mercoledì 17 febbraio 2021

 



UNA PAROLA GLORIOSA

 
Con la soluzione della crisi di governo, l’emergenza in Italia e nel contempo in Europa e nel mondo, ha raggiunto la massima portata. Non c’è dubbio che secondo le categorie tradizionali si tratta di una soluzione di destra o, se si vuole, di un’uscita da destra dalla crisi, tanto più se il suo movente è stato, come si si sta delineando, il “business as usual”, gli affari come sempre nonostante la pandemia. Ma appunto a giudicare secondo le categorie del passato, mentre quello che oggi preme è il presente e il futuro. Non è di destra la scelta del presidente della Repubblica, che ha anzi scongiurato il rotolamento elettorale verso il fascismo; non è di destra che Salvini sia stato personalmente costretto ad abbandonare il sovranismo orbanista o lepenista (la Lega e la borghesia produttiva e egotista del Nord non l’avevano sposato neanche prima); non è di destra che l’on. Meloni si trovi collocata fuori dal gioco; non è di destra che il politico  più autorevole o internazionalmente noto come Mario Draghi si sia esposto e  prenda decisioni come autore finale. Ma sarebbe di destra il lamento senza vera politica.
Invece nella politica sta oggi tutta la strada. E la politica oggi, non solo per noi, ma per Draghi (Draghi contro Draghi!), per la cultura, per le fedi, per l’economia e per lo stesso capitale, vuol dire una parola che viene proprio dal passato e che abbiamo fatto male a dimenticare. Dal passato infatti non viene solo il male onde noi oggi giudichiamo il presente: economicismo, monetarismo, diseguaglianza, bellicismo, austerità, neoliberismo, indifferentismo, Maastricht (tutte ideologie!), ma vengono anche delle grandissime cose, la Costituzione, il diritto, l’Europa, la tradizione pacifista, per non parlare del cristianesimo. A questo passato va oggi non contrapposta né dialettizzata secondo la cattiva filosofia delle opposizioni, ma va integrata e immedesimata una parola gloriosa che viene fino a noi tra le maggiori eredità del comunismo ma ancora prima dall’umanesimo, e questa parola è l’internazionalismo.
La sovranità non basta e fallisce, l’Europa non basta e da sola fallisce, il Regno Unito esce dall’Unione e si perde, la cosiddetta “America first”, proprio l’America della Normandia, stava rischiando come tale di precipitare nel fascismo e la pandemia irrompente in tanti filoni indipendenti e mutanti e non affrontata insieme rischia di vincere la partita e di sconfiggere anche noi. Nonostante tutte le buone intenzioni e perfino le giuste scelte che potranno fare il governo Draghi, la Commissione Ursula e quanti altri, senza l’internazionalismo, cioè senza soluzioni che oltrepassino il quadro dato, ossia le regioni, le nazioni, l’Europa i singoli ordinamenti e le consuete aggregazioni politiche e geografiche, non potranno trovare risposta né la transizione ecologica, né la transizione sanitaria, né la transizione digitale. Senza la non brevettabilità universale e distribuzione incondizionata dei vaccini, bene comune, senza la messa al bando universale delle armi, senza la decisione unanime sul clima, tutto ciò che di negativo è temuto e previsto, nonostante ogni parziale beneficio in contrario, avverrà.
Come deve essere evidente l’internazionalismo comincia dal condominio. Ma guai al provincialismo o al moralismo o al fai da te di chi dice: “ci basti intanto partire da noi”. La raccolta differenziata non significa niente (è uno sberleffo, un fastidio!) se dietro l’angolo il camion è lo stesso. L’internazionalismo è una politica. È un fare. Atto dopo atto, decisione dopo decisione, fatti dopo scelte, “recuperi” confronti e processi avviati. Di tale internazionalismo noi conosciamo il nome. Si chiama costituzionalismo internazionale, si chiama, quale obiettivo storico e politico, Costituzione della Terra. Esso infatti non vuol dire un potere universale, ma una molteplicità di poteri armonizzati e reciprocamente garantiti sul piano mondiale. Dalle istituzioni sanitarie a quelle giurisdizionali, dall’Organizzazione del Lavoro all’Alta Autorità per il diritto, la libertà e il finanziamento solidaristico delle Migrazioni.
Però questo – “costituzionalismo” - è un nome colto, almeno per ora, non è ancora pronto a entrare come un vento impetuoso nel linguaggio politico, nel discorso popolare, nell’ottusità dei mass media e perfino nei gabinetti raffinati delle stanze dei bottoni. Non è ancora pronto a farsi partito, a essere adottato come programma di partiti. Perciò il suo nome di battaglia, la sua gestione in forma popolare deve avvenire nel nome e nei nomi dell’internazionalismo. È una parola già fondata sul sangue di infiniti martiri, di cui vogliamo ricordare qui un solo nome per tutti, Marianella Garcia Villas, uccisa in quanto internazionalista dagli stessi assassini dell’eroico vescovo di san Salvadore Oscar Arnulfo Romero. Dunque davvero un nome che rinvia alla testimonianza, alla responsabilità, alla lucidità politica e all’impegno civile di donne e uomini, di laici e religiosi, atei e credenti, deboli e forti, poveri e ricchi.
E dunque internazionale dovrebbe essere l’ambito e l’orizzonte nel quale deve operare la nostra iniziativa.

In ogni caso “No, non è la fine”, come dice il mio libro appena uscito in edizione Ebook (a giugno in cartaceo), presso le Edizioni Dehoniane di Bologna.



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mercoledì 20 gennaio 2021

TRUMP E FRANCESCO 

Ora che Trump se n’è andato e Francesco invece è rimasto, si può valutare la portata della simultanea presenza di questi due grandi leader sulla scena mondiale. Sotto il velo di un rapporto politicamente corretto (non tanto però se Bannon è venuto a insidiare la Chiesa fin sotto il soglio di Pietro) si è trattato di un grande conflitto tra unù potere temporale e un potere spirituale, come ai bei tempi delle Investiture. La differenza rispetto a quel precedente era che l’uno non era capo dell’Impero e l’altro non aveva una “Cristianità”,  di cui pretendesse di essere il capo.

Ci sono stati dei momenti e delle partite in cui il conflitto si è manifestato con particolare potenza. Uno è stato il conflitto sul Medio Oriente e sulla Siria, che il papa ha difeso con particolare calore (fin dal momento, nel settembre 2013, in cui impedì con la forza della grande veglia in piazza san Pietro la guerra alla Siria) e che Trump voleva invece assoggettare e insanguinare fino a ordinare, come lui stesso ha rivelato nel settembre scorso, di uccidere Assad.

Un’altra contrapposizione frontale c’è stata sulla cura della Terra e del clima, quando Trump ha scelto il business e l’abuso ed ha ritirato la firma dagli accordi di Parigi, e Francesco con la Laudato Sì ha fatto appello a tutti gli abitanti del pianeta perché si facessero responsabili della Terra e non la facessero depredare.

L’altra epocale rappresentazione del contrasto si è avuta con la reazione alla pandemia, quando Trump ha preso la guida dei negazionisti, causando 400.000 morti solo in America, tanti quanti sono stati gli americani morti nella II guerra mondiale, mentre papa Francesco ha preso su di sé tutto il dolore del mondo nella solitudine di piazza san Pietro, e ha legittimato le restrizioni anche più severe e i comandi delle autorità civili, obbedendo ad essi per primo, e con lui tutta la Chiesa.

Ancora il conflitto si è manifestato sull’immigrazione, quando papa Francesco è salito a predicare fin sul muro che separa gli Stati Uniti dal Sud dell’America e del mondo, prima che Trump lo alzasse fino al cielo.

Su tutti i fronti le cause di Trump sono state sconfitte. Il Medio Oriente martoriato è ancora in cerca d’autore, e ora il papa va in Iraq fino a Ninive, la proverbiale città che Dio salvò dalla distruzione annunciata, per consegnare al mondo un messaggio antiapocalittico. Gli Stati Uniti rientrano nell’accordo sul clima. La costruzione del  muro al confine col Messico è bloccata, è avviato il ricongiungimento delle famiglie, promessa l’integrazione degli immigrati, abolito il divieto di ingresso in America dai Paesi a maggioranza musulmana.

Ma soprattutto ha vinto la grande parola d’ordine della cura, la cura del creato, la cura del prossimo come fratello, che papa Francesco ha messo nel cuore delle sue due encicliche e del suo ministero, e che ha rilanciato al sorgere di questo nuovo anno: “tutto comincia da qui, dal prendersi cura degli altri, del mondo, del creato. Oltre al vaccino del corpo serve il vaccino per il cuore: e questo vaccino è la cura. Sarà un buon anno se ci prenderemo cura degli altri…” Ed ecco che negli Stati Uniti, il Paese in cui la sanità pubblica era osteggiata dai ricchi e scartava i poveri, vengono ora pianificati entro i prossimi 100 giorni 100 milioni di vaccini, il che vuol dire che conservare in vita ogni singola persona diventa una priorità della politica; ci vorrà una mobilitazione e una pianificazione della produzione pari a quelle richieste da una guerra, tanto che si farà ricorso al Defence Production Act, la legge varata per la guerra di Corea; si scambia la guerra con la cura. E    per quanto possano sopravvivere le nefaste pulsioni al razzismo, alle discriminazioni e agli scarti è  chiaro che saranno vaccinati i neri come i bianchi, nonché portoricani, ispano-americani, immigrati, stranieri e cittadini, senza distinzioni.

Sarebbe  sciocco attribuire  a papa Francesco ogni merito di tutto ciò, e di ciò che di positivo si va affacciando nel mondo. Ma quanti, anche tra i cattolici scontenti  e desiderosi di riforme, hanno raggiunto Ernesto Galli della Loggia nel giudizio sulla irrilevanza cui sarebbe pervenuta la Chiesa e sul diversivo che sarebbe rappresentato dall’impegno universalistico del papa per il mondo, dovrebbero guardare a quello che sta succedendo, interrogare i segni dei tempi e vedere come invece proprio questa parola inerme che giudica il mondo, sta vincendo il mondo. Anzi  proprio qui sta la vera riforma della Chiesa. E dovremmo prepararci a resistere; perché di sicuro è in agguato la controriforma, c’è chi non sopporta la Chiesa che annunzia il Vangelo ed esorcizza l’apocalisse,  la Chiesa ripartita da Bangui, invisa ai signori del centro del mondo. La vera partita per impedire che la Chiesa cada nell’irrilevanza sarà giocata su questa capacità di resistenza sulla forza di questo “katékon” opposto ai dottori della legge che ne vogliono la restaurazione. sulla forza di questo “katékon” opposto ai dottori della legge che ne vogliono la restaurazione.  
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sabato 9 gennaio 2021

 RIPARTIRE DA NINIVE CONTRO LA LOGICA DELL' APOCALISSE

La crisi della democrazia americana, che ha appena svelato come vi sia un fascismo in agguato negli stessi Stati Uniti, mostra ancora una volta quanto sia necessario ed urgente istituire un ordinamento costituzionale mondiale che salvaguardi la Terra e proclami e tuteli con efficaci garanzie i diritti fondamentali di tutti gli abitanti del Pianeta. In effetti la democrazia americana (una democrazia senza diritti fondamentali: non per i condannati a morte, non per i senza cure, non per i sacrificati alla ragion di Stato americana in ogni Paese) ha dato spettacolo. Ma noi qui vogliamo solo prendere atto, evangelicamente, di come siano dispersi i superbi nel pensiero del loro cuore; lo si vede se pensiamo che così finisce la pretesa conclamata agli inizi di questo secolo dalla destra americana, di fare del 2000 “il nuovo secolo americano”, concepito come un ordine imperiale ben munito di armi spaziali e nucleari. E di tale ordine, come abbiamo imparato durante questa crisi, lo spartiacque universale, il criterio del bene, anche per i capipopolo, sarebbe stato tra ciò che è “american” e ciò che è “unamerican” (non conforme all’uso americano).

Sul prossimo viaggio del papa in Iraq vogliamo segnalare un prezioso articolo di Antonio Spadaro sull’ultimo numero (il 4093) della Civiltà Cattolica. Spadaro conosce le motivazioni del papa, e qui la motivazione riferita del viaggio in Iraq è davvero fondamentale, essa sta nel “Ripartire da Bagdad”, per andare “oltre l’Apocalisse”. L’Apocalisse è come si sa quel genere letterario presente nella Bibbia, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, che ispira la  “logica che combatte contro il mondo, perché  crede che questo sia l’opposto di Dio, cioè idolo, e dunque da distruggere al più presto per accelerare la fine del tempo”. Questa, come vediamo ogni giorno, non è la logica di papa Francesco. Il mondo non è opposto a Dio, ciò che il cristiano attende no, non è la sua fine, e non è idolatrare il mondo amarlo, fare di tutto per salvarlo, fino a dare la vita per esso (Dio ha dato suo figlio).

Questo in verità è il nuovo annunzio, fuori di ogni ambiguità è questo il vangelo. Ed è di grande significato l’osservazione della Civiltà Cattolica, che questo annuncio riparta da Bagdad. È questo il cuore dell’Iraq, il Paese culla della civiltà antica, che cominciò a essere martoriato trent’anni fa perché fosse ripristinato nel mondo lo strumento universale della guerra,  caduto in disuso a causa del terrore suscitato dall’atomica, e ripristinato a fine secolo dopo la rimozione del muro di Berlino. Ma recarsi in Iraq vuol dire anche andare nella piana di Ur, legata alla memoria di Abramo, andare a Mosul, nella piana di Ninive, bombardata nella guerra del Golfo, vuol dire andare alla “grande città”  legata alla storia di Giona (quando Dio si pentì di avere fatto annunziare la distruzione della città, così piena com’era di abitanti e di animali, e la salvò). Ma la piana di Ninive è anche quella che era stata occupata dal cosiddetto Stato islamico tra il 2014 e il 2017, e così Ur, luogo di origine delle tre religioni abramitiche, ebraismo, cristianesimo e Islam.

Questo è dunque uscire dalla logica – e dalla teologia – dell’apocalisse. Dopo gli eterni conflitti, dopo l’inimicizia, dopo le guerre, dopo le violenze e le competizioni  religiose, dopo la pandemia abbattutasi sulla Terra ammalata, andare “oltre” l’apocalisse vuol dire ripartire dalla fraternità, ripartire dalla prossimità, dal considerarsi tutti “una sola carne”. C’è un filo, dice padre Spadaro, che lega piazza san Pietro dove Francesco ha pregato da solo per il mondo in piena pandemia, e i luoghi della Mesopotamia profanata dalle violenze  dello Stato islamico, dai conflitti regionali e internazionali, dalle persecuzioni dei cristiani e dagli esodi di massa in fuga dalla disperazione. E papa Francesco l’ha detta così: “Sogniamo come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli”: Fratelli Tutti.

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domenica 3 gennaio 2021

 


                           IL DIO CINICO NON ESISTE 

Forse poteva stupire che il papa, così attento nell’amore, nel riguardo e nella delicatezza per l’altro, chiedesse ai due cardinali più importanti del collegio (il decano e il segretario di Stato) di non usare parole proprie nelle liturgie di passaggio all’anno nuovo in san Pietro, ma di leggere le omelie preparate da lui, impedito a pronunciarle dai dolori della sciatalgia. Doveva esserci una ragione seria. Se il 2020 fosse stato un anno normale, sarebbe stato  diverso. Ma era stato l’anno dell’universale dolore, l’anno della pandemia, l’anno da tutti esecrato e bollato come da non doversi ripetere mai più: come accreditarlo a Dio cantando il Te Deum? Nel decidere se e come darne lode o farne carico a Dio ne andava del cristianesimo. Quale responsabilità maggiore per un papa chiamato ad essere custode della fede e a confermare nella fede i fratelli (che come ormai sappiamo da “Fratelli tutti” e altri innumerevoli atti pastorali sono  tutti gli uomini e le donne senza eccezione e scarto alcuno)?
Papa Francesco aveva già spiegato, anche qui in innumerevoli interventi pastorali, come si dovesse prendere la pandemia, se si dovesse chiederne conto a Dio, come sistemarla nell’universo delle nostre angosce, delle nostre domande di senso. C’era stato il grande pericolo che degli zelanti la spiegassero come la Grande Punizione per un mondo in via di perdizione, che si usassero gli argomenti degli amici di Giobbe (te la sei voluta!) oppure che si piantasse la domanda micidiale per la fede: perché Dio permette, o addirittura provoca, il dolore innocente, sottopone il giusto a prove strazianti, negli affetti più cari, nei figli, nei beni, nel lavoro? Insomma era il problema della teodicea: il termine è nuovo, inventato da Leibnitz nel ‘700, ma la questione è antica, viene dalla Bibbia, passa per Qumram, i Manichei, sant’Agostino, attraversa la Chiesa, arriva a Paolo VI che si lamenta con Dio perché non ha salvato Moro, «uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico»: essa scuote la coscienza credente, che all’ora della prova o smette di credere o «riesce a credere attraverso ciò che sperimenta, anche se non lo capisce, anche se non lo vuole, anche se continua a sembrargli assurdo e ingiusto», come si legge su “Rocca”, la rivista di Assisi, che proprio in questi giorni come tanti altri si era interrogata su «la malattia e la risposta religiosa»; e la domanda è: perché il male? Che ci sta a fare Dio con tutto questo male, ci salva o dobbiamo salvarci da soli o salvezza non c’è?
Dal primo giorno in cui è papa, Francesco si è dedito a smontare le immagini idolatriche di Dio,  di un Dio costruito secondo i sentimenti umani, secondo le umane filosofie, le logiche del mondo, un Dio associato agli istinti del giustizialismo e della retribuzione; giorno dopo giorno egli ha preso le distanze dal Dio secondo ragione di tante teodicee e non ha fatto altro invece che raccontare un Dio di misericordia, riaprendo nella modernità, sulla frontiera stessa del kerigma, la questione di Dio. Ma, pur nella popolarità di cui gode, questa vera novità non era stata seriamente avvertita, su altri terreni di riforma ecclesiale era stato atteso al varco; nessuno del resto mette in gioco la propria precomprensione della fede, non c’è l’idea che la predicazione, sia pure di un papa, non sia fatta di prevedibili stereotipi, che possa cogliere di sorpresa, come fa l’irrompere nella routine informativa  di una vera notizia, di una cosa nuova.  Ed ecco che nelle omelie di fine ed inizio d’anno in forma quasi lapidaria, con la forza di tutta l’esperienza di dolore della pandemia e la chiarezza di una informazione ormai certa,  è data la buona notizia,  giunge la risposta sul Dio in cui credere, e il dio invece da lasciare: il Dio cinico non esiste.  «Non potevamo immaginare un Dio simile, che nasce da donna e rivoluziona la storia con la tenerezza», ha letto dai fogli papali  il cardinale Parolin nella Messa di Capodanno; e nei Vespri di fine d’anno il cardinale Re con le parole di Francesco ha infranto la pretesa sofistica della teodicea che pretende tutto spiegare dei misteri di Dio: «Qual è il senso di un dramma come questo? Non dobbiamo avere fretta di dare risposta a tale interrogativo. Ai nostri  ‘perché’ più angosciosi nemmeno Dio risponde facendo ricorso a ‘ragioni superiori’. La risposta di Dio percorre la strada dell’incarnazione, come canterà tra poco l’Antifona al Magnificat: ‘Per il grande amore con il quale ci ha amati, Dio mandò il suo Figlio in una carne di peccato’.
«Un Dio che sacrificasse gli esseri umani per un grande disegno, fosse pure il migliore possibile, non è certo il Dio che ci ha rivelato Gesù Cristo. – dice Francesco - Dio è padre, ‘eterno Padre’, e se il suo Figlio si è fatto uomo, è per l’immensa compassione del cuore del Padre. Dio è Padre ed è pastore, e quale pastore darebbe per persa anche una sola pecora, pensando che intanto gliene restano molte? No, questo dio cinico e spietato non esiste. Non è questo il Dio che noi ‘lodiamo’ e ‘proclamiamo Signore’.
«Il buon samaritano, quando incontrò quel poveretto mezzo morto sul bordo della strada, non gli fece un discorso per spiegargli il senso di quanto gli era accaduto, magari per convincerlo che in fondo era per lui un bene. Il samaritano, mosso da compassione, si chinò su quell’estraneo trattandolo come un fratello e si prese cura di lui facendo tutto quanto era nelle sue possibilità (cfr Lc 10,25-37).
«Qui, sì, forse possiamo trovare un “senso” di questo dramma che è la pandemia, come di altri flagelli che colpiscono l’umanità: quello di suscitare in noi la compassione e provocare atteggiamenti e gesti di vicinanza, di cura, di solidarietà, di affetto. È ciò che è successo e succede anche a Roma, in questi mesi,,,,»
Così il papa. Non c’è un grande disegno, non c’è nessun disegno per il quale sacrificare esseri umani: non c’è per Dio, tanto meno può esserci per noi, per la ragion di Stato, per le guerre umanitarie, per il pareggio di bilancio, per i sacrificatori di ogni setta, cultura e religione: «Questo Dio cinico e spietato non esiste»; «Se Dio si fermasse alla giustizia cesserebbe di essere Dio, sarebbe come tutti gli uomini che invocano il rispetto della legge» aveva scritto Francesco nella bolla d’indizione dell’anno della misericordia, non sarebbe neanche un Dio. Perciò davanti all’uomo gettato ai bordi della strada e della vita  non c’è da argomentare sul bene che “in fondo” gliene può venire (per esempio salvarsi l’anima, come predicava l’Inquisizione), ma bisogna chinarsi su di lui e prenderne cura.
Questa, di ripetere l’azione messianica di svelare la vera “natura di Dio”, è la riforma di papa Francesco. Ma, come osserva padre Alberto Simoni nella sua strenua proposta di una vera “koinonia”, ciò è vano se non diventa una proposta pastorale di tutta la Chiesa. Cioè se tutta la Chiesa non fa suo questo annuncio, se non si limita a farlo  fare testualmente da due cardinali incaricati, o lo fa svogliatamente o non lo fa per nulla dai pulpiti domenicali.
La verità è che nella Chiesa, la cui stessa sopravvivenza secondo il Corriere della Sera è in prognosi riservata, ha bisogno oggi di una grande rivoluzione nel suo rapporto col mondo, come aveva intuito il Concilio Vaticano II, ma questa rivoluzione va oltre le buone maniere imposte dalla modernità, ha bisogno della stessa radicalità che «ha percorso la strada dell’incarnazione» . Questo vuol dire  che per raccontare al mondo un Dio così,  occorre aggiornare le sacre biblioteche, rinnovare i linguaggi e forse cominciare col ripensare e riscrivere i libri liturgici,  rifare la scelta delle letture bibliche per i cicli triennali dell’anno liturgico, ristudiare le connessioni tra le letture dell’Antico e Nuovo Testamento, non lasciare nel gorgo  del fraintendimento pagine bibliche  gravide di un Dio geloso e vindice, che nel contesto storico di oggi, così come sono (non più in latino ma in volgare) suonano come un controannuncio rispetto alla pazienza e misericordia di Dio, insomma riprendere la grande riforma liturgica intrapresa dal Concilio e che fu fatta interrompere al cardinale  Lercaro.
.L’impresa è ardua, ma per un Dio così ne vale la pena.
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giovedì 31 dicembre 2020

 IL CENSIMENTO

 

Al sopraggiungere di quest’anno 2021, quando Biden, Dio sa come, è presidente degli Stati Uniti, Conte è fortunosamente presidente del Consiglio in Italia, Johnson è il disastroso premier del Regno Unito e Angela Merkel, la donna tra i potenti che piange sui morti, è  cancelliera della Germania federale,  si deve fare un censimento di tutta la Terra, per dare a tutti il vaccino che li salvi dalla pandemia. È come il censimento che, secondo il racconto di Luca, Cesare Augusto ordinò  che si facesse in tutto l’Impero,  quando Quirino era governatore della Siria e nacque Gesù. Ma c’è una differenza. Quello di Augusto fu fatto per discriminare i cittadini non romani rispetto ai romani, mentre questo deve includere tutti. In quel tempo si pagava caro non essere cittadini romani: per esempio a Gesù costò essere giustiziato mediante la croce, supplizio a cui erano sottratti i Romani perché considerato troppo infamante per loro; a Paolo invece essere civis romanus fruttò potersi appellare a Cesare ed essere tradotto a Roma per esservi giudicato, anche se poi quella non apparve una così grande garanzia, se a Roma egli fu tenuto prigioniero e ucciso alla prima persecuzione utile.

 Il fatto è che c’è censimento e censimento; a David fu rimproverato il suo perché era fatto  solo per sapere di quanti uomini armati egli disponesse per la guerra, la Schindler list servì a salvare quanti più Ebrei dai lager, le liste anagrafiche sono usate spesso per escludere i poveri e  negare il permesso agli stranieri, le mailing list rubate sul web servono ad ammassare consumatori. 

Il censimento da fare oggi è invece sacrosanto, per la prima volta si deve fare in tutta la Terra per raggiungere tutti gli uomini e le donne di cui è preziosa la vita minacciata dal virus. Poveri e ricchi, come ha detto il papa, che il mercato sia d’accordo o no. Questo è stato il messaggio di Natale: Gesù, è ‘nato per noi’: un noi senza confini, senza privilegi né esclusioni”. Contro il virus dell’individualismo, ha detto il papa, vaccini per tutti. “Non posso mettere me stesso prima degli altri, mettendo le leggi del mercato e dei brevetti di invenzione sopra le leggi dell’amore e della salute dell’umanità. Chiedo a tutti: ai responsabili degli Stati, alle imprese, agli organismi internazionali, di promuovere la cooperazione e non la concorrenza, e di cercare una soluzione per tutti: vaccini per tutti, specialmente per i più vulnerabili e bisognosi di tutte le regioni del Pianeta. Al primo posto, i più vulnerabili e bisognosi!”

Mai c’è stato, in tutto il messaggio natalizio, una distinzione tra chi fosse cristiano e chi cristiano non è, mai un minimo indizio che il papa pensasse ai “suoi”, o almeno ai credenti, e non a tutti. Queste “luci di speranza”, come egli ha chiamato i vaccini, “devono stare a disposizione di tutti”. Ormai il papa, che è conosciuto come il capo di una “cristianità”, sa di non essere mandato a una parte, a una selezione, a una Chiesa, sa che la sua udienza è per tutti, anche quando in piazza san Pietro o nell’Aula delle Benedizioni non c’è nessuno, in odio al contagio; ma sa anche perché, sa perché  l’udienza deserta diventa comunione universale. La ragione è antica, ma  la sua presentazione è nuova, mai si è predicato così, questa è la riforma della Chiesa e anzi delle religioni: è che il Padre ha reso tutti  fratelli, tutti figli nel Figlio:  grazie a questo Bambino, tutti possiamo chiamarci ed essere realmente fratelli: di ogni continente, di qualsiasi lingua e cultura, con le nostre identità e diversità, eppure tutti fratelli e sorelle”; ma, ha aggiunto il papa, deve essere  “una fraternità basata sull’amore reale, capace di incontrare l’altro diverso da me, di con-patire le sue sofferenze, di avvicinarsi e prendersene cura anche se non è della mia famiglia, della mia etnia, della mia religione; è diverso da me ma è mio fratello, è mia sorella. E questo vale anche nei rapporti tra i popoli e le nazioni: fratelli tutti!”. Anche se non è della mia religione. E se la fraternità non arriva a tutti, perché si ferma sulla porta di Caino, occorre andare oltre e riconoscere l’altro come prossimo, e qui non ci sono più frontiere perché il prossimo, come lo identifica Isaia e poi il Samaritano fino all’enciclica  “Fratelli tutti”, è colui che è “della mia stessa carne”: “una caro”, come tra l’uomo e la donna. L’unità umana, voluta dal Padre, scende dalle alture spiritualistiche, si fa nella carne.  

Perciò il vaccino deve essere per tutti: ma può esserlo solo come un bene comune, come l’aria, l’acqua, il sole, non una merce che produrrebbe ricchezze sconfinate a pochi, e lascerebbe fuori milioni di censiti in tutta la Terra. Il papa ha osato dirlo, attentando al principio supremo del profitto, e subito il  Corriere della Sera col suo Ernesto Galli della Loggia ha superato ogni remora, ha decretato che la Chiesa è finita, col suo  Francesco non andrà lontano, non ha più ragione di esistere.

Per contro proprio a questo dovrebbe provvedere una Costituzione della Terra che riconosca il diritto universale alla salute e lo munisca di garanzie e di istituzioni operative efficaci. Se ci fosse voluta ancora una prova per dimostrare quanto questo nuovo passo della civiltà e del diritto sia necessario ed urgente, la pandemia l’ha fornita. Ma intanto, mancando ancora tali istituzioni, la fornitura dei vaccini a tutti deve avvenire per decisione unanime degli attuali poteri economici e politici. Lo faranno?

Anche se questo accadrà, quando l’ultimo vaccino sarà stato portato dall’esercito, resteranno da raggiungere le persone reali, non un corpo che scompare dal video, non un viso travisato da una maschera, non un distanziato sociale, ma un volto da riconoscere, da carezzare, da amare.

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lunedì 21 dicembre 2020

 

ALLARME PARLAMENTO

 

Mentre siamo tutti immersi in questo tempo di Natale nel dolore personale e collettivo della pandemia a cui giustamente sono rivolte  tutte le attenzioni e discussioni,  non possiamo passare sotto silenzio una notizia che sembra gravida di cattivi presagi e pericoli per il futuro. Si tratta del pericolo che corrono le nostre istituzioni è in modo specifico il Parlamento. Per due giorni di seguito al Senato abbiamo assistito a un ricorso alla violenza fisica per impedire che esso adempisse al suo compito e che il governo mettesse la fiducia sul decreto legge che modificava  (senza peraltro ahimé abrogare) i decreti Salvini contro i migranti.

La nostra esperienza ci rende molto avvertiti nel riconoscere i segni e cogliere i sintomi  del fascismo, e sappiamo che la manifestazione più chiara e minacciosa della sua identità sta nella volontà di  impedire con la violenza l'attività parlamentare e distruggere lo stesso Parlamento. Purtroppo in Italia il Parlamento è da tempo sotto schiaffo per una serie ripetuta di azioni demolitrici  e infamanti nei suoi confronti: dall'attacco ai parlamentari bollati come casta, alla diffamazione del reddito  del loro lavoro, qualificato come furto  e se differito dopo il mandato dileggiato  come “malloppo”,  dalla proposizione di referendum  devastanti e addirittura distruttivi del Senato, per fortuna falliti. a quella di un referendum  (questo purtroppo riuscito) volto a dimezzare il numero dei parlamentari, forse  come prima fase di una desiderata integrale bonifica soppressiva.

In seguito all'esito di quest'ultimo referendum la rappresentanza parlamentare in carica,  vittima apparentemente di pulsioni suicide,  si è affrettata a varare la nuova configurazione dei collegi elettorali per rendere immediatamente possibili le elezioni senza però modificare la legge elettorale rimasta seccamente maggioritaria e tale da snaturare ancora di più e svilire la rappresentanza. Falcidia dei parlamentari, nuove circoscrizioni elettorali e legge maggioritaria formano infatti  un composto destinato a produrre con alta probabilità una maggioranza assoluta delle forze anti parlamentari anti europee e sovraniste della destra. Gli eventi di questi giorni in Senato hanno per l’appunto mostrato la presenza nell'opposizione parlamentare di larghe frange fasciste, giunte a compiere azioni squadristiche all'interno dell' emiciclo parlamentare e capaci di egemonizzare e farsi seguire da altre forze dell'opposizione che fasciste non sono. Ciò può avvenire anche nel futuro Parlamento.

È  dunque necessario riconoscere uno stato di allarme e di pericolo per il Parlamento e  la nostra democrazia rappresentativa. Sarebbe paradossale che nel momento in cui si cerca di promuovere una Costituzione e una regola democratica per la convivenza mondiale  perdessimo la democrazia e il Parlamento in Italia.

Ma non possiamo fermarci qui. Quello che è accaduto e di cui la pandemia è stata l'elemento catalizzatore e rivelatore è che la povertà  e l’incultura della destra all’opposizione e di gran parte delle  stesse forze di maggioranza hanno fatto sì che esse anziché fare della crisi sanitaria e globale l'occasione di un profondo rinnovamento come da tutti auspicato se non addirittura previsto,  abbiano invece agito con grettezza gettando tutto nel crogiuolo della competizione per il consenso ed il potere. È evidente che questa grave situazione non può restare senza risposta da parte di chi intende salvaguardare la democrazia e le istituzioni per metterle al servizio di grandi progetti e ideali di vita associata non solo per il nostro Paese ma per l'intera comunità mondiale. A questo fine sono certo utilissime le iniziative che stanno fiorendo da varie parti per elaborare progetti e indicare percorsi di rinnovamento politico, ecologico ed economico-sociale. Tuttavia in molti di questi tentativi si può vedere un limite che consiste nella sottovalutazione del problema di chi detiene il potere e in una snobistica presa di distanza  da un coinvolgimento nelle alternative durissime in gioco nelle prossime scadenze elettorali.  Eppure è proprio lì che la democrazia si conserva o cade.

Non a caso la più vistosa espressione dell’attacco della destra al  Parlamento si è avuta in occasione del voto per la riforma dei decreti Salvini. Hanno avuto buon gioco i leghisti nell'accusare i 5 stelle di avere anch'essi a suo tempo votato quei decreti.  Ma appunto si trattava di una lesione gravissima dei principi democratici di cui è legittimo e altamente meritorio ravvedersi. La questione del rapporto con la tragedia dei migranti è diventata in effetti la cartina di tornasole della qualità di uno Stato di diritto e di una comunità nazionale democratica.  Né si deve pensare che la prova sia superata nel momento in cui i migranti vengono soccorsi raccolti dalle acque e fatti sbarcare. La vera espressione di uno Stato democratico e di una comunità accogliente sta nel modo in cui i nuovi arrivati vengono ricevuti, provvisti di un tetto, immessi nel lavoro e integrati in una convivenza accettabile. Questo è ben lontano dell'avvenire. E perché la questione dei migranti non resti  confinata nelle statistiche che  ignorano le persone reali, è bene leggere alcune brevi biografie di ordinario sfruttamento  di lavoratori stranieri inseriti nel sistema dei lavori agricoli e vittime di caporali e di mafie, tratte da una inchiesta coordinata da Francesco Carchedi per il sindacato Flai-CGI. Si possono trovare sul sito www.costituenteterra.it e sul sito  www.chiesadituttichiesadeipoveri.it ,  che hanno cominciato a pubblicarle a partire dalle storie raccolte in interviste sul campo nel civilissimo Veneto.

 

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venerdì 4 dicembre 2020

 

RITORNO ALL’UMANO

C’è una buona notizia che può diventare il preannunzio di un mondo diverso, umano. La seconda cosa che farà il presidente Biden una volta insediato alla Casa Bianca, sarà di bloccare la costruzione del muro al confine col Messico e mettere fine al "travel ban" (divieto di ingresso) da alcuni Paesi musulmani negli Stati Uniti, voluto dalla presidenza inumana di Donald Trump.

Ci sarà anche il blocco dei rimpatri forzati per almeno cento giorni e l'istituzione di una task force per riunire le famiglie di immigrati. Insieme al segretario per l'Homeland Security Alejandro Mayorkas, il primo ispanico a ricoprire quel ruolo, Biden invierà poi al Congresso una legge che indichi un percorso di cittadinanza  per 11 milioni di immigrati irregolari e un provvedimento per rafforzare il programma per i Dreamer (migranti entrati negli Stati Uniti illegalmente quando erano bambini).

La prima cosa invece che Biden farà (sta già facendo) è la lotta contro la pandemia di coronavirus, mediante l’abbandono delle mendaci politiche negazioniste e un attivo intervento di prevenzione e di cura.

La buona notizia consiste soprattutto nel fatto che la seconda cosa viene insieme alla prima. Essa dice che non si può combattere e vincere la malattia pandemica che colpisce indiscriminatamente tutta l’umanità, se nello stesso tempo non si combatte e non si ripudia la politica che discrimina respinge e distrugge volutamente una gran parte di questa stessa umanità nel momento della sua massima debolezza, che è quello della migrazione, della fuga, dello sradicamento, ma è anche l’inverosimile momento della speranza, nonostante tutto, in una futura vita migliore. 

Lotta alla pandemia e lotta alla negazione dei diritti, al rifiuto dell’accoglienza e dell’asilo sono una cosa sola, l’una non riesce senza l’altra, perché il mondo è uno. Se cade sui confini del Messico un muro più vergognoso del muro di Berlino, non può che seguirne lo stesso esito che ebbe la rimozione , sacrosanta,  del muro in Europa: come allora ne seguì inevitabilmente la riunificazione della Germania, così oggi al blocco della costruzione del muro tra il Nord e il Sud dell’America deve seguire la riunificazione del mondo, cioè il riconoscimento del fatto  (almeno alla speculazione finanziaria già noto) che l’umanità è una, uno solo è il soggetto multilingue innumerevole e meraviglioso che abita la Terra. E perciò il ritorno dell’America a pratiche di umanità e di mitezza (papa Francesco non ha predicato invano) può voler dire un cambio di passo: non solo quel muro deve cadere, ma tutti i  muri che frantumano il mondo e che sono il vero distanziamento sociale che lo porta alla crisi e alla fine.

Questo vuol dire allora che adesso i primi chiamati ad abbattere i loro muri di apartheid, di frontiere e porti chiusi e di sfruttamento in patria della manodopera straniera sans papier e senza diritti, sono  i Paesi europei che hanno adottato politiche di esclusione e di persecuzione, illudendosi  di chiudersi nella loro isola di felicità. Mentre l’Europa dimostra una nuova sensibilità nel rispondere alla crisi del Covid 19, il vero MES, la vera questione aperta, è che, al di là dell’emergenza attuale, l’Europa accetti l’unità col mondo, l’unità con l’altro, con i fuggiaschi e con i poveri, l’unità che consiste nell’essere tutti prossimo l’uno all’altro. E che nell’unità stabilisca un nuovo patto con la Turchia e con Israele; perché anche per loro non ci siano più popoli negati, armeni, siriani, palestinesi che siano, che anche quei muri siano rimossi, eretti perfino nella città del Natale.  Comincerebbe da qui il mondo nuovo, il mondo governato da una  Costituzione della Terra, nostro progetto e speranza. 

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domenica 15 novembre 2020

 L’ENIGMA? I POVERI

 

Il sito  “ChiesadituttiChiesadeipoveri” ha pubblicato una recensione critica, per quanto assai gentile, di Vittorio Bellavite, coordinatore di “Noi siamo Chiesa”, a un libro di Massimo Franco che dà per consumata nell’insuccesso la cosiddetta “parabola” del pontificato di Bergoglio.

Come nota la recensione, più che di un libro, di cui si riconosce peraltro la ricca informazione, si tratta di un’operazione editoriale e culturale di grande portata che il “Corriere della Sera”, giornale a cui Massimo Franco appartiene, ha compiuto distribuendo il libro insieme al quotidiano nelle edicole e cercando di far passare nel pubblico l’idea inquietante di un “enigma Bergoglio”, come ai tempi  di papa Giovanni XXIII si parlò, ma con ben diversa intenzione, di un “mistero Roncalli”.

Il nostro riferimento a papa Roncalli  non è casuale, perché anche nei confronti di quel papa il “Corriere della Sera” si produsse in un’azione demolitoria, che quella volta fu affidata a un altro giornalista di rango, Indro Montanelli, che si prestò a dar voce alle posizioni antigiovannee della Curia di allora, anche se poi scrisse di essersene pentito.

Resta da chiedersi che cosa ci sia di così grave, nell’uno e nell’altro, il Roncalli della “Pacem in Terris” e il Bergoglio della “Fratelli tutti”, per cui un giornale “moderato” (inteso come virtù) e generalmente conosciuto come fautore di legge e ordine, attacchi, fino a desiderarne la caduta, due papi così popolari per la loro bontà e mitezza. Non deve trattarsi di un allarme suscitato dalla loro insistenza sulla Trinità, rimessa al centro del messaggio cristiano, perché è improbabile che osservatori esterni che non entrano nella logica di ciò che giudicano, colgano la portata rivoluzionaria di una fede inclusiva che ricapitola  tutto nella misericordia del Padre. E allora perché?

La domanda potrebbe essere trasferita dal giornale alla borghesia, lombarda o padana, che esso rappresenta o pensa di interpretare. Che è come chiedersi perché ce l’hanno con papi come Roncalli e Bergoglio quel genere di personaggi che un mitico polemista dell’”Unità”, Fortebraccio, chiamava “Lorsignori”, o quei prepotenti tanto numerosi da non poterli chiamare per nome, che a Milano discendono in linea retta da quell’ Innominato, non ancora convertito, raccontato dal Manzoni.

Che cosa hanno in comune di sgradevole,  per questi signori, questi due papi (e solo loro, gli altri “santi subito!”)?  Quello che hanno in comune è che sono dalla parte dei poveri. Papa Giovanni aprì il Concilio dicendo di volere una “Chiesa di tutti e soprattutto dei poveri”: e ha ragione di ricordarlo il sito che proprio da questo ha preso il suo nome. E Francesco ha aperto il suo pontificato dicendo: “Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!”. Non la vuole affatto invece quella piccola borghesia minuta, formalista, credente della domenica, sparsa un po' ovunque in Italia, che si sente anch'essa minacciata nelle sue piuttosto recenti conquiste economiche e sociali dai poveri, soprattutto dai poveri non italiani.

La conferma, che di questo si tratta, viene da un altro giornale  che su papa Francesco ha un diverso atteggiamento, “La Repubblica”, che ieri, sabato 14 novembre, riferendo di un sondaggio di Demos secondo il quale tra il 2016 e il 2018 la popolarità di Francesco sarebbe leggermente diminuita, dall’82 al 72 per cento, ne attribuisce la causa al sostegno dichiarato e ripetuto di Francesco a favore dei “poveri del mondo”, in particolare gli  immigrati che  varcano i nostri confini.

Dunque questa è la soluzione dell’ “enigma”: papa Francesco, come già papa Giovanni, non piace alla borghesia perché. a dover scegliere, essi scelgono la parte dei poveri.

15 novembre 2020 Continua...