martedì 5 giugno 2018

TUTTI STRANIERI NESSUNO STRANIERO


Nella lettura biblica prima della festa del Corpus Domini, sabato scorso, Marta Tedeschini Lalli, una suora camaldolese, ha ricordato che in una liturgia romana della Messa, ora non più in uso, c’erano due “epiclesi”, cioè invocazioni, prima della consacrazione; nella prima si chiedeva, come di consueto, che il pane e il vino si trasformassero nel corpo e nel sangue di Cristo, nella seconda si chiedeva che gli stessi partecipanti al rito si trasformassero nel corpo e nel sangue del Signore: questo infatti è l’eucarestia. Ciò comporta un significativo rovesciamento perché alla luce di questa più acuta percezione della fede, attestata del resto nei primi secoli del cristianesimo dai Padri della Chiesa, il pane e il vino sono quelli che diventano il “corpo mistico” di Cristo, che non si vede, mentre gli uomini, le donne, i poveri, i popoli, la storia, diventano il “corpo reale di Cristo”, che si vede. “Non è un’immagine, ma è realmente carne” ha scritto di recente la Civiltà Cattolica.
Questa, come cristiani,  è la buona ragione  per cui amiamo gli uomini e le donne, “presenza reale” di Dio , per cui pensiamo e facciamo politica, ci struggiamo per la storia, e ora anche per l’ecologia, incuranti del falso dibattito se sia più laico chi nomina o chi non nomina Dio, chi non pretende o chi pretende il crocefisso nelle scuole.
Un altro gesuita, Henri De Lubac, commentando un testo della “Didaché”, ci ha trasmesso la celebre analogia: “Come il pane e il vino sono formati da una miriade di chicchi di grano e di gocce spremute da grappoli d’uva, così questa comunità si forma dall’unificarsi di tutte le persone che partecipano all’eucarestia e diventano membri dell’unico corpo di Cristo”. Le analogie non sono innocue; e questa, portata fino in fondo, dice che questa unità si realizza, secondo il gesto compiuto da Gesù, se il pane viene spezzato, e in quanto spezzato viene poi condiviso e così ristabilisce l’unità.
Così è dell’unità di tutti gli uomini tra loro. Prima essa è spezzata, frantumata, dispersa; poi, in forza della condivisione realizzata tra loro, essi giungeranno all’unità.
Oggi siamo all’umanità spezzata; e mai la sua carne è stata più frantumata e lacerata come da quando celebriamo la libertà della globalizzazione. Si tratta della libertà per cui tutto può andare dappertutto; ma questa libertà di muoversi per tutti i luoghi e in tutte le direzioni, l’abbiamo istituita e riservata solo alle cose: al capitale, alle merci, alle fabbriche depurate dagli operai, alle manifatture, ai servizi, ai call center, ma non l’abbiamo data alle persone. In questa sua attuale forma economica e finanziaria la globalizzazione non può realizzarsi che in forza di un capitalismo integrale, di quel neoliberismo ignaro delle persone e dei corpi che in un altro universo di valori viene chiamato  “globalizzazione dell’indifferenza”.
È questa umanità spezzata che va ora ricomposta. Viene perciò il tempo dell’umanità condivisa. Il compito più grande, il vero cambiamento non solo per l’Italia, ma per l’Europa e per il mondo, è di portare all’unità la carne spezzata delle nostre storie divise, mediante culture e politiche di condivisione, estendendo alle persone la libertà di muoversi e di stabilirsi che abbiamo dato alle cose. Per questo lo slogan “Prima l’America”, o uno che fosse “Prima i bianchi”, ma anche, quello oggi più in auge,  “Prima i cittadini”, sono contro il nuovo traguardo dell’umano. Perché siamo tutti di colore, e siamo tutti stranieri. Infatti se siamo cittadini per noi, siamo stranieri per gli altri, e perciò ognuno è all’altro straniero, e di conseguenza nessuno è straniero. Certo non è per oggi raggiungere questo traguardo, ma a partire dal nuovo globalismo di oggi, questo è il cammino da iniziare, su questo vanno giudicati ogni cambiamento e promessa di cambiamento.
Quanto al governo che si è presentato oggi alle Camere, staremo a vedere, con vigilanza, nello stesso spirito con cui abbiamo seguito la lunga crisi seguita alle elezioni del 4 marzo. Avevamo detto nella nostra newsletter n.72 del 7 marzo (“Una felice discontinuità”) di amare tutte e due le Italie uscite dalle urne, raffigurate nelle cartine mostrate in TV, quasi tutta di un colore l’Italia del Nord, tutta d’un altro colore quella del Sud; ora si è fatta viva una terza Italia, contrapposta alle prime due e ferocemente critica del governo che esse hanno fatto insieme; e noi amiamo anche questa, tutte e tre come un’Italia sola, con un amore fatto di stima e di rispetto.
 Per questo non siamo d’accordo con i toni alti di chi denuncia una “viltà generale” perché si è permesso che andasse al potere “l’estrema destra razzista e golpista”, descritta come pari o peggio del fascismo, “con o senza distintivo”, cosa non vera; né siamo d’accordo col disprezzo con cui è guardata la nuova maggioranza; né ci ha disturbato la spavalderia di cui sono stati accusati i “Cinque stelle”quando sono saliti tutti compatti alla festa del Quirinale come se entrassero in una terra di conquista; può darsi che dessero questa impressione, ma era la prima volta dalla “inequa” unità d’Italia che il Sud giungesse al Quirinale e nei sacrari del potere non nelle umiliate vesti del Gattopardo.
Ci ha interessato di più l’anatema di Berlusconi che ha accusato l’inedita alleanza costituitasi in italia di “pauperismo e giustizialismo”: un’accusa che va decodificata, perché oggi per mettere alla gogna il buono si dice “buonismo”, per neutralizzare il popolo si dice “populismo”, per invalidare la sovranità si dice “sovranismo” e per liquidare la fede si dice “fideismo”. Dunque, così decodificata la condanna di Berlusconi – povertà e giustizia - l’accusa alla nuova maggioranza è quella di accorgersi della povertà. di volervi porre rimedio, e di fare giustizia. In verità lotta alla povertà e giustizia sarebbe un magnifico programma di governo, e Berlusconi stesso lo addita deprecandolo, dopo l’opposto messaggio da lui trasmesso per anni con i  suoi governi e le sue televisioni. Magari fosse così, fosse questa la cifra del governo, non ne siamo affatto sicuri, e non solo per i limiti suoi e dei suoi attori principali, ma perché dovrebbe cambiare profondamente la cultura non di un’Italia, ma di tutte e tre, e ancor più, non solo dell’Italia, ma dell’Europa e dell’Occidente.
Dunque staremo a vedere, con molta vigilanza, sperando sempre che ciò che nasce cresca, che il nuovo non fallisca, che il meglio accada, perché il “tanto peggio tanto meglio” non è solo un ossimoro, è un delitto.  

Raniero La Valle
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sabato 2 giugno 2018

RAVVEDIMENTO OPEROSO




L’avvio del governo derivante dalle elezioni del 4 marzo, ci consente di trarre qualche conclusione sugli insegnamenti di questa lunga crisi. Non intendo dare qui però un giudizio politico, ben sapendo quanto siano fieramente opposte le opinioni in proposito. Ma per quanto possano essere fondate le riserve sul governo Conte-Di Maio-Salvini, non credo che sarebbero stati preferibili il fallimento e il collasso della legislatura, prima ancora del suo inizio. Non lo credo per la ragione per cui abbiamo lottato per tutta la vita, e a volte fatto anche scelte difficili e dolorose, e perfino laceranti nella nostra comunità ecclesiale; e la ragione è che quando la democrazia giunge a un blocco per la quale non può più proseguire, bisogna fare le scelte anche più ardue perché non venga meno il principio potente che è alla base di tutto, che è quello dei numeri, che è il governo dei più, non dei più forti; perché è vero che la democrazia non sta solo nei numeri (perciò ci sono le Costituzioni) ma senza i numeri non c’è affatto democrazia; e la democrazia non sta in natura, è un prodotto della ragione, può finire. E la seconda ragione per cui un fallimento  sarebbe stato distruttivo non solo della democrazia ma della stessa politica, è che non si può dare per acquisito che le forme e le regole del capitalismo - anche costituzionalizzato e tradotto in regime come lo è purtroppo nei Trattati europei - non si possono cambiare e addirittura nemmeno discutere.
L’analisi che di questa drammatica esperienza è ora utile e necessario fare, al di là di quelle di partito, è un’analisi di antropologia politica. Perché quello che colpisce è quanto, contro la stessa lezione di Machiavelli, i diversi soggetti abbiano operato in questa vicenda, quasi spinti da un fato, a favore non di se stessi ma dei propri “nemici” e in modo da far accadere precisamente ciò contro cui più strenuamente combattevano; si potrebbe dire, in termini colti, che si è assistito a una  gigantesca eterogenesi dei fini.  
Per primo è capitato al presidente Mattarella, che giustamente voleva tutelare l’euro, la pace sociale e i risparmi degli italiani. Ma proclamando ufficialmente dalla città sul monte del Quirinale che il diniego a Savona era motivato dal fatto che il suo insediamento all’Economia avrebbe potuto essere visto come tale da “provocare probabilmente o addirittura inevitabilmente la fuoruscita dell’Italia dall’euro”, mentre assicurava che quel governo non ci sarebbe stato, certificava nello stesso tempo che in Italia c’era già in atto, e non solo in ipotesi nel futuro, una maggioranza dell’elettorato e di seggi parlamentari pronti a buttare a mare l’euro e a tornare alla lira. Di qui il panico dei mercati, la febbre delle cancellerie, il salto in alto dello spread, i miliardi bruciati nelle borse di mezzo mondo.
Il secondo a farsi del male è stato Di Maio che precipitandosi nel baratro della richiesta di impeachment dimostrava l’immaturità politica del movimento, distruggeva la credibilità istituzionale acquisita nella sua lunga marcia da forza anti-sistema a ortodosso innovatore del sistema, e lanciava un’inopinata ciambella di salvataggio al suo maggior nemico, il partito democratico, che poteva tornare sulla scena issando lo stendardo del Quirinale e proponendosi come albergo di una santa alleanza a difesa del santo Graal monetario e del reddito di sussistenza degli italiani a rischio di miseria.
Terzo è stato Salvini, che nella sua scaltrezza disinnescava la mina dell’impeachment, ma perdeva il valore aggiunto di chiave di volta di una maggioranza parlamentare e, risucchiato nell’alleanza di destra, rimetteva in corsa il cavaliere che era il suo vero antagonista e che si affrettava a candidarsi lui stesso al governo per salvare la patria.    
Quarto Renzi, che perorava l’immediato abbandono della nave ammutinatasi il 4 marzo e voleva nuove elezioni già  il 29 luglio,  per lucrare il dividendo del disastro e recuperare qualcosa dei consensi perduti, destinati invece in tal modo a perdersi sempre più.
Quinto, Romano Prodi, che a difesa di tutta la politica interna ed estera seguita dall'Italia dal dopoguerra ad oggi (in cui egli stesso ha avuto gran parte dall’IRI all’euro, da Roma a Bruxelles) ha chiesto di fare delle prossime elezioni un referendum sullo stare o fuoruscire dall’euro, ormai identificato con l’Europa, chiamando alla lotta  un ampio  schieramento di forze politiche e sociali. Il paradosso sta nel fatto che il referendum sull’euro, illegittimo per la Costituzione, è stato finora ragione di veemente accusa contro coloro che lo volevano promuovere; e se ora è il ceto istituzionale stesso che lo vuole indire sotto le mentite spoglie delle elezioni politiche, se lo si perde, come Renzi ha perso il suo, non c’è più Mattarella che tenga e l’euro se ne va in frantumi. Prova questa che la politica, quando è schiacciata sul paradigma del denaro, diventa ciò che del denaro è la massima sfida: un gioco d’azzardo.
Sesto, il coro del circuito mediatico e televisivo che a forza di manipolare l’informazione rischia di non poter informare più. Ne è stato esempio la falsa e devastante notizia diffusa dall’Huffington Post sull’uscita dall’euro e dal debito che sarebbe stata contenuta nella prima bozza del famoso “contratto”, quando invece era un “draft” proposto all’inizio da uno dei molti partecipanti alla trattativa; con la conseguenza che qualunque altro negoziato futuro dovrà avvenire in segreto senza informazione alcuna,  secondo l’antica saggezza del Conclave che stacca ogni comunicazione col mondo e si fa vivo solo con segnali di fumo.  
L’unico a uscire indenne da questo generale autolesionismo è stato il povero Conte, dileggiato come il Signor Nessuno, l’Uomo Qualunque o il Cavaliere inesistente, uscito di scena con dignità e poi silenziosamente riapparso “nei pressi di Montecitorio” nel giorno peggiore della crisi, dando occasione alla TV che ne ha colto al volo l’immagine di risuscitare la speranza che quel governo si potesse realizzare. E altrettanto bene Cottarelli, che ha lasciato il Quirinale affermando che la soluzione di un governo politico era di gran lunga migliore di quella “tecnica” da lui stesso tentata, e ponendo fine alla febbre delle elezioni da rifare.
Questo è stato l’angoscioso scenario della crisi, fino a quando un ravvedimento operoso ha mostrato che a decidere può non essere il fato, o un’altra astrazione idolatrica simile a lui, ma può essere la politica, cioè l’intelligenza e il cuore delle persone. Così Mattarella ha fatto finta di non ricordarsi che Di Maio gli voleva scatenare l’impeachment; Di Maio ha avuto l’umiltà di riconoscere il suo errore e di chiederne scusa; Salvini ha mostrato che il governo davvero lo voleva fare e non, come tutti lo accusavano, di voler approfittare a spese del Paese del vento in poppa elettorale; Savona ha accettato di passare come un ministro senza portafoglio da tenere sotto sorveglianza; di Conte e Cottarelli abbiamo detto.
Ora che il governo c’è, ognuno assuma il suo ruolo, di maggioranza o di opposizione, di appoggio o di critica. Per quanto ci riguarda il criterio supremo sul quale giudicarlo  è quello della salvaguardia e dell’onore offerti allo straniero, perché “ricordatevi che anche voi siete stati stranieri in Egitto”. E non sta questo alla base della famosa tradizione giudeocristiana che Salvini ha rivendicato nei comizi giurando sulla Costituzione e sul Vangelo e con il rosario in mano,  con la promessa che “gli ultimi diventeranno i primi”?
   Raniero La Valle

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