giovedì 18 ottobre 2018

SANTO IL POPOLO DEL SALVADOR

Una delegazione salvadoregna venuta per partecipare alla canonizzazione di mons. Romero in san Pietro ci ha informato della lunga battaglia in corso in Salvador per far luce sul suo assassinio, ancora coperto dalle nebbie dell’omertà, e ottenere giustizia per le migliaia di vittime di quella lunga guerra di repressione dopo che una legge sull’amnistia voluta dal governo di destra ha inteso cancellarne tutti i delitti e assicurare l’impunità ai colpevoli.
   Anche in  Salvador va affermato il valore della memoria, la sua potenzialità redentiva e riparatrice; tuttavia la giustizia rivendicata dalle vittime che, come dice l’Apocalisse, hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello, non consiste, com’è nella logica mondana,  nel punire i colpevoli e nell’infliggere loro un pari dolore, ma nel far sì che la causa per cui esse hanno donato la vita sia vinta e i valori che hanno testimoniato col loro sacrificio siano ripristinati e salvaguardati per il bene di tutti e soprattutto dei poveri.
   Questo è anche il senso del riscatto ottenuto nella gloria di san Pietro dalla memoria, così a lungo osteggiata e offesa nella stessa Chiesa, del vescovo Romero. Nella sua canonizzazione è avvenuta una cosa straordinaria, che non era mai accaduta prima: un ottavo santo è stato proclamato, accanto agli altri sette, accanto al papa, al vescovo, ai due preti, alle due suore e al giovane precario, e questo santo non è una persona, è un popolo, il popolo del Salvador, anch’esso martirizzato in odio alla fede: non solo infatti esso è stato perseguitato e ucciso per la sua resistenza al potere militare e politico, ma perché a rinsaldare questa sua resistenza era sopraggiunto il suo ascolto del Vangelo, predicato ai poveri dai poveri, tanto che a cadere per primi sono stati catechisti e gesuiti, lettori della Parola e militanti dei diritti umani, e lo slogan corrente in quegli anni da parte degli oppressori omicidi era “haga Patria, mata a un cura”, che vuol dire: sii patriota, ammazza un prete.
   Non si possono separare perciò la santità del vescovo e la santità del popolo. Del resto lo aveva detto mons. Romero: se mi uccidono risorgerò nel mio popolo. Il popolo del Salvador è stato vittima di un genocidio, perpetrato da “una tirannia evidente e prolungata”, di quelle che a detta di Paolo Vi, l’altro cristiano dichiarato santo il 14 ottobre, giustificano perfino il male del ricorso all’insurrezione rivoluzionaria (n. 31 della “Populorum progressio”). Non è stata infatti solo una repressione, è stato un genocidio quello del popolo della piccola repubblica del  Centro America, secondo la definizione di genocidio data dalla Convenzione internazionale del ’48 e secondo la sentenza del Tribunale permanente dei popoli che nel 1981 ha giudicato, a Città del Messico, il caso del Salvador; è stato questo il prezzo sacrificale pagato  a un sistema malvagio e oppressivo posto a difesa della ricchezza di alcuni, in pratica dell’oligarchia spagnola di 14 famiglie.  Da questo è stata colpita e convertita la Chiesa: perché, aveva detto il vescovo Romero, quando il popolo è perseguitato è la Chiesa che è perseguitata. Era questa la ragione per cui la Chiesa non poteva venire a patti col governo, come voleva papa Woytjla; non si può, non si può se si segue il Vangelo,  passare dal campo dei perseguitati a quello dei persecutori.
   Dunque c’era un’identificazione tra Chiesa e popolo, Romero e popolo sono stati uccisi insieme, e perciò oggi sono santi insieme, san Romero d’America e il popolo santo del Salvador.
   Ma può essere santo un popolo, che certo comprende atei e peccatori? Papa Francesco nella sua “Gaudete et exsultate” ha spiegato bene che cosa sono i santi, i santi della vita quotidiana, i santi della porta accanto: “Non tutto quello che dice un santo è pienamente fedele al Vangelo, non tutto quello che fa è autentico e perfetto. Ciò che bisogna contemplare è l’insieme della sua vita”, ha scritto Francesco. Così è anche di un popolo, tanto più in questo caso quando il popolo innocente del Salvador ha resistito e svelato al mondo il meccanismo sacrificale nel quale era chiamato a fare la parte della vittima: un meccanismo che nella sua versione moderna era giunto fino a rovesciare la sentenza di Caifa: “È  bene che un popolo intero muoia per il vantaggio solo di pochi”. È per questo svelamento – perché altri popoli comprendano e resistano – che il vescovo Romero è stato chiamato santo ben prima che la sua effige fosse innalzata sulla facciata di san Pietro, e insieme a lui santi sono Marianella Garcia Villas, che instancabilmente quel meccanismo genocida aveva denunciato al mondo mentre era in atto, e Rutilio Grande, ucciso per primo con i contadini di Aguilares, e i gesuiti dell’Università cattolica, e i decapitati e gli spariti e le donne stuprate e lacerate nel ventre ancora palpitante del figlio. 


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venerdì 5 ottobre 2018

PERCHÈ LO ODIANO



Perché vogliono distruggere papa Francesco fino a chiederne le dimissioni e a volere un nuovo Conclave?
La cosa è diventata chiara all’apertura del Sinodo dei giovani. Dopo tanto parlare della crisi dei giovani, del loro sbandarsi senza la bussola di una vocazione, del loro aver perduto la fede, il papa nel discorso dall’altare all’apertura dell’assise ha chiesto loro di “non smettere di profetizzare”; ma perché questo avvenga, perché i giovani amplino i loro cuori alla dimensione del mondo, sono gli adulti o anziani, a cominciare dai vescovi, che devono cambiare, “allargare lo sguardo”. Essi devono essere capaci di sogni e speranze, perché i giovani siano capaci di profezia e di visione.  È un singolare rovesciamento: il papa avrebbe potuto chiedere ai vecchi patriarchi, cardinali, vescovi e preti di fornire la profezia della retta dottrina ai giovani che in genere sono perduti dietro i loro sogni e speranze, e invece ha chiesto agli anziani di sognare e sperare, perché i giovani ne traggano linfa per profetizzare e spingere oltre la vista. Anziani e giovani, secondo il papa, devono sognare insieme, e noi anziani dobbiamo sperare facendoci carico insieme a loro di lottare contro ciò che impedisce alla loro vita di svilupparsi con dignità, e di lavorare per rovesciare le situazioni di precarietà di esclusione e di violenza alle quali sono esposti; e così si ispiri ai giovani “la visione di un futuro ricolmo della gioia del Vangelo” contro i profeti di calamità e di sventura.
Ancora una volta dunque il papa annuncia la gioia, come nell’ “Evangelii gaudium”, nella “Veritatis gaudium”, la “Misericordiae vultus”, la “Laudato sì”, la “Gaudete et exsultate”, l’ “Amoris laetitia”.
Gli avversari non vogliono la gioia, sono intenti ad infliggere dolore: senza dolore il potere non regge, le guerre non si possono fare, i poveri non possono essere esclusi, i naufraghi non possono essere fatti affondare, i porti non si possono chiudere, l’economia non può uccidere, le armi non si possono vendere. Il dolore ci vuole, l’amore deve produrre tormento e non gioia, la massa dannata deve essere soggiogata con la legge e ricattata con la “morte seconda”, la perfetta letizia predicata dal Francesco di Assisi deve essere spregiata come una bambinata buonista.
La ragione per cui papa Francesco è avversato è, a ben vedere, la stessa ragione per cui è stata distrutta la politica; la politica, infatti, fin da Aristotile, ma poi perfino nelle Costituzioni moderne, doveva essere ordinata alla felicità o almeno, come diceva la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti, a garantire il diritto alla ricerca della felicità; doveva corrispondere all’ordine del cosmo o, più modernamente, doveva non solo salvaguardare “la nuda vita”, ma promuovere “la buona vita”; e perfino l’Europa, prima di tradire, si era presentata al mondo con l’Inno alla gioia.
Ma la gioia e il potere che si pretende indiviso, la gioia e il denaro che governa invece di servire, la gioia e il debito sovrano, la gioia e la confisca delle coscienze per addomesticarle a essere oggetto di dominio e di scarto, non vanno d’accordo, non abitano su monti vicini, anzi sono incompatibili.
Per questo motivo oggi viviamo nella contraddizione - e in gran parte è una nuova contraddizione – di una Chiesa ed un papa che militano per la gioia, e un’antichiesa e un mondo che lottano per il dolore. Non a caso la reazione contro il papa si è organizzata e scatenata con “i dubbi” e il rifiuto dell’ “Amoris laetitia”, cioè delle nuove nozze tra l’amore e la gioia.
Da qui nasce la nostra sofferenza di oggi, che potremmo chiamare una sofferenza messianica, perché si fa carico del futuro quando ne va dell’avverarsi o del fallire della promessa di salvezza che dai tempi antichi fino ad oggi ha accompagnato e lenito l’arduo cammino dell’umanità.
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martedì 2 ottobre 2018

IENE

Che cos'altro ci vuole per capire che cosa ci viene proposto di essere e quanto strenua deve essere la lotta per non diventarlo? Vogliono che introduciamo nel nostro Codice penale ciò che nemmeno il Codice Rocco buonanima sopporterebbe, e cioè il reato di "integralismo islamico". Reato non solo d'opinione, vietatissimo ed esorcizzato nella nostra Costituzione, ma reato di esagerata fede religiosa, fattispecie giuridica di straordinaria modernità, quale neanche l'Unione Sovietica riuscì ad inventare istituendo il reato di mancato ateismo.
L'introduzione del reato di integralismo islamico è stata illustrata dalla signora Santanchè in TV, non in una trasmissione delle Iene, ma in una compassata puntata di "Otto e mezzo" della Gruber. Si tratta di una proposta dei "Fratelli d'Italia" (pezzetto giustamente minoritario della destra, giustamente all'opposizione) per combattere l'immigrazione e risolvere il problema della delinquenza straniera in Italia. La motivazione di questo reato, secondo i proponenti che siedono in Parlamento, è quella comune a tutta la destra: "prima gli italiani". In questo caso, secondo la signora Santanchè non si tratterebbe di dire "prima i delinquenti italiani", ma "solo i delinquenti italiani, ne abbiamo anche troppi!", intendendosi che i migranti e i naufraghi che arrivano devono essere respinti in quanto delinquenti, o almeno in quanto delinquenti islamici. In tal caso l'art. 10 della Costituzione dovrebbe essere modificato così: "Lo straniero (fatta eccezione degli integralisti islamici), cui sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione Italiana, ha diritto di asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Dello straniero che fugge dalla fame, dalla miseria e dalla guerra, ateo o credente esagerato o moderato che sia, non se ne parla nemmeno".
A suffragare questa svolta di civiltà a cui siamo invitati la senatrice passata a "Fratelli d'Italia" ha citato e richiamato in vita un cardinale ricordato da pochi, il cardinale Biffi che fu successore di Lercaro a Bologna. Disse il cardinale Biffi, anche lui non in una trasmissione delle Iene, che l'Italia doveva aprirsi a un'immigrazione selezionata. Cardinali che scandalizzano i piccoli in una Chiesa matrigna, possono essere non solo i pedofili alla Mc Carrik, grazie a Francesco ormai privato della porpora. Dunque secondo Biffi e questo filone di pensiero l'immigrazione dovrebbe essere selettiva. "Selezionata" da chi? Gli imprenditori e i caporali selezionerebbero quelli di buona statura e dalla muscolatura adeguata, come nel romanzo di Salvatore Maira, "Centomila muli", gli ufficiali ellenici selezionavano a Messina i muli più robusti da mandare per mare in Grecia, come riparazioni di guerra che l'Italia doveva pagare per la sua aggressione. Gli integralisti cattolici o "atei credenti" desiderosi di restaurare il regime di cristianità, selezionerebbero solo i cattolici o al massimo, per allargare il bacino dell'utenza, solo i cristiani di qualunque confessione.
In tal caso non ci sarebbe più né Costituzione né civiltà, per non parlare della libertà religiosa.
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