domenica 15 novembre 2020

 L’ENIGMA? I POVERI

 

Il sito  “ChiesadituttiChiesadeipoveri” ha pubblicato una recensione critica, per quanto assai gentile, di Vittorio Bellavite, coordinatore di “Noi siamo Chiesa”, a un libro di Massimo Franco che dà per consumata nell’insuccesso la cosiddetta “parabola” del pontificato di Bergoglio.

Come nota la recensione, più che di un libro, di cui si riconosce peraltro la ricca informazione, si tratta di un’operazione editoriale e culturale di grande portata che il “Corriere della Sera”, giornale a cui Massimo Franco appartiene, ha compiuto distribuendo il libro insieme al quotidiano nelle edicole e cercando di far passare nel pubblico l’idea inquietante di un “enigma Bergoglio”, come ai tempi  di papa Giovanni XXIII si parlò, ma con ben diversa intenzione, di un “mistero Roncalli”.

Il nostro riferimento a papa Roncalli  non è casuale, perché anche nei confronti di quel papa il “Corriere della Sera” si produsse in un’azione demolitoria, che quella volta fu affidata a un altro giornalista di rango, Indro Montanelli, che si prestò a dar voce alle posizioni antigiovannee della Curia di allora, anche se poi scrisse di essersene pentito.

Resta da chiedersi che cosa ci sia di così grave, nell’uno e nell’altro, il Roncalli della “Pacem in Terris” e il Bergoglio della “Fratelli tutti”, per cui un giornale “moderato” (inteso come virtù) e generalmente conosciuto come fautore di legge e ordine, attacchi, fino a desiderarne la caduta, due papi così popolari per la loro bontà e mitezza. Non deve trattarsi di un allarme suscitato dalla loro insistenza sulla Trinità, rimessa al centro del messaggio cristiano, perché è improbabile che osservatori esterni che non entrano nella logica di ciò che giudicano, colgano la portata rivoluzionaria di una fede inclusiva che ricapitola  tutto nella misericordia del Padre. E allora perché?

La domanda potrebbe essere trasferita dal giornale alla borghesia, lombarda o padana, che esso rappresenta o pensa di interpretare. Che è come chiedersi perché ce l’hanno con papi come Roncalli e Bergoglio quel genere di personaggi che un mitico polemista dell’”Unità”, Fortebraccio, chiamava “Lorsignori”, o quei prepotenti tanto numerosi da non poterli chiamare per nome, che a Milano discendono in linea retta da quell’ Innominato, non ancora convertito, raccontato dal Manzoni.

Che cosa hanno in comune di sgradevole,  per questi signori, questi due papi (e solo loro, gli altri “santi subito!”)?  Quello che hanno in comune è che sono dalla parte dei poveri. Papa Giovanni aprì il Concilio dicendo di volere una “Chiesa di tutti e soprattutto dei poveri”: e ha ragione di ricordarlo il sito che proprio da questo ha preso il suo nome. E Francesco ha aperto il suo pontificato dicendo: “Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!”. Non la vuole affatto invece quella piccola borghesia minuta, formalista, credente della domenica, sparsa un po' ovunque in Italia, che si sente anch'essa minacciata nelle sue piuttosto recenti conquiste economiche e sociali dai poveri, soprattutto dai poveri non italiani.

La conferma, che di questo si tratta, viene da un altro giornale  che su papa Francesco ha un diverso atteggiamento, “La Repubblica”, che ieri, sabato 14 novembre, riferendo di un sondaggio di Demos secondo il quale tra il 2016 e il 2018 la popolarità di Francesco sarebbe leggermente diminuita, dall’82 al 72 per cento, ne attribuisce la causa al sostegno dichiarato e ripetuto di Francesco a favore dei “poveri del mondo”, in particolare gli  immigrati che  varcano i nostri confini.

Dunque questa è la soluzione dell’ “enigma”: papa Francesco, come già papa Giovanni, non piace alla borghesia perché. a dover scegliere, essi scelgono la parte dei poveri.

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venerdì 23 ottobre 2020

 


DALLA BARBA DI ARONNE

Non era mai successo che la Repubblica Italiana - insieme al papato della Chiesa cattolica, al patriarcato di Costantinopoli, al Rabbino capo di Francia, al rappresentante del Grande Imam del Cairo, a un buddista giapponese, a una indù e a molti altri leaders religiosi del mondo intero - firmasse un appello a tutte le altre Repubbliche e Regni per chiedere ai governi e a tutti gli uomini e le donne di passare a condotte di fraternità e di pace e costruire una sola umanità,  nella persuasione, che è anche una confessione di fede, che “nessuno si salva da solo”.


È accaduto martedì sera, 20 ottobre, e non in un’enclave religiosa come Assisi, ma a Roma, nella piazza del Campidoglio, che un tempo fu l’ombelico del mondo e dove dopo l’ultima guerra mondiale nacque l’unità dell’Europa, così come ora si vorrebbe che da lì nascesse l’unità del mondo.

Si dirà che questo evento, promosso dalla comunità di s. Egidio ma con l’evidente regia e governo di papa Francesco, è stato un evento di vertice, senza partecipazione di popolo, che infatti non c’era a causa della pandemia; e tuttavia  il vero ospite dell’incontro è stato il popolo di Roma con il suo Comune, il suo retaggio e la sua Sindaca. Ed è verissimo che si è trattato di una iniziativa dei leaders, come se il mondo improvvisamente avesse trovato un bandolo, una guida; ma il movente non è stato il potere,  è stato che  “i fratelli vivano insieme”, ciò che, come dice il salmo delle Ascensioni, è ragione di soavità e di gioia e  “come olio profumato”  dal capo scende sulla barba, la barba di Aronne, e da lassù si spande in tutto il mondo, in modo che si faccia l’unità, perché non solo uno, non gli uni invece degli altri, non gli uni contro gli altri, ma tutti insieme siano salvi.

E non a caso negli straordinari discorsi dei leaders, davvero ciascuno eco di culture diverse , sono stati convocati, per compiere l’impresa, il passato e il futuro. Papa Francesco ha evocato una sola parola di Gesù: “Basta!”, la parola detta ai discepoli che volevano approvvigionarsi di spade. Il patriarca Bartolomeo ha chiamato in causa Anassimeo, il filosofo di Mileto del Vi secolo a. C. che aveva individuato i quattro elementi su cui tutto si tiene, l’aria, l’acqua, il fuoco, la terra, per dire che se a tenerli  insieme non è la casa comune, di cui dobbiamo aver cura, tutto si disintegra  ed esce dalla vita creata da Dio; e questa casa è come una casa di specchi, dove il volto di ciascuno riflette l’immagine di Dio e si riflette nel volto degli altri. Il Rabbino di Parigi ha ricordato un midrash in cui si racconta la nascita del tempio, e insieme lo si demitizza: c’erano due fratelli che avevano un campo di cui condividevano il raccolto, e ognuno voleva dare di più all’altro, sicché spesso si alzava di notte per andare ad aggiungere del proprio grano  altro grano al raccolto dell’altro, sicché i due cumuli risultavano sempre uguali; finché una notte essi si incontrarono, scoprirono il reciproco dono e si abbracciarono piangendo; e sulla terra bagnata da quelle lagrime Dio volle che fosse costruito il suo tempio; perciò  il tempio che ora si deve ricostruire è questa fraternità. Il presidente Mattarella ha messo in campo la Repubblica Italiana che “riconosce e onora” gli sforzi delle religioni per contribuire a un avvenire di sviluppo e di eguaglianza per le persone e i popoli, offrendo in tal modo una “testimonianza che è profezia”. E su tutti vegliava, con la mano stesa, Marco Aurelio, l’imperatore filosofo che aveva dato del povero la definizione più rigorosa: “colui che ha bisogno dell’aiuto altrui e non ricava da se stesso tutto ciò che è utile alla vita”, il che equivale a dire che tutti siamo poveri, “nessuno si salva da solo”.

E poi è successa una cosa straordinaria: il rappresentate del Grande Imam di Al Azhar Ahmad Al Tayyeb ha raccontato la scena a cui ha assistito di papa Francesco e l’Imam Al Tayyeb che si spartivano un pezzo di pane alla tavola del papa a Santa Marta. Certamente quello spezzar del pane non era stato preceduto in quel caso da alcuna formula di consacrazione; però se si pensa che il divieto della “communicatio in sacris” è il macigno che ancora rimane ad impedire l’incontro ecumenico tra le diverse Chiese cristiane, si può misurare la portata profetica di questo comunicare nel pane tra il papa cristiano e l’imam islamico; qui, come nel pensiero comune che, per dichiarazione esplicita del papa ha contribuito ad ispirargli l’enciclica “Fratelli tutti”, siamo oltre il dialogo tra Islam e cristianesimo, siamo a una comunione in cammino.


 
 

                    

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venerdì 19 giugno 2020

IL COMPITO


L’evento globale della pandemia ha reso visibile a tutti ciò che già era noto: siamo a una soglia oltre la quale può darsi catastrofe o salvezza. Quella che va costruita è l’unità umana, come soggetto della storia anche politica del mondo; vi fanno ostacolo le ideologie dell’identità, mentre non c’è più ad impedirlo un Dio che divide

Raniero La Valle

Mentre la pandemia continua a mietere vittime, soprattutto nei Paesi peggio governati, più sprovveduti e più poveri, in Italia stiamo vivendo un momento molto delicato di passaggio dalla prima fase irruente e paralizzante del contagio, a una fase di ripresa della mobilità e dei rapporti produttivi e sociali. Per tutti, nel mondo,  comincia una nuova fase nella quale dovremo convivere con il morbo non ancora debellato ma anche con altri pericoli di portata globale che di qui in avanti potranno sprigionarsi dato il crescente degrado cui sono giunte le condizioni di vita sulla Terra.
È pertanto oggi decisiva la scelta, per noi e per un lungo futuro, della strada da imboccare: o un ritorno alle pratiche e ai sistemi del passato, e magari di un lontano e funesto passato, come sembra proporre la virulenza restauratrice e identitaria della destra, oppure il passaggio a una fase nuova di cambiamento delle strutture rivelatesi impotenti a salvarci e di risanamento del nostro ambiente vitale, secondo l’avvertimento di papa Francesco nel giorno di Pentecoste: “peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”.

Segnali di morte

Vi sono purtroppo dei segnali vistosi che sembrano avviarci alla prima alternativa: si pensi al ritorno del conflitto razziale in America, con tanto di rivendicazione della supremazia bianca, al ritorno delle frontiere in Europa, all’offerta provocatoria della cittadinanza britannica ai cinesi di Hong Kong, in nome dei diritti dell’antica colonia inglese, all’incrudirsi del conflitto economico e di potenza tra gli Stati Uniti e la Cina, all’imperturbabile corsa agli armamenti, agli attacchi all’Organizzazione Mondiale della Sanità e ad altre istituzioni internazionali, alla minaccia israeliana di liquidare, con l'annessione dei Territori occupati, la questione palestinese, all’apertura della corsa dei privati nello spazio, quasi una beffa al monito illuminista a non “sperperare tesori nel cielo”. E su tutti vi è il simbolo riassuntivo della foto-opportunity di Trump che davanti a una chiesa episcopaliana di Washington innalza la Bibbia come un idolo, rivendicando quella saldatura tra religione e potere che per secoli ha dilaniato la società umana e la fede stessa; con la variante, però, di riproporre come farsa quella visione costantiniana che storicamente si è data come tragedia. Gesto tuttavia che sarebbe errato archiviare come folklore, perché mette in chiaro il disegno largamente perseguito in Occidente di una riappropriazione del cristianesimo come marcatore identitario e baluardo dei poteri esistenti, ad opera di populismi e integrismi di vario tipo, da Bannon a Orban, dai lefebvriani lepenisti a Bolsonaro, dalla “Opzione Benedetto” di Rod Dreher alla certosa di Trisulti, dall’odio al musulmano alla caccia allo straniero, fino ai rosari di Salvini, come è ben mostrato nel libro appena uscito di Iacopo Scaramuzzi : “Dio? In fondo a destra”[1].
È evidente che se questi segnali si inverassero in processi reali, e le politiche si sviluppassero secondo queste premesse, l’unità umana sarebbe compromessa, e la catastrofe si farebbe imminente.

Opportunità del tutto nuove

Però ci sono anche segnali che indicano una possibilità del tutto opposta. Si presentano infatti straordinarie opportunità che la società umana non ha mai avuto e che aprono a una situazione nuova.
La prima è la globalizzazione stessa che se ha esordito e si è affermata in una versione selvaggia, stremando gli uomini e rendendo sovrani il denaro, il Mercato e le armi, può tuttavia essere ripresa in mano e convertita in un vero universalismo, il cui concreto esercizio è oggi reso possibile dalle scienze, dalla tecnologia e dalla comunicazione. Se si volesse costruire politicamente e culturalmente un mondo unito, non ci sarebbero impedimenti materiali a precluderlo. Il diritto, gloria dell’Occidente, è pronto a partorirlo. C’è già un vagito dell’Europa che sembra prometterlo.
L’altro segnale è la progressiva coscienza che si sta facendo luce in ogni parte del pianeta della precarietà e del pericolo di un multilateralismo incontrollato, non riducibile a una ragione e a una finalità comuni. Il conflitto la violenza e la guerra non possono più essere né la regola né l’ultimo grado di giudizio del rapporto sociale. A dirlo è un brivido che corre nel mondo. I poliziotti americani che si inginocchiano di fronte alle loro stesse vittime, neri o bianchi che siano, e innumerevoli manifestanti che ne ripetono il gesto sotto ogni cielo, non sono un segno di codardia, come pretende il folle americano al comando, ma sono un segnale apocalittico di un’età che è finita e un’altra che viene.

Conversione delle religioni

Infine c’è il segnale di una conversione delle stesse religioni, di cui il pontificato di papa Francesco rappresenta oggi il più autorevole annuncio. Non si tratta di questa o quella riforma o ammodernamento nelle confessioni religiose e nelle Chiese. Si tratta di una nuova narrazione di Dio, rimasta confusa e offuscata per secoli, pur dopo i Vangeli, che ora sembra perdere le sue scorie e i suoi travisamenti, e riacquistare somiglianza con l’originale, che Gesù ci ha fatto vedere: quel Dio tenerissimo, “primo nell’amore”, primo anche a prendere su di sé il dolore di tutti, come lo ha mostrato Francesco in questa pandemia, È un Dio in cui non c’è violenza: nessun patibolo può fregiarsi del suo nome, se non come vittima.
Fu all’inizio del pontificato di papa Bergoglio, nel 2014, ma a conclusione di un lavoro condotto per anni, su impulso del Concilio, che la Commissione Teologica Internazionale presentò come “una svolta epocale nell’odierno universo globalizzato”,  la novità  “dell’irreversibile congedo del cristianesimo dalle ambiguità della violenza religiosa”[2]. Quasi raccogliendo la sapienza e l’esperienza dei secoli, rileggendo la Bibbia, la teologia e i Concili, il documento vaticano era tutto proteso a identificare  nell’eccitazione alla violenza in nome di Dio, la massima corruzione della religione. Le conseguenze di questa nuova chiarezza erano destinate a investire non solo una modalità della fede, o suoi possibili errori, ma la fede stessa. Secondo la Commissione Teologica Internazionale ciò voleva dire entrare in un’epoca nuova, varcare una “frontiera profetica di un nuovo ciclo religioso e umano dei popoli”. E se è lo Spirito che a ciò conduce la professione di fede, “l’icona ecclesiale dal canto suo deve suscitare l’immagine di una religio che si è definitivamente congedata – in anticipo sulla storia che deve seguire – da ogni strumentale sovrapposizione della sovranità politica e della Signoria di Dio. Questo “congedo può e deve essere vissuto da tutte le comunità cristiane dell’epoca presente, come avvento del tempo stabilito dal Signore per la maturazione del seme evangelico”: un tempo nuovo. La pastorale della misericordia, la Chiesa ospedale da campo, il Dio che “se si fermasse alla giustizia cesserebbe di essere Dio” di papa Francesco non erano lontani.

Un Dio senza violenza

 C’era un ritardo in questa ammissione di un’infedeltà delle Chiese, che era costata molti dolori; ma alfine questa soglia era varcata, e il corso storico poteva riprendere non più funestato dal falso conflitto tra Dio e il mondo, tra grazia e libertà; divino e umano non erano più confusi ma anche, secondo la fede di molti, non erano divisi. “Svolta radicale”, la chiamavano i teologi del papa, ma essa non riguardava solo la confessione cristiana, e nemmeno solo la tradizione giudeo-cristiana, ma la “religione” come tale, “la concezione della religione e dell’umanesimo, indissolubilmente”, una fede che  è oggi chiamata ad anticipare l’epoca del riscatto definitivo del ‘nome di Dio’ dalla sua profanazione attraverso la giustificazione religiosa della violenza”. Non c’era più un Dio a fondare il trono dei potenti e ad impedire l’unità umana. Ed è da qui che è venuto, come prima cosa, il patto di fratellanza universale firmato ad Abu Dhabi con l’Islam, ma viene anche il contagio etico che fa dire a tutto il mondo: “non respiriamo più; senza giustizia non c’è nemmeno pace”.

Per una Costituzione della Terra

Queste sono le condizioni nuove che inducono ad agire, che postulano una “Costituente Terra”, e che fanno ritenere possibile una Costituzione della Terra. E da ciò a noi deriva un dovere, che non è solo quello di non disperdere una memoria e trasmettere un’eredità, ma è quello di trasmettere un compito.
È un dovere che ricade sulle generazioni del Novecento che, uscite dalla notte delle grandi guerre mondiali e della Shoà, sono riuscite a concepire e predisporre le forme del mondo nuovo, ma poi hanno fatto a pezzi la loro creatura, si sono inchiodate sull’89, l’hanno preso come un loro bottino, come fosse la fine della storia a favore degli uni contro gli altri.   Ed è quel compito, che allora fu interrotto, che le generazioni uscenti devono ora trasmettere alle generazioni nuove; il compito è quello di radunare i dispersi, rialzare i caduti, e costruire l’unica comunità umana, soggetto come tale di liberazione e di diritti. È una figura nuova, mai esistita prima se non nei sogni e nelle profezie. Vi fanno ostacolo le diversità, se sono rivendicate in modo che ciascuna prevalga e sia sovrana sulle altre. Ma esse ne sono la sostanza se tutte sono convocate per comporre non un nuovo Leviatano, ma la grande assemblea dei popoli della Terra al fine che l’umanità sopravviva, il mondo sia salvo e la storia continui.
Questo compito non è il punto di caduta di un sogno, di un’utopia, di un mito: è imposto dalla ragione, anzi è l’unica risposta secondo ragione alle drastiche alternative oggi presenti; si tratta di costituire una sfera pubblica globale e varare una Costituzione della Terra che metta in atto garanzie e istituzioni di tutela e promozione dei diritti fondamentali di tutti gli abitanti del pianeta. È chiaro che questo progetto e questo processo dovranno fare i conti col Mercato, perché Mercato e sfera pubblica sono stati finora in contraddizione e in contrasto. Ma non deve l’uno soccombere all’altra. Basta che sia deposto dal trono e accetti le regole. Ciò è necessario per fronteggiare non solo le crisi sanitarie che di questa urgenza forniscono oggi la prova del nove, ma tutte le emergenze planetarie - alimentari, nucleari, ambientali – per non tornare a una sorta di “stato di natura” e per promuovere, ben oltre le emergenze, una convivenza di ragione e misericordia sulla Terra.
Raniero La Valle 


[1] Iacopo Scaramuzzi, Dio? In fondo a destra, EMI, Verona, 2020.
[2] Commissione Teologica Internazionale, Il monoteismo cristiano contro la violenza, 2014,  http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_20140117_monoteismo-cristiano_it.html

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mercoledì 3 giugno 2020

PENTECOSTE

Chi l’avrebbe detto al giovane  Hegel, a Marx, al Bloch di “Ateismo nel cristianesimo” che “i tesori sperperati nel cielo” non sarebbero stati più quelli da loro denunciati dell’alienazione religiosa, ma quelli ben più concreti della corsa nello spazio in cui ormai anche i privati ricchi  investono le enormi ricchezze rubate alla metà più povera del mondo? È successo nel giorno di Pentecoste, inizio della Chiesa, inizio della seconda fase della pandemia, inizio della colonizzazione privata dello spazio grazie alla navetta “Crew Dragon” per il trasporto di persone (in preventivo 20 milioni di dollari a passeggero) che ha raggiunto gli astronauti russi  nella stazione internazionale orbitante intorno alla terra.
Dunque c’è inizio e inizio. Da un lato c’è da curare le persone, che escono straziate dalla pandemia. Dall’altro c’è da continuare la corsa, da ipotecare profitti, finanziare l’economia; ma le persone, dice lapidariamente il papa al Regina Coeli, “sono più importanti dell’economia. Noi persone siamo tempio dello Spirito Santo, l’economia no”.
Per la Chiesa questa Pentecoste può essere davvero un nuovo  inizio. Non solo per i simboli: la basilica di san Pietro di nuovo abitata da un po’ di fedeli, la finestra dell’Angelus che finalmente si affaccia su una piazza riaperta, riavviata  a popolarsi di nuovo. Ma anche perché essa è giunta dopo una Pasqua che è sembrata riportare  la Chiesa alla nudità del sepolcro vuoto, come se tutto dovesse ricominciare da capo. L’ha detto il papa nell’omelia della Messa di Pentecoste: “Andiamo dunque all’inizio della Chiesa”.
Ebbene, all’inizio della Chiesa l’annuncio delle “grandi opere di Dio” partito dal Cenacolo non andò dal popolo d’Israele a gente divisa “in gruppi secondo i vari popoli”,  ha sottolineato Francesco, non andò prima ai vicini e poi ai lontani, non andò prima ai credenti e poi ai pagani, secondo un ben architettato piano pastorale, ma andò direttamente, sotto il vento unificante dello Spirito, dai circoncisi alla totalità dei figli di Dio, a questa unica umanità, l’”Unigenita”; e l’annuncio fu quello della pace, e la missione fu quella del perdono, e non doveva esserci altro che pace e perdono.
Tanto più ciò vale in questa crisi che stiamo attraversando. E anche per la Chiesa, come per la società, vale ciò che ha detto il papa a Pentecoste, che “peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”. Il dramma sarebbe quello di tornare ad interpretare le crisi, anche nella Chiesa, dentro i vecchi schemi, le vecchie dietrologie, le letture dei fatti condizionate da un clericalismo latente,  spesso presente anche in casa progressista.
E proprio il giorno di Pentecoste è venuta l’occasione di pensare in grande alla Chiesa di domani. Giusto sette mesi fa, come ha ricordato papa Francesco dopo il Regina Coeli, si era concluso il Sinodo per l’Amazzonia, una terra che doveva poi essere duramente provata dalla pandemia: “Tanti sono i contagiati e i defunti, anche tra i popoli indigeni, particolarmente vulnerabili”  ha detto il papa, che ha invitato a pregare “per i più poveri e i più indifesi di quella cara Regione, ma anche per quelli di tutto il mondo”. Così l’Amazzonia, caduta in oblio dopo il Sinodo perché si era giudicato che esso non avesse dato i frutti sperati per la riforma della Chiesa, per colpa del papa che non ne aveva raccolto e avallato le istanze, è tornata al centro dell’attenzione della Chiesa.
Ma chi ha detto che non aveva dato frutti? Anzi il Sinodo  aveva preconizzato una Chiesa dalla cultura “marcatamente laicale”. Un’analisi non emotiva, ma finalmente condotta anche con sapienza giuridica dall’ecclesiasticista Nicola Colaianni, dimostra che l’Esortazione “Querida Amazonia” di papa Francesco ha recepito “per relationem” il documento conclusivo sinodale, dandogli forza di esortazione pastoralmente vincolante, anche se non obbligante per fede; questa ricezione papale non ha escluso pertanto le ipotesi, suscettibili di entrare in un futuro decreto, del sacerdozio uxorato e del diaconato femminile; solo che questo lo fa non all’interno del consueto apparato clericale e gerarchico, ma nel quadro di una visione dinamica della Chiesa permeata da una cultura “marcatamente laicale”.
Allo stesso modo dinamica dovrà essere la visione  della società umana, nella sua versione laicale, come umanità ricomposta e costituzionalmente fondata.
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venerdì 29 maggio 2020

ALLARME PALESTINA

Come sappiamo sulla via della costruzione di un’unica comunità umana capace di dotarsi di una Costituzione mondiale molti sono gli ostacoli che l’attuale crisi pandemica ha reso ancora più pressanti e tali da condizionare ogni futuro sviluppo. Uno di questi, il nodo palestinese, che il circuito informativo ha abbandonato a se stesso e che ignora come se non esistesse più, torna oggi drammaticamente in primo piano per il programma del governo Netanyau, risalito al potere in Israele, di annettersi i territori palestinesi della Cisgiordania e di Gerusalemme, con l’avallo di Trump che spaccia come un “piano di pace” la proposta di comprare la resa palestinese per un paio di dollari. I palestinesi, la Giordania, le Chiese cristiane e i vescovi di Terrasanta protestano e insistono per una soluzione politica che salvaguardi il popolo palestinese e la pace nel mondo, ma tutti gli altri, a cominciare dall’Italia e dall’Europa, stregati dal virus, tacciono e guardano dall’altra parte. Pateticamente ieri, 28 maggio, la Comunità palestinese di Roma ha tenuto un sit in davanti alla sede della RAI in viale Mazzini, perché in un programma chiamato “L’eredità” in onda su RAI 1 il 21 maggio scorso, il conduttore aveva corretto una concorrente che aveva indicato Tel Aviv come la capitale dello Stato d’Israele, affermando che la capitale era invece Gerusalemme. In realtà Gerusalemme è una città dilaniata e occupata, divisa in se stessa tra la sua parte dell’Ovest e quella dell’Est, e divisa dal resto del territorio di Palestina da presidi armati e da muri che non sono le storiche mura di Gerusalemme, ma muri e strade di separazione. Israele l’ha proclamata sua capitale per sempre, e Trump ha apposto su questa decisione il suo sigillo imperiale spostando a Gerusalemme l’ambasciata americana, mentre tutte le altre rappresentanze, a cominciare da quelle italiana ed europee sono rimaste a Tel Aviv. Ma oggi il dramma precipita ben al di là della questione della capitale, in mano a un Trump che non fa altro che giocare con le catastrofi, che si tratti del confronto nucleare con la Corea del Nord, o della sfida lanciata al disastro ambientale ed ecologico, o della gestione irresponsabile della pandemia, o dell’escalation dello scontro con la Cina e con le maggiori Istituzioni internazionali. Aggiungere a questo bizzarro e insano inventario il colpo di mano di una liquidazione iniqua della questione palestinese, dando fuoco alle polveri proprio là dove tutto è cominciato, getterebbe sull’equilibrio già precario del tempo presente un carico insopportabile creando una massa critica pronta ad esplodere.
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martedì 26 maggio 2020

L’UNIGENITA


Dopo quel tempo straordinario e di profondissima crisi marcato dalla pandemia, che svelò nei primi mesi dell’anno 2020 ciò che già da molto si sapeva e temeva ma che non si era voluto vedere, i discepoli cominciarono ad interrogarsi se non fosse stata resa vana la croce di Cristo. Essi in suo nome avevano annunciato la salvezza e la salvezza non c’era. A partire dal primo giorno dopo il sabato, quello della Pasqua, che quell’anno la Chiesa aveva celebrato nell’assoluta nudità dei riti senza potersi riunire a convegno, i discepoli, alla lettura degli Atti degli apostoli che la liturgia proponeva ogni mattina (e questa volta con un’udienza mondiale a partire da Casa Santa Marta) si domandavano dove avesse potuto determinarsi il corso delle cose che aveva portato alla triste situazione presente.
Stava scritto, in quegli Atti, che i primi discepoli avevano annunciato agli Ebrei increduli e scandalizzati la resurrezione di Gesù come una svolta nella storia della salvezza, tale per cui nel momento stesso in cui era confermata la promessa del Padre al popolo d’Israele – perché i doni di Dio non sono mai revocati – essa veniva estesa all’umanità tutta, senza alcuna distinzione di nomi e di identità pagane o credenti.
Così avevano detto Pietro, Giovanni, Stefano, Giacomo, Filippo, Barnaba e poi Paolo e questo si erano sentito dire tutti quelli che in quei febbrili anni della Chiesa nascente li ascoltavano e li perseguitavano, che si trattasse del Sinedrio, dell’eunuco etiope, di Cornelio, dei greci di Antiochia o dei beffardi ateniesi dell’areopago . Da Gerusalemme fino ai confini del mondo, dal popolo ebreo al “non popolo” di tutti gli  “abitanti del pianeta” (come scriverà duemila anni dopo papa Francesco nell’indirizzo della “ Laudato sì”), questa era l’intenzione inclusiva di Dio, incarnatosi in Gesù, che essi osavano annunciare e di cui volevano porsi al servizio fino al dono della vita.
Ma se questa novità trovò accoglienze diverse, di adesione o diniego,  per nessuno fu oggetto di un rifiuto così angosciato come per gli Ebrei delle Sinagoghe e del Sinedrio. Nella loro memoria storica c’era un dramma che essi non cessavano di rievocare ogni anno nella festa dell’espiazione, lo Yom Kippur. Ancor oggi quella celebrazione collettiva della “giornata del pentimento d’Israele”  comincia con una preghiera che dice: “Di tutti i voti, le rinunce, i giuramenti  gli anatemi, oppure delle promesse ammende od espressioni attraverso cui facciamo voti, ci impegniamo o promettiamo, di qui fino al prossimo giorno dell’espiazione noi ci pentiamo, in modo che siano tutti sciolti, rimessi e  condonati, nulli, senza validità e inesistenti. I nostri voti non sono voti, le nostre rinunce non sono rinunce, e i nostri giuramenti non sono giuramenti”. Come mai oggetto di pentimento non sono i peccati ma i giuramenti, gli impegni, i voti, le scomuniche? Secondo il filosofo ebreo Jacob Taubes, che ne diede conto in un corso sulla lettera di san Paolo ai Romani nel 1987 al Centro studi della comunità evangelica di Heidelberg[1],  ciò che gli Ebrei vogliono esorcizzare in quel rito è il giuramento, l’impegno, la decisione che Dio aveva preso di revocare la sua alleanza con Israele e anzi distruggerlo, quando il popolo uscito dall’Egitto gli aveva voltato le spalle e si era fatto il vitello d’oro (Es. 32,9-10).
Il rischio era stato terribile. Dio, che parlava con Mosè faccia a faccia, gli aveva detto:” ho osservato che questo è un popolo di dura cervice, lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga”. Di Mosè disse invece: “di te farò una grande nazione”. Dunque voleva sostituire l’elezione del popolo d’Israele con l’elezione di un altro popolo, di cui lo stesso Mosè sarebbe stato il capo e il principio. Se questo non avvenne è perché Mosè non accettò, implorò il Signore, lo convinse a desistere dal suo disegno, a non tradire il giuramento fatto ai Padri. Secondo una lettura talmudica Mosè “afferrò il Signore” e compì il rito dello scioglimento di Dio dal giuramento della distruzione; e a Dio che obiettava che proprio questo aveva giurato, Mosè replicò : ci hai insegnato che i giuramenti si possono sciogliere; e Dio abbandonò il proposito di nuocere al suo popolo. L’interpretazione di Taubes è che il giorno dell’Espiazione trasponga nel rituale la controversia tra Dio e Mosè: la sera dello Yom Kippur è percorsa da questo brivido. 
Al tentativo di una lettura accomodante di questa preghiera, secondo la quale essa avrebbe semplicemente lo “scopo di annullare giuramenti e voti pronunciati in modo affrettato”, Taubes replica che “è pura follia credere che un brivido percorra un intero popolo fin nell’intimo della sua anima, dalle comunità dello Yemen fino a quelle della Polonia, solo perché sono in gioco un paio di voti affrettati”. Come dice un altro grande studioso ebreo, Franz Rosenzweig (“La stella della redenzione”), in quella preghiera per l’annullamento di tutti i voti, di tutte le autoconsacrazioni e dei buoni propositi, l’assemblea liturgica ebraica si pone davanti a Dio come “davanti a colui che la possa perdonare come ha perdonato l’intera comunità d’Israele e lo straniero che soggiornava in mezzo a essa”.
Secondo Jacob Taubes  quel trasferimento dell’elezione dal popolo ebreo a un altro popolo  (“di te farò una grande nazione”) che si scontrò col rifiuto di Mosè, è lo stesso problema di fronte a cui si trovò Paolo: il popolo aveva peccato  rinnegando il Messia giunto fino a lui; Paolo non si tira indietro (Damasco!) ma neanche lui ammette una sostituzione di quel popolo con un altro (perché anzi “tutto Israele” si salverà) bensì proclama l’estensione della sua elezione a tutti, senza distinzioni di identità, ponendo qui l’origine della vocazione per tutti i popoli.
Questo fu infatti l’annunzio dei primi testimoni. Dal giorno della resurrezione fino al Concilio di Gerusalemme, fino a quando i discepoli assunsero il nome di “Cristiani”, la predicazione degli apostoli e della prima Chiesa non contemplava affatto il passaggio dell’elezione dagli Ebrei ai Cristiani, ma l’estensione dell’elezione all’intera  “chiesa di Dio”, all’umanità tutta. Scrisse Paolo ai Corinti che si dividevano tra loro dicendo: “Io sono di Paolo, io invece sono di Apollo, io invece di Cefa e io di Cristo”: si può dividere il Cristo?
Qualcosa avvenne però al Concilio di Gerusalemme. Ciò che in quella occasione parve bene allo Spirito Santo e agli Apostoli fu di grandissima importanza per la liberazione della fede dalla prigionia della legge, però fece sì che essa la prima volta venisse definita  per differenza in rapporto all’ebraismo, col rischio di essere intesa come un’eresia ebraica. Il cristianesimo come ebraismo senza circoncisione. Questo fu l’inizio del tormentato rapporto tra le due religioni per tutta la storia successiva, prima che si giungesse al fraterno dialogo di ora. A ciò si aggiunga che proprio in quel Concilio di Gerusalemme il più giudaizzante, Giacomo, interpretò l’estensione dell’alleanza come l’atto con cui Dio aveva voluto scegliersi “tra gli stranieri un popolo consacrato al suo nome”, un altro popolo che non fosse Israele, cioè proprio quello che Mosè aveva scongiurato e di cui Dio si era pentito, e che per gli  Ebrei rimaneva come un incubo. Ad Antiochia quell’altro popolo aveva preso un nome: erano i Cristiani; non il popolo di tutta la Terra, ma un popolo accanto agli altri popoli della terra.
Nonostante la “Lettera a Diogneto” per secoli la Chiesa si è pensata così, come il vero popolo di Dio; ma, entrata nel regime costantiniano, divenuta “cristianità”, non ne ha avvertito l’aporia perché di fatto, tra Chiesa d’Oriente e d’Occidente si è percepita come coestensiva al mondo allora conosciuto; certo, non esteso all’Estremo Oriente, ma per esso c’era stato all’inizio come un presagio quando alla partenza della missione di Paolo, Sila e Timoteo, “lo Spirito Santo aveva vietato loro di predicare la parola nella provincia dell’Asia” (At. 16,6), per cui essi si volsero verso la Macedonia e l’Occidente.
Ma poi quell’apparente universale comunione si ruppe. Apparve il popolo di Maometto, si divisero le Chiese d’Oriente e d’Occidente, nacquero Stati dentro la stessa Cristianità l’un contro l’altro armati, l’America “scoperta” svelò un nuovo mondo e i popoli conquistati furono considerati di dubbia umanità, dall’Africa si trassero schiavi, gli ebrei furono perseguitati e nuove nazioni si pretesero elette, partì la colonizzazione dell’India e dell’Asia; con tutto ciò i cristiani non potevano essere percepiti come la Parola unigenita di Dio partorita nella pienezza dei tempi nella storia di tutti,  ma furono società sempre più identitarie, magari “perfette”, popoli con altri popoli e contro altri popoli. Non solo era “il Cristo diviso”, ma l’umanità era frammentata, impedita - per spirito mondano ma anche per impossibilità religiosa - a ricomporsi, a trovare la sua unità. Sarebbe stato piuttosto l’altro principe, il denaro, a pretendere nel suo nome l’unificazione del mondo.
Questo il flashback della nostra storia che le circostanze eccezionali di questa Pasqua ci hanno evocato; certo sommario, come tutti i flashback.  E che dire oggi? Mai come oggi il mondo si è trovato di fronte alla necessità di unirsi o perire; mai come oggi si trova ad assumere questa istanza come un compito non solo etico ma politico, e financo costituzionale e giuridico, e anzi ha cominciato a farlo; mai la resurrezione traboccante come misericordia non su pochi, eletti o predestinati,  ma su tutti, è stata palpabile come nel vuoto di piazza san Pietro.
E allora forse si capisce il significato ultimo del pontificato di papa Francesco, in ripresa e a coronamento del Concilio Vaticano II: si capisce questo suo porsi all’incrocio delle due salvezze, questo abbracciare tutti, questa sua uscita dal “regime di cristianità”, questo suo ripartire da Lampedusa e da Bangui, questo suo amore per la pace della Siria e della Terra santa, questa correzione di rotta per cui la Chiesa non sia più una copia o una forma dell’Occidente; si capisce questo spogliarsi delle armi del proselitismo, questa fratellanza oltre ogni denominazione religiosa, questo suo annuncio della misericordia ricalcando nel suo messaggio petrino quello stesso di Gesù consistente nella rivelazione del Padre, del Dio inedito e ignoto, padre e pastore di tutti. È come se proprio ora, in un’età così avanzata della storia, fiorisse come fiore di mandorlo, il primo fiore della primavera, il gesto estremo di Dio che esce dalle sue altezze e si scambia col dolore del mondo, non solo con questo o quel popolo , ma con l’umanità tutta intera, l’Unigenita.

[1] Jacob Taubes, La teologia politica di san Paolo, Milano, Adelphi, 1987.
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venerdì 15 maggio 2020

IN QUEL TEMPO


In quel tempo c’era stato un editto del governo per il quale nessuno si doveva baciare, certe regioni avevano mandato i malati fuori dai loro ospedali e i morti spedito ad altri cimiteri e c’era stato anche un concordatino tra Stato e Chiesa, a prova del fatto che nessuno voleva limitare la libertà di culto. Esso dettava minuziose norme sulla celebrazione delle messe: queste, come era noto ai contraenti, sono il modo simbolico (e per i teologi anche reale) in cui viene rappresentata quella cena in cui il Signore Gesù spezzò il pane lo scambiò con i suoi discepoli e lavò loro i piedi. Ma con le regole di oggi e perché il simbolo mantenga la sua verosimiglianza con l’evento, occorrerebbe  che Gesù avesse parlato attraverso la mascherina, avesse spezzato il pane con i guanti, lo avesse non dato nelle mani ma fatto balzare nei piatti dei Dodici, si fosse dimenticato di versare il vino, avesse lavato i piedi agli apostoli stando a distanza magari con una lunga spugna o, ancor meglio, non glieli avesse lavati affatto. E quanto a Leonardo da Vinci avrebbe dovuto dipingere una tavola di tredici metri uno per commensale o più se alla cena fosse stato ammesso qualche altro ospite contato.
Basta questo per dire come quello dovesse essere un tempo del tutto straordinario e anzi di profondissima crisi. In effetti c’era, rubando per sè tutta la scena, la crisi sanitaria suscitata dalla pandemia. Ma c’era anche la crisi dell’intero sistema globale che l’aveva provocata e incrudelita, la crisi del denaro creduto onnipotente ma prigioniero per altri scopi che non quello del bene comune e di altre persone che non quelle che con la fatica e il lavoro lo moltiplicavano sulla terra. E c’era una crisi nella Chiesa, perché non si era mai visto un Vangelo svelato ogni mattina al mondo da Santa Marta, un Vangelo che si pensava già saputo e risaputo e che invece giungeva come nuovo, come uno scoop; e per molti nella Chiesa quello appariva un discorso troppo duro tanto da non volercisi immischiare, o anche da volersene andare o magari, invece di andarsene, imperversare con i loro attacchi e distruggere.
Dunque un tempo di crisi. Ma forse era anche il tempo di un’altra cronologia, il tempo atteso, quello promesso in cui tutto sarebbe cambiato, un principio di vita nuova non più circoscritto al tempio di Gerusalemme né trattenuto nelle sue mura né imprigionato dal suo muro postumano e dai mille altri muri di separazione sparsi nel mondo. Il tempo è questo aveva detto Gesù alla Samaritana, il tempo è questo, stava scritto in testa al sito di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” e questa era la profezia di tutta la Chiesa.
Se dunque si incrociavano due tempi, quello atteso e quello della crisi, anche i segni del tempo apparivano contrastanti, segni di tormenta e segni di aurora.
Ma se davvero era quello un tempo così speciale, un duplice tempo, un tempo da cambio d’epoca, ci voleva una risposta straordinaria per accoglierlo, per lavorarlo, per viverlo. E per affrontarlo ci voleva una Chiesa profondamente rinnovata, quale mai era stata pensata dopo il tempo delle origini.
Essa era cresciuta e aveva preso la fisionomia attuale in un’altra epoca, detta di “cristianità” che ormai era finita e anzi licenziata. La riforma di cui essa aveva bisogno andava ben oltre il matrimonio dei preti e i ministeri femminili, ma in quello stato di cose la Chiesa questo non lo poteva fare. A compiere l’opera doveva essere il pontificato e la Chiesa di Francesco, in continuità col Concilio. Ma papa Francesco, mentre realizzava la riforma più radicale che è la pubblicazione del Dio ancora inedito, nella riscoperta trasfigurante della persona del Padre, ha spiegato da Santa Marta che dentro questa crisi, della Chiesa e del mondo, non era possibile fare i cambiamenti che pure si vorrebbero. Come dice un proverbio della sua Argentina, “quando passi un fiume non cambiare cavallo”: in tempi di pace si possono fare miracoli, come dicono gli Atti degli Apostoli, ma quando c’è la crisi e la gente non regge le parole di vita e se ne vuole andare, tanto che Gesù chiese agli apostoli se se ne volevano andare anche loro, non bisogna sfidarla con la necessaria discontinuità.
Ma allora se non era la Chiesa e neanche le religioni stabilite che potevano operare il cambiamento in quel tempo di crisi, chi doveva e poteva farlo perché il tempo nuovo caricasse le vele? Era il mondo che doveva farlo, lui era il soggetto della liberazione, l’umanità tutta intera, il popolo di Dio nella sua dimensione più ampia che abbraccia tutta la Terra. Questo è il popolo amato dal Padre e chiamato alla salvezza, il popolo di Dio, dentro e fuori le Chiese, di ogni denominazione e senza denominazione. È il vasto popolo del mondo che non ha un suo nome che lo distingua, come è dei Greci o degli Spagnoli, perché il suo nome sarebbe quello di Dio, ma il nome di Dio non è esprimibile in termini umani. Perciò i musulmani invocano i 99 bei nomi di Dio ma non giungono all’ultimo, perciò nell’ebraismo esso è nascosto nel tetragramma sacro, perciò nel cristianesimo non c’è altro nome al di sopra del nome di Gesù, perché il nome di Dio è il suo stesso essere, “Io sono”. Perciò non si può nominare il nome di Dio invano, perché nessuno possa appropriarsene per distinguersi gli uni dagli altri. Non si può spartire. Si può essere buddisti, confuciani, animisti, maomettani, anche cristiani, ma col nome di Dio nessuno si può far differenziare. La tunica non si divide.
Ma in che modo il popolo di Dio che è l’umanità tutta intera poteva e può farsi protagonista dell’avvento del tempo nuovo?
La formula è semplice: convertitevi e credete al Vangelo, è l’invito rivolto da Gesù alle folle all’inizio della sua predicazione.  Ma quale Vangelo? Per noi i vangeli sono i quattro ben noti, di Marco, Matteo, Luca e Giovanni, ma c’è anche un quinto vangelo, il vangelo di Gesù. Naturalmente è lo stesso Vangelo, e quello di Gesù è contenuto e anche nascosto negli altri quattro.
Ma c’è una differenza: i quattro Evangelisti parlano di Gesù, e questi
sono i pilastri su cui è costruita la Chiesa; il quinto vangelo, il Vangelo di Gesù parla del Padre, e anche quando parla di sé lo fa per far vedere il Padre e lo rivela, ne fa l’esegesi come Padre e pastore di tutti senza discriminazione di lingua di religione o di peccato.
Il Vangelo di Gesù è dunque un Vangelo non denominazionale e ad esso davvero possono convertirsi tutti i popoli della Terra: paternità, fraternità, grazia di Dio, tutto, tutto, come diceva papa Giovanni nel suo discorso della luna. E pace, mitezza, servizio ai poveri, pane spezzato, lavoro non schiavo; e come pastori, dice Francesco, non solo i ministri del culto ma i medici, i governanti, e le donne, anello più alto della congiunzione tra uomo e natura.
Papa Francesco è all’incrocio di questi processi: conversione della Chiesa nel rinnovato annuncio del vangelo di Gesù sul Padre e conversione del mondo nell’apertura al vangelo narrato da Gesù anche senza conoscerlo o magari scoprendone nei cristiani la memoria al loro spezzare il pane.
In ciò forse consiste il mistero Bergoglio. Si parlò ai tempi del Vaticano secondo di un “mistero Roncalli”, perché senza mai averci pensato prima, aveva indetto il Concilio per mettere a nuovo la Chiesa. Ora il mistero Bergoglio, la sua missione di papa sembra essere quella di mettere a nuovo il mondo. In questo c’è la vera continuità con Francesco d’Assisi. Francesco ebbe la visione che dovesse restaurare la Chiesa. Fu interpretato che dovesse restaurare la chiesa di san Damiano, poi che dovesse restaurare la Chiesa romana. Ma lui non la prese così; il suo vero orizzonte fu il servizio a tutte le creature, fu il restauro del mondo, anche in nome di un Vangelo, quel quinto vangelo, ai più sconosciuto. Per questo si spogliò delle armi della crociata, e per questo andò dal Sultano. Dopo di ciò “pace e bene” è stato l’augurio uscito da milioni di bocche.
Papa Francesco è in questa linea di successione. Predica il vangelo di Gesù, ossia il vangelo sul Padre; vorrebbe, a saperle, dire le parole corse sulla strada di Emmaus, quando era Gesù a spiegare le Scritture ai discepoli. E nel far questo nello stesso tempo indica e promuove la restaurazione del mondo. Nella giustizia. È come se respirasse con due polmoni, quello del popolo della Chiesa e quello del popolo del mondo, la diastole e la sistole di un unico cuore da cui procede un unico respiro; la Chiesa dei santi, dei richiedenti asilo nel Regno, e quella degli uomini tutti, la vera Chiesa.
Sarà questa la nuova “cristianità”, che non avrà questo nome, e anzi alcun nome, perché non si può né possedere né spartire il nome di Dio? Perché la secolarizzazione è irreversibile.

Raniero La Valle

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giovedì 30 aprile 2020

IN MEMORIA


La decisione dei vescovi, in Italia e in Francia, di intervenire su Conte e su Macron per una deroga a favore della Chiesa cattolica alle norme sul confinamento, ai fini di radunare il popolo per l’Eucaristia, ha suscitato un dissenso profondo non solo da parte di “cristiani critici” pronti e forse adusi a dar sulla voce alle gerarchie, ma anche da parte di teologi autorevoli, intellettuali, vescovi. Così la messa che è la grande istituzione per l’unità - la “comunione” - dei fedeli, è diventata causa di divisione.
Si è perfino sostenuto che emergessero due Chiese, una nella tradizione dei sacramenti e del culto, l’altra del Vangelo. In ogni caso la Chiesa di tutti, la Chiesa dei poveri ama tutte e due, anche perché esse non sono così nettamente distinte tra loro e c’è molto traffico di frontalieri attraverso i loro confini.
Neanche noi abbiamo condiviso la rivendicazione dei vescovi e motivi validissimi ne sono stati recati e messi in circolazione da molti. Ciò che soprattutto ci ha turbato è stata la ragione, un po’ ultimativa, addotta dai funzionari di un ufficio della CEI, secondo la quale con meno messe ci sarebbe stato meno servizio ai poveri, alla comunità; come a dire niente sacramento niente lavanda dei piedi, l’una cosa essendo alimento dell’altra, e ciò come se la messa, e solo lei, fosse un distributore di benzina o una centralina per il rifornimento di elettricità, senza cui la macchina non va. È verissimo che per servire i poveri, lavarsi i piedi l’un l’altro, essere cristiani ci vuole una ingente energia, ma, a non essere pelagiani, si sa che questa energia viene dallo Spirito del Signore, e ci mancherebbe altro che lo Spirito Santo si facesse interdire dalla scarsità di messe in tempi di pandemia o in regioni amazzoniche, sarebbe come tagliare la luce al palazzo occupato, che l’Elemosiniere del papa, il divino elettricista, è andato a riattaccare.
Per uscire dalla controversia, se essa non vuole essere tenuta in vita e strumentalizzata ad altri scopi, basterebbe rifarsi alle parole di Gesù quando ha dato il suo pane, ed ha detto: “fate questo in memoria di me”. Dunque il pane, che poi i teologi hanno spiegato come transustanziazione, è il mezzo, il fine è ricordarsi di lui. E qui il mezzo non è il messaggio, il fine è superiore al mezzo. Per questo abbiamo sempre pensato che sarebbe bello che I cristiani si ricordassero di lui ogni volta che spezzano e mangiano il pane, cioè sempre, tanto più se condiviso; e infatti c’è un’antica tradizione popolare secondo cui a tavola il padre, o la madre, o uno degli altri, benedice il pane prima che tutti lo mangino.
È bello che il pane sia legato alla memoria, per questo le celebrazioni della Parola che si fermano alle letture prima della consacrazione, come si usava a Bologna nell’entusiasmo della riscoperta della Bibbia dopo il Concilio, in questo mancano, nel rendere visibile la memoria. Per questo non c’è mai stata più memoria di Gesù in questi tempi, di quanta c’è n’è ora intorno alla messa di Papa Francesco, che grazie al virus è trasmessa e “vista” in TV ogni mattina da Santa Marta. E se il pane rende visibile la memoria e la fa anche cibo, epidemia permettendo, la memoria del Signore non vive di solo pane. E se no, come sarebbe giunta fin qui?



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