venerdì 11 gennaio 2019

AI NASTRI DI PARTENZA


Lo sblocco della prigionia sul mare inflitta ai migranti salvati dalla Sea Watch (ma il loro calvario è solo all’inizio) almeno una buona notizia l’arreca: sarà per l’appello lanciato domenica all’Angelus da papa Francesco, sarà per l’offerta della Chiesa valdese, sarà per l’imprevista vampata umanitaria del premier Conte, in ogni caso una decina di naufraghi, uomini donne e bambini, passeranno oltre i porti chiusi di Salvini ed entreranno in Italia. La buona notizia è che il cuore di pietra, quando è troppo esposto alla pubblica visione, non regge: perfino i governanti se ne vergognano, italiani ed europei, e devono mostrare almeno un lembo del loro cuore di carne. Così una manciata di profughi, centellinati tra una decina di Paesi, entra ancora questa volta nel paradiso europeo.
Ma la cattiva notizia è che questo ennesimo caso d’eccezione non fa che confermare la regola dell’esclusione e del rifiuto, la regola dello scarto: i salvati e i sommersi, ma si potrebbe anche dire i predatori e i predati.
I primi, quelli che oggi sono forti, non si contentano più di chiudere porti e frontiere, di schierare cani ringhiosi e doganieri, tornano ad alzare muri e cortine. Ormai c’è un muro che corre per migliaia di chilometri non a dividere Est ed Ovest, ma a barricare il Nord contro il Sud, a cominciare dal muro col Messico, che Trump è pronto a costruirsi anche da solo, e che spacca in due l’America. E qui da noi abbiamo il muro steso attraverso il Mediterraneo, da Gibilterra ad Efeso, il muro tra Israele e i Territori ancora non del tutto Occupati, che sega la Terra santa a Betlemme, il muro che, alto otto metri, divide in separate corsie la strada 4370, tra Gerusalemme e Gerico, in modo che da un lato corrano le macchine ebree e dall’altro quelle palestinesi, il muro finanziato dalla Gran Bretagna che sarà costruito lungo l’autostrada che mena al porto di Calais, per impedire l’imbarco dei clandestini, e il muro fitto di menzogne, di eserciti invasori e di false guerre civili che il Nordatlantico ha costruito negli anni e ancora munisce per predare il cobalto in Congo e il petrolio in Medio Oriente, gettando al macero Africa, Siria, Iraq e le altre perle della civiltà antica; e vedremo come andrà a finire in Asia.
Il Nord contro il Sud. Ma chi salverà il Nord da se stesso? Forse un giorno il Sud lo salverà.
Per ora sembra che il mondo sia tornato ai nastri di partenza: il forte vince, il debole soccombe. È la legge dell’evoluzione scoperta da Darwin: c’è una lotta per la vita, nella quale sono preservate “le razze favorite”, i soggetti più atti a sopravvivere, e i più deboli e malriusciti devono invece soccombere. Ma questo riguardava le leggi di natura: non la cultura, non la storia. E invece questo principio è stato trasposto nella politica, nel diritto, nella filosofia; la modernità se ne è imbevuta, fino alla formulazione di Spencer: “se gli uomini sono realmente in grado di vivere, essi vivono, ed è giusto che vivano: Se non sono realmente in grado di vivere essi muoiono ed è giusto che muoiano”; e su questo principio è stato costruito il capitalismo selvaggio, il suo vangelo: la competizione, la concorrenza, la moneta buona che scaccia quella cattiva, il darwinismo sociale.
È gloria dell’Occidente, a partire dal Sud del mondo, avere immesso nella storia il principio alternativo: il potere del re che compensa l’impotenza dei deboli, fin dai codici di Ur e di Hammurabi, la beatitudine dei poveri predicata da Gesù, le cose deboli che confondono le forti di san Paolo, fino alle rivoluzioni moderne, alle Carte dei diritti, al costituzionalismo post-bellico, ai grandi messaggi di eguaglianza e di liberazione, da Gandhi a Mandela alle teologie in contesto nero e latino-americano, fino al rovesciamento della retribuzione divina in misericordia di un uomo del Sud come papa Bergoglio. 
La novità consiste nel fatto che questo principio alternativo è oggi diffamato e negato in via di principio, e questa negazione pretende di farsi maggioranza, di diventare pensiero comune e prassi di governo al di qua dei muri che si stanno erigendo per affermare il  “prima noi”, ossia “solo noi”. C’è un’impressionante intervista rilasciata in questi giorni da un esponente di questo nuovo, e tuttavia vecchissimo pensiero, un membro del Consiglio d’Amministrazione della RAI, designato dai Fratelli d’Italia, Giampaolo Rossi, un sintomo autorevole perciò di che cosa c’è oggi al centro della comunicazione. Dice Rossi che “uno dei tratti del nostro tempo è la fine irreversibile dei due principali dogmi ideologici della sinistra mondiale che hanno dominato il dibattito culturale e l’immaginario simbolico di milioni di persone per circa un secolo. I due dogmi sono: progresso e uguaglianza. Ma già Ernst Jünger, una delle più lucide intelligenze del ‘900, in un suo scritto ricordava che 'gli uomini sono fratelli ma non eguali'.” Ciò vuol dire che anche nel voto si potrebbe contare più o meno secondo il livello d’istruzione, come una volta in  ragione del censo. E che il progresso va tolto come speranza dei poveri. E che infierire sui migranti sarebbe una cosa di sinistra perché, come ci viene spiegato,  le migrazioni non sono un fenomeno storico a cui dare risposta, ma un complotto dei nemici dell’Occidente per scardinarne i valori e fornire manodopera a basso costo ai padroni del vapore.
Questo vuol dire essere tornati ai nastri di partenza, è come se di nuovo dovessimo decidere se gli uomini e le donne, sono eguali e se la storia non è finita.  È questa la grande sfida, la posta in gioco, la grande responsabilità delle nuove generazioni. 
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venerdì 4 gennaio 2019

TRAPIANTI


Lo scontro sul cuore dello Stato si è fatto durissimo, quello che si sta decidendo è se a settant’anni dal parto doloroso da cui è nato, il nostro Stato debba mantenere un cuore di carne o trapiantarsi un cuore di pietra. Si potrebbe definire uno scontro sull’identità: infatti porti chiusi od aperti, bambini discriminati fin dall’asilo, stranieri gettati nel gorgo perché “solo gli italiani”, non sono un cambio di politica, sono un cambio dell’Essere. È singolare come tutto si rovesci. Il governo populista insorge contro i Sindaci del popolo, il Paese che voleva dare una lezione all’Europa si fa lacché dell’Europa sigillandone i confini meridionali  e armandone sul mare l’apartheid, il ministero della sicurezza pubblica si fa portatore della massima insicurezza promettendo la pacchia ai fabbricanti e venditori di armi, gettando i richiedenti asilo nella clandestinità, rompendo la legge dell’universalità della salute, per cui se una parte della popolazione non è curata anche l’altra si ammala, e accumula sulla testa dei cittadini e di quelli futuri la minaccia di un odio straniero e di incontrollabili sentimenti di vendetta di quanti porteranno nelle loro carni la memoria del rifiuto e delle persecuzioni subite nel nostro mare e nei nostri lager e centri d’identificazione ed espulsione. Come ha scritto la segretaria di Magistratura Democratica, Mariarosaria Guglielmi, "dobbiamo essere consapevoli che il nostro Paese sta rinnegando se stesso, la sua storia di accoglienza, l'orgoglio per le vite salvate dalla più grande azione di soccorso umanitario compiuta nel Mediterraneo rappresentata dall'operazione Mare Nostrum”.

Però la Repubblica non è perduta: essa, come dice la Costituzione all’art. 114, non è costituita solo dallo Stato, ma “dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”. E Stato sono anche i cittadini pronti all’accoglienza, e Stato è anche la Costituzione che, come ha sancito una celebre sentenza della Corte Costituzionale del 1991, è fondata sulla “coscienza individuale”, che  è “la base spirituale-culturale e il fondamento di valore etico-giuridico” dei diritti inviolabili e delle libertà fondamentali dell’uomo, e quindi non solo ammette l’obiezione di coscienza ma, rispetto a leggi non umane, ne esige l’inosservanza.
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venerdì 28 dicembre 2018

ADOTTARE UNA GUERRA


Con la “Giornata della pace” comincia martedì prossimo un anno di guerra. Quella che oggi ci funesta è la guerra che,  andando oltre gli stessi conflitti già combattuti ed in corso quando il mondo era diviso in blocchi,  ha avuto inizio nel 1989 con la caduta del Muro e si è posta come obiettivo il dominio finale sulla terra, questa volta da parte del capitale sovrano. Guerra mondiale, dice il papa, ma a pezzi. E i pezzi sono le singole guerre e sopraffazioni e violenze e muri e false sicurezze e chiusure, che tutti insieme fanno una guerra sola. Nel messaggio del giorno di Natale papa Francesco le ha enumerate una per una, a cominciare da quella di Israele in Palestina, che è la guerra più antica e di cui portiamo il peso maggiore, perché è la guerra provocata dalle nostre religioni non convertite. Ma poi c’è la Siria, sempre al primo posto nell’assillo del papa, e lo Yemen, e i Paesi dell’Africa, e la Corea, e il Venezuela, l’Ucraina, il Nicaragua, tutti chiamati per nome, e i popoli ancora e sempre colonizzati, e le minoranze oppresse.
Ma le guerre non sono tutte qui. C’è l’Afghanistan, che non cessa di pagare per l’11 settembre, il Myanmar, per il genocidio dei Rohingya, le Filippine, il Pakistan, la Thailandia, la Cecenia, il Daghestan, il Nagorno Karabakh, l’Azerbajan, e c’è la Turchia contro i curdi e contro la Siria, l’Iraq devastato, e ancora la Colombia e poi il Messico stretto tra il muro di Trump e l’aggressione del narcotraffico. Di queste guerre non mancherebbero notizie, ma ben pochi se ne occupano, tanto meno i giornali e le TV delle nostre informazioni quotidiane.
Quello che allora proponiamo è che nell’anno che viene, ciascuno si scelga una guerra da adottare, una guerra di cui informarsi, da seguire, di  cui pensare e amare in particolar modo le vittime, e di cui magari accogliere qualche profugo nel proprio paese o nella propria casa. Sono cose che già succedono, perché il potere, per quanto ottuso, non può proscrivere l’amore e la solidarietà, ma se esse fossero più diffuse,  forse queste guerre non sarebbero dimenticate e lasciate incancrenire, e più presto potrebbero finire. E magari se ne potrebbe parlare in rete, e nei siti e nelle mail, ciascuno a dire la sua esperienza del suo incontro con l’Altro, fosse anche solo a livello di informazione, per saperne e farne sapere di più; qualcuno può dire perché ha scelto quella guerra lì e quel “prossimo” da seguire, e darne a tutti ragione e notizia; e lo potrebbero fare anche le parrocchie.
Il motivo di tutto ciò è che dobbiamo cominciare ad inventarci, non solo nella politica e nel diritto, ma nella nostra stessa esistenza quotidiana, i modi per andare verso quel grande traguardo che il papa ha indicato nel suo messaggio di Natale, in quel discorso dalla Loggia di san Pietro che non a caso, secondo una ridondante tradizione, è indirizzato “urbi et orbi” (e invece mai lo stile ne fu più umile ed evangelico come in questo Natale di papa Francesco).
Il traguardo è l’unità dell’intera famiglia umana: “riscoprire i legami di fraternità che ci uniscono come esseri umani e legano tutti i popoli. Fraternità tra persone di ogni nazione e cultura. Fraternità tra persone di idee diverse, ma capaci di rispettarsi e di ascoltare l’altro. Fraternità tra persone di diverse religioni”, tutto congiurando all’amore, all’accoglienza, al rispetto “per questa nostra povera umanità che tutti condividiamo in una grande varietà di etnie, di lingue, di culture …, ma tutti fratelli in umanità!”. La competizione tra le fedi, l’annessionismo religioso per la Chiesa di Roma sono veramente finiti. Il terreno dove si gioca la partita della salvezza, la vera Chiesa,  è l’umanità tutta intera.
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venerdì 21 dicembre 2018

TORNANO I VASCELLI CROCIATI


Alla Casa del Cinema a Roma è stato presentato un film straordinario, finora inedito, di una giovane regista romana, Maria Luisa Forenza, dal titolo Mother Fortress”.
 “Fortress” è la fortezza romana di Qara, trasformata dalle prime comunità cristiane  in Siria in un monastero; esso fu poi distrutto nel 1720 dagli Ottomani, che vi uccisero i cento monaci che lo abitavano; ricostruito nel 1993 è ora al centro della guerra alimentata dall’Occidente e dall’ISIS; ma “fortress” è anche la forza della madre Agnes, igumena dell’attuale monastero intitolato a san Giacomo il Mutilato, che con soavità e determinazione, insieme a monache e a monaci cattolici venuti da molti Paesi d’Occidente, presta soccorso, alimenti e conforto alle popolazioni martoriate. Il film evoca la guerra che - aliena da ogni ragione anche politica - da otto anni tormenta la Siria, “l’amata Siria” che dall’inizio del pontificato è l’assillo costante di papa Francesco.
Purtroppo però nel dibattito che ha accompagnato la proiezione non è stata detta, né c’è stato modo di dire, la cosa più importante in cui si compendia il messaggio del film: che non è banalmente il perdono, ma la parabola di un annuncio del regno di Dio che va perfino oltre il Vangelo. La parabola che è sullo sfondo è quella dei vignaioli omicidi che si trova in tutti e tre i Vangeli sinottici e anche nel Vangelo apocrifo di Tommaso. Vi si narra dei vignaioli che dopo aver ucciso i servi che venivano a prendere i frutti della vigna, fecero a pezzi anche il figlio prediletto del padrone, per carpirne l’eredità; e il padre si vendica, stermina i vignaioli e dà ad altri l’eredità del regno, perché proprio quel figlio ucciso è la pietra su cui edificarlo.  Ma in Siria il padre a cui i terroristi hanno fatto a pezzi il figlio prediletto vince l’istinto di rispondere a un assassinio con un assassinio e invece di vendicarsi, perdona: altrimenti, dice, la pace non può tornare in Siria e in nessun altro luogo. Dunque qui c’è un superamento della parabola, c’è una nuova parabola, degna di Gesù. Questo vuol dire che a partire da lui la Parola di Dio è cresciuta; si può riformulare il famoso aforisma di Gregorio Magno: “La Scrittura cresce con chi la legge”, si può dire che la Scrittura, la Parola, cresce con il tempo che scorre, cresce con lo Spirito che attraverso la storia ci ammaestra, cresce con chi la vive senza nemmeno saperlo.
Il film non è una fiction, è un documento. Quel padre che perdona a Homs è un musulmano sunnita, e non a caso il viaggio  di madre Agnes si conclude a Roma, dove viene a raccontare questa storia: è come se tornassero indietro i vascelli dei crociati, così come, realizzando la profezia di padre Balducci, dopo più di cinquecento anni sono tornate indietro le caravelle di Cristoforo Colombo portando però, questa volta, a evangelizzarci, papa Bergoglio.  L’annuncio cruciale del film, che avrebbe potuto essere o sembrare un film apologetico su Chiesa e monache e monaci cristiani che portano il Vangelo in Siria, è che siamo andati per evangelizzare ma ne torniamo evangelizzati; è dai siriani, è da questo mondo, quasi tutto arabo, di straordinarie religioni precristiane, cristiane e non cristiane, che viene oggi la parola di vita. Noi, quanto a noi, li bombardiamo, li invadiamo, li mettiamo l’uno contro l’altro. “Hanno distrutto in Medio Oriente un mondo meraviglioso” ha detto di noi, dolente, una donna libanese intervenuta nel dibattito. E adesso ci si mette anche la Turchia, che attacca il Kurdistan siriano in Rojava, e proprio ora che gli americani dovrebbero difenderlo, Trump li toglie.
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mercoledì 19 dicembre 2018

NON ABBIAMO BISOGNO

Noi non abbiamo bisogno di un partito cattolico. Noi abbiamo bisogno di un’umanità convertita. Non:  “già” convertita, bensì capace di convertirsi e che, coi suoi tempi, si converta. Perché la scure è già posta alla radice dell’albero. Non ce lo dicono i profeti di sventura che annunciano eventi sempre infausti. Essi hanno torto, grandissimo torto, la vita e la storia sono piene di felicissimi eventi, per questo ci teniamo, le vorremmo salvare, tutte e due, la nostra e quella di tutti. Ma lo dicono gli scienziati, che rischiamo la fine, lo stanno dicendo da decenni, da quando nessuno ancora ci credeva e pubblicarono, su incarico del Club di Roma, un rapporto intitolato “I limiti dello sviluppo”. Adesso tutti lo sanno, l’idea di un precipizio incontrollato è entrata nel senso comune, benché oscuramente e benché, per non morirne, sia in gran parte rimossa; ma non oscuramente e senza sconti se ne è fatto eco  il papa in una lettera insolitamente indirizzata a tutti gli abitanti del pianeta. E lo sanno anche coloro che sono considerati i governanti  delle nazioni e i capi che le opprimono; e se non fanno niente per fermare la scure non è perché non sia vero, tant’è che fanno summit su summit per discuterne, ma perché a provvedervi non ci vedono un tornaconto e vogliono sfruttare l’albero  finché sta in piedi.
Non abbiamo bisogno di un partito cattolico e abbiamo bisogno invece di un ritorno della politica, di un ritorno alla politica. Lo ha detto anche il cardinale Bassetti, da una Chiesa italiana che da tempo era in sonno, e ora forse si sveglia.
Non che qualcuno non ci pensi e non ci provi. Hanno provato a rifare la Democrazia Cristiana, hanno ottenuto dal giudice la pronuncia che la DC non era mai stata sciolta, che giuridicamente ne potevano disporre quelli che vi  erano iscritti nel 1992, ne hanno recuperato il simbolo completo di scudo crociato e perfino la storica sede di piazza del Gesù, hanno convocato un congresso e ristampato le tessere. Ma non c’è niente da fare, lasciate che i morti seppelliscano i morti. Il principale promotore, Gianni Fontana, si è accorto che tra questi fantasmi prevalevano quelli che ne volevano fare la componente cristiana della destra, per contrastare i “populismi” (loro, gli ex “popolari”), e si è autosospeso dalla carica, ha dichiarato il fallimento.
Avvertiti da questa sconfitta, altri esponenti, preti e laici, tuttora ci provano, vogliono fare un partito che si chiama  “Insieme”: insieme agli altri cattolici, “democratici” però. Essi pensano a una “convergenza cristiana” numero 3 (dopo la prima, che fu l’Opera dei Congressi del patto Gentiloni, dopo la seconda, che fu il Partito Popolare intransigente e la Democrazia Cristiana interclassista, questa sarebbe la terza, che dovrebbe rimediare ai guasti della seconda Repubblica, mettersi sotto il manto azzurro della Vergine Maria, restaurare la dottrina sociale cristiana e il diritto naturale e, se non oggi, vincere domani). Ma la dottrina sociale cristiana mai fu al governo, se in essa si include non solo il blando interclassismo di Leone XIII, ma la feroce critica al capitalismo finanziario che ai tempi del fascismo fece Pio XI nella “Quadragesimo Anno”.
Si capisce però che ci provino. Hanno provato i comunisti a rifare il partito comunista e, mai superando la linea del loro orizzonte, hanno fallito e falliscono. Ci provano a fare una ex DC, una Democrazia cristiana emerita, e falliscono. Provano a fare un nuovo partito “a forte ispirazione cristiana, un partito di centro protagonista della rinascita italiana ma nella discontinuità dal triste ed opaco passato ventennio”, e falliscono perché  la DC, comunque rivangata non ha e non può più avere quella cosa che imparò dai comunisti ed esercitò per quarant’anni nella vita politica italiana: l’egemonia. La quale vuol dire anzitutto accorgersi degli altri, mediare con le culture e le ragioni degli altri.
Ma soprattutto non può darsi un partito cattolico, residuo della vecchia Cristianità, perché prima che l’albero caschi occorre affrontare problemi sconosciuti ad altre età, riguardo a cui un partito cattolico non ha alcun precedente, alcuna esperienza, alcun know how nei vecchi magazzini. Se i problemi di oggi, come instancabilmente avverte papa Francesco, sono i popoli frantumati, la guerra mondiale nascosta, artificialmente tenuta in piedi dalla produzione e dal commercio delle armi, se i problemi sono la società dell’esclusione, l’economia che uccide, la globalizzazione dell’indifferenza, l’ideologia dello scarto di esuberi, disoccupati, anziani, profughi, migranti, la persistente disparità tra uomo e donna e quella tra cittadino e straniero, allora ci vuole ben altro che un partito cattolico. Ci vogliono soggetti politici nuovi, non identitari, non separati, non confessionali, internazionalisti e a vocazione universale, però credenti che un mondo è possibile. Non solo che un altro mondo è possibile, ma che questo mondo è possibile, lo si può raddrizzare.
Se tutta la predicazione di papa Francesco andasse a finire nell’imbuto di un partito a ispirazione cristiana, sarebbe il suo punto di caduta più arretrato. Invano egli avrebbe parlato ai movimenti popolari esortandoli a lottare contro l’ingiustizia, per la terra la casa e il lavoro, invano avrebbe chiesto di attivare processi, non occupare spazi, invano avrebbe invitato a preferire l’unità al conflitto, il tutto alla parte, invano avrebbe esortato a stare attaccati alla realtà, non al mito, invano avrebbe chiesto conto all’Europa non delle sue radici ma del servizio da rendere  nell’incontro con altri popoli e culture, invano avrebbe detto amate lo straniero, aprite le porte e i porti ai naufraghi e ai migranti, salvate la Siria, ossia ogni terra a cominciare dalla più povera e violentata. Che è poi quello che abbiamo chiamato “fare il tagliando” al nuovo millennio appena iniziato, su cui si intratterrà la prossima assemblea di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”.
Questo vuol dire che l’umanità si converta. Dal più piccolo al più grande, ognuno mettendo fuori le sue risorse, le sue cassette degli attrezzi, ognuno facendo, con gli altri, la politica del mondo. Non per ricavarne un potere. La politica non è solo il potere o fatta mediante il potere. Possono esservi partiti della società, non dello Stato, che anche se maggioritari non esercitino il potere, che decidano temporanee o permanenti astensioni dal potere, per meglio ispirare e vigilare e guidare il cambiamento. Possono esservi strumenti di nuova invenzione o, come dice il cardinale Bassetti, scuole, luoghi di confronto che nascano dal basso, come ad esempio una rete di associazioni civiche in cui scambiare “buone pratiche” e valorizzare i talenti inutilizzati; insomma, assicura Bassetti rievocando precedenti infelici tentativi,  nessuna “Todi 3 o 4 all’orizzonte né tanto meno il progetto di un partito di cattolici sponsorizzato dalla CEI”.
E dove andrebbe, se no, la laicità? La strada è un’altra: partire dall’agenda delle cose da fare, e vedere poi con chi si possono fare e come farle.
Non sappiamo dunque che cosa potrà esserci, nessuno lo sa quando veramente in terra ignota ci si mette in cammino, seguendo una stella. Ma occorre mettersi in cammino.
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venerdì 14 dicembre 2018

SALVINI


Forse per celebrare il settantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, il ministro Salvini si è recato l’11 dicembre in Israele dove dapprima ha perlustrato il confine col Libano “terrorista”  e poi, ignorando del tutto i palestinesi, ha incontrato Netanyahu e i suoi ministri a un duplice scopo: riorientare la politica italiana stabilendo un asse tra Italia e Israele per la lotta al terrorismo e alle migrazioni e per pianificare una comune penetrazione in Africa, e in secondo luogo riorientare anche”tutte” le grandi Istituzioni internazionali, l’ONU, l’UNESCO, l’Unione Europea, il cui atteggiamento “è sbilanciato in senso antisraeliano”. A tal fine, agendo da Amministratore unico dell’Italia, ha annunciato a sorpresa un incontro bilaterale ai massimi livelli tra i governi d’Italia e d’Israele a Gerusalemme all’inizio del prossimo anno.
Molti autorevoli ebrei italiani, guardando agli interessi supremi delle comunità ebraiche e dello stesso Stato d’Israele,  avevano espresso una viva preoccupazione per l’annunciata visita del ministro degli Interni in Israele. Essi ritengono distruttivi per il popolo d’Israele e per gli Ebrei del mondo “rapporti del governo d’Israele con partiti e movimenti di estrema destra in Europa e nel mondo” in quanto “l’appoggio, pur strumentale e provvisorio, di partiti di destra inquinati dall’antisemitismo ma ostili all’Islam è una seduttiva lusinga. Un’illusione autodistruttiva”. Per questa ragione il presidente della Conferenza dei Rabbini europei Pinchas Goldshmidt ha chiesto ad Israele di “interrompere le relazioni con partiti di estrema destra in Europa, indipendentemente dalle posizioni che essi assumono sullo Stato ebraico. Infatti quando un partito è razzista, ostile a parti della società, “e intollerante rispetto alle minoranze, gli ebrei, pur non essendo oggetto di violenza oggi, lo saranno in un prossimo futuro”.
Gli ebrei si sentono in pericolo quando “nello spazio pubblico irrompono atteggiamenti o atti di razzismo contro stranieri e migranti” o atteggiamenti e atti aggressivi diretti contro le comunità Rom e Sinti; perciò gli ebrei italiani, firmatari di tale appello, avevano chiesto a Salvini una condanna di  tutto ciò nella visita in Israele e “un impegno sul piano delle istituzioni a combatterne e rimuoverne le radici”
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martedì 11 dicembre 2018

L'ITALIA NON C'È

Quando la famigerata “casta” dei politici governava il Paese, l’Italia uscita a pezzi dalla guerra era completamente in mano alla NATO e agli Stati Uniti e vigilata dagli alleati europei più di quanto non lo sia oggi nell’Unione Europea. Eppure l’Italia grazie a uomini come De Gasperi, Mattei, Moro, Fanfani e perfino Andreotti, riuscì a fare una politica estera con alti margini di indipendenza e a modificare gli equilibri politici nel Mediterraneo; Mattei ruppe il monopolio delle “Sette Sorelle” petrolifere che si mangiavano tutti i profitti del petrolio arabo, restituì l’indipendenza all’Iran dello Scià e aprì la stagione del risveglio dei popoli arabi; Fanfani e La Pira (e Lercaro a Bologna) misero in crisi l’omertà nei confronti della guerra americana nel Vietnam e concorsero a liberare la coscienza dei giovani che approdarono al ’68 “antimperialista” e al pacifismo; Moro negoziò con i palestinesi l’immunità dell’Italia dalle operazioni violente irredentiste e terroriste della resistenza palestinese mentre l’Italia, restando in perfetta lealtà con Israele, riconosceva di fatto lo Stato di Palestina e gli faceva aprire un’ambasciata a Roma; Craxi affrontò gli americani a Sigonella in nome della sovranità italiana e del diritto internazionale; Andreotti fece una politica mediterranea di pace giungendo a proporre al collega francese, su sollecitazione di un Convegno internazionale svoltosi a Montecitorio, un ingresso simultaneo di Israele e della Palestina nell’Unione Europea, cosa che avrebbe posto termine a quel disperato e mai più risolto conflitto; e con Berlinguer l’intera cultura politica italiana concepì una conciliazione degli opposti che, con l’eurocomunismo e “il caso italiano”, avrebbe potuto aprire una stagione del tutto nuova nei rapporti mondiali alla caduta del muro di Berlino. Naturalmente l’Italia pagò dei costi, e se ne pagano ancora: le basi militari americane da nord a sud del Paese, i missili nucleari in Sicilia, Gladio, la scellerata partecipazione alla guerra del Golfo e poi a quella jugoslava, e ci fu chi pagò con la vita, Mattei, Moro, vittime sacrificali, e anche Berlinguer percosso (“ictus”) dalla sua passione morale e politica.
Adesso, proprio quando si pretende che sia “prima l’Italia”, l’Italia non c’è. Non c’è tra i firmatari del Trattato dell’ONU per la interdizione delle armi nucleari, non c’è più con l’operazione “Mare nostrum” e ormai neppure con le ONG per salvare i naufraghi nel Mediterraneo, non si è ricordata il 10 dicembre del settantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, non c’era a Marrakech quel giorno per la firma del patto mondiale contro la rottamazione e il bruciore della Terra,né si è ricordata dei genocidi in corso, quello dei Rohingya laggiù e dei migranti qui sulle vie di fuga dalla Libia e dagli altri inferni provocati da noi.
Né si dica che ciò è a causa del populismo che governa l’Italia. Non è il populismo, che è il modo spregiativo per dire “popolo”, ma l’irrealtà che oggi governa l’Italia e la rappresenta sui media, il popolo non vuole affatto la guerra nucleare né la distruzione della Terra, né lo straripamento delle acque, né i naufraghi ributtati in mare o nelle loro prigioni, né i genocidi comunque camuffati. Ma se il verbo rimesso in auge e veicolato nella cultura comune è di nuovo quello dei ghetti e del razzismo, è facile che dal popolo sgusci qualche mentecatto che svelle le “pietre d’inciampo” incastonate contro l’antisemitismo nelle strade di Roma.
Intanto Amnesty International pubblica il suo rapporto 2017-2018 in cui si documentano tutte le violazioni dei diritti umani di cui la Repubblica italiana già nel 2017, governando Gentiloni, si era resa colpevole.
La speranza è pertanto che l’Italia ritorni. Continua...

venerdì 7 dicembre 2018

GLI SBAGLI SU DIO



Se c’è una cosa che papa Francesco sta facendo da quando ha messo piede sul balcone di san Pietro per prendere in mano la Chiesa, è di dire ai fedeli e ai non fedeli, ai cristiani e ai seguaci di ogni altra religione, ai poveri e ai ricchi: state attenti, non vi sbagliate su Dio. Perché se vi sbagliate su Dio vi sbagliate sul mondo, sulla società, su voi stessi. Né è un rimedio non credere in Dio, perché c’è sempre un idolo pronto a fare le stesse funzioni di Lui.
Quante tragedie, andando indietro nella storia – e anche oggi – si scopre che sono state provocate da una falsa cognizione di Dio? Gelosie, diseguaglianze, machismi, vendette, guerre sante, crociate, schiavitù, inquisizioni, genocidi, respingimenti, terrorismi, scomuniche, annegamenti, e sempre un Dio a giustificarli, un Dio geloso, maschilista, vendicatore, giudice, padrone, re della terra, signore degli eserciti, despota delle anime e dei corpi; e ci sono santi anche famosi che si potrebbero citare a supporto di molte errate rappresentazioni di Dio.
Gesù è venuto a correggere questi sbagli, alcuni vecchi di secoli, a spiegare e svelare la  vera figura di Dio, a “farne l’esegesi”, come dice l’evangelista Giovanni. E non a caso lui era esattamente l’opposto di queste cattive rappresentazioni del Padre, offrendosi lui, Figlio, come criterio di riconoscimento, facendosi umano, facendosi servo, per amore, soltanto per amore, fino alla morte e alla morte di croce.
E se lui ha fatto questo, che cosa dovrebbe fare un papa che parla a nome di lui, e che cosa anche ogni semplice cristiano?
Ma guai a chi toglie di mano al prepotente, al bugiardo, all’omicida, il Dio che gli serve. Senza l’accecamento del popolo, il tiranno è perduto. Per questo il papa è odiato da molti. È uscito un libro di due solerti informatori religiosi – una volta si chiamavano “vaticanisti” – Andrea Tornielli e Gianni Valente, che reca una documentazione impressionante del volume di fuoco che ogni giorno si scatena contro papa Francesco, a partire dalle facili sponde di quella galassia di siti, blog e network mediatici che quotidianamente lo attacca, lo denigra e l’offende, per finirla con lui e avere al più presto un nuovo conclave.
Non è parso vero a tale congiura salire sul cavallo di battaglia della denuncia della pedofilia nella Chiesa e degli scandali finanziari e sessuali di preti e vescovi per investire la Chiesa stessa e la fede e per pregustarne la fine. Cosa, questa, che sarebbe anche possibile se la Chiesa fosse, come lamentava il teologo e sociologo Ivan Illich ai tempi del Concilio, simile alla General Motors, ma non è possibile se è la Chiesa di Dio e del suo popolo. La misericordia e la fedeltà che il Signore le ha promesso erano per sempre, non salvo l’eccezione pedofilia. Sicché il libro che meritoriamente vuol difendere il papa da questi attacchi è troppo tragico, pecca per eccesso di difesa, non c’è alcun “Giorno del giudizio” in agguato, come recita il suo titolo che promette di dire “cosa sta davvero succedendo nella Chiesa” tra “conflitti, guerre di potere, abusi e scandali”.
La Chiesa non è questo. Il caso del cardinale Mc Carrick, cattivo arcivescovo di New York, non è il caso del secolo e non c’entra niente con papa Francesco che è arrivato dopo e gli ha tolto anche la porpora, e il Viganò che immeritatamente ha fatto il Nunzio a Washington e ora se ne è uscito chiedendo le dimissioni del papa, non è il principe dei demoni, ma semplicemente un prelato avvelenato e infedele.  E non è vero che la Chiesa è polarizzata tra una falange che attacca il papa e una minoranza che mal lo difende, ma c’è un immenso popolo di fedeli, più numeroso ormai nel resto del mondo che in Europa e negli Stati Uniti, che con papa Francesco vive in perfetta pace le meraviglie di Dio, oggi annunciate in modo nuovo: come dicono gli Atti degli Apostoli, mentre “quelli di lingua greca” tentavano di uccidere Paolo, “la Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria, si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero”.
Non c’è dunque da prendere il lutto per la Chiesa né pensare che per difenderla non ci sia altro che pregare, smettendo di pensare alle riforme necessarie, all’aggiornamento, all’inclusione delle donne nei ministeri, all’unità vera delle Chiese, al presbiterato uxorato, al rinnovamento antropologico nel primato dell’amore, alla comunione delle fedi, alla salvezza dei migranti, dei poveri, degli stranieri, cose già tanto discusse, e molte in cantiere. La preghiera non è un alibi per mettersi sulla riva del fiume e stare a vedere che cosa passa. È vero che il papa ha chiesto, di fronte a chi minaccia di dividere e spiantare la Chiesa, di recitare il Rosario; ma ciò, con tutto il rispetto per il Rosario, vuol anche dire che non siamo al giorno del giudizio, se basta un rosario ad allontanarlo; nella strategia della comunicazione mettere un rosario contro Viganò e contro tutto il fondamentalismo americano o contro il sordo brontolio della Curia è un messaggio fortissimo di normalità e di speranza; non c’è bisogno di chiedere miracoli.
Sicché la vera difesa è ascoltare e seguire il papa in questo suo quotidiano annunzio di Dio, in questo suo togliergli di dosso maschere e travestimenti, in questo liberarlo – come diceva Turoldo - dal “carico di errate preghiere”.
È quello che è successo col “Pater Noster”, la preghiera forse più nota e più e più ripetuta, ma spesso in automatico, senza che se ne avvertano davvero le parole. Per gli scherzi che sono propri della lingua, per il mutare dei significati, per i tradimenti delle traduzioni da una lingua all’altra, era finito che il Padre venisse invocato, perfino nella Messa, come il Tentatore, come il Cerbero che “ci porta dentro”, “ci induce” nella tentazione; e data la sproporzione di forze tra Dio e il peccatore, con l’alta probabilità che a vincere in questo affacciarsi della tentazione fosse non il tentato, ma il Tentatore.
Forse la gente non si accorgeva di quello che diceva e gli esegeti, gli esperti, i teologi, gli uomini del clero sapevano che non era così, e perciò tranquillamente reiteravano quel latino, e magari dicevano che nella parola di Dio c’è un mistero, c’è un enigma, che bisogna lasciare così, magico, incompreso o incomprensibile per il semplice fedele; ma nella immediatezza della comunicazione di oggi, che va al sodo in 40 battute, il significato è inequivocabile, se uno passa in una chiesa e sente di un Dio tentatore, pensa a un padre che invece di darti un pane ti dà una pietra (Mat. 7, 10), e a un Dio che invece di salvarti, ti perde.
Perciò papa Francesco ha chiesto ai vescovi italiani di tradurre meglio, come già avviene in altri Paesi,  quel “ne nos inducas in tentationem”,  perché non si perpetui e propaghi questo sbaglio su Dio. E che cos’altro di più importante dovrebbe fare un papa, e se non lo fa lui che ne ha il carisma, chi lo deve fare?
Ma ecco che la falange parte all’attacco e il blog di Sandro Magister, che appartiene a quella galassia mediatica di cui si è parlato, subito titola: “Francesco monarca assoluto. Il retroscena del nuovo ‘Padre nostro’ italiano”,  e naturalmente difende la vecchia versione, vuole il Dio tentatore, e il popolo preda della tentazione ordita da lui.
Ma, nonostante questo accanimento digitale, sembra davvero che la Chiesa non abbia a temere. Non c’è, in queste critiche, nemmeno l’ombra di quei grandi saperi teologici che in passato divisero la cristianità. È politica, solo politica (non quella buona): si dice Dio, o si dice “preti pedofili” e si pensa a tutt’altro.

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