martedì 22 maggio 2018

IL SOGNO DI UNA CHIESA


Mentre molte cose accadono, quella che ci sembra più rilevante e ricca di futuro è la lettera del papa ai vescovi del Cile che non solo da ragione degli eventi inauditi che hanno investito la Chiesa cilena, ma è uno straordinario testo di ecclesiologia, che apre uno squarcio su quello che può essere la Chiesa, e anzi la religione di domani.
È una lettera di dieci pagine, che doveva rimanere segreta, per cui non è uscita sul sito del Vaticano; ma nella Chiesa di Francesco non c'è più nulla di segreto: certo la "Segreteria di Stato" continua a chiamarsi così, ma ormai tutto è gridato sui tetti, la fiaccola è sopra il moggio, e anche il lucignolo che rischia di spegnersi ora si vede. Sicché abbiamo assistito con enorme stupore a un papa che si è messo in gioco riconoscendo l'errore compiuto nel  giudizio che aveva dato sullo scandalo della pedofilia in Cile, e poi all'intero collegio di quei vescovi che viene a Roma e per tre giorni ripensa col papa a tutto ciò che era accaduto, e infine si pente e chiede perdono, prima di tutto alle vittime, e poi rinunzia al potere, ciascun vescovo rimettendo nelle mani del papa il proprio mandato, senza nessuno a giustificare se stesso, tutti dal primo all'ultimo, trentaquattro.
È la prima volta che una Chiesa chiede perdono così: finora, anche per le sue colpe più gravi, la formula era che la Chiesa  era santa e che semmai chiedeva perdono per il male commesso da qualche suo membro.
Per questo bisogna leggere la lettera del papa. Noi ve la mettiamo sul nostro sito in spagnolo, come è stata scritta e come l'ha pubblicata la Televisione cilena, e cercheremo di darvene poi la traduzione italiana. Ma intanto la si può raccontare.
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A Igreja e o anúncio messiânico do papa Francisco. Condição para a continuidade não só da Igreja, mas da própria religião. Entrevista especial com Raniero La Valle

http://www.ihu.unisinos.br/579128-a-igreja-e-o-anuncio-messianico-do-papa-francisco-condicao-para-a-continuidade-nao-so-da-igreja-mas-da-propria-religiao-entrevista-especial-com-raniero-la-valle

Por: João Vitor Santos | Tradução: Luisa Rabolini | 21 Maio 2018 Continua...

venerdì 18 maggio 2018

UN DIO NON DI REGIME

Una nostra lettera dell'8 maggio scorso, nella quale esprimevamo un dolente giudizio sul fatto che elezioni dai risultati sgraditi fossero mandate al macero della democrazia, come “elezioni rottamate”, dagli uni perché ne erano usciti sconfitti, dagli altri perché non abbastanza vincitori, ha provocato tre critiche.
Una di queste ci ha allarmato perché pur in modo assai amichevole poneva una sorta di "non expedit" (non si deve fare). Scriveva infatti il nostro interlocutore di vedere "il rischio di un nuovo collateralismo. Penso che 'abbiamo già dato'. Che ne dite?". Insomma: non vi occupate di politica, perché voi siete "Chiesa" (sia pure di tutti e specialmente dei poveri) e la religione non si può giocare in queste cose: la lettera infatti era mandata a nome del sito “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”. 
Su questo conviene spendere qualche parola. E' evidente che tale critica è un residuo di una situazione del passato, quando c'era una relazione organica tra la Chiesa gerarchica (considerata tout court come "la Chiesa") e il potere, quando i cattolici erano costretti per obbedienza di fede all'unità politica nel partito cattolico (il collateralismo) e un micidiale maritainismo (dal filosofo tomista novecentesco Jacques Maritain, amico di Montini) cercava di salvare il salvabile della laicità introducendo la schizofrenica distinzione tra quanto il fedele facesse "in quanto cattolico" (ligio ai dettati pontifici) e quanto facesse "in quanto cittadino" (libero nelle materie non considerate "miste"). E questa era la foglia di fico della Democrazia Cristiana, che in società doveva presentarsi come laica, se non addirittura aconfessionale. 
Ma questo era il "regime di cristianità", vissuto nel sogno di un potere indiviso, spirituale e temporale, ignaro della laicità, regime che è stato foriero della catastrofe della fede nella secolarizzazione e inerme e impari di fronte al precipitare del mondo nelle guerre e nei genocidi.
Però ne siamo usciti, almeno a partire dal Concilio, e oggi non ne parliamo nemmeno, c'è Francesco. Tuttavia quel regime ancora ci perseguita, è difficile tornare dalla cristianità al cristianesimo, gli anticorpi scatenati nel sistema ci immunizzano dalla malattia, ma ci paralizzano nell'azione. Così si spiega l'attuale irrilevanza dell'istanza cristiana in politica, il rifugio dei cattolici non del tutto privatizzati nel sociale, e il loro spensierato dilagare nei deprecati "populismi": la Lega è uscita, come Giona, dal ventre della balena bianca dorotea del Nord; ma Giona non portava bene, e se era per lui, se non era per Dio, un Dio non di regime, Ninive sarebbe stata distrutta con "più di centoventimila persone e una grande quantità di animali".
Perciò per la salvezza, e non solo delle anime, un Dio non di regime ci vuole. Delle anime non sappiamo, ma di corpi ne vediamo a migliaia gettati a terra o nel mare dalla morte e dall'impietosità della politica, e non solo a Gaza, né solo nel Mare non più "Nostrum" (quell'operazione l'aveva già chiusa Alfano, prima che arrivasse Salvini).
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martedì 15 maggio 2018

COME A GERUSALEMME

L’assedio intorno a papa Francesco si fa più stringente, mentre il suo messaggio oltre muri e posti di blocco continua libero a correre in questo mondo di fuoco. Questa volta la contestazione che gli muovono un cardinale olandese e alcuni vescovi tedeschi è più seria di quella con cui gli si oppose l’assemblea romana del 7 aprile del cardinale Burke. L’attuale contestazione  infatti riguarda un punto nodale del programma cristiano, che è l’unità dei cristiani, richiesta e realizzata da Gesù col dono di sé nella notte in cui fu tradito, e poi perduta dalla Chiesa.
La questione è quella della comunione che protestanti e cattolici possano realizzare e vivere  insieme. Che ciò avvenga nel servizio reciproco e nella “lavanda dei piedi” è pacifico e ormai largamente praticato in tutte le Chiese, che dal Concilio in poi sono andate molto avanti nell’ecumenismo, sia alla base che ai vertici. Anche ai vertici, dove molte differenze dogmatiche sono cadute; dove è stato “cancellato il ricordo” delle scomuniche, secondo la formula usata dal Concilio; dove si è riconosciuto, dai capi d’Oriente e d’Occidente, che la divisione avvenne perché le Chiese si erano messe in testa di essere il sole, che brilla di luce propria, mentre erano solo la luna che la riflette, e quindi guardavano a se stesse, invece che al Signore; e dove, cinquecento anni dopo la Riforma, esse hanno riconosciuto il bene venuto da Riforma e Controriforma, ma il cattivo venuto dal loro essere “contro”.
Quello che è rimasto invece come limite invalicabile, ai vertici anche se molto meno alla base, è stata la comunione che si attua nello spezzare il pane dell’eucarestia, anche se da tutte le Chiese si afferma che proprio lì bisogna arrivare, perché è solo nella partecipazione a quell’unica mensa che l’unità cristiana veramente si realizza.
Papa Francesco, discretamente, ha cominciato a sgretolare quel tabù. A una donna protestante, che lo interrogava nella chiesa luterana di Roma, ha detto di rispondere lei, col marito cattolico, se fare la comunione insieme ; e parlando nella parrocchia anglicana di Roma (nella quale era stato invitato come vescovo di tutti i cristiani della città), ha detto che le Chiese giovani hanno più vitalità, più coraggio nel dialogo ecumenico, il quale si fa “in cammino” (anche “le cose teologiche” si discutono in cammino). E ha dato come esempio quello che avviene nel cuore dell’Argentina: “Ci sono le missioni anglicane con gli aborigeni e le missioni cattoliche con gli aborigeni, e il vescovo anglicano e il vescovo cattolico di là lavorano insieme, e insegnano. E quando la gente non può andare la domenica alla celebrazione cattolica va a quella anglicana, e gli anglicani vanno alla cattolica, perché non vogliono passare la domenica senza una celebrazione; e lavorano insieme. E qui (e intendeva qui, a Roma) la Congregazione per la Dottrina della Fede lo sa”.
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venerdì 11 maggio 2018

PAGATO IL RISCATTO PER MORO



Infine, dopo 40 anni, è stato pagato il riscatto per Moro. Tale è il significato della 
celebrazione ecclesiale avvenuta a San Gregorio al Celio nel quarantesimo anniversario della sua morte cruenta: quel riscatto di cui Moro quando era Presidente del Consiglio, aveva preservato la legittimità nella legislazione del Paese, e che invece era stato impedito quando si trattava di riscattare la sua vita dalle mani delle Brigate Rosse. E non solo era stato impedito il riscatto (Paolo VI aveva fatto raccogliere 10 miliardi), ma era stata considerata preferibile la sua morte, in base alla sentenza di Caifa, ripetuta in quei giorni nelle stanze della Segreteria di Stato di Sua Santità: "perché l'Italia non cada in braccio ai comunisti, è meglio che muoia un uomo solo piuttosto che tutta la nazione perisca". È ciò che risulta dalla testimonianza del vescovo mons. Luigi Bettazzi, che ha presieduto l'eucarestia a San Gregorio, che don Innocenzo Gargano ha ricordato durante l'omelia. Certo, era una parola della Curia, non della Chiesa (il "ministro degli esteri" vaticano che lo disse a Bettazzi era allora il cardinale Villot, non ancora segretario di Stato), e tuttavia è il lampo di verità che illumina tutto il buio (i cosiddetti "misteri") del sequestro e dell'assassinio di Aldo Moro, e che dice, non per via di deduzione politica o storica, ma a viva voce e a chiare lettere, che l'intero sistema di opinione e di potere, interno ed estero, in cui avvenne il dramma, di fatto sposava la tribale sentenza di Caifa e del Sinedrio sul sacrificio necessario di Moro. 
Perciò diciamo che la celebrazione romana del 9 maggio ne ha pagato il riscatto. Essa è stata una liturgia antisacrificale, come lo è ogni eucarestia che fa memoria della morte che per amore, soltanto per amore, Gesù ha pagato ai sacrificatori, ma "una volta per tutte". 
Di più la celebrazione sul colle del Celio (quello dal quale san Gregorio Magno si inventò l'Europa!) è stata un evento sia nella liturgia della Parola che nella liturgia eucaristica. Quest'ultima ha infatti assunto nel mistero sacramentale (il vero mistero!) il significato della prima. E nella liturgia della Parola, accanto alle pagine evangeliche e bibliche di Giobbe e di Giovanni ("il chicco di grano che muore") è entrata come seconda lettura 
la lettera rivelatrice scritta da Moro al suo partito dal luogo della sua detenzione ("muoio se così decide il mio partito, nella pienezza della mia fede cristiana"): una di quelle lettere che il mondo politico, culturale e mediatico del tempo si affrettò a negare che fossero sue, che fossero "attribuibili" a lui, togliendogli così la parola e facendolo morire di una seconda morte avanti che, dopo 55 giorni, gli venisse inflitta dai brigatisti quella fisica, la prima. 
La coerenza con l'evento liturgico di tale lettura è stata poi illustrata nell
'omelia del camaldolese don Innocenzo Gargano, che ha ricordato come san Gregorio parlasse di due libri su cui saremo giudicati: il libro delle Scritture e il libro scritto da uomini e donne che hanno talmente inciso la Parola di Dio nella propria vita, da poter essere considerati Scrittura santa vivente. Essi sono pertanto, come battezzati, degli "alter Christus", così come l'on. Moro ha rappresentato nei nostri tempi una presenza di Cristo sulla terra, e non c'è differenza tra Giobbe e lui; Moro "fedele discepolo di Gesù" è fedele alla Costituzione non violenta che lui stesso aveva contribuito a creare e che ora veniva tradita.
Nella preghiera dei fedeli il vescovo Bettazzi ha prima di tutto pregato per il papa, perché il papa dice sempre: "non dimenticatevi di pregare per me", e una preghiera è stata fatta per i figli di Aldo Moro e in particolare per Agnese che aveva scritto di ringraziare tutti ma che avrebbe preferito in quella giornata "stare in raccoglimento solitario"; e si è pregato per l'Italia che Moro voleva migliore, e per il mondo che migliorerebbe con lei.
Quanto ciò sarebbe necessario è mostrato oggi sia dalla minaccia di guerra che torna a infiammare il Medio Oriente dove il nuovo 
nemico da abbattere viene individuato nell'Iran, sia dalla deriva nella concezione stessa dello Stato d'Israele che sta per definirsi come Stato ebraico, abbandonando la parola "democratico" nel suo statuto, come denuncia una preoccupata lettera di Ebrei italiani che prende occasione dal trasferimento del Giro d'Italia ("Un giro dalla parta sbagliata") a Gerusalemme.                
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martedì 8 maggio 2018

ELEZIONI ROTTAMATE

L'infausto esito del lavoro politico per costituire il nuovo governo suona l'allarme per ciò che è essenziale per la democrazia: essa consiste nel governo del popolo sovrano che si esercita, nelle forme e nei limiti della Costituzione, attraverso lo strumento primario delle elezioni politiche, in modo tale che pacificamente possa essere anche mutato il sistema di potere esistente e sostituito con nuovi indirizzi. Ma se il sistema al potere manipola il meccanismo elettorale per preservarsi e, ancora di più se rifiuta di dare seguito al responso elettorale per impedire il cambiamento, è la democrazia stessa che è negata. A ben vedere è ciò che successe col caso Moro, di cui domani 9 maggio ricorre l'anniversario dell'assassinio, quando il rifiuto da parte dei poteri esteri e di occulti poteri italiani di ammettere l'evoluzione della politica italiana comportata dai risultati elettorali che avevano visto la doppia vittoria della DC e del PCI, portò alla violenta repressione e distruzione di quel progetto politico. 
Questa lezione non dovrebbe essere dimenticata quando delle tre forze che hanno prevalso nelle elezioni del 4 marzo, due, quelle che vengono dal passato, ovvero la coalizione di destra di cui lo stesso Salvini è risultato prigioniero, e il Partito Democratico, hanno stretto in una tenaglia la terza, temuta come nuova, per impedirne l'accesso al governo benché tributaria del maggior numero di consensi, e annullare di fatto il voto del 4 marzo, cosa assolutamente senza precedenti in Italia.
Naturalmente bisognerà provare ancora, con indomita tenacia, a far permanere la democrazia in Italia, ma è chiaro che ciò richiede una conversione profonda di tutti i soggetti politici implicati. 

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venerdì 4 maggio 2018

FU UN SACRIFICIO


Mercoledì 9 maggio, alle ore 19, ci sarà nella chiesa romana di san Gregorio al Celio una Messa nel quarantesimo anniversario della morte cruenta di Aldo Moro, “questo uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico”, come lo definì la Chiesa nell’omelia funebre del papa di allora.
Questa è una notizia utile a chi potrà partecipare alla celebrazione. Ma è notizia anche che si faccia memoria di Moro in un evento ecclesiale e non in un contesto politico, o mediatico, o investigativo, come accade per lo più oggi quando “il caso Moro” viene rievocato come se si fosse trattato solo di una vicenda politica da storici o da iniziati, o di una trama di 007 e di Servizi Segreti buona per giallisti o dietrologi. L’evento ecclesiale, che si compie nel sacrificio della Messa, dice che in quella apicale vicenda della storia italiana del Novecento fu in gioco qualcosa di più grande e durevole, in cui tutta la società fu implicata, e anche eminenti uomini di Chiesa, come è facile ricordare solo che si pensi alla supplica di Paolo VI agli uomini delle Brigate Rosse o all’offerta di consegnarsi al posto di Moro, come vittime sostitutive, di vescovi come Luigi Bettazzi, Clemente Riva e Alberto Ablondi, o alla liturgia alternativa celebrata dopo la morte con la famiglia Moro da preti come Italo Mancini e Padre David Maria Turoldo.
Ciò che fu in gioco in quei 55 giorni sul piano politico fu che l’Italia potesse avere un suo ruolo specifico per imprimere una svolta positiva alla storia d’Europa e del mondo che stava per uscire dalla guerra fredda verso l’alternativa tra l’avvio di un mondo pacifico e nuovo o la ricaduta nella violenza predatrice del vecchio (ciò che poi in effetti avvenne).  Cessò di battere con la liquidazione di Moro il cuore vivo della democrazia italiana, cessò l’ipotesi di una politica capace di grandi disegni e meritevole di grandi dedizioni. È avvilente oggi guardare all’arco di questi quarant’anni, a partire dalle lettere di Moro piene di pensiero e severe giudici del potere, scritte dal buio di una segregazione ma cariche di un progetto di futuro, per giungere fino alle vanterie  di un suo lontano successore prive di pensiero e avide di potere, proferite alle luci di un varietà televisivo e distruttrici di ogni progetto utile a rendere possibile un futuro.
Ma al di là della tragedia politica, ciò che fu in gioco nella vicenda Moro fu la riproposizione della falsa ideologia del sacrificio, veleno e farmaco, su cui fin dall’antico furono fondate culture, istituzioni, ragion di Stato e guerre e che sembrava, con la Pasqua cristiana e con il ripudio costituzionale della violenza e della guerra, licenziata per sempre. Tanto meno essa doveva essere riprodotta in un Paese cattolico governato da un partito cristiano. Invece fu subito abbracciata (senza nemmeno deliberazione del Consiglio dei ministri!) l’idea, detta “fermezza”, che la vita di Moro valesse la salvezza della Repubblica: meglio che tredici brigatisti restassero in carcere (tale era il prezzo dello scambio) piuttosto che fosse fatta salva la vita e la prospettiva politica di Moro; meglio che “un uomo solo muoia per tutto il popolo”, come aveva detto Caifa e come fu di nuovo convenuto allora. Perciò scrisse Moro in una delle sue lettere, cancellate dal potere come “non sue”: “muoio, se così desidera il mio partito, nella pienezza della mia fede cristiana e nell’amore immenso per una famiglia esemplare che io adoro e spero di vigilare dall’alto dei cieli”. E lo stesso Cossiga, ministro dell’Interno del tempo, ammise vent’anni dopo, declinando “per coerenza” l’invito a partecipare in Parlamento a una commemorazione dello statista ucciso, che la decisione politica presa dal governo inevitabilmente avrebbe portato all’uccisione di Aldo Moro, ciò di cui  egli era stato “drammaticamente consapevole”.
La pretesa salvifica del sacrificio sta nel concentrare su una vittima, personale o collettiva,  isolata dall’insieme sociale, tutta la violenza, in modo che la sua soppressione venga identificata da tutti col venir meno del male sociale di cui essa è considerata colpevole o causa, così che la violenza sia placata e la società ritrovi sicurezza. Ma perché il meccanismo sacrificale  funzioni occorre che non sia svelato, che non se ne denunci l’arbitrarietà, che la vittima sia in qualche modo consenziente ammettendo la sua colpa. Ma quando l’innocente grida la sua innocenza e invoca la verità, il meccanismo si rompe. La posta in gioco in quei 55 giorni, largamente complice la stampa, fu il formarsi di questa unanimità di consenso, che trovò il suo ostacolo maggiore proprio nella resistenza della vittima che lottò, non per sé ma per tutti, rivendicando la sua innocenza e mostrando con altissima dottrina una via politica di uscita non violenta dalla crisi. Così egli ruppe il congegno vittimario e ne impedì l’esaltazione mistificatrice. Il sacrificio infatti non salva nessuno e finisce per perdere gli stessi sacrificatori, come è dimostrato dagli esiti di tutte le guerre e degli altri olocausti.
Non a caso dei partiti che furono gli autori delle fermissime scelte di allora non ne è rimasto neppur uno. Se invece è rimasta una memoria che è promessa di vita, è proprio la strenua lezione di Moro, politica e pubblica, che nega il valore salvifico della violenza e rivendica l’inesauribile possibilità della politica e del diritto.
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venerdì 27 aprile 2018

LA MICCIA DELLA LIBERAZIONE*


La giustizia e la pace sono le due grandi conquiste della Resistenza su cui è stato costruito l’intero edificio della nostra Costituzione. Esse non erano però solo delle stazioni di partenza ma traguardi da raggiungere e non solo per noi, ma per tutti. A cominciare dal centro, dal Mediterraneo
 Raniero La Valle
 (dal sito “Questione giustizia” di Magistratura Democratica)

È una grande giornata di pace. Perché il 25 aprile 1945 non solo finì una guerra, ma si aprì una nuova pagina della storia d’Italia e della storia del mondo. Noi siamo dentro questa pagina, e ora la dobbiamo scrivere a partire da questo vero centro del mondo che è oggi il Mediterraneo, che deve essere un mare di pace e non di afflizione.
Per questo non è solo un grande onore, ma una gioia per me celebrare la Liberazione qui a Reggio, e non, ad esempio, a Milano, dove soffiò il vento del Nord, o a Roma dove la nuova Repubblica prese inizio. Perché celebrarla qui a Reggio vuol dire cambiare prospettiva, guardare le cose dal futuro, da dove i problemi massimamente si pongono, da questo bacino del Mediterraneo dove la nostra civiltà è nata, e ora deve ripartire per portare a pienezza la civiltà stessa del mondo.
Come ci ha detto la splendida partigiana Anna Condò, noi oggi prima di tutto abbiamo un dovere della memoria. La memoria però non è un deposito dove sono ammassati inerti i fatti del passato, ma è una miccia che accende il presente, che lo fa muovere e vivere; la memoria non è conservatrice, è sovversiva. Per questo ci sono ancora i partigiani. Noi infatti riceviamo il passato come dono, mentre viviamo il futuro come promessa. La Resistenza, la Liberazione, la democrazia, la Costituzione sono i doni che abbiamo ricevuto e che ora dobbiamo mettere a frutto; noi siamo la speranza, concepita nel passato, che ora si realizza. Siamo noi, qui, ciascuno di noi, che decidiamo il destino del mondo. 
Che cosa dunque ci porta la memoria? Io allora ero troppo piccolo per fare la Resistenza, ma abbastanza grande per capire da dove venivamo. Lasciatemelo dire con le parole di un grande poeta e di un grande resistente del tempo, un monaco, padre David Maria Turoldo.

Per padre Turoldo la Resistenza era stata una fuoruscita dalla notte oscura del nazifascismo, nel patimento di un Paese occupato, calpestato da neri stivali. «Aquile e svastiche e canti di morte – come scriverà nella sua poesia – salmi e canti e benedizioni di reggimenti col teschio sui berretti neri sulle camicie nere sui gagliardetti neri...». Contro «quella notte oscura» egli aveva scelto la sua Parte. «Sì, insieme al mio fratello di convento, Camillo de Piaz – racconterà quarant’anni dopo – ho fatto la Resistenza: con molti giovani cattolici, e comunisti, e socialisti, e del Partito d’azione, e altri; con Curiel e Gillo Pontecorvo, e Teresio Olivelli, quello della Preghiera del Ribelle; e con Mario Apollonio e amici dell’Università Cattolica, e altri ancora. Sì, in molti avevamo lottato e sperato insieme».
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