venerdì 19 giugno 2020

IL COMPITO


L’evento globale della pandemia ha reso visibile a tutti ciò che già era noto: siamo a una soglia oltre la quale può darsi catastrofe o salvezza. Quella che va costruita è l’unità umana, come soggetto della storia anche politica del mondo; vi fanno ostacolo le ideologie dell’identità, mentre non c’è più ad impedirlo un Dio che divide

Raniero La Valle

Mentre la pandemia continua a mietere vittime, soprattutto nei Paesi peggio governati, più sprovveduti e più poveri, in Italia stiamo vivendo un momento molto delicato di passaggio dalla prima fase irruente e paralizzante del contagio, a una fase di ripresa della mobilità e dei rapporti produttivi e sociali. Per tutti, nel mondo,  comincia una nuova fase nella quale dovremo convivere con il morbo non ancora debellato ma anche con altri pericoli di portata globale che di qui in avanti potranno sprigionarsi dato il crescente degrado cui sono giunte le condizioni di vita sulla Terra.
È pertanto oggi decisiva la scelta, per noi e per un lungo futuro, della strada da imboccare: o un ritorno alle pratiche e ai sistemi del passato, e magari di un lontano e funesto passato, come sembra proporre la virulenza restauratrice e identitaria della destra, oppure il passaggio a una fase nuova di cambiamento delle strutture rivelatesi impotenti a salvarci e di risanamento del nostro ambiente vitale, secondo l’avvertimento di papa Francesco nel giorno di Pentecoste: “peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”.

Segnali di morte

Vi sono purtroppo dei segnali vistosi che sembrano avviarci alla prima alternativa: si pensi al ritorno del conflitto razziale in America, con tanto di rivendicazione della supremazia bianca, al ritorno delle frontiere in Europa, all’offerta provocatoria della cittadinanza britannica ai cinesi di Hong Kong, in nome dei diritti dell’antica colonia inglese, all’incrudirsi del conflitto economico e di potenza tra gli Stati Uniti e la Cina, all’imperturbabile corsa agli armamenti, agli attacchi all’Organizzazione Mondiale della Sanità e ad altre istituzioni internazionali, alla minaccia israeliana di liquidare, con l'annessione dei Territori occupati, la questione palestinese, all’apertura della corsa dei privati nello spazio, quasi una beffa al monito illuminista a non “sperperare tesori nel cielo”. E su tutti vi è il simbolo riassuntivo della foto-opportunity di Trump che davanti a una chiesa episcopaliana di Washington innalza la Bibbia come un idolo, rivendicando quella saldatura tra religione e potere che per secoli ha dilaniato la società umana e la fede stessa; con la variante, però, di riproporre come farsa quella visione costantiniana che storicamente si è data come tragedia. Gesto tuttavia che sarebbe errato archiviare come folklore, perché mette in chiaro il disegno largamente perseguito in Occidente di una riappropriazione del cristianesimo come marcatore identitario e baluardo dei poteri esistenti, ad opera di populismi e integrismi di vario tipo, da Bannon a Orban, dai lefebvriani lepenisti a Bolsonaro, dalla “Opzione Benedetto” di Rod Dreher alla certosa di Trisulti, dall’odio al musulmano alla caccia allo straniero, fino ai rosari di Salvini, come è ben mostrato nel libro appena uscito di Iacopo Scaramuzzi : “Dio? In fondo a destra”[1].
È evidente che se questi segnali si inverassero in processi reali, e le politiche si sviluppassero secondo queste premesse, l’unità umana sarebbe compromessa, e la catastrofe si farebbe imminente.

Opportunità del tutto nuove

Però ci sono anche segnali che indicano una possibilità del tutto opposta. Si presentano infatti straordinarie opportunità che la società umana non ha mai avuto e che aprono a una situazione nuova.
La prima è la globalizzazione stessa che se ha esordito e si è affermata in una versione selvaggia, stremando gli uomini e rendendo sovrani il denaro, il Mercato e le armi, può tuttavia essere ripresa in mano e convertita in un vero universalismo, il cui concreto esercizio è oggi reso possibile dalle scienze, dalla tecnologia e dalla comunicazione. Se si volesse costruire politicamente e culturalmente un mondo unito, non ci sarebbero impedimenti materiali a precluderlo. Il diritto, gloria dell’Occidente, è pronto a partorirlo. C’è già un vagito dell’Europa che sembra prometterlo.
L’altro segnale è la progressiva coscienza che si sta facendo luce in ogni parte del pianeta della precarietà e del pericolo di un multilateralismo incontrollato, non riducibile a una ragione e a una finalità comuni. Il conflitto la violenza e la guerra non possono più essere né la regola né l’ultimo grado di giudizio del rapporto sociale. A dirlo è un brivido che corre nel mondo. I poliziotti americani che si inginocchiano di fronte alle loro stesse vittime, neri o bianchi che siano, e innumerevoli manifestanti che ne ripetono il gesto sotto ogni cielo, non sono un segno di codardia, come pretende il folle americano al comando, ma sono un segnale apocalittico di un’età che è finita e un’altra che viene.

Conversione delle religioni

Infine c’è il segnale di una conversione delle stesse religioni, di cui il pontificato di papa Francesco rappresenta oggi il più autorevole annuncio. Non si tratta di questa o quella riforma o ammodernamento nelle confessioni religiose e nelle Chiese. Si tratta di una nuova narrazione di Dio, rimasta confusa e offuscata per secoli, pur dopo i Vangeli, che ora sembra perdere le sue scorie e i suoi travisamenti, e riacquistare somiglianza con l’originale, che Gesù ci ha fatto vedere: quel Dio tenerissimo, “primo nell’amore”, primo anche a prendere su di sé il dolore di tutti, come lo ha mostrato Francesco in questa pandemia, È un Dio in cui non c’è violenza: nessun patibolo può fregiarsi del suo nome, se non come vittima.
Fu all’inizio del pontificato di papa Bergoglio, nel 2014, ma a conclusione di un lavoro condotto per anni, su impulso del Concilio, che la Commissione Teologica Internazionale presentò come “una svolta epocale nell’odierno universo globalizzato”,  la novità  “dell’irreversibile congedo del cristianesimo dalle ambiguità della violenza religiosa”[2]. Quasi raccogliendo la sapienza e l’esperienza dei secoli, rileggendo la Bibbia, la teologia e i Concili, il documento vaticano era tutto proteso a identificare  nell’eccitazione alla violenza in nome di Dio, la massima corruzione della religione. Le conseguenze di questa nuova chiarezza erano destinate a investire non solo una modalità della fede, o suoi possibili errori, ma la fede stessa. Secondo la Commissione Teologica Internazionale ciò voleva dire entrare in un’epoca nuova, varcare una “frontiera profetica di un nuovo ciclo religioso e umano dei popoli”. E se è lo Spirito che a ciò conduce la professione di fede, “l’icona ecclesiale dal canto suo deve suscitare l’immagine di una religio che si è definitivamente congedata – in anticipo sulla storia che deve seguire – da ogni strumentale sovrapposizione della sovranità politica e della Signoria di Dio. Questo “congedo può e deve essere vissuto da tutte le comunità cristiane dell’epoca presente, come avvento del tempo stabilito dal Signore per la maturazione del seme evangelico”: un tempo nuovo. La pastorale della misericordia, la Chiesa ospedale da campo, il Dio che “se si fermasse alla giustizia cesserebbe di essere Dio” di papa Francesco non erano lontani.

Un Dio senza violenza

 C’era un ritardo in questa ammissione di un’infedeltà delle Chiese, che era costata molti dolori; ma alfine questa soglia era varcata, e il corso storico poteva riprendere non più funestato dal falso conflitto tra Dio e il mondo, tra grazia e libertà; divino e umano non erano più confusi ma anche, secondo la fede di molti, non erano divisi. “Svolta radicale”, la chiamavano i teologi del papa, ma essa non riguardava solo la confessione cristiana, e nemmeno solo la tradizione giudeo-cristiana, ma la “religione” come tale, “la concezione della religione e dell’umanesimo, indissolubilmente”, una fede che  è oggi chiamata ad anticipare l’epoca del riscatto definitivo del ‘nome di Dio’ dalla sua profanazione attraverso la giustificazione religiosa della violenza”. Non c’era più un Dio a fondare il trono dei potenti e ad impedire l’unità umana. Ed è da qui che è venuto, come prima cosa, il patto di fratellanza universale firmato ad Abu Dhabi con l’Islam, ma viene anche il contagio etico che fa dire a tutto il mondo: “non respiriamo più; senza giustizia non c’è nemmeno pace”.

Per una Costituzione della Terra

Queste sono le condizioni nuove che inducono ad agire, che postulano una “Costituente Terra”, e che fanno ritenere possibile una Costituzione della Terra. E da ciò a noi deriva un dovere, che non è solo quello di non disperdere una memoria e trasmettere un’eredità, ma è quello di trasmettere un compito.
È un dovere che ricade sulle generazioni del Novecento che, uscite dalla notte delle grandi guerre mondiali e della Shoà, sono riuscite a concepire e predisporre le forme del mondo nuovo, ma poi hanno fatto a pezzi la loro creatura, si sono inchiodate sull’89, l’hanno preso come un loro bottino, come fosse la fine della storia a favore degli uni contro gli altri.   Ed è quel compito, che allora fu interrotto, che le generazioni uscenti devono ora trasmettere alle generazioni nuove; il compito è quello di radunare i dispersi, rialzare i caduti, e costruire l’unica comunità umana, soggetto come tale di liberazione e di diritti. È una figura nuova, mai esistita prima se non nei sogni e nelle profezie. Vi fanno ostacolo le diversità, se sono rivendicate in modo che ciascuna prevalga e sia sovrana sulle altre. Ma esse ne sono la sostanza se tutte sono convocate per comporre non un nuovo Leviatano, ma la grande assemblea dei popoli della Terra al fine che l’umanità sopravviva, il mondo sia salvo e la storia continui.
Questo compito non è il punto di caduta di un sogno, di un’utopia, di un mito: è imposto dalla ragione, anzi è l’unica risposta secondo ragione alle drastiche alternative oggi presenti; si tratta di costituire una sfera pubblica globale e varare una Costituzione della Terra che metta in atto garanzie e istituzioni di tutela e promozione dei diritti fondamentali di tutti gli abitanti del pianeta. È chiaro che questo progetto e questo processo dovranno fare i conti col Mercato, perché Mercato e sfera pubblica sono stati finora in contraddizione e in contrasto. Ma non deve l’uno soccombere all’altra. Basta che sia deposto dal trono e accetti le regole. Ciò è necessario per fronteggiare non solo le crisi sanitarie che di questa urgenza forniscono oggi la prova del nove, ma tutte le emergenze planetarie - alimentari, nucleari, ambientali – per non tornare a una sorta di “stato di natura” e per promuovere, ben oltre le emergenze, una convivenza di ragione e misericordia sulla Terra.
Raniero La Valle 


[1] Iacopo Scaramuzzi, Dio? In fondo a destra, EMI, Verona, 2020.
[2] Commissione Teologica Internazionale, Il monoteismo cristiano contro la violenza, 2014,  http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_20140117_monoteismo-cristiano_it.html

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mercoledì 3 giugno 2020

PENTECOSTE

Chi l’avrebbe detto al giovane  Hegel, a Marx, al Bloch di “Ateismo nel cristianesimo” che “i tesori sperperati nel cielo” non sarebbero stati più quelli da loro denunciati dell’alienazione religiosa, ma quelli ben più concreti della corsa nello spazio in cui ormai anche i privati ricchi  investono le enormi ricchezze rubate alla metà più povera del mondo? È successo nel giorno di Pentecoste, inizio della Chiesa, inizio della seconda fase della pandemia, inizio della colonizzazione privata dello spazio grazie alla navetta “Crew Dragon” per il trasporto di persone (in preventivo 20 milioni di dollari a passeggero) che ha raggiunto gli astronauti russi  nella stazione internazionale orbitante intorno alla terra.
Dunque c’è inizio e inizio. Da un lato c’è da curare le persone, che escono straziate dalla pandemia. Dall’altro c’è da continuare la corsa, da ipotecare profitti, finanziare l’economia; ma le persone, dice lapidariamente il papa al Regina Coeli, “sono più importanti dell’economia. Noi persone siamo tempio dello Spirito Santo, l’economia no”.
Per la Chiesa questa Pentecoste può essere davvero un nuovo  inizio. Non solo per i simboli: la basilica di san Pietro di nuovo abitata da un po’ di fedeli, la finestra dell’Angelus che finalmente si affaccia su una piazza riaperta, riavviata  a popolarsi di nuovo. Ma anche perché essa è giunta dopo una Pasqua che è sembrata riportare  la Chiesa alla nudità del sepolcro vuoto, come se tutto dovesse ricominciare da capo. L’ha detto il papa nell’omelia della Messa di Pentecoste: “Andiamo dunque all’inizio della Chiesa”.
Ebbene, all’inizio della Chiesa l’annuncio delle “grandi opere di Dio” partito dal Cenacolo non andò dal popolo d’Israele a gente divisa “in gruppi secondo i vari popoli”,  ha sottolineato Francesco, non andò prima ai vicini e poi ai lontani, non andò prima ai credenti e poi ai pagani, secondo un ben architettato piano pastorale, ma andò direttamente, sotto il vento unificante dello Spirito, dai circoncisi alla totalità dei figli di Dio, a questa unica umanità, l’”Unigenita”; e l’annuncio fu quello della pace, e la missione fu quella del perdono, e non doveva esserci altro che pace e perdono.
Tanto più ciò vale in questa crisi che stiamo attraversando. E anche per la Chiesa, come per la società, vale ciò che ha detto il papa a Pentecoste, che “peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”. Il dramma sarebbe quello di tornare ad interpretare le crisi, anche nella Chiesa, dentro i vecchi schemi, le vecchie dietrologie, le letture dei fatti condizionate da un clericalismo latente,  spesso presente anche in casa progressista.
E proprio il giorno di Pentecoste è venuta l’occasione di pensare in grande alla Chiesa di domani. Giusto sette mesi fa, come ha ricordato papa Francesco dopo il Regina Coeli, si era concluso il Sinodo per l’Amazzonia, una terra che doveva poi essere duramente provata dalla pandemia: “Tanti sono i contagiati e i defunti, anche tra i popoli indigeni, particolarmente vulnerabili”  ha detto il papa, che ha invitato a pregare “per i più poveri e i più indifesi di quella cara Regione, ma anche per quelli di tutto il mondo”. Così l’Amazzonia, caduta in oblio dopo il Sinodo perché si era giudicato che esso non avesse dato i frutti sperati per la riforma della Chiesa, per colpa del papa che non ne aveva raccolto e avallato le istanze, è tornata al centro dell’attenzione della Chiesa.
Ma chi ha detto che non aveva dato frutti? Anzi il Sinodo  aveva preconizzato una Chiesa dalla cultura “marcatamente laicale”. Un’analisi non emotiva, ma finalmente condotta anche con sapienza giuridica dall’ecclesiasticista Nicola Colaianni, dimostra che l’Esortazione “Querida Amazonia” di papa Francesco ha recepito “per relationem” il documento conclusivo sinodale, dandogli forza di esortazione pastoralmente vincolante, anche se non obbligante per fede; questa ricezione papale non ha escluso pertanto le ipotesi, suscettibili di entrare in un futuro decreto, del sacerdozio uxorato e del diaconato femminile; solo che questo lo fa non all’interno del consueto apparato clericale e gerarchico, ma nel quadro di una visione dinamica della Chiesa permeata da una cultura “marcatamente laicale”.
Allo stesso modo dinamica dovrà essere la visione  della società umana, nella sua versione laicale, come umanità ricomposta e costituzionalmente fondata.
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venerdì 29 maggio 2020

ALLARME PALESTINA

Come sappiamo sulla via della costruzione di un’unica comunità umana capace di dotarsi di una Costituzione mondiale molti sono gli ostacoli che l’attuale crisi pandemica ha reso ancora più pressanti e tali da condizionare ogni futuro sviluppo. Uno di questi, il nodo palestinese, che il circuito informativo ha abbandonato a se stesso e che ignora come se non esistesse più, torna oggi drammaticamente in primo piano per il programma del governo Netanyau, risalito al potere in Israele, di annettersi i territori palestinesi della Cisgiordania e di Gerusalemme, con l’avallo di Trump che spaccia come un “piano di pace” la proposta di comprare la resa palestinese per un paio di dollari. I palestinesi, la Giordania, le Chiese cristiane e i vescovi di Terrasanta protestano e insistono per una soluzione politica che salvaguardi il popolo palestinese e la pace nel mondo, ma tutti gli altri, a cominciare dall’Italia e dall’Europa, stregati dal virus, tacciono e guardano dall’altra parte. Pateticamente ieri, 28 maggio, la Comunità palestinese di Roma ha tenuto un sit in davanti alla sede della RAI in viale Mazzini, perché in un programma chiamato “L’eredità” in onda su RAI 1 il 21 maggio scorso, il conduttore aveva corretto una concorrente che aveva indicato Tel Aviv come la capitale dello Stato d’Israele, affermando che la capitale era invece Gerusalemme. In realtà Gerusalemme è una città dilaniata e occupata, divisa in se stessa tra la sua parte dell’Ovest e quella dell’Est, e divisa dal resto del territorio di Palestina da presidi armati e da muri che non sono le storiche mura di Gerusalemme, ma muri e strade di separazione. Israele l’ha proclamata sua capitale per sempre, e Trump ha apposto su questa decisione il suo sigillo imperiale spostando a Gerusalemme l’ambasciata americana, mentre tutte le altre rappresentanze, a cominciare da quelle italiana ed europee sono rimaste a Tel Aviv. Ma oggi il dramma precipita ben al di là della questione della capitale, in mano a un Trump che non fa altro che giocare con le catastrofi, che si tratti del confronto nucleare con la Corea del Nord, o della sfida lanciata al disastro ambientale ed ecologico, o della gestione irresponsabile della pandemia, o dell’escalation dello scontro con la Cina e con le maggiori Istituzioni internazionali. Aggiungere a questo bizzarro e insano inventario il colpo di mano di una liquidazione iniqua della questione palestinese, dando fuoco alle polveri proprio là dove tutto è cominciato, getterebbe sull’equilibrio già precario del tempo presente un carico insopportabile creando una massa critica pronta ad esplodere.
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martedì 26 maggio 2020

L’UNIGENITA


Dopo quel tempo straordinario e di profondissima crisi marcato dalla pandemia, che svelò nei primi mesi dell’anno 2020 ciò che già da molto si sapeva e temeva ma che non si era voluto vedere, i discepoli cominciarono ad interrogarsi se non fosse stata resa vana la croce di Cristo. Essi in suo nome avevano annunciato la salvezza e la salvezza non c’era. A partire dal primo giorno dopo il sabato, quello della Pasqua, che quell’anno la Chiesa aveva celebrato nell’assoluta nudità dei riti senza potersi riunire a convegno, i discepoli, alla lettura degli Atti degli apostoli che la liturgia proponeva ogni mattina (e questa volta con un’udienza mondiale a partire da Casa Santa Marta) si domandavano dove avesse potuto determinarsi il corso delle cose che aveva portato alla triste situazione presente.
Stava scritto, in quegli Atti, che i primi discepoli avevano annunciato agli Ebrei increduli e scandalizzati la resurrezione di Gesù come una svolta nella storia della salvezza, tale per cui nel momento stesso in cui era confermata la promessa del Padre al popolo d’Israele – perché i doni di Dio non sono mai revocati – essa veniva estesa all’umanità tutta, senza alcuna distinzione di nomi e di identità pagane o credenti.
Così avevano detto Pietro, Giovanni, Stefano, Giacomo, Filippo, Barnaba e poi Paolo e questo si erano sentito dire tutti quelli che in quei febbrili anni della Chiesa nascente li ascoltavano e li perseguitavano, che si trattasse del Sinedrio, dell’eunuco etiope, di Cornelio, dei greci di Antiochia o dei beffardi ateniesi dell’areopago . Da Gerusalemme fino ai confini del mondo, dal popolo ebreo al “non popolo” di tutti gli  “abitanti del pianeta” (come scriverà duemila anni dopo papa Francesco nell’indirizzo della “ Laudato sì”), questa era l’intenzione inclusiva di Dio, incarnatosi in Gesù, che essi osavano annunciare e di cui volevano porsi al servizio fino al dono della vita.
Ma se questa novità trovò accoglienze diverse, di adesione o diniego,  per nessuno fu oggetto di un rifiuto così angosciato come per gli Ebrei delle Sinagoghe e del Sinedrio. Nella loro memoria storica c’era un dramma che essi non cessavano di rievocare ogni anno nella festa dell’espiazione, lo Yom Kippur. Ancor oggi quella celebrazione collettiva della “giornata del pentimento d’Israele”  comincia con una preghiera che dice: “Di tutti i voti, le rinunce, i giuramenti  gli anatemi, oppure delle promesse ammende od espressioni attraverso cui facciamo voti, ci impegniamo o promettiamo, di qui fino al prossimo giorno dell’espiazione noi ci pentiamo, in modo che siano tutti sciolti, rimessi e  condonati, nulli, senza validità e inesistenti. I nostri voti non sono voti, le nostre rinunce non sono rinunce, e i nostri giuramenti non sono giuramenti”. Come mai oggetto di pentimento non sono i peccati ma i giuramenti, gli impegni, i voti, le scomuniche? Secondo il filosofo ebreo Jacob Taubes, che ne diede conto in un corso sulla lettera di san Paolo ai Romani nel 1987 al Centro studi della comunità evangelica di Heidelberg[1],  ciò che gli Ebrei vogliono esorcizzare in quel rito è il giuramento, l’impegno, la decisione che Dio aveva preso di revocare la sua alleanza con Israele e anzi distruggerlo, quando il popolo uscito dall’Egitto gli aveva voltato le spalle e si era fatto il vitello d’oro (Es. 32,9-10).
Il rischio era stato terribile. Dio, che parlava con Mosè faccia a faccia, gli aveva detto:” ho osservato che questo è un popolo di dura cervice, lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga”. Di Mosè disse invece: “di te farò una grande nazione”. Dunque voleva sostituire l’elezione del popolo d’Israele con l’elezione di un altro popolo, di cui lo stesso Mosè sarebbe stato il capo e il principio. Se questo non avvenne è perché Mosè non accettò, implorò il Signore, lo convinse a desistere dal suo disegno, a non tradire il giuramento fatto ai Padri. Secondo una lettura talmudica Mosè “afferrò il Signore” e compì il rito dello scioglimento di Dio dal giuramento della distruzione; e a Dio che obiettava che proprio questo aveva giurato, Mosè replicò : ci hai insegnato che i giuramenti si possono sciogliere; e Dio abbandonò il proposito di nuocere al suo popolo. L’interpretazione di Taubes è che il giorno dell’Espiazione trasponga nel rituale la controversia tra Dio e Mosè: la sera dello Yom Kippur è percorsa da questo brivido. 
Al tentativo di una lettura accomodante di questa preghiera, secondo la quale essa avrebbe semplicemente lo “scopo di annullare giuramenti e voti pronunciati in modo affrettato”, Taubes replica che “è pura follia credere che un brivido percorra un intero popolo fin nell’intimo della sua anima, dalle comunità dello Yemen fino a quelle della Polonia, solo perché sono in gioco un paio di voti affrettati”. Come dice un altro grande studioso ebreo, Franz Rosenzweig (“La stella della redenzione”), in quella preghiera per l’annullamento di tutti i voti, di tutte le autoconsacrazioni e dei buoni propositi, l’assemblea liturgica ebraica si pone davanti a Dio come “davanti a colui che la possa perdonare come ha perdonato l’intera comunità d’Israele e lo straniero che soggiornava in mezzo a essa”.
Secondo Jacob Taubes  quel trasferimento dell’elezione dal popolo ebreo a un altro popolo  (“di te farò una grande nazione”) che si scontrò col rifiuto di Mosè, è lo stesso problema di fronte a cui si trovò Paolo: il popolo aveva peccato  rinnegando il Messia giunto fino a lui; Paolo non si tira indietro (Damasco!) ma neanche lui ammette una sostituzione di quel popolo con un altro (perché anzi “tutto Israele” si salverà) bensì proclama l’estensione della sua elezione a tutti, senza distinzioni di identità, ponendo qui l’origine della vocazione per tutti i popoli.
Questo fu infatti l’annunzio dei primi testimoni. Dal giorno della resurrezione fino al Concilio di Gerusalemme, fino a quando i discepoli assunsero il nome di “Cristiani”, la predicazione degli apostoli e della prima Chiesa non contemplava affatto il passaggio dell’elezione dagli Ebrei ai Cristiani, ma l’estensione dell’elezione all’intera  “chiesa di Dio”, all’umanità tutta. Scrisse Paolo ai Corinti che si dividevano tra loro dicendo: “Io sono di Paolo, io invece sono di Apollo, io invece di Cefa e io di Cristo”: si può dividere il Cristo?
Qualcosa avvenne però al Concilio di Gerusalemme. Ciò che in quella occasione parve bene allo Spirito Santo e agli Apostoli fu di grandissima importanza per la liberazione della fede dalla prigionia della legge, però fece sì che essa la prima volta venisse definita  per differenza in rapporto all’ebraismo, col rischio di essere intesa come un’eresia ebraica. Il cristianesimo come ebraismo senza circoncisione. Questo fu l’inizio del tormentato rapporto tra le due religioni per tutta la storia successiva, prima che si giungesse al fraterno dialogo di ora. A ciò si aggiunga che proprio in quel Concilio di Gerusalemme il più giudaizzante, Giacomo, interpretò l’estensione dell’alleanza come l’atto con cui Dio aveva voluto scegliersi “tra gli stranieri un popolo consacrato al suo nome”, un altro popolo che non fosse Israele, cioè proprio quello che Mosè aveva scongiurato e di cui Dio si era pentito, e che per gli  Ebrei rimaneva come un incubo. Ad Antiochia quell’altro popolo aveva preso un nome: erano i Cristiani; non il popolo di tutta la Terra, ma un popolo accanto agli altri popoli della terra.
Nonostante la “Lettera a Diogneto” per secoli la Chiesa si è pensata così, come il vero popolo di Dio; ma, entrata nel regime costantiniano, divenuta “cristianità”, non ne ha avvertito l’aporia perché di fatto, tra Chiesa d’Oriente e d’Occidente si è percepita come coestensiva al mondo allora conosciuto; certo, non esteso all’Estremo Oriente, ma per esso c’era stato all’inizio come un presagio quando alla partenza della missione di Paolo, Sila e Timoteo, “lo Spirito Santo aveva vietato loro di predicare la parola nella provincia dell’Asia” (At. 16,6), per cui essi si volsero verso la Macedonia e l’Occidente.
Ma poi quell’apparente universale comunione si ruppe. Apparve il popolo di Maometto, si divisero le Chiese d’Oriente e d’Occidente, nacquero Stati dentro la stessa Cristianità l’un contro l’altro armati, l’America “scoperta” svelò un nuovo mondo e i popoli conquistati furono considerati di dubbia umanità, dall’Africa si trassero schiavi, gli ebrei furono perseguitati e nuove nazioni si pretesero elette, partì la colonizzazione dell’India e dell’Asia; con tutto ciò i cristiani non potevano essere percepiti come la Parola unigenita di Dio partorita nella pienezza dei tempi nella storia di tutti,  ma furono società sempre più identitarie, magari “perfette”, popoli con altri popoli e contro altri popoli. Non solo era “il Cristo diviso”, ma l’umanità era frammentata, impedita - per spirito mondano ma anche per impossibilità religiosa - a ricomporsi, a trovare la sua unità. Sarebbe stato piuttosto l’altro principe, il denaro, a pretendere nel suo nome l’unificazione del mondo.
Questo il flashback della nostra storia che le circostanze eccezionali di questa Pasqua ci hanno evocato; certo sommario, come tutti i flashback.  E che dire oggi? Mai come oggi il mondo si è trovato di fronte alla necessità di unirsi o perire; mai come oggi si trova ad assumere questa istanza come un compito non solo etico ma politico, e financo costituzionale e giuridico, e anzi ha cominciato a farlo; mai la resurrezione traboccante come misericordia non su pochi, eletti o predestinati,  ma su tutti, è stata palpabile come nel vuoto di piazza san Pietro.
E allora forse si capisce il significato ultimo del pontificato di papa Francesco, in ripresa e a coronamento del Concilio Vaticano II: si capisce questo suo porsi all’incrocio delle due salvezze, questo abbracciare tutti, questa sua uscita dal “regime di cristianità”, questo suo ripartire da Lampedusa e da Bangui, questo suo amore per la pace della Siria e della Terra santa, questa correzione di rotta per cui la Chiesa non sia più una copia o una forma dell’Occidente; si capisce questo spogliarsi delle armi del proselitismo, questa fratellanza oltre ogni denominazione religiosa, questo suo annuncio della misericordia ricalcando nel suo messaggio petrino quello stesso di Gesù consistente nella rivelazione del Padre, del Dio inedito e ignoto, padre e pastore di tutti. È come se proprio ora, in un’età così avanzata della storia, fiorisse come fiore di mandorlo, il primo fiore della primavera, il gesto estremo di Dio che esce dalle sue altezze e si scambia col dolore del mondo, non solo con questo o quel popolo , ma con l’umanità tutta intera, l’Unigenita.

[1] Jacob Taubes, La teologia politica di san Paolo, Milano, Adelphi, 1987.
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venerdì 15 maggio 2020

IN QUEL TEMPO


In quel tempo c’era stato un editto del governo per il quale nessuno si doveva baciare, certe regioni avevano mandato i malati fuori dai loro ospedali e i morti spedito ad altri cimiteri e c’era stato anche un concordatino tra Stato e Chiesa, a prova del fatto che nessuno voleva limitare la libertà di culto. Esso dettava minuziose norme sulla celebrazione delle messe: queste, come era noto ai contraenti, sono il modo simbolico (e per i teologi anche reale) in cui viene rappresentata quella cena in cui il Signore Gesù spezzò il pane lo scambiò con i suoi discepoli e lavò loro i piedi. Ma con le regole di oggi e perché il simbolo mantenga la sua verosimiglianza con l’evento, occorrerebbe  che Gesù avesse parlato attraverso la mascherina, avesse spezzato il pane con i guanti, lo avesse non dato nelle mani ma fatto balzare nei piatti dei Dodici, si fosse dimenticato di versare il vino, avesse lavato i piedi agli apostoli stando a distanza magari con una lunga spugna o, ancor meglio, non glieli avesse lavati affatto. E quanto a Leonardo da Vinci avrebbe dovuto dipingere una tavola di tredici metri uno per commensale o più se alla cena fosse stato ammesso qualche altro ospite contato.
Basta questo per dire come quello dovesse essere un tempo del tutto straordinario e anzi di profondissima crisi. In effetti c’era, rubando per sè tutta la scena, la crisi sanitaria suscitata dalla pandemia. Ma c’era anche la crisi dell’intero sistema globale che l’aveva provocata e incrudelita, la crisi del denaro creduto onnipotente ma prigioniero per altri scopi che non quello del bene comune e di altre persone che non quelle che con la fatica e il lavoro lo moltiplicavano sulla terra. E c’era una crisi nella Chiesa, perché non si era mai visto un Vangelo svelato ogni mattina al mondo da Santa Marta, un Vangelo che si pensava già saputo e risaputo e che invece giungeva come nuovo, come uno scoop; e per molti nella Chiesa quello appariva un discorso troppo duro tanto da non volercisi immischiare, o anche da volersene andare o magari, invece di andarsene, imperversare con i loro attacchi e distruggere.
Dunque un tempo di crisi. Ma forse era anche il tempo di un’altra cronologia, il tempo atteso, quello promesso in cui tutto sarebbe cambiato, un principio di vita nuova non più circoscritto al tempio di Gerusalemme né trattenuto nelle sue mura né imprigionato dal suo muro postumano e dai mille altri muri di separazione sparsi nel mondo. Il tempo è questo aveva detto Gesù alla Samaritana, il tempo è questo, stava scritto in testa al sito di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” e questa era la profezia di tutta la Chiesa.
Se dunque si incrociavano due tempi, quello atteso e quello della crisi, anche i segni del tempo apparivano contrastanti, segni di tormenta e segni di aurora.
Ma se davvero era quello un tempo così speciale, un duplice tempo, un tempo da cambio d’epoca, ci voleva una risposta straordinaria per accoglierlo, per lavorarlo, per viverlo. E per affrontarlo ci voleva una Chiesa profondamente rinnovata, quale mai era stata pensata dopo il tempo delle origini.
Essa era cresciuta e aveva preso la fisionomia attuale in un’altra epoca, detta di “cristianità” che ormai era finita e anzi licenziata. La riforma di cui essa aveva bisogno andava ben oltre il matrimonio dei preti e i ministeri femminili, ma in quello stato di cose la Chiesa questo non lo poteva fare. A compiere l’opera doveva essere il pontificato e la Chiesa di Francesco, in continuità col Concilio. Ma papa Francesco, mentre realizzava la riforma più radicale che è la pubblicazione del Dio ancora inedito, nella riscoperta trasfigurante della persona del Padre, ha spiegato da Santa Marta che dentro questa crisi, della Chiesa e del mondo, non era possibile fare i cambiamenti che pure si vorrebbero. Come dice un proverbio della sua Argentina, “quando passi un fiume non cambiare cavallo”: in tempi di pace si possono fare miracoli, come dicono gli Atti degli Apostoli, ma quando c’è la crisi e la gente non regge le parole di vita e se ne vuole andare, tanto che Gesù chiese agli apostoli se se ne volevano andare anche loro, non bisogna sfidarla con la necessaria discontinuità.
Ma allora se non era la Chiesa e neanche le religioni stabilite che potevano operare il cambiamento in quel tempo di crisi, chi doveva e poteva farlo perché il tempo nuovo caricasse le vele? Era il mondo che doveva farlo, lui era il soggetto della liberazione, l’umanità tutta intera, il popolo di Dio nella sua dimensione più ampia che abbraccia tutta la Terra. Questo è il popolo amato dal Padre e chiamato alla salvezza, il popolo di Dio, dentro e fuori le Chiese, di ogni denominazione e senza denominazione. È il vasto popolo del mondo che non ha un suo nome che lo distingua, come è dei Greci o degli Spagnoli, perché il suo nome sarebbe quello di Dio, ma il nome di Dio non è esprimibile in termini umani. Perciò i musulmani invocano i 99 bei nomi di Dio ma non giungono all’ultimo, perciò nell’ebraismo esso è nascosto nel tetragramma sacro, perciò nel cristianesimo non c’è altro nome al di sopra del nome di Gesù, perché il nome di Dio è il suo stesso essere, “Io sono”. Perciò non si può nominare il nome di Dio invano, perché nessuno possa appropriarsene per distinguersi gli uni dagli altri. Non si può spartire. Si può essere buddisti, confuciani, animisti, maomettani, anche cristiani, ma col nome di Dio nessuno si può far differenziare. La tunica non si divide.
Ma in che modo il popolo di Dio che è l’umanità tutta intera poteva e può farsi protagonista dell’avvento del tempo nuovo?
La formula è semplice: convertitevi e credete al Vangelo, è l’invito rivolto da Gesù alle folle all’inizio della sua predicazione.  Ma quale Vangelo? Per noi i vangeli sono i quattro ben noti, di Marco, Matteo, Luca e Giovanni, ma c’è anche un quinto vangelo, il vangelo di Gesù. Naturalmente è lo stesso Vangelo, e quello di Gesù è contenuto e anche nascosto negli altri quattro.
Ma c’è una differenza: i quattro Evangelisti parlano di Gesù, e questi
sono i pilastri su cui è costruita la Chiesa; il quinto vangelo, il Vangelo di Gesù parla del Padre, e anche quando parla di sé lo fa per far vedere il Padre e lo rivela, ne fa l’esegesi come Padre e pastore di tutti senza discriminazione di lingua di religione o di peccato.
Il Vangelo di Gesù è dunque un Vangelo non denominazionale e ad esso davvero possono convertirsi tutti i popoli della Terra: paternità, fraternità, grazia di Dio, tutto, tutto, come diceva papa Giovanni nel suo discorso della luna. E pace, mitezza, servizio ai poveri, pane spezzato, lavoro non schiavo; e come pastori, dice Francesco, non solo i ministri del culto ma i medici, i governanti, e le donne, anello più alto della congiunzione tra uomo e natura.
Papa Francesco è all’incrocio di questi processi: conversione della Chiesa nel rinnovato annuncio del vangelo di Gesù sul Padre e conversione del mondo nell’apertura al vangelo narrato da Gesù anche senza conoscerlo o magari scoprendone nei cristiani la memoria al loro spezzare il pane.
In ciò forse consiste il mistero Bergoglio. Si parlò ai tempi del Vaticano secondo di un “mistero Roncalli”, perché senza mai averci pensato prima, aveva indetto il Concilio per mettere a nuovo la Chiesa. Ora il mistero Bergoglio, la sua missione di papa sembra essere quella di mettere a nuovo il mondo. In questo c’è la vera continuità con Francesco d’Assisi. Francesco ebbe la visione che dovesse restaurare la Chiesa. Fu interpretato che dovesse restaurare la chiesa di san Damiano, poi che dovesse restaurare la Chiesa romana. Ma lui non la prese così; il suo vero orizzonte fu il servizio a tutte le creature, fu il restauro del mondo, anche in nome di un Vangelo, quel quinto vangelo, ai più sconosciuto. Per questo si spogliò delle armi della crociata, e per questo andò dal Sultano. Dopo di ciò “pace e bene” è stato l’augurio uscito da milioni di bocche.
Papa Francesco è in questa linea di successione. Predica il vangelo di Gesù, ossia il vangelo sul Padre; vorrebbe, a saperle, dire le parole corse sulla strada di Emmaus, quando era Gesù a spiegare le Scritture ai discepoli. E nel far questo nello stesso tempo indica e promuove la restaurazione del mondo. Nella giustizia. È come se respirasse con due polmoni, quello del popolo della Chiesa e quello del popolo del mondo, la diastole e la sistole di un unico cuore da cui procede un unico respiro; la Chiesa dei santi, dei richiedenti asilo nel Regno, e quella degli uomini tutti, la vera Chiesa.
Sarà questa la nuova “cristianità”, che non avrà questo nome, e anzi alcun nome, perché non si può né possedere né spartire il nome di Dio? Perché la secolarizzazione è irreversibile.

Raniero La Valle

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giovedì 30 aprile 2020

IN MEMORIA


La decisione dei vescovi, in Italia e in Francia, di intervenire su Conte e su Macron per una deroga a favore della Chiesa cattolica alle norme sul confinamento, ai fini di radunare il popolo per l’Eucaristia, ha suscitato un dissenso profondo non solo da parte di “cristiani critici” pronti e forse adusi a dar sulla voce alle gerarchie, ma anche da parte di teologi autorevoli, intellettuali, vescovi. Così la messa che è la grande istituzione per l’unità - la “comunione” - dei fedeli, è diventata causa di divisione.
Si è perfino sostenuto che emergessero due Chiese, una nella tradizione dei sacramenti e del culto, l’altra del Vangelo. In ogni caso la Chiesa di tutti, la Chiesa dei poveri ama tutte e due, anche perché esse non sono così nettamente distinte tra loro e c’è molto traffico di frontalieri attraverso i loro confini.
Neanche noi abbiamo condiviso la rivendicazione dei vescovi e motivi validissimi ne sono stati recati e messi in circolazione da molti. Ciò che soprattutto ci ha turbato è stata la ragione, un po’ ultimativa, addotta dai funzionari di un ufficio della CEI, secondo la quale con meno messe ci sarebbe stato meno servizio ai poveri, alla comunità; come a dire niente sacramento niente lavanda dei piedi, l’una cosa essendo alimento dell’altra, e ciò come se la messa, e solo lei, fosse un distributore di benzina o una centralina per il rifornimento di elettricità, senza cui la macchina non va. È verissimo che per servire i poveri, lavarsi i piedi l’un l’altro, essere cristiani ci vuole una ingente energia, ma, a non essere pelagiani, si sa che questa energia viene dallo Spirito del Signore, e ci mancherebbe altro che lo Spirito Santo si facesse interdire dalla scarsità di messe in tempi di pandemia o in regioni amazzoniche, sarebbe come tagliare la luce al palazzo occupato, che l’Elemosiniere del papa, il divino elettricista, è andato a riattaccare.
Per uscire dalla controversia, se essa non vuole essere tenuta in vita e strumentalizzata ad altri scopi, basterebbe rifarsi alle parole di Gesù quando ha dato il suo pane, ed ha detto: “fate questo in memoria di me”. Dunque il pane, che poi i teologi hanno spiegato come transustanziazione, è il mezzo, il fine è ricordarsi di lui. E qui il mezzo non è il messaggio, il fine è superiore al mezzo. Per questo abbiamo sempre pensato che sarebbe bello che I cristiani si ricordassero di lui ogni volta che spezzano e mangiano il pane, cioè sempre, tanto più se condiviso; e infatti c’è un’antica tradizione popolare secondo cui a tavola il padre, o la madre, o uno degli altri, benedice il pane prima che tutti lo mangino.
È bello che il pane sia legato alla memoria, per questo le celebrazioni della Parola che si fermano alle letture prima della consacrazione, come si usava a Bologna nell’entusiasmo della riscoperta della Bibbia dopo il Concilio, in questo mancano, nel rendere visibile la memoria. Per questo non c’è mai stata più memoria di Gesù in questi tempi, di quanta c’è n’è ora intorno alla messa di Papa Francesco, che grazie al virus è trasmessa e “vista” in TV ogni mattina da Santa Marta. E se il pane rende visibile la memoria e la fa anche cibo, epidemia permettendo, la memoria del Signore non vive di solo pane. E se no, come sarebbe giunta fin qui?



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sabato 25 aprile 2020

UNA NUOVA “CRISTIANITÀ”?


La premessa è che noi non facciamo teologia, però osserviamo i movimenti della storia. Questa volta vi scriviamo dall’ospedale dove chi scrive si trova non per il virus ma per una banale diverticolite, il che gli permette però di condividere più intensamente una condizione divenuta oggi molto comune, quella degli “spogliati”. Tanto comune che ci si mette anche il papa.
Abbiamo letto l’intervista di papa Francesco “al mondo di lingua inglese” duramente colpito dalla pandemia, raccontata in italiano da padre Spadaro sulla Civiltà Cattolica. È
reperibile ovunque. Il pensiero o ipotesi che ne abbiamo tratto è che uscendo, come ne siamo usciti a fatica, dalla “cristianità”, si stia profilando e abbozzando (e sempre che l’abbozzo riesca) una nuova cristianità, che forse il secolo non chiamerà così ma rappresenterà un altro modo, soave e ricchissimo, di deposito dell’annuncio cristiano nel mondo.
La cristianità è quella che ha avuto corso legale nel mondo dalla riforma gregoriana dell’XI secolo al Concilio ecumenico Vaticano II, dopo il precedente fondativo di Teodosio, il primo Imperatore cristiano. Per fortuna la cristianità non ha esaurito in se stessa tutto il cristianesimo e la Chiesa, che sono stati in questo millennio fecondissimi, però ha preteso racchiudere in se stessa tutto il mondo via via conosciuto. Da essa ha preso congedo dottrinalmente l’ultimo Concilio, ed esplicitamente papa Francesco in uno dei punti più alti del suo magistero, parlando ai Capi d’Europa, compreso il Re di Spagna, venuti da lui a conferirgli il premio Carlo Magno (!). Ora la nuova “cristianità” che si intravvede non è in lizza per annettersi la totalità, non quella planetaria, sapendo ormai che “il tempo è superiore allo spazio”. Non è proselitistica. Gesù ce l’aveva con chi batteva mare e terra per fare un proselite e lo rendeva poi peggiore di prima. E, anche al meglio che si possa pensare, intendere gli altri come proseliti significa viverli come una mancanza, un’estraneità, un’assenza che ci priva di una ricchezza, di un compimento, e così, prima di farli propri, significa farne degli scarti. Invece per Dio non è scartato nessuno, quella totalità che la cristianità presumeva di realizzare in realtà già c’era, l’aveva rivelata Gesù, l’ebreo, stendendo le braccia sulla croce. È vero che poi ha detto di andare fino agli estremi confini della terra, ma per dare la notizia, perché tutti sapessero una cosa che comunque già c’era, l’abbraccio di Dio per l’umanità intera; perché a saperlo certo si è più felici e anche si può e forse si sa essere più giusti e la storia va meglio. E dunque così potrebbe essere la cristianità che domani riappaia, avendo molti nomi, e non c’è paura che ne manchino, tanti essendo i nomi di Dio. Sarà un farsi abbracciare da lui, facendosi un po’ lui, anche senza saperlo, quando molta più gente sarà stata raggiunta dalla notizia che Dio è amore senza gelosia, e se Dio fosse giustizia ma non misericordia, “non sarebbe neanche un Dio”, come attesta papa Francesco. Ma non si deve pensare che il prezzo di questa nuova cristianità immedesimata nel pleroma dell’umanità amata da Dio sia la deistituzionalizzazione   della Chiesa. Non c’è vita senza istituzione; ma come ha spiegato Francesco nell’intervista dal suo confinamemto per il virus, la Chiesa è istituzionalizzata dallo Spirito Santo il quale con i carismi crea il disordine, ma poi da lì crea l’armonia. C’è il momento di scuotere le istituzioni (ce l’ha insegnato Ivan Illich) e c’è quello di inverare le istituzioni, come dal manicomio alla riforma psichiatrica, da Creonte ad Antigone. Lo Spirito Santo fa questo. E sono operazioni di “cristianità”.


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lunedì 20 aprile 2020

IL PAPA IN QUESTIONE

Questa volta il papa, che solitamente non risponde ai suoi critici  («bisogna avere il coraggio di tacere,  davanti all’accanimento soltanto il silenzio», ha detto in un’omelia a Santa Marta),  si è fatto mettere in questione sulla scelta di celebrare la Pasqua nella basilica di san Pietro vuota.
«Mi ha scritto un vescovo – ha confidato – un bravo vescovo, bravo, e mi ha rimproverato. “Ma come mai, perché non mettere 30 persone almeno, perché si veda gente? Non ci sarà pericolo…”…. Io non capii, nel momento. Ma siccome è un bravo vescovo, molto vicino al popolo, qualcosa vorrà dirmi… Poi ho capito. Lui mi diceva: “Stia attento a non viralizzare la Chiesa, a non viralizzare i sacramenti, a non viralizzare il popolo di Dio”». Ossia a non renderli impalpabili, evanescenti. E il papa ha commentato: «La Chiesa, i sacramenti, il popolo di Dio sono concreti. È vero che in questo momento dobbiamo fare questa familiarità col Signore in questo modo, ma per uscire dal tunnel, non per rimanervi». Perché «questa familiarità con il Signore, dei cristiani, è sempre comunitaria. Sì, è intima, è personale, ma in comunità; una familiarità senza il pane, senza la Chiesa, senza il popolo, senza i sacramenti, è pericolosa. Può diventare una familiarità gnostica»: una familiarità, una vita, una religione senza i corpi.
Ci sembra che qui ci sia una grande lezione. Una Chiesa che celebra senza la comunione dei corpi non è che lo fa per spiritualismo, perché c’è una tradizione che ha contrapposto il corpo all’anima, o perché scambia il “viene un tempo ed è questo” con un’escatologia fatta in casa. Una Chiesa che celebra senza l’incontro dei corpi, senza il popolo, lo fa perché anche il mondo è ridotto così, a vivere con i corpi separati e appartati, senza un popolo che possa riempire il deserto delle strade, delle piazze, dei giardini, dei musei, delle scuole. Perciò la Chiesa ne condivide la condizione, e lo fa “svuotando se stessa”, come il suo Signore, vivendo con dolore la sua kenosi, non per conformismo o per una resa al mondo, ma per amore. Poteva non farlo, accampando la propria diversità, vantando di essere protetta dal miracolo o giustificata dall’eroismo, o millantando una magica immunità dal contagio delle funzioni religiose (e come potrebbe essere contaminante – dice qualcuno - il corpo e il sangue di Cristo!). Ma sarebbe stata un’ecatombe, peggio del Pio Albergo Trivulzio (e le storie raccontano di antiche epidemie incrementate dalle processioni penitenziali). Se poi avesse piazzato 30 persone ben distanziate nell’immensa basilica, “perché si veda gente”, avrebbe normalizzato l’assenza,  avrebbe tolto il dramma alla Pasqua, davvero avrebbe fatto una finzione mediatica solo per mandarla in televisione: né corpo, né sacramento, né popolo, ma solo un “Truman show", una “celebrazione della Messa da remoto”, come ineffabilmente pretendeva di disporre un emendamento presentato da Giorgia Meloni al decreto del governo sulle misure contro il virus.
È chiaro che c’è il pericolo di un assuefarsi a questo “stare insieme, ma non insieme”, come l’ha definito il papa, a questa comunione spirituale senza comunicare nel pane, a questa familiarità col Signore  “per me soltanto, staccata dal popolo”, quasi non fosse una Chiesa. Ma questo pericolo c’è anche per il mondo, anzi soprattutto per lui, il vivere in vitro, senza comunicazione reale, lavoratori senza compagni, fabbriche tutte robot e pochi operai, scuole senza compagni di banco, tavole senza commensali. Tutto questo ha oggi un senso, e anzi è un dovere, perché non sia tutta una Lombardia, “ma per uscire dal tunnel, non per rimanervi”. E la Chiesa non può uscire prima degli altri, lei sola, perché è la Chiesa, c’è perfino il Concordato. Occorre uscirne tutti insieme, il mondo e la Chiesa, non la Chiesa senza il mondo. Non chiese aperte e case chiuse.
Non a caso il papa ha incastonato questa riflessione a Santa Marta tra la preghiera per le donne incinte che si domandano angosciate  “in quale mondo vivrà” il loro figlio, e il pensiero della “festa”, che pur celebreremo perché  “certamente sarà un mondo diverso, ma sarà sempre un mondo che il Signore amerà tanto”.
E nel giorno di Pasqua il papa si è fatto mettere ancora in questione, e questa volta dai movimenti popolari, con cui già si era incontrato tre volte, a cui ha rivolto una lettera di conforto, ma anche di gratitudine per il loro atteggiamento indomito che, ha scritto, «mi aiuta, mi mette in questione (me questiona), e mi insegna molto». Anche per questa lettera è stato posto sotto accusa dagli “accaniti” contro di lui, per aver fatto “politica in presa diretta”. E che scandalo sarebbe? È sempre il discorso su “quale mondo” che fa Francesco; ma non è forse un discorso su “quale mondo” che faceva Gesù e per cui ha dato la vita? Un mondo fatto non solo dagli gnomi della finanza o da quanti vivono, più o meno fortunosamente, sopra il livello della povertà, ma anche dai senza tetto, dai migranti, dai poveri. Un mondo dove a lottare «dalle periferie dimenticate per creare soluzioni degne per i problemi più urgenti degli esclusi» sono i venditori ambulanti, i riciclatori, i giostrai, i piccoli agricoltori, gli operai, i sarti, quanti svolgono attività di assistenza, lavoratori informali, persone che non hanno un salario stabile per far fronte a questo momento, e per le quali le quarantene sono insostenibili. Perciò forse, scrive il papa, «è giunto il momento di pensare a un salario universale che riconosca e dia dignità» e trasformi «in realtà questa parola d’ordine tanto umana e tanto cristiana: nessun lavoratore senza diritti». Una Politica, appunto.
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giovedì 16 aprile 2020

C’È VUOTO E VUOTO


Questa Pasqua non potrà essere dimenticata. Insieme a molte altre emozioni, essa ci ha consegnato due immagini potenti, che sembrano simili, ma veicolano per contro significati assai diversi. Le due immagini sono la piazza e la basilica di san Pietro, entrambe vuote, pur celebrandovisi i riti.
La piazza san Pietro l’abbiamo vista deserta, sia la sera della preghiera solitaria del papa sul sagrato, il 27 marzo, sia il venerdì santo, sia quando nel pieno sole di mezzogiorno del lunedì dell’Angelo il papa si è affacciato a benedire senza parole, al solo suono delle campane. L’impatto di quella piazza vuota è stato fortissimo, e tuttavia non tale da suscitare desolazione e sgomento, non tale da sembrare (almeno a noi) incompatibile con la natura del luogo. La piazza san  Pietro è di fatto, e forse così è stata pensata, un grande palcoscenico. È la tribuna dei grandi annunci, come quelli che comunicano il “gaudium magnum” dell’elezione di un nuovo papa; è il luogo in cui il papa eletto si materializza alla vista; è lo scenario, con il suo fondale e le sue quinte, nel quale va in scena il grande spettacolo della Chiesa di Roma, dei suoi fasti, della sua presa sul mondo e anche della sua presa del mondo, con quelle grandi braccia dell’emiciclo protese a stringere tutti, a gremirsi di una folla docile e fedele, fatta spettacolo anch’essa. Un palcoscenico vuoto non fa problema,  è sempre pronto ad essere riempito, magari anche da un solo attore, da un primo attore, così come da molti protagonisti, o anche da cori e voci e presenze invisibili, come è accaduto proprio quel venerdì di marzo, quando Francesco ha esteso la vecchia e ben ponderata indulgenza a tutti quanti fossero uniti a quella piazza “anche solo col desiderio”; come pure è accaduto la sera del venerdì santo, quando la rappresentazione della Via Crucis ha trovato su quel palcoscenico la sua realizzazione perfetta, non col corredo di immagini sacre pur sempre opache al mistero, ma perché intessuta delle voci dolenti che raccontavano storie umanissime di prigionieri e guardie, assassini e vittime, colpevoli e innocenti, volontari e cappellani, preti e madri: una specie di Antologia di Spoon River, ma pasquale, non di morti ma di viventi e risorti.
 
Non si può dire altrettanto della visione della basilica deserta, durante la Messa del giovedì santo, durante la veglia pasquale, l’”exsultet”, la Messa senza omelia del giorno di Pasqua, il successivo tenerissimo messaggio al mondo. Questa immagine veramente era durissima a viversi. Perché le chiese si, sono fatte per riempirsi di fedeli, per fare assemblea, riunire non solo gli spiriti ma i corpi di quanti seguono un figlio di Dio che è entrato nel mondo dicendo: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato”.
E lo sgomento cresceva al pensare che questa non sarebbe stata solo una condizione passeggera, ma sarebbe continuata a lungo, per quanto tempo ci fosse voluto a liberarsi dal virus o a conviverci, come dicono le voci sempre più preoccupate degli scienziati, che allontanano sempre più nel futuro la fine della crisi, e come dice la severa analisi di padre Gaël Giraud sulla Civiltà Cattolica (che abbiamo pubblicato sul nostro sito), con la previsione che a questa pandemia ne seguirà un’altra e per venirne fuori occorrerà un cambiamento dei modi di produzione, di consumo e di vita, delle relazioni sociali, del sistema sanitario e bancario, dei beni comuni e del rapporto con l’ambiente, e non solo.
Dunque, per quanto tempo sarebbero durati questi vuoti? E passi per il vuoto del palcoscenico, ma come pensare i vuoti tra una persona e l’altra, tra un corpo e gli altri corpi, la solitudine impedita di essere colmata, i travisamenti non più proibiti per legge ma obbligatori, con mascherine, rivestimenti e mute, e interdetta anche l’ora d’aria, proprio quando grazie all’improvvisa caduta dell’inquinamento le farfalle sono tornate nei giardini di Londra, e le lucciole a Milano, dove Pasolini le aveva date per perse, e il clima è stato buono a godersi, come ormai non si vedeva da tempo? E come pensare il vuoto entro cui va racchiusa ogni persona, perché ciascuno resti con il suo virus? C’è il rischio che diventi sedizioso anche il gesto cristiano per eccellenza, il gesto supremo e assoluto, quello del Samaritano, che è tutto espresso in moti del corpo: gli passò accanto, lo vide, fu preso da misericordia, gli si fece vicino, fasciò le ferite, vi versò olio e vino, lo caricò sul suo giumento, lo portò a una locanda, se ne prese cura. È impensabile che questo accada? Ma se già succede con i migranti che salgono in Europa, incappati in ladroni, torturatori e trafficanti, percossi e abbandonati nel mare, e lì lasciati morire perché non c’è più nessuno che va a passare accanto a loro!
Con questi vuoti o distanziamenti tra persona e persona, non prossimi gli uni agli altri, senza mani che si stringano, voci che si fondino, bocche che si bacino,  carni che si uniscano, il mondo non era mai stato pensato, nessun creatore lo avrebbe fatto così, né così è stato fatto. Per un tempo e un altro tempo ancora questo è possibile, è necessario, anzi è meritevole. Ma per un tempo senza fine o di cui non sia avvistabile la fine non può sussistere un mondo così, non sarebbe più neanche un mondo. Perciò bisogna uscirne al più presto, e per farlo diventa un dovere imprescindibile, un compito politico necessario ed  urgente ciò che fino ad oggi è sembrato impossibile, togliere sovranità al denaro, rovesciare la divisa del capitalismo per cui “tutto ha un prezzo, niente ha valore”, uscire dall’economia che uccide, costruire ospedali e non armi, bandire le atomiche e le guerre, desistere dallo sfruttamento selvaggio del suolo, delle foreste, del mare, dei fossili, del cielo, bandire il “prima noi”, il “salvarsi da soli”, rifondare il diritto, costruire una Costituzione mondiale, istituire organisni sovraordinati che la attuino e garantiscano nel pluralismo dei regimi politici e dei governi.  
Questo dobbiamo fare perché questo vuoto tra le persone, che nessun web può colmare né lavoro “da remoto”, è il male da cui liberarci, la minaccia da sventare, il germe da estirpare prima che attecchisca, prima che con il suo artificio contamini la cultura, la politica, le relazioni sociali. E a dirci che questo può avvenire e avverrà è venuta la Pasqua, che unendo terra e cielo ha rinnovato l’antica promessa: ce la possiamo fare, se il Signore è risorto, non è la morte che può vincere, questo l’annuncio che è risuonato come non mai nel silenzio profondissimo in cui sono echeggiate queste parole.
 
Però c’è l’altro vuoto, quello delle chiese, che pur con tutto il suo dolore e sconcerto parla un tutt’altro linguaggio: non è solo un male a cui porre fine, ma è anche un segno potente, una pedagogia, un annuncio. Papa Francesco se ne è fatto carico, assumendolo non come il vuoto di una Chiesa dispersa, ma come la figura di chi “svuotò se stesso”, scambiando la sua forma divina con la condizione umana del servo, spogliato di tutto sulla croce. E allora come intonare il pianto sugli inabitati spazi e i marmi di san Pietro, altre volte traboccanti di folle o di vescovi riuniti a Concilio, quando del tempio di Gerusalemme Gesù aveva detto che non sarebbe rimasta pietra su pietra? Come sfidare le autorità civili pretendendo l’apertura delle chiese, quando doveva venire il tempo, ed è questo, di adorare il Padre in spirito e verità? Come non uscire dai recinti sacri per raggiungere le periferie delle genti, “in ogni regione di quell’umanità a cui apparteniamo e che ci appartiene”, per farsi “annunciatori di vita in tempo di morte”, come ha detto il papa nella notte santa, raccogliendo l’invito del Risorto a precederlo in Galilea? E non a caso Francesco ha sottolineato che quella era la regione più lontana da Gerusalemme, “più distante dalla sacralità della Città santa”, popolata da genti diverse che praticavano vari culti, la «Galilea delle genti».
Davvero sembra che tutto il pontificato di Francesco sia stato una preparazione a interpretare quest’ora, dall’annuncio nuovo del Dio della misericordia, non geloso non violento e fedele, alla Chiesa in uscita, ospedale da campo e non servizio religioso ai combattenti, da Lampedusa a Lesbo, dal “chi sono io per giudicare” all’invito ai confessori di perdonare sempre, anche fuori della confessione sacramentale, dalla Laudato sì alla Querida Amazonia, da Abu Dhabi sulla fraternità umana alla comunione spirituale proposta ogni mattina da Santa Marta, dal concentrare tutto nel crocefisso e nel vangelo alla consolazione offerta a quanti nella Chiesa sono privi dell’Eucarestia e degli altri sacramenti, ma non per questo orfani della mano del Signore posata sopra di loro. 
Molti si aspettavano la riforma della Chiesa nei modi da loro sempre pensati, e si lamentano perché non ne vedono abbastanza tracce, ma intanto non ci accorgiamo che la riforma di Francesco è ben più profonda e gravida di futuro dei nostri progetti anche più avanzati, è “capace di quella santa novità” che solo una Pasqua fino in fondo macinata e vissuta permette di concepire e generare.

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lunedì 6 aprile 2020

LA PROFEZIA DI CAIFA


Non si può celebrare impunemente questa Pasqua senza chiedersi il significato dell’oceano di sofferenze in cui è oggi immerso tutto il mondo e senza chiedersi il significato della Pasqua stessa.

Di per sé l’evento che ha dato origine alla Pasqua è stato un evento di ordinaria violenza, storicamente irrilevante, (infatti non annotato dagli storici di allora), in quanto simile a infinite altre sofferenze e morti inflitte nel tempo, di condanna in condanna, di genocidio in genocidio, fino ad ora. E nemmeno la sua ragione era inusuale, ma anzi del tutto comune, come risulta dalla motivazione di un presunto interesse generale, datane da Caifa, per cui occorreva “far fuori quest’uomo”, come papa Francesco ha riassunto la situazione nell’omelia a Santa Marta, con un efficace linguaggio non religioso che sarebbe piaciuto a Bonhoeffer. Quella che infatti veniva messa in campo era una “ragion di Stato”, come poi sarebbe avvenuto infinite altre volte nella storia. Gesù secondo il Sinedrio avrebbe messo a rischio il rapporto con gli odiati occupanti romani, i quali sarebbero venuti e avrebbero distrutto il tempio e la nazione. Dunque nella percezione degli Ebrei si trattava di un pericolo da togliere (“è bene che un uomo solo muoia per il popolo e non vada in rovina la nazione intera”), non di un sacrificio espiatorio da offrire in olocausto. La lettura della uccisione di Gesù come un sacrificio è una lettura cristiana, che viene dalla assimilazione mistica di Gesù al servo sofferente.

Perché dunque un evento storicamente così ordinario e seriale ha avuto un impatto così potente da dividere in due fasi la storia anche profana del mondo, e da essere registrato come dirompente anche da parte di chi non condivide la fede nella resurrezione?

Bisogna tornare a Caifa, che l’evangelista Giovanni, riconoscendone l’autorità come sommo sacerdote, considera come un profeta suo malgrado: egli “profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione;  e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi”. 

Di tale profezia non si è realizzata la prima parte, perché in effetti i Romani vennero e distrussero il tempio e la nazione, ma si realizzò invece la seconda, perché l’abbraccio di Dio fu riconosciuto come esteso dagli Ebrei a tutte le genti.

Ora questo è avvenuto precisamente perché accettando la morte Gesù ha decostruito, e invalidato per sempre, inchiodandola alla croce, la legge (“il chirografo”, lo chiama Paolo) del sacrificio. Era l’ideologia per la quale la sofferenza e la morte erano tributate a Dio come espiazione per i peccati, cosa questa che, superati i sacrifici umani, era rappresentata nel sacrificio del capro espiatorio, e ritualmente dell’agnello pasquale. Questa costruzione umana che faceva di Dio colui che riceveva soddisfazione e lode dal dolore, diventava impossibile a concepirsi nel momento in cui ad addossarsi i peccati era Dio stesso e a patire era quello stesso Dio a cui quel patimento sarebbe stato dovuto. Già Dio lo aveva fatto sapere: “Misericordia voglio e non sacrifici”, ma Gesù lo rende irrefutabile col rivelare il proprio rapporto col Padre. Egli non dice solo: “Quello che farete a uno di questi piccoli lo farete a me”, ma dice anche: quello che fate a me lo fate al Padre. Questo è infatti il tema della controversia con i capi dei sacerdoti e i farisei, il suo rapporto col Padre: “Io e il Padre siamo una cosa sola”; e questo è ciò che poté essere espresso poi nella formula cristologica “Unus de Trinitate passus est”.  Da quel momento nessun sacrificio si può imputare a Dio, nessuna morte può essere inflitta a suo nome, nessuna sofferenza può essere causata per piacere a lui, e non solo le sofferenze imposte agli altri ma anche quelle inflitte a se stessi, cosa lontanissima dalla comprensione di un san Pier Damiani che afflisse tutta la Chiesa spargendo l’idea di un’ascesi autopunitiva selvaggia.

E proprio questa è la buona notizia, non c’è alcuna sofferenza che possa essere ricondotta a un compiacimento di Dio; e poiché Dio è il bene, nessuna sofferenza può essere inflitta a fin di bene, la pena di morte è ormai condannata anche dal catechismo. Certamente la sofferenza resta, e molto si impara nel soffrire, e talvolta essa dilaga, senza responsabilità di alcuno; e c’è pure una sofferenza che è la conseguenza non voluta di scelte e comportamenti giusti e necessari; ma nessuna sofferenza può essere voluta direttamente in quanto tale o imposta per se stessa. Ad esempio oggi la sofferenza causata dalle misure prese contro il virus è grande, ma essa è la condizione e l’effetto indesiderato della lotta contro la pandemia, non è certo voluta da chi l’impone. Così come l’ostinazione di tenere la gente in carcere, il chiedere “che sia fatta giustizia”, il pensare che non sia fatta giustizia finché il reo non soffra e non pareggi così il suo debito, cioè fino a quando non scatti la vendetta, pur civilizzata perché fatta dallo Stato, è un’aberrazione.

Ma c’è un altro risvolto della profezia di Caifa. L’elezione divina di Israele si è estesa a tutti i popoli. E che ne è della terra, la cui promessa era legata a quell’elezione? Non è più promessa? Si, resta la promessa, ma anch’essa ormai è estesa a tutta la Terra; essa non riguarda più la sola terra di Canaan offerta a un solo popolo, a esclusione di altri, bensì è la promessa di tutta la Terra a tutta l’umanità nel suo insieme; nessuno può più rivendicare possessi esclusivi, l’unità della comunità umana annunciata dalla Pasqua, porta con sé anche l’unità della Terra, promessa non più a un solo popolo ma a tutti, una Terra risanata dove scorra latte e miele, dove si costruiscano case e si possano abitare, si piantino vigne e se ne possa godere il frutto, in cui si possa vivere liberi e nessuno sia più straniero.
Continua...