lunedì 10 settembre 2018

IMPARIAMO DAL NAUFRAGIO DI GIONA



Relazione tenuta al convegno di “L’altra pagine” dell’8-9 settembre 2018, sul tema. “Approdi e naufragi”

Raniero La Valle
 
 Un discorso sui migranti dovrebbe cominciare con le statistiche. Dovrebbe dire per esempio che nel 2016 cinquemila sono stati i morti nel Mediterraneo, in media 14 al giorno: è la cifra più alta perché nel 2015 i morti erano stati 3771, mentre nel 2017 le vittime sono state 3081.
Dovrebbe poi dire che dal 1 gennaio al 22 giugno 2018 i migranti sbarcati in Italia sono stati solo 16.316, e che in Italia ci sono solo 2,4 rifugiati ogni 1000 abitanti, che è tra le percentuali più basse in Europa.
Un discorso sui migranti dovrebbe dire che nel 2017 ci sono stati 68 milioni e cinquecentomila persone vaganti e costrette alle fuga. I richiedenti asilo che all’inizio dell’anno scorso erano in attesa di una decisione sulla loro richiesta di protezione erano 3 milioni centomila. .
Un discorso sui migranti dovrebbe dire che la maggior parte delle persone in fuga sono giovani, nel 53 per cento dei casi sono minori, molti dei quali non accompagnati o separati dalle loro famiglie.
Dovrebbe dire che entro il 2050 si prevede che ci saranno nel mondo 250 milioni di migranti ambientali ed esuli che fuggono da guerre e repressioni.
Però un discorso sui migranti non si può fare sui numeri. Le persone non sono numeri. I 150 naufraghi che il governo italiano si è rifiutato per giorni e giorni di far sbarcare a Catania dalla motonave Diciotti rappresentano una tragedia morale e politica più grave rispetto ai 3000 naufraghi scomparsi in mare senza che nessuno potesse dar loro soccorso..
D’altronde ci sono altri numeri non meno agghiaccianti di quelli che riguardano i profughi: per esempio i numeri che denunciano l’orrore di un fenomeno che credevamo scomparso, la schiavitù. Nel mondo ci sono 45 milioni e 800.000 schiavi; 18 milioni 300.000 solo in India, ma alcune stime parlano di 200 milioni di persone che nel mondo sono in condizioni di schiavitù, nonostante la sua abolizione ufficiale. Anche l’Europa non ne è esente, in Italia si calcola che ce ne siano 128.000, per molti si parla di nuove schiavitù, come quella della tratta degli esseri umani, dello sfruttamento sessuale di donne e bambine considerate come oggetto di proprietà, della vendita di organi. E poi ci sono i numeri spaventosi di tutte le guerre, dal mezzo milione di morti della guerra irachena ai 350.000 della guerra siriana, alle innumerevoli vittime della guerra mondiale a pezzi che, come dice il papa, abbraccia di fatto tutto il mondo.
Quindi ci sono statistiche peggiori di quelle che riguardano i migranti.
Però ci sono numeri e numeri. E c’è una ragione per la quale i numeri che riguardano i migranti  sono oggi più importanti di tutti gli altri numeri. Perché sono i numeri di un fenomeno che segnala e causa un passaggio d’epoca. Le grandi migrazioni in corso ci dicono che stiamo passando da una a un’altra età del mondo, che siamo nel pieno di una discontinuità storica. È come se stessimo scoprendo un’altra volta che la terra è tonda, e tutto dipende da come vi reagiremo, così come tutto dipese da come si reagì alla scoperta dell’America. È su come rispondere a questa novità dirompente che massimamente sono chiamate in causa la nostra etica, la nostra cultura, la nostra politica, il nostro diritto, cioè la nostra capacità di stare al mondo e di dare un ordine al mondo. 
Continua...

giovedì 30 agosto 2018

Che tempi!



      Che cosa dovrebbe fare una Chiesa di tutti e soprattutto dei poveri dopo aver ricevuto una lettera come quella di mons. Viganò? Si potrebbe pensare che dovrebbe prendere il lutto e vestire di sacco, entrare in depressione, temendo per la propria sorte, perché chi mai si prenderebbe una Chiesa così? E perfino potrebbero i giovani trovarvi nuovi motivi per disinteressarsi della religione ed evitare le chiese, e gli osservanti distogliersi dal pregare, e magari le vergini smettere di essere vergini e le sposate farsi sterili. Invece la Chiesa di tutti Chiesa dei poveri reagisce con immensa gioia a questa offesa. Certo, si accorge di avere avuto un pessimo Nunzio a Washington, ossequioso e zelante in carriera, e poi sfrenato delatore e forse calunniatore con tanto di nomi e cognomi, quando dismesso e lasciato a casa sua. Ma a parte questo, che meraviglia! Si capisce bene infatti la disperazione di quanti, fuori e dentro la Chiesa istituita, vorrebbero a tutti i costi fermare papa Francesco perché smetta di annunziare il Vangelo, e così restino solo le Curie, i catechismi, i libri penitenziali, i santi inquisitori, le scomuniche tra i cristiani, i crocefissi nelle scuole e i rosari agitati nelle piazze. Vuol dire che davvero il Vangelo è annunziato di nuovo, arriva direttamente da laggiù, dalla Galilea, e perciò questi sono tempi bellissimi, straordinari: perché se il Vangelo è annunziato i poteri del mondo sono perduti. Ieri, nel tempo della tetraggine, sembrava che tempi così nemmeno ci si potesse sognare di viverli.
E invece tutto è chiaro, perfino già scritto: beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia, rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli, così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi; un discepolo non è più grande del maestro, né un servo è più grande del suo signore; se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi.
Perciò la Chiesa di tutti Chiesa dei poveri è felice, ed ancora più sta alla sequela del Vangelo e di papa Francesco che con la forza e l’autorità del ministero petrino (osannato, finché innocuo, anche dagli antipapa) lo annuncia.
Certo, è venuta alla luce la condotta forse più devastante nella Chiesa, la pedofilia come massimo esempio di sfruttamento ed abuso dei forti sui deboli, e l’omosessualità come condizione umana irrisolta e pregiudicante i rapporti di vita nel corpo ecclesiale; ma ormai la Chiesa è uscita dall’omertà, si è decisa a combattere questa battaglia a viso aperto, e papa Francesco ne garantisce la sincerità e il rigore, fino  a condannare i vescovi colpevoli, deporre i conniventi e togliere la porpora anche al cardinale più potente.
E c’è pure un provvidenziale risvolto positivo, pedagogico ed ecclesiologico, di questa angustia divampata nella Chiesa di oggi : è la scoperta della Chiesa terrena, nella sua debolezza e infermità, con i suoi preti arrancanti e i suoi ambasciatori infedeli; non una Chiesa iperbolica nella sua figura di Sposa incontaminata di Cristo, ma una Chiesa verosimile, nella sua realtà di carne umana di Cristo, che come lui è serva e ministra, mandata a lavare i piedi all’Europa e al mondo, vaso di misericordia, Chiesa incidentata e in uscita, ma proprio per questo da doversene prendere cura ed amare.

Continua...

martedì 7 agosto 2018

La pena di morte: arriva il Vangelo


 È una bella giornata per la Chiesa perché una nuova notizia proveniente dal Vangelo viene annunciata a tutto il mondo, una verità che pur racchiusa nella Parola di Dio non era ancora stata mostrata alla luce; e questa volta il balzo innanzi nella espressione della fede non avviene per la caduta in disuso di una dottrina o perché il popolo fedele smette di crederci, ma per una pronunzia esplicita e un ripensamento dello stesso magistero, nella persona del successore di Pietro. E la verità mostrata alla luce è questa, che la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona.
Non era affatto scontato, perché il Catechismo della Chiesa cattolica, riformulato nel 1992, diceva ancora tutt’altro, e perché nello stesso Stato pontificio, fin quando si è esercitato il potere temporale, la pena di morte era vigente e veniva inflitta a piazza del Popolo con “mazzola e squarto”; poi passava la “Venerabile Arciconfraternita di Gesù, Maria e Giuseppe dell’anime più bisognose del Purgatorio” a fare la questua per l’Anima del condannato, senza però fermarsi “in tempo della Giustizia nella Piazza del Patibolo”, come diceva la convocazione dei Fratelli questuanti, che assicurava come per tal Opera Pia essi avrebbero acquistato “merito grande appresso Dio”.
Ora un “Rescritto” inviato a tutti vescovi a nome del Papa il 1 agosto, stabilisce una nuova versione del n. 2267  del Catechismo della Chiesa cattolica, che dice così:
«2267. Per molto tempo il ricorso alla pena di morte da parte della legittima autorità, dopo un processo regolare, fu ritenuta una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti e un mezzo accettabile, anche se estremo, per la tutela del bene comune.
Oggi è sempre più viva la consapevolezza che la dignità della persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi. Inoltre, si è diffusa una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato. Infine, sono stati messi a punto sistemi di detenzione più efficaci, che garantiscono la doverosa difesa dei cittadini, ma, allo stesso tempo, non tolgono al reo in modo definitivo la possibilità di redimersi.
Pertanto la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che “la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona”, e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo».
La formula definitoria tra virgolette è tratta dal discorso di papa Francesco dell’11 ottobre scorso al Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione; l’impegno della Chiesa per l’abolizione della pena capitale in tutto il mondo ne è invece la conseguenza da trarne sul piano pastorale e politico.
Nel presentare questa decisione c’è stato un grande scrupolo a dire che questo non è un cambiamento di dottrina, perché la Chiesa è sempre stata per la vita, e questo è vero; ma hanno ragione gli avversari di ogni cambiamento a protestare  che qui è proprio la dottrina a essere mutata, perché era proprio con argomenti di dottrina che la pena di morte, sia pure con crescenti restrizioni e distinguo, era stata fin qui ammessa. Ma proprio qui sta la grandezza di questo evento per la Chiesa; papa Francesco, appellandosi all’autorità del Concilio e di Giovanni XXIII, e dello stesso Giovanni Paolo II,  l’aveva anticipato e motivato in quel discorso dell’11 ottobre, quando aveva detto che “la Parola di Dio non può essere conservata in naftalina”, che vi sono novità del Vangelo di Cristo che “non sono ancora venute alla luce”, e che non si deve “umiliare l’azione dello Spirito Santo” mettendolo a tacere quando “non cessa di parlare anche oggi”.
E proprio qui sta l’importanza dell’evento. Ricordarsi che nel Vangelo non tutto è stato scritto, perché anzi, come dice l’evangelista Giovanni alla fine del suo, se fossero scritte  tutte le cose compiute da Gesù,  il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere”; e ci sono cose che Pietro stesso non aveva capito nemmeno quando aveva Gesù ai suoi piedi che glieli lavava, e che capirà solo dopo, non l’indomani, perché anzi l’indomani lo tradirà, ma nei secoli futuri. Ed è gran cosa che Pietro abbia capito adesso (e altre cose si potranno capire in futuro) che la pena di morte non ci deve stare nel Catechismo, e ha deciso  di toglierla, perché alla fine dove non è arrivato l’incivilimento, arrivi il Vangelo. Perché l’altro aspetto pregnante di questa novità è la sua motivazione, che è una motivazione antropologica:  ed è che nessuna persona perde la sua dignità neanche dopo aver commesso crimini gravissimi.
Il problema politico di oggi (per cui ne va della stessa salvezza della terra) sta nel fatto che la politica, e la cultura che la genera, non sanno più che cosa sia “l’uomo”: la vecchia antropologia, che pur è stata capace di grandi riuscite, è finita, e non si sa più concepirne una nuova: questa confusione di lingue su che fare dei profughi, dei poveri, degli scarti, degli esuberi, perfino dei pensionati, lo dimostra. Quello che forse ci sta dicendo papa Francesco è che, dopo aver riaperto, come lui ha fatto, la questione di Dio, bisogna ora riaprire la questione dell’uomo.

Continua...

martedì 31 luglio 2018

I CITTADINI, PRIMA DELLA CADUTA


Dobbiamo attrezzarci fin da ora per la strenua battaglia che dovremo condurre con tutte le nostre forze contro l’evento più pericoloso di questa fase politica, che potrebbe introdurre danni irreversibili nella nostra comunità italiana e che per questa ragione non si può correggere dopo, ma occorre impedire prima. Non ci riferiamo all’una o all’altra delle proposte economiche e politiche per loro natura opinabili, che ogni maggioranza ha il diritto di avanzare, secondo i propri programmi o “contratti”, e su cui non vogliamo ora discutere, non trattandosi qui di prendere posizione pro o contro il governo. Ci riferiamo invece a una modifica di sistema, quella dell’art. 52 del Codice penale sulla legittima difesa.
Una riforma di questo istituto fu già tentata nella scorsa legislatura quando la Camera approvò a grande maggioranza una maldestra legittimazione dell’uso delle armi in ogni caso di violazione di domicilio (o ufficio, o negozio), quando questo avvenisse  “di notte” o con violenza, minacce o inganno, modifica di cui lo stesso Renzi si pentì per cui il provvedimento fu poi insabbiato al Senato.  Ma poiché la pulsione a estendere la portata della legittima difesa è trasversale alle forze politiche, ora una nuova concezione e promozione di essa viene avanzata dalla Lega di Salvini e dalle altre forze della destra (contrario, questa volta, il PD) ed ha cominciato l’iter legislativo al Senato. Ma al contrario del pasticcio escogitato nella passata legislatura, questa volta l’intenzione è chiara: si tratta di trasformare la legittima difesa da esimente dalla responsabilità di un reato (“non punibile”, secondo la valutazione del giudice) in azione qualificata come diritto, e dunque presunta sempre come legittima salvo prova in contrario.
Non si tratta solo della modifica di una norma, è un cambiamento di cultura e di civiltà.
La forma originaria in cui la legittima difesa  figurava nel nostro Codice fino al 2006, era incredibilmente ispirata a un supremo principio cristiano: non si deve mai sparare o fare del male a nessuno neanche se si è offesi, il farlo si presume come reato, a meno che si sia costretti a farlo “dalla necessità” di difendersi – dice l’art. 52 - “contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa”; insomma, per ogni morto ammazzato era comunque obbligatoria l’azione penale. Nel 2006 su impulso del ministro leghista della Giustizia, Castelli, fu aperto un primo squarcio nella norma presupponendosi come proporzionato l’uso di armi legittimamente detenute per difendersi in casi di violazione di domicilio (o negozio o ufficio) quando non vi sia desistenza e vi sia pericolo d’aggressione.
Continua...

martedì 24 luglio 2018

SIONISMO SENZA DEMOCRAZIA?


C’è una notizia che è stata quasi nascosta, perché è difficilissimo darla, non sanno come farla accettare dal senso comune, ma è di tale portata da marcare una cesura nella storia che stiamo vivendo. Lo Stato di Israele, almeno nella sua veste ufficiale e giuridica, cambia natura. Non è più lo Stato che unisce democrazia ed ebraicità, come era nel sogno del sionismo, ma è definito come uno Stato-Nazione ebraico, uno Stato del solo popolo ebreo nel quale gli altri, quale che sia il loro numero, sono neutralizzati nella loro dimensione politica, cioè nella loro esistenza reale: non partecipano di ciò che, in democrazia, si chiama autodeterminazione, la quale è riservata al solo popolo ebreo, il solo sovrano. Gli altri sono naturalmente gli Arabi, e in modo specifico i Palestinesi, musulmani o cristiani che siano.
Infatti giovedì 19 luglio il Parlamento israeliano, la Knesset, ha approvato a stretta maggioranza con 62 voti favorevoli e 55 contrari una legge di rango costituzionale che era in gestazione da tempo, la quale fissa in questi termini perentori la natura dello Stato, che finora non si era voluta definire in alcuna Costituzione formale, in base all’idea che la vera Costituzione d’Israele è la Torah (la Scrittura). Per intenderci un primo articolo Cost. del tipo “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo…” sarebbe stato impensabile per Israele; e infatti, dopo un primo approccio iniziale per il quale furono consultati i libri di Carl Schmitt, il tentativo costituzionale fu abbandonato, come ci ha raccontato a suo tempo Jacob Taubes. Però per il sionismo fondatore che aveva voluto bruciare i tempi dell’Attesa visto il ritardo del Messia, era fuori discussione che dovesse trattarsi di uno Stato democratico. Sicché almeno una correzione è stata introdotta all'ultimo momento nel testo della legge, su richiesta del Presidente di Israele Reuven Rivlin, che in una lettera ai parlamentari aveva espresso il timore che essa potesse “recare danno al popolo ebraico, agli Ebrei nel mondo e allo Stato di Israele”. È stata abolita infatti la norma che permetteva a qualsiasi comunità (ebrea ma anche non ebrea) di costituirsi come comunità identitaria chiusa, su base religiosa o nazionale, con esclusione dal proprio ambito di tutti gli altri (non-ebrei, non-drusi, non ortodossi, ecc), il che rischiava di creare in Israele una rete di apartheid segregati a pelle di leopardo; invece, caduta questa norma, la separazione che viene costituzionalizzata è posta a garanzia dei soli insediamenti ebraici, privando di diritti tutti gli altri.
Continua...

mercoledì 18 luglio 2018

LA SCONFITTA DI SALVINI


Salvini è già sconfitto. La sua controrivoluzione è fallita. Il vero proposito di Salvini, la sua vera promessa all’elettorato dell’Italia della paura, non era infatti di centellinare gli immigrati spartendoli tra i vari Paesi europei, ma era di fermarli ai confini del mare e bloccarli nelle loro prigioni arretrate; voleva difendere, come diceva, i cinquecento milioni di europei dall’invasione di questi stranieri, dopo che “a casa loro” li avevamo depredati di tutto.  Non gli è riuscito, e la debolezza delle sue prove di forza (porti chiusi e navi ferme) dimostra che non ci riuscirà, né lui né alcun altro stratega dell’apartheid europeo come lui. Non ci riusciranno per il semplice fatto che i presunti invasori, invece di arrivare con armi e bastoni per forzare le frontiere d’Europa, si fanno salvare da noi. Se giungessero brandendo una spada, come i Goti, gli Unni e gli altri Barbari, o correndo il mare con ben armati vascelli, come fecero i Turchi, sarebbe una festa per i difensori della bianca Europa e i buttafuori del mondo libero: li farebbero fuori tutti, ben addestrati al genocidio come siamo, ma in modo politicamente corretto, con la “guerra giusta” e il diritto internazionale in mano.   Del resto questo l’Occidente si era preparato a fare quando, venuta meno la minaccia del cosacco da est, ha cambiato nemico, ha rinominato l’arabo come nemico,  ha predicato la crociata contro Stati canaglia e terroristi, ha dato alla NATO una competenza militare globale, e ha orgogliosamente proclamato la guerra perpetua, la giustizia infinita e il nuovo secolo americano. Tutto inutile: I nemici vengono con le magliette rosse, per farsi trovare nella notte, i bambini come gemme catarifrangenti  si fanno salvare. A che serve la NATO? Trump non vuole più pagarne nemmeno le spese. L’assurdo (o la beffa?) è che, sgominate le navi delle ONG, le navi militari da intercettare perché piene di nemici e diffidate dall’avvicinarsi ai nostri porti e alle coste, sono ora quelle della Marina militare italiana.
La controrivoluzione volta alla conservazione e al ripristino del vecchio ordine dell’Europa sovrana, sta in realtà facendo esplodere le contraddizioni del sistema. Salvini con i profughi, la May con la Brexit, Trump con i dazi, i Cinquestelle con il lavoro stanno mostrando che il re è nudo. Quell’ordine che è stato instaurato dopo la fine della guerra fredda si è rivelato del tutto sbagliato e ora la brutalità dei “populismi”  lacerando  le vesti che lo ricoprivano, senza poter fornirgliene di nuove, mostra tutta la violenza di un sistema non più sostenibile, che va profondamente mutato.
Continua...

martedì 3 luglio 2018

Non è l'Europa


C'è un  appello ineludibile del missionario Alex Zanotelli a ricordarsi dell'Africa, ad aprire gli occhi sulla disperazione dell'Africa, a squarciare la cortina di silenzio che nasconde il dolore del continente che noi abbiamo depredato e che l'Europa vorrebbe ora trasformare in un immenso campo di detenzione in cui sigillare e stremare i suoi abitanti perché non si azzardino a passare il mare per venire a disturbare i sonni delle fratricide borghesie europee.
L'Europa ha consumato il suo proprio rinnegamento, ha proclamato a gran voce ciò che già era senza confessarlo: un tempio di cambiavalute chiuso alle genti e presidiato alle porte da guardiani armati e buttafuori governativi.
Questo è stato alla fine il risultato dell'iniziativa brutale di Salvini, fino al paradosso che mentre egli  chiedeva la redistribuzione in Europa dei migranti arrivati in Italia, nella sua stessa logica, in nome della sua stessa cultura egoistica del "verboten" e dello scarto, è stato chiesto all'Italia di riprendersi i profughi che dall'Italia erano riusciti a passare in Germania o in altri Paesi. È la perenne lezione della violenza: quando si usa violenza c'è sempre una violenza più forte e più incisiva che prevale.
L'Europa, chiamata a pronunziarsi sulla rivoluzione migratoria dalla forte iniziativa italiana, ha scelto, senza se e senza ma, la controrivoluzione, da Macron a Seehofer a Salvini ai Paesi di Visegrad. Frontiere chiuse e avviso ai naviganti di lasciar perdere in mare i naufraghi (anche i bambini dei papà, come direbbe Salvini) o di destinarli alle motovedette penitenziarie libiche. Nello stesso tempo l'Europa rimetteva a intese volontarie tra i singoli Paesi un'eventuale ricollocazione dei profughi tra loro. In quell'istante nel vertice di Bruxelles finiva l'Unione Europea e restava un'unione intergovernativa europea, singoli Stati sovrani correlati da intese e trattati tra loro. Finiva l'Europa ma restava l'euro: lui, l'unico sovrano. E da questo momento in poi il problema non ê più quello di uscire dall'euro, ma di farvi entrare l'Europa.
Si è avverato così ciò che era stato predetto da molti, e in particolare tra noi da  Luigi Ferrajoli: un'unione monetaria senza una democrazia politica è destinata a fallire.
Ma l'Europa che chiude porti e frontiere, che fa la controrivoluzione con campi di espulsione e di detenzione (di "ancoraggio"!) dentro e fuori i confini del proprio territorio, è veramente l'Europa, è cioè quella "idea d'Europa" che corrisponde all'immaginario di un italiano, di un francese, di un berlinese quando sente parlare d'Europa?
Noi, quando diciamo Europa, inevitabilmente pensiamo alla "piccola Europa", quella di Altiero Spinelli, di De Gasperi, Schumann, Spaak, Adenauer, che nacque sulla spinta ideale del superamento dei conflitti culminati nella seconda guerra mondiale. Era un'Europa figlia della Resistenza e dell'antifascismo, aveva le stesse origini della Costituzione italiana, per questo le due andavano d'accordo. Essa escludeva l'Est, nata com'era a ridosso della cortina di ferro, era parte integrante della NATO, incorporata nel sistema Occidente. Noi ne lamentavamo la ristrettezza e il settarismo atlantico, ma le culture erano omogenee, le classi politiche di governo pensavano allo stesso modo.
L'Europa dei 28 ha invece una tutt'altra origine, nasce dal capitalismo vincente che si è proclamato globale alla caduta del Muro, si è europeizzato a Maastricht e con Prodi ha integrato nell'Unione Europea e nel sistema Occidente i Paesi dell'Est, precipitosamente sottratti all'influenza russa (intesa come ex-sovietica). Questa Europa, figlia di un'altra storia, non ha parentele con la Costituzione italiana, e si vede. Non è che da noi ê venuto meno l'europeismo, è l'Europa che non si trova più.
A questo punto deve essere chiaro che se la partita politica è importante, quella culturale lo è ancora di più. Perciò il magistero del governo è pericoloso, e gli eventi seguiti al 4 marzo ne portano la responsabilità. Ora infatti tutto deve essere cominciato di nuovo e la cultura che abbiamo perduto o stiamo perdendo, quella che un tempo fu l'anima dell'Europa e anche nostra, dovrà essere il primo scalino per salire a una nuova cultura, a un'anima più dilatata e fraterna.

Continua...