martedì 13 novembre 2018

IL MONACO E IL GESUITA


Raccontare padre Benedetto a Camaldoli

Paternità, esodo e amore. Nell’itinerario del camaldolese Benedetto Calati una singolare anticipazione del magistero profetico di papa Francesco. La Chiesa come pedagogia, la Bibbia non come un simulacro, la “benedetta differenza” nell’unità di maschile e femminile non ridotta al rapporto di coppia
Raniero La Valle

Pubblichiamo il “racconto” che a partire da due fonti inedite è stato fatto a Camaldoli su padre Benedetto Calati il 2 novembre 2018 nell’ambito del colloquio “Abitare il futuro”, ovvero “I robot a immagine di Dio”, promosso dal gruppo “Oggi la parola”, e dedicato all’intelligenza artificiale e al “potenziamento” dell’umano. 

Sono grato per l’invito a parlare stasera di padre Benedetto Calati, nell’ambito di un colloquio che esplora il tema “Abitare il futuro”. Mi sono chiesto però che ragione c’è di parlare di padre Benedetto proprio qui a Camaldoli, dove si sa tutto di lui, se non altro perché ha passato 70 anni della sua vita in questi monasteri ed è stato Superiore generale dei camaldolesi per 18 anni; dunque si direbbe che almeno per i monaci non c’è niente di nuovo che si possa dire di lui.
Per quanto riguarda invece i partecipanti al Colloquio ci si può chiedere che cosa c’entra padre Benedetto con un convegno in cui si parla del futuro, di quello che sarà questo millennio, che si annuncia così diverso dai millenni precedenti perfino nella  concezione dell’umano, un futuro che non sembra corrispondere a nessuna delle visioni profetiche e delle promesse messianiche su cui padre Benedetto ha impostato tutta la vita, un futuro che semmai sembra rientrare piuttosto nel genere della letteratura apocalittica.
Per poter svolgere con una certa tranquillità il mio intervento, devo perciò prima rispondere a queste due domande.
Quanto alla prima, vorrei dire che di padre Benedetto non è mai esaurito il discorso. Ciò vale del resto per ciascuno di noi. Noi siamo un mistero anche per noi stessi; come per Dio di cui siamo immagine c’è per ciascuno di noi un apofatismo, un’impossibilità di descriverci e di definirci fino al più profondo di noi stessi. Così anche per padre Benedetto; non se ne può archiviare l’eredità come se fosse in se stessa conclusa, non c’è un lascito oggettivo che, una volta ricevuto, si possa mettere negli scaffali dell’Antica Farmacia. Vorrei dire che la Parola vivente che è stata la sua vita più la si legge, più cresce con chi la legge, come lui diceva della Parola di Dio con la famosa citazione di san Gregorio Magno.
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martedì 6 novembre 2018

LA LIBERTÀ RINASCA DAL MARE


Un incontro a Milazzo con i giovani “nati nel terzo millennio” di un Istituto tecnico multidisciplinare. Che cosa abbiamo ricevuto dal mare e che cosa buttiamo a mare. Le promesse da realizzare in questo secolo: l’unità di tutti gli uomini, la pace, la tutela della terra
Raniero La Valle

Stralci della conversazione tenuta agli studenti dell’Istituto tecnico economico tecnologico Leonardo da Vinci di Milazzo il 24 ottobre 2018
         
“Che la libertà rinasca dal mare e non ci siano più porti chiusi, muri e frontiere sulla terra”
La ragione di partire dal mare per fare il nostro ragionamento stamattina, è che il mare è parte della nostra vita. Per molti continentali il mare non esiste, o è solo un panorama, o è un luogo dove fare il bagno e le vacanze. Ma il mare non è solo questo. Il mare è causa di vita e parte della vita. Senza il mare la nostra vita, ma anche la nostra storia sarebbe completamente diversa.
          Intanto per alcuni di voi, che frequentate l’Istituto Nautico, sarà anche la vostra professione, il vostro lavoro, il compagno della vita quotidiana. Ma per tutti il mare è un po’ il nostro creatore. Prima di tutto perché qui viviamo in un’isola, che è emersa dalle acque, cioè è stata restituita dal mare. E poi perché dal mare sono arrivati tutti gli apporti che hanno dato forma alla nostra civiltà. Dal mare sono arrivati qui i Fenici, dal mare vengono i grandi miti fondatori, che hanno trovato la loro espressione epica nell’Iliade, nell’Odissea, nell’Eneide, sul mare si è affacciata una delle più grandi civiltà antiche, quella egiziana, a cui forse dobbiamo il monoteismo, dal mare sono arrivati Pietro, Paolo, il cristianesimo che da Roma si è diffuso in tutto il mondo, dal mare sono venuti i primissimi fondamenti di un diritto mite, quello che per esempio ha trovato poi posto nella Costituzione Italiana: il codice di Ur, il codice di Hamurabi, le leggi che nelle società dell’antico Medio Oriente interpretavano il potere come padre del povero, marito della vedova, la forza che compensava la debolezza del debole, il re che faceva giustizia, e così via. Perciò il mare è e deve essere riconosciuto e conservato come un luogo di vita, e non un luogo di morte.
          Ora la tragedia è che da alcuni anni a questa parte, da quando è esploso il fenomeno delle migrazioni, il nostro mare, il mare che sta in mezzo alle nostre terre e perciò si chiama Mediterraneo, è diventato un luogo di morte.
          Solo nel 2016 i morti sono stati 5.000, l’anno precedente erano stati 3.771, l’anno successivo 3.081. Potete vedere voi stessi quali sono le ultime cifre. Ma ora c’è una cosa peggiore dei morti: quelli che morivano era perché non c’era nessuno che li salvasse, quelli che muoiono oggi è perché nessuno deve salvarli, e se salvati non devono toccare terra, devono rimanere per giorni e giorni in una condizione di naufragio e di esclusione: sono gli scarti che il mondo ricco non vuole, che l’Europa non vuole. Ed è successa una cosa che non era mai accaduta prima e che abbiamo visto accadere proprio da qui dalla Sicilia, da Catania, da Pozzallo.
Perché naufragi e naufraghi ci sono sempre stati. Ma non era mai successo che quando un naufrago finalmente avvistasse la terra, e potesse gridare: terra, terra!, non era mai successo che a quella terra gli fosse impedito di approdare, che quella terra gli chiudesse i porti in faccia.
Ma è quello che ha fatto, quello che sta facendo non un qualsiasi privato spietato, è quello che sta facendo la Repubblica Italiana, è quello che stiamo facendo noi come cittadini. E proprio in questo momento si sta discutendo al Senato un decreto che si chiama decreto sulla sicurezza, che è tutto rivolto a far passare il messaggio che qui gli stranieri non devono venire, qui gli stranieri non ci devono stare, che se ne stiano a casa loro, casomai li aiutiamo a casa loro. Ma siamo noi che di casa loro abbiamo fatto degli inferni.
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martedì 30 ottobre 2018

CHIAMATE ALLE ARMI


Cadendo il 4 novembre il centenario della nostra vittoria nella "inutile strage", è utile la lettura, sull'ultimo numero della Civiltà Cattolica (n.4039, ottobre 2018) di un articolo del gesuita Giovanni Sale che rievoca la disfatta di Caporetto, che la precedette nell'ottobre 1917. L'amarezza di questo ricordo non sta tanto nella sconfitta militare che subimmo (è la guerra!) ma nel fatto che dallo stesso comandante supremo Luigi Cadorna essa fu ingenerosamente attribuita alla mancanza di coraggio e all'ammutinamento delle truppe, che si sarebbero rifiutate di combattere, tanto che erano aumentate le esecuzioni di soldati colpevoli di diserzioni, nonché alla debolezza del governo e al "disfattismo" dei neutralisti. A fronte di questi ricordi angosciosi, al di là di ogni retorica celebrativa, torna in tutta la sua forza la denuncia profetica di don Lorenzo Milani nella sua lettera ai giudici sulle guerre combattute anche dall'Italia.
Altrettanto utile è notare che non finiscono mai i giochi delle armi e le chiamate alle armi, come accade anche oggi in Italia con le leggi di persecuzione che sono in cantiere e le culture della discriminazione che il ceto politico sta dispensando a piene mani.
Ma i giochi di guerra e le chiamate alle armi non si fermano qua; a Pittsburg in Pennsylvania in nome della libertà di armarsi di qualsiasi folle antisemita ci hanno rimesso la vita undici ebrei che in sinagoga celebravano il loro shabbat, in Brasile con l'elezione di Bolsonaro in nome della vendetta fascista e imprenditoriale contro le riforme di Lula e di Dilma, rischia di rimetterci la vita l'intero Paese, e forse non solo.

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venerdì 26 ottobre 2018

“NON C’È PIÙ NÉ GIUDEO NÉ GRECO”


Nel dolore del mondo


La cultura della diseguaglianza ha radici antiche, viene dalla filosofia classica e dalla conquista dell’America, solo nel Novecento è stata ripudiata, ed ora ritorna. La costruzione dell’unità umana è la principale tra le attuali urgenze messianiche

Raniero La Valle

Pubblichiamo il discorso tenuto a Portici il 6 ottobre 2018 alla Festa Multiculturale “Pane nostro”del Coordinamento Campano contro le camorre e le mafie.

Cari Amici,
vi potrà stupire che ci sia una citazione biblica (Gal. 3, 28) come titolo di questo mio intervento , quando né le citazioni bibliche né il cristianesimo sembrano oggi molto di moda, e anzi si sta cercando di dare una spallata per abbatterli.
Però a ben vedere anche il titolo di questa vostra Festa multiculturale  è una citazione biblica, “Pane nostro”, anzi è addirittura una citazione del “Padre nostro”. E in sostanza le due citazioni vogliono dire la stessa cosa: e cioè che non c’è nulla di nostro, nemmeno il pane, che non sia anche degli altri, che non sia un nostro di tutti. E se non c’è né Giudeo né Greco è perché non c’è un mondo di soli cittadini e non anche di stranieri, non c’è da una parte un’Europa comunitaria e dall’altra un mondo barbarico di extracomunitari, non c’è un’Italia di residenti che non sia anche un’Italia di immigrati, di fuggiaschi e di nomadi.
Questa è la tesi del nostro discorso. Ma perché cominciare proprio dal mettere insieme Giudei e Greci? Per la buona ragione che nella nostra società non c’è più posto per l’antisemitismo. È vero che per arrivarci ci sono voluti milioni di morti, ma ormai su questo, a parte i negazionisti e gli accecati, sono tutti d’accordo. Allora è bene partire da una posizione da tutti condivisa, per affermarne un’altra altrettanto sacrosanta, e cioè che come non c’è Giudeo e Greco, così non c’è Italiano e Straniero; e questa affermazione è invece oggi fieramente contestata, quando si dice “prima gli Italiani” o addirittura “solo gli Italiani”, come si dice “prima l’America” o “la Francia per prima”. L’altra sera in TV la signora Santanchè diceva che i migranti devono essere respinti in quanto delinquenti, e anche sotto questo profilo doveva valere il motto “prima gli Italiani”, anzi in questo caso il messaggio era “solo gli Italiani, vogliamo  solo i delinquenti italiani”;  e questi ce li dobbiamo tenere almeno fino a quando non si riuscirà a togliere la cittadinanza anche a loro, come prevede il decreto sicurezza del ministro Salvini. 
Allora qui bisogna sapere che è in gioco una grande questione, che ha attraversato tutta la storia, e su cui si decide tutto il nostro futuro: è la questione della diseguaglianza. 

La storia della diseguaglianza

Dire non c’è più Giudeo né Greco, come dissero Paolo e il cristianesimo nascente, era una rivoluzione epocale anzitutto perché gli stessi Ebrei sostenevano una differenza invalicabile tra sé e gli stranieri, che non potevano neanche entrare nel recinto del Tempio, gli uni essendo eletti gli altri dannati;  ma era una novità straordinaria anche perché il pensiero della diseguaglianza dominava non solo l’immaginario religioso, ma tutta la cultura dell’umanità, e non solo nel sentire comune e nell’opinione del volgo, ma ai livelli più alti della filosofia e del pensiero. Quella che dominava era infatti  l’antropologia di Aristotile che divideva la società in signori e servi, e i servi erano tali per natura, “naturaliter servi”, come traducevano i latini. Questa diseguaglianza non dipendeva da contingenti condizioni economiche e sociali, ma era una diseguaglianza originaria; in termini colti si potrebbe dire una diseguaglianza ontologica, per essenza, e quindi umanamente irrimediabile. È la stessa cosa che valeva e vale ancora oggi per le caste in India, per cui mai lì si potrà passare dalla casta dei mercanti o dei servi alla casta dei guerrieri o dei brahamani:  l’unica possibilità di cambiare casta è di morire e ricominciare un’altra vita. E non parliamo poi dei  dalit,  o intoccabili e “fuori casta”, con cui le caste superiori non devono nemmeno venire in contatto; anzi per la strada essi devono camminare al centro per non offuscare con la loro ombra le mura delle case delle caste alte.
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ANCHE LA CULTURA UCCIDE


Prendiamo il lutto perché il Senato ha approvato la legge sulla legittima difesa, difesa che dalle nuove norme viene presunta in una indeterminata serie di casi sempre come proporzionata e legittima. In tal modo viene meno il giudizio, caso per caso, della liceità e della proporzione di una violenza inflitta a terzi, fino ad ucciderli, che saggiamente l’attuale Codice penale affida al giudice, come interprete dell’interesse supremo dello Stato a impedire che ciascuno si faccia giustizia da sé, in una lotta di tutti contro tutti.
Ora manca solo l’approvazione della Camera, peraltro scontata dato che a favore non c’è solo la maggioranza ma anche Forza Italia e Fratelli d’Italia. Può darsi che la nuova legge non provochi subito un correre dei cittadini ad armarsi ed un’impennata della violenza privata, che è l’alibi, non si sa quanto in buona fede, del Movimento 5 stelle, anche in questo caso docile alle pulsioni di Salvini. Certamente però questa è una legge manifesto, una legge che è un annuncio, che tende e sicuramente è atta a diffondere una cultura, un nuovo senso comune, un nuovo riflesso condizionato rispetto a ciò che è giusto ed ingiusto. E per effetto di questa cultura, oggettivamente e senza che se ne possa dare colpa ad alcuno, più persone saranno uccise. Come in America, Questa è la sua gravità.
E questa, su una scala ancora più larga, è la gravità del “decreto immigrazione e sicurezza” già in vigore e in via di conferma in Parlamento. Qui il messaggio, veicolato da proibizioni, reclusioni extragiudiziali fino a sei mesi, revoca della protezione umanitaria, negazione di permessi di soggiorno, abolizione della rete di sicurezza dei Comuni, e forse perfino discriminazioni razziste tra negozi “etnici” e “non etnici” (come una volta tra attività di ebrei e di ariani), è che i migranti non ci devono essere, e se ci sono devono viversi come scarti e come espulsi, devono essere tolti alla vista e deferiti allo sgradimento sociale.
Gli autori di questa legge-manifesto pretendono di interpretare una cultura comune del sospetto e della paura per lo straniero, che invece non esiste, e in realtà la promuovono e l'accrescono, ben sapendo che è la cultura che fonda il potere e dà forma alla società e che il cerchio si chiude quando la cultura vuole le stesse cose che vuole il potere.
È questa la ragione per cui il messaggio, l’annuncio, la comunicazione veicolati dal potere sono determinanti. Nel poverissimo Vietnam del Nord, ai tempi dell’aggressione americana, non c’erano radio e televisione, ma altoparlanti piazzati in tutte le vie e in tutte le piazze che incessantemente educavano e incitavano il popolo a resistere agli invasori; era un’ossessione, ma alla fine il piccolo Vietnam sconfisse gli Stati Uniti. In quel caso tecniche pur rudimentali di persuasione di massa furono usate per un fine giusto. Ma quando si trattò di rimettere sul trono mondiale la guerra che era stata esorcizzata e ripudiata durante il lungo periodo delle deterrenza atomica, tutto l’apparato della comunicazione, giornali, radio, televisioni, intellettuali, opinionisti, Parlamenti furono mobilitati per cambiare la cultura comune al fine di rilegittimare e rendere gradevole la guerra, rinominata come umanitaria, democratica, giusta, doverosa e salvifica. Fu per quello che si fece la prima guerra del Golfo, a inaugurazione del bel ciclo storico che ci ha portato fin qui. Da allora quella cultura non ha cessato di uccidere.
La capacità di manipolazione delle idee a livello di massa è grandemente cresciuta nell’era digitale. Notizie recenti indicano che in Italia chi ha saputo meglio organizzare la persuasione politica attraverso il web, le reti social, le mailing list, tutti integrati in un sofisticato sistema informatico gestito da un team di esperti, è stato Salvini, che butta tutto in propaganda, dalla rosa per Desirée, la ragazza romana che la sua polizia non ha saputo difendere, ai tweet. I software non mancano. Ci sono servizi on line che offrono account verificati, con tanto di cellulare, a 10 centesimi l’uno, si possono aggregare migliaia di indirizzi in poche ore con poche centinaia di euro. Molte notizie, notizie semivere, non-notizie, slogan diventano virali grazie alle strategie di questa comunicazione politica.
Tutto questo dovrebbe suscitare un’attenzione nuova, anzi prioritaria, al ruolo della scuola, della comunicazione, della cultura rispetto alla società che stiamo costruendo. Non solo l’economia uccide, come dice papa Francesco, anche la cultura uccide. Come dimenticare del resto che la cultura della diseguaglianza per natura degli esseri umani, che è giunta fino ai razzismi del Novecento, che ancora abitano tra noi, è partita da Aristotile, dalla società dei signori e dei servi, e attraverso la conquista dell’America e la negazione dell’umanità degli indios, e poi dei “negri” e perfino dei proletari, attraverso Hegel e Spencer e Croce è arrivata fino a noi? Questa è la forza dell’annuncio, ma questa sarebbe anche la forza del “buon annuncio” (che in greco si chiama Vangelo) se lo sapessimo dare.


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giovedì 18 ottobre 2018

SANTO IL POPOLO DEL SALVADOR

Una delegazione salvadoregna venuta per partecipare alla canonizzazione di mons. Romero in san Pietro ci ha informato della lunga battaglia in corso in Salvador per far luce sul suo assassinio, ancora coperto dalle nebbie dell’omertà, e ottenere giustizia per le migliaia di vittime di quella lunga guerra di repressione dopo che una legge sull’amnistia voluta dal governo di destra ha inteso cancellarne tutti i delitti e assicurare l’impunità ai colpevoli.
   Anche in  Salvador va affermato il valore della memoria, la sua potenzialità redentiva e riparatrice; tuttavia la giustizia rivendicata dalle vittime che, come dice l’Apocalisse, hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello, non consiste, com’è nella logica mondana,  nel punire i colpevoli e nell’infliggere loro un pari dolore, ma nel far sì che la causa per cui esse hanno donato la vita sia vinta e i valori che hanno testimoniato col loro sacrificio siano ripristinati e salvaguardati per il bene di tutti e soprattutto dei poveri.
   Questo è anche il senso del riscatto ottenuto nella gloria di san Pietro dalla memoria, così a lungo osteggiata e offesa nella stessa Chiesa, del vescovo Romero. Nella sua canonizzazione è avvenuta una cosa straordinaria, che non era mai accaduta prima: un ottavo santo è stato proclamato, accanto agli altri sette, accanto al papa, al vescovo, ai due preti, alle due suore e al giovane precario, e questo santo non è una persona, è un popolo, il popolo del Salvador, anch’esso martirizzato in odio alla fede: non solo infatti esso è stato perseguitato e ucciso per la sua resistenza al potere militare e politico, ma perché a rinsaldare questa sua resistenza era sopraggiunto il suo ascolto del Vangelo, predicato ai poveri dai poveri, tanto che a cadere per primi sono stati catechisti e gesuiti, lettori della Parola e militanti dei diritti umani, e lo slogan corrente in quegli anni da parte degli oppressori omicidi era “haga Patria, mata a un cura”, che vuol dire: sii patriota, ammazza un prete.
   Non si possono separare perciò la santità del vescovo e la santità del popolo. Del resto lo aveva detto mons. Romero: se mi uccidono risorgerò nel mio popolo. Il popolo del Salvador è stato vittima di un genocidio, perpetrato da “una tirannia evidente e prolungata”, di quelle che a detta di Paolo Vi, l’altro cristiano dichiarato santo il 14 ottobre, giustificano perfino il male del ricorso all’insurrezione rivoluzionaria (n. 31 della “Populorum progressio”). Non è stata infatti solo una repressione, è stato un genocidio quello del popolo della piccola repubblica del  Centro America, secondo la definizione di genocidio data dalla Convenzione internazionale del ’48 e secondo la sentenza del Tribunale permanente dei popoli che nel 1981 ha giudicato, a Città del Messico, il caso del Salvador; è stato questo il prezzo sacrificale pagato  a un sistema malvagio e oppressivo posto a difesa della ricchezza di alcuni, in pratica dell’oligarchia spagnola di 14 famiglie.  Da questo è stata colpita e convertita la Chiesa: perché, aveva detto il vescovo Romero, quando il popolo è perseguitato è la Chiesa che è perseguitata. Era questa la ragione per cui la Chiesa non poteva venire a patti col governo, come voleva papa Woytjla; non si può, non si può se si segue il Vangelo,  passare dal campo dei perseguitati a quello dei persecutori.
   Dunque c’era un’identificazione tra Chiesa e popolo, Romero e popolo sono stati uccisi insieme, e perciò oggi sono santi insieme, san Romero d’America e il popolo santo del Salvador.
   Ma può essere santo un popolo, che certo comprende atei e peccatori? Papa Francesco nella sua “Gaudete et exsultate” ha spiegato bene che cosa sono i santi, i santi della vita quotidiana, i santi della porta accanto: “Non tutto quello che dice un santo è pienamente fedele al Vangelo, non tutto quello che fa è autentico e perfetto. Ciò che bisogna contemplare è l’insieme della sua vita”, ha scritto Francesco. Così è anche di un popolo, tanto più in questo caso quando il popolo innocente del Salvador ha resistito e svelato al mondo il meccanismo sacrificale nel quale era chiamato a fare la parte della vittima: un meccanismo che nella sua versione moderna era giunto fino a rovesciare la sentenza di Caifa: “È  bene che un popolo intero muoia per il vantaggio solo di pochi”. È per questo svelamento – perché altri popoli comprendano e resistano – che il vescovo Romero è stato chiamato santo ben prima che la sua effige fosse innalzata sulla facciata di san Pietro, e insieme a lui santi sono Marianella Garcia Villas, che instancabilmente quel meccanismo genocida aveva denunciato al mondo mentre era in atto, e Rutilio Grande, ucciso per primo con i contadini di Aguilares, e i gesuiti dell’Università cattolica, e i decapitati e gli spariti e le donne stuprate e lacerate nel ventre ancora palpitante del figlio. 


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venerdì 5 ottobre 2018

PERCHÈ LO ODIANO



Perché vogliono distruggere papa Francesco fino a chiederne le dimissioni e a volere un nuovo Conclave?
La cosa è diventata chiara all’apertura del Sinodo dei giovani. Dopo tanto parlare della crisi dei giovani, del loro sbandarsi senza la bussola di una vocazione, del loro aver perduto la fede, il papa nel discorso dall’altare all’apertura dell’assise ha chiesto loro di “non smettere di profetizzare”; ma perché questo avvenga, perché i giovani amplino i loro cuori alla dimensione del mondo, sono gli adulti o anziani, a cominciare dai vescovi, che devono cambiare, “allargare lo sguardo”. Essi devono essere capaci di sogni e speranze, perché i giovani siano capaci di profezia e di visione.  È un singolare rovesciamento: il papa avrebbe potuto chiedere ai vecchi patriarchi, cardinali, vescovi e preti di fornire la profezia della retta dottrina ai giovani che in genere sono perduti dietro i loro sogni e speranze, e invece ha chiesto agli anziani di sognare e sperare, perché i giovani ne traggano linfa per profetizzare e spingere oltre la vista. Anziani e giovani, secondo il papa, devono sognare insieme, e noi anziani dobbiamo sperare facendoci carico insieme a loro di lottare contro ciò che impedisce alla loro vita di svilupparsi con dignità, e di lavorare per rovesciare le situazioni di precarietà di esclusione e di violenza alle quali sono esposti; e così si ispiri ai giovani “la visione di un futuro ricolmo della gioia del Vangelo” contro i profeti di calamità e di sventura.
Ancora una volta dunque il papa annuncia la gioia, come nell’ “Evangelii gaudium”, nella “Veritatis gaudium”, la “Misericordiae vultus”, la “Laudato sì”, la “Gaudete et exsultate”, l’ “Amoris laetitia”.
Gli avversari non vogliono la gioia, sono intenti ad infliggere dolore: senza dolore il potere non regge, le guerre non si possono fare, i poveri non possono essere esclusi, i naufraghi non possono essere fatti affondare, i porti non si possono chiudere, l’economia non può uccidere, le armi non si possono vendere. Il dolore ci vuole, l’amore deve produrre tormento e non gioia, la massa dannata deve essere soggiogata con la legge e ricattata con la “morte seconda”, la perfetta letizia predicata dal Francesco di Assisi deve essere spregiata come una bambinata buonista.
La ragione per cui papa Francesco è avversato è, a ben vedere, la stessa ragione per cui è stata distrutta la politica; la politica, infatti, fin da Aristotile, ma poi perfino nelle Costituzioni moderne, doveva essere ordinata alla felicità o almeno, come diceva la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti, a garantire il diritto alla ricerca della felicità; doveva corrispondere all’ordine del cosmo o, più modernamente, doveva non solo salvaguardare “la nuda vita”, ma promuovere “la buona vita”; e perfino l’Europa, prima di tradire, si era presentata al mondo con l’Inno alla gioia.
Ma la gioia e il potere che si pretende indiviso, la gioia e il denaro che governa invece di servire, la gioia e il debito sovrano, la gioia e la confisca delle coscienze per addomesticarle a essere oggetto di dominio e di scarto, non vanno d’accordo, non abitano su monti vicini, anzi sono incompatibili.
Per questo motivo oggi viviamo nella contraddizione - e in gran parte è una nuova contraddizione – di una Chiesa ed un papa che militano per la gioia, e un’antichiesa e un mondo che lottano per il dolore. Non a caso la reazione contro il papa si è organizzata e scatenata con “i dubbi” e il rifiuto dell’ “Amoris laetitia”, cioè delle nuove nozze tra l’amore e la gioia.
Da qui nasce la nostra sofferenza di oggi, che potremmo chiamare una sofferenza messianica, perché si fa carico del futuro quando ne va dell’avverarsi o del fallire della promessa di salvezza che dai tempi antichi fino ad oggi ha accompagnato e lenito l’arduo cammino dell’umanità.
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