettersi insieme, se ognuno ha la propria ragione, la propria ragion di Stato? I sovrani del passato hanno risolto la questione o col dominio degli uni sugli altri, o con i patti tra loro o con la guerra.
Ma man mano che il mondo si faceva più complesso, più appetibile e le ricchezze crescevano c’è stato sempre più dominio e più guerre, e guerre di grado in grado più grandi e mostruose. Oggi si è aperta la partita per il dominio non solo di questa o quella parte del mondo, ma del mondo tutto, i patti sono stracciati e la guerra di nuovo si fa mondiale ma, per ora, a pezzi, e non per questo è meno mostruosa, perché le armi ci sono e la guerra è ormai solo terrore.
A questo punto si scopre l’aporia, non si può non venirne fuori. Perché questo mondo di sovrani è divenuto impossibile. Non è possibile che uno si dichiari l’unico sovrano e voglia  aggiudicare a sé un secolo intero, imporgli la sua divisa, e lo proclami come fece Bush il nuovo secolo americano. Non è possibile che uno si pretenda sovrano e decida per tutti che la crisi climatica non c’è, e così mandare a picco la terra. non è possibile che uno si dichiari sovrano sui fiumi, sulle foreste dell’Amazzonia, il polmone del mondo, e ne attizzi. gli incendi. Non è possibile che qualcuno pretendendosi sovrano decida dei ghiacciai della Groenlandia, dei fuochi  dell’Africa, o decida che i Curdi non devono esistere, che gli Armeni non abbiano subito genocidio, che i Palestinesi non devono esserci. Non è possibile che un solo sovrano si faccia arbitro di come gestire una malattia invasiva, come mettere in stato di quarantena la Terra. Non è possibile che questo o quel  sovrano chiuda i mari, intercetti i profughi, perseguiti i migranti e faccia passare sui social l’idea che meglio morti che sbarcati. Non è possibile che molti sovrani gareggino per colonizzare lo spazio per farsene scudo o base di lancio per la decisiva stoccata nucleare sulla terra.
Non è possibile, e sono proprio i sovranisti, i suprematisti, gli identitari, quelli che dicono “prima noi”, cioè “solo noi”, sono proprio loro, ed è paradossale che siano proprio loro, a dimostrare che questo turpe gioco dei sovrani è finito, che deve essere chiuso.
E l’aporia si risolve intronizzando un nuovo e tutt’altro sovrano. e questo sovrano è il popolo della Terra, che giunga ad unità, che si riconosca nella sua soggettività anche giuridica e politica, soggetto costituente del nomos della Terra. Non per mettersi sopra al mondo, per disporne in modo assoluto, per governarlo con editti e con armi e con leggi come facevano i vecchi sovrani. Non si tratta di un governo del mondo, ognuno deve continuare a governarsi da sé. Ma si tratta di una Costituzione del mondo, con il suo “non ancora” che deve diventare realtà, con i suoi principi universali e supremi, con i suoi strumenti di attuazione e istituti di garanzia; Ferrajoli ora ci dirà come si fa.
Non solo abitarla, ma amarla
Noi, come scuola, vorremmo aprirle la strada, perché il popolo della Terra possa continuare ad abitare la sua casa, l’oikόs, per questo si parla di ecologia. Questa casa, con i due pifferai al suo servizio, ha bisogno di qualcosa di più di una mano invisibile che ne amministri il mercato, ha bisogno di qualcosa di più di una politica che la governi, ha bisogno di qualcosa di più di una ragione scientifica che ne sveli i segreti e i processi, ha bisogno di essere amata. Finora abbiamo pensato di dominare, di abitare, di sfruttare la Terra; ora dobbiamo decidere di amarla; finora abbiamo pensato che la Terra portasse noi, qualunque cosa facessimo, qualunque ferita le arrecassimo; ora sappiamo che siamo noi che dobbiamo portare la Terra, e se non la portiamo, se non ce la carichiamo addosso, la perdiamo. Non basta essere i geologi, i geografi della Terra, dobbiamo esserne i geofili, gli amanti.
Perciò noi vorremmo che questa fosse una Scuola disseminata e diffusa, telematica e frontale, non una sola scuola, ma cento scuole, così come Walter Tocci ci ricorda che a Roma si inventarono le cento piazze per l’incontro dei cittadini. E anzi vorremmo che ogni casa diventasse una scuola, ciascuno maestro e maestra l’una dell’altro, e allora più che una scuola sarebbe una scholé, come si diceva in antico, ossia l’ozio operoso, il contrario del negozio, lo studio, il pensiero, la vita pienamente vissuta, la contemplazione, il Sabato, come diceva l’economista Claudio Napoleoni[7].
Ora questa Scuola è al suo esordio e già da questo pubblico, dalle diversità di luoghi e di culture qui rappresentate, sembra piena di vigore. Noi siamo arrivati a questo punto attraverso un cammino difficile, con pochissime forze, e non sappiamo come lo potremo fare ancora, in ogni caso non troppo  a lungo. Ma non importa, perché quello che veramente speriamo è che questa Scuola ci sia tolta di mano, che molti altri se ne approprino e la moltiplichino, che diventi un’impresa comune, un principio speranza per tutti. Dovrete essere voi, nel pomeriggio, a dirci come continuare. Grazie.

Raniero La Valle 





[1] Ivan Illich, Celebrare la consapevolezza, Scritti 1951-1971, a cura di Fabio Milana, prefazione di Giorgio Agamben, pp. 894, euro 35.
[2] Claudio Napoleoni, Cercate ancora, Editori Riuniti, Roma, 1990.
[3] Giuliano Pontara, L’antibarbarie, Abele, Torino, 2019, p. 22.
[4] Hegel, Filosofia del diritto, II, cit. in Italo Mancini, Filosofia della prassi, Morcelliana, Brescia, 1986, p.276
[5] F. Heer, Europäische Geistesgeschichte, Stuttgart 1953, p. 6.
[6] Grozio, Prolegomena al De iure belli ac pacis, 1625, par. 11.
[7] Claudio Napoleoni, op. cit., pp. 107 seg.
Continua...