venerdì 3 gennaio 2014

L’UMANO NON È SOLO NATURA

Le risposte al Sinodo dei vescovi
 di Raniero La Valle 
Tra le 38 domande che il papa ha fatto rivolgere ai vescovi e a tutta la Chiesa in preparazione del Sinodo straordinario sulla famiglia, ce ne sono alcune che fanno riferimento alla “legge naturale”, dando per scontato che il matrimonio sia un istituto di diritto naturale e che a questo diritto di natura  corrisponda un solo modello di matrimonio, tra i molti storicamente esistenti, cioè il matrimonio monogamico indissolubile tra un uomo e una donna, assurto per i battezzati alla dignità di sacramento.
Basta questo per dire come la Chiesa di Bergoglio si stia per affacciare sul mare aperto, ponendo all’ordine del giorno la questione antropologica fondamentale, su cui si gioca il futuro dell’età moderna, il problema cioè di “che cos’è umano”. È una questione che va al di là di quella della famiglia, e riguarda tutta la vita dell’uomo sulla terra. La posta è molto alta. Per dire che cos’è l’uomo non basta infatti chiedersi ciò che già e fin dall’inizio è iscritto nella sua natura; per sapere oggi che cos’è umano si deve interrogare la cultura che l’uomo ha aggiunto alla natura,  la storia in cui egli è cresciuto,  il diritto positivo con cui  ha incivilito il vecchio stato selvaggio, e la grazia con cui Dio ha messo il divino nell’umano, facendo dell’uomo una “nuova creatura”. È umano non solo ciò che lo è per natura, ma ciò che è umano per cultura e per grazia.
Se questa seconda tesi è vera, è chiaro che la domanda antropologica interpella la fede. Perché se bastasse la “legge naturale” e questa fosse una legge “promulgata dalla ragione” grazie alla “partecipazione della creatura razionale alla legge eterna di Dio” e come tale fosse accessibile a tutti e capace di fondare “un’etica universale”, come spiegava nel 2007 Benedetto XVI alla Commissione teologica internazionale, non ci sarebbe bisogno d’altro, né di cultura, né di diritto positivo, e nemmeno sarebbe stato necessario che Dio si facesse uomo, e ne venisse fuori il Vangelo. E agli uomini si potrebbe dire: avete il diritto naturale? Ebbene, salvatevi con quello.
Senonchè la Chiesa è oggi impegnata proprio a raccontare la fede, e non al solito modo, come stava scritto nei vecchi libri penitenziali o negli editti costantiniani, ma “in quel modo che la nostra età esige”, come aveva deciso di fare il Concilio secondo il mandato conferitogli da papa Giovanni; e come il Concilio fece ben più di quanto dopo si sia voluto ammettere.. Ed ora è proprio questo che il nuovo papa ha ricominciato a fare: come ha detto nell’intervista programmatica alla “Civiltà cattolica”, pubblicata il 19 settembre, “il Vaticano II è stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea. Ha prodotto un movimento di rinnovamento che semplicemente viene dallo stesso Vangelo. I frutti sono enormi. Basta ricordare la liturgia. Il lavoro della riforma liturgica è stato un servizio al popolo come rilettura del Vangelo a partire da una situazione storica concreta”; e al di là delle controversie ermeneutiche su “continuità” e “discontinuità”, questa “dinamica di lettura del Vangelo attualizzata nell’oggi è assolutamente irreversibile”. E infatti oggi si prega in modo diverso, con parole diverse, con rapporti di comunione diversi.
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giovedì 12 dicembre 2013

RISPONDERE AL PAPA


di Raniero La Valle           
                                                                                                                                           
   Gli risposero
  (Marco 8,28; Luca 24,19)
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La Comunità San Francesco Saverio di Trento, il gruppo di credenti “Chiccodisenape” di Torino, la Comunità di San Paolo di Roma, la Scuola di antropologia “Vasti”, i gruppi di “Noi siamo Chiesa”, la Comunità di Sant’Angelo e il Laboratorio Sinodalità laicale LaSila di Milano, donne cattoliche e moltissimi altri gruppi e persone, per parlare solo dell’Italia, stanno preparando le risposte ad un questionario. Ma questa volta dovranno usare carta, busta e un francobollo, e spedire le risposte entro il 31 dicembre a Mons. Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo dei vescovi, c/o Segreteria del Sinodo, via della Conciliazione 34 - 00120 Città del Vaticano, perché si tratta di rispondere a tutte o ad alcune delle trentotto domande che il papa Francesco ha fatto rivolgere a tutta la Chiesa per prendere decisioni pastorali e teologiche su temi cruciali della famiglia e della condizione umana sulla terra. 

E’ una novità.
Fu Pio XII che per primo fece un timidissimo accenno a un’opinione pubblica nella Chiesa, alludendo a una qualche voce in capitolo dei fedeli, ma la cosa non ebbe alcun seguito. Arrivò poi il Concilio, e la parola la diede ai vescovi, ma poi fu tolta anche a loro: Paolo VI decise da solo sulla contraccezione e ne blindò il divieto nella “Humanae vitae”, e poi si inventò un Sinodo dei vescovi senza alcun potere, senza collegialità e con i dibattiti tenuti segreti, e riservati al buon uso del papa. Così per cinquant’anni la grande idea riformatrice del Concilio di una Chiesa identificata col popolo di Dio e governata dal papa e dai vescovi in comunione con lui è rimasta lettera morta, e non a caso la compagine cattolica è giunta alla crisi devastante che ha portato alle dimissioni di Benedetto XVI.
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giovedì 5 dicembre 2013

Un manifesto di economia democratica


Papa Francesco: dallo sfruttamento all’esclusione.
Pubblichiamo questo stralcio della lettera di papa Francesco “Evangelii Gaudium” del 24/11/2013 che potrebbe essere un manifesto di economia democratica.
I. Alcune sfide del mondo attuale
52. L’umanità vive in questo momento una svolta storica che possiamo vedere nei progressi che si producono in diversi campi. Si devono lodare i successi che contribuiscono al benessere delle persone, per esempio nell’ambito della salute, dell’educazione e della comunicazione. Non possiamo tuttavia dimenticare che la maggior parte degli uomini e delle donne del nostro tempo vivono una quotidiana precarietà, con conseguenze funeste. Aumentano alcune patologie. Il timore e la disperazione si impadroniscono del cuore di numerose persone, persino nei cosiddetti paesi ricchi. La gioia di vivere frequentemente si spegne, crescono la mancanza di rispetto e la violenza, l’inequità diventa sempre più evidente. Bisogna lottare per vivere e, spesso, per vivere con poca dignità. Questo cambiamento epocale è stato causato dai balzi enormi che, per qualità, quantità, velocità e accumulazione, si verificano nel progresso scientifico, nelle innovazioni tecnologiche e nelle loro rapide applicazioni in diversi ambiti della natura e della vita. Siamo nell’era della conoscenza e dell’informazione, fonte di nuove forme di un potere molto spesso anonimo.
No a un’economia dell’esclusione
53. Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole.
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venerdì 22 novembre 2013

LA CHIESA DI FRANCESCO METTE IN QUESTIONE IL SISTEMA: E NOI?

di Raniero La Valle
“Era una cosa molto comune: uno che lavorava con i poveri era comunista… E anche se non è vero, sono già tutti convinti, è già scritto che i preti che lavorano con i poveri sono comunisti”. Queste parole fanno parte della deposizione che l’8 novembre 2010 il cardinale Jorge Mario Bergoglio, allora arcivescovo di Buenos Aires e oggi papa Francesco, fece alla Corte argentina che indagava sui crimini della dittatura militare. In particolare la Corte si stava occupando delle torture e dei delitti perpetrati nella Escuela superior de mecánica  de la Armada, la scuola degli ufficiali della Marina militare argentina a Buenos Aires, dove erano stati tenuti sotto sequestro e tormentati due religiosi della Compagnia di Gesù, della quale all’epoca dei fatti, nel 1977, Bergoglio era il padre provinciale.
In quell’interrogatorio, pubblicato ora nel libro di Nello Scavo, “La lista di Bergoglio, i salvati da Francesco durante la dittatura”, il cardinale di Buenos Aires spiegava che questa idea per la quale tutti i preti che operavano per i poveri sarebbero stati comunisti, era presente in Argentina anche prima dell’avvento del regime militare; né l’accusa di comunismo colpiva solo i cristiani che seguivano quel filone della “teologia della liberazione” che si diceva facesse ricorso a un’ermeneutica marxista: non era questa la posizione dei gesuiti perseguitati dal regime militare, secondo l’arcivescovo di Buenos Aires, né si poteva far risalire unicamente al Concilio Vaticano II il fatto che vi fossero preti particolarmente impegnati con i poveri, come i cosiddetti “curas villeros” (preti delle baraccopoli).  In realtà, diceva Bergoglio,

“la scelta dei poveri risale ai primi secoli del cristianesimo. È nello stesso Vangelo. Se io oggi leggessi come omelia alcuni dei sermoni dei primi Padri della Chiesa, del II-III secolo, su come si debbano trattare i poveri, direste che la mia omelia è da marxista o da trotzkista. La Chiesa ha sempre onorato la scelta di preferire i poveri. Considerava i poveri il tesoro della Chiesa. Durante la persecuzione del diacono Lorenzo che era amministratore della diocesi, quando gli chiesero di portare tutti i tesori della Chiesa, si presentò con una marea di poveri e disse: “Questi sono i tesori della Chiesa”[1]… Durante il Concilio Vaticano II si riformulò la definizione della Chiesa come popolo di Dio ed è da lì che questo concetto si rinforza e, nella seconda Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano a Medellin, si trasforma nella forte identità dell’America Latina”.

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venerdì 15 novembre 2013

LA SVOLTA


di Raniero La Valle  

Fu Pio XII che per primo fece un timidissimo accenno a un’opinione pubblica nella Chiesa, alludendo a una qualche voce in capitolo dei fedeli, ma la cosa non ebbe alcun seguito. Arrivò poi il Concilio, e la parola la diede ai vescovi, ma poi fu tolta anche a loro: Paolo VI decise da solo sulla contraccezione e ne blindò il divieto nella “Humanae vitae”, e poi si inventò un Sinodo dei vescovi senza alcun potere, senza collegialità e con i dibattiti tenuti segreti, e riservati al buon uso del papa. Così per cinquant’anni la grande idea riformatrice del Concilio di una Chiesa identificata col popolo di Dio e governata dal papa e dai vescovi in comunione con lui è rimasta lettera morta, e non a caso la compagine cattolica è giunta alla crisi devastante che ha portato alle dimissioni di Benedetto XVI.
Ed ecco che ora riappare il popolo di Dio nella sua identificazione con la Chiesa, a lui sono rivolte 38 domande e si innesca un grandioso processo sinodale e collegiale  che dalla attuale consultazione dei fedeli (ma anche, se vogliono, degli infedeli) giungerà fino al Sinodo straordinario del 2014, dedicato ai problemi più urgenti, e a quello ordinario del 2015, in cui si prenderanno determinazioni pastorali ed evangeliche più mature e a lungo termine riguardanti cruciali problemi della vita umana sulla terra.
È la svolta che ci si aspettava da papa Francesco, dopo le grandi parole da lui dette nei primi sette mesi di pontificato, da cui già si poteva capire quale sarebbe stato il cammino. Come il Concilio, evento altrettanto innovatore, il processo sinodale e collegiale oggi avviato ha la finalità di un annuncio della fede in quei modi “che la nostra età esige” (un’età in cui è mutata l’autocomprensione dell’uomo), ma ha esteso la platea dei chiamati a prendere la parola per dire quali sono le esigenze che la nostra età pone alla fede.
Dal punto di vista teologico sono chiari i fondamenti di questa svolta: la fede trasmessa dagli apostoli è anche la fede degli uomini della “cerchia degli apostoli”, di cui parla il Concilio, ovvero la fede dei discepoli che attraverso una ininterrotta successione di secoli, tramandata e arricchita dalla universalità dei fedeli, è giunta fino a noi. È giusto quindi che ad essere interrogati sui problemi della sopravvivenza della fede nel nostro tempo non siano solo i successori degli apostoli ma anche i discepoli e, come destinatari dell’annuncio, anche tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Se se ne vuole trovare un indizio nelle precedenti esternazioni di papa Francesco, si può trovare nell’osservazione da lui fatta nelle omelie a Santa Marta, riguardo a quelle comunità cristiane del Giappone che nel XVII secolo, dopo la cacciata dei missionari stranieri, erano rimaste senza sacerdoti per più di duecento anni. “Ma quando dopo questo tempo sono tornati di nuovo altri missionari, hanno trovato tutte le comunità a posto: tutti battezzati, tutti catechizzati, tutti sposati in chiesa, e quelli che erano morti, tutti sepolti cristianamente. Non c’erano preti. E chi aveva fatto tutto questo? I semplici battezzati!”.
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lunedì 4 novembre 2013

DUE O TRE COSE


di Raniero La Valle

Nonostante il luogo comune secondo il quale un discorso laicamente corretto non dovrebbe mettere in relazione politica e religione, ci sono due o tre cose che vengono dalla Chiesa che sarebbero assai utili se venissero prese in considerazione anche dalla politica.
Una di queste è il valore salvifico delle dimissioni. Nessuno poteva immaginare che le dimissioni di Benedetto XVI si sarebbero rivelate così benefiche per la Chiesa; esse oltre a dimostrare la sapienza di Ratzinger che ha capito sia quando doveva prendere in mano il governo petrino sia quando doveva lasciarlo, hanno trasformato quello che appariva come un crepuscolo della Chiesa in una nuova promettente aurora.
Anche in politica c’è un tempo in cui un governo deve nascere, e un tempo in cui deve morire. In democrazia la fine di un governo non ha niente di drammatico, è del tutto fisiologico che un governo cada quando non è più utile o è addirittura dannoso; l’istituto della fiducia è una magnifica invenzione della democrazia e, al di là della sua tecnicalità parlamentare, dice che un governo vive di fiducia, e deve avere la fiducia non solo delle nomenclature, spesso del resto insincere, ma dei cittadini. Esso perciò non può galleggiare su una società sfiduciata né tanto meno voler durare a qualsiasi costo a scanso di chissà quali catastrofi.
La società italiana è oggi immersa nella più profonda sfiducia. Non che sia tutta colpa del governo, ma certo la crescente infelicità del Paese non trova nei palazzi del potere né lenimento e nemmeno vera accoglienza e comprensione. Dopo la manifestazione del 19 ottobre a Roma, dove era sfilata un’umanità dolente, non di “antagonisti”, ma di mamme con bambini, disoccupati, senza casa, disabili, immigrati; dopo la notizia che i poveri in Italia sono cinque milioni (e sempre più “poveri assoluti”); dopo che gli operai sardi licenziati sono tornati da un viaggio della speranza a Roma “senza niente in mano”, come moltissimi altri nelle loro stesse condizioni; dopo che ai figli non sappiamo più cosa dire, governare questo Paese dovrebbe essere sentito come la gestione di una tragedia; e neanche ai francesi, alla Sorbona, si dovrebbe dire che con la politica in Italia “ci si diverte sempre”.
Giustamente il presidente del Consiglio Letta aveva asserito che quando fossero venute meno le condizioni per un buon governo se ne sarebbe accorto per primo e gli avrebbe posto fine lui stesso. Il momento è venuto. Oggi il governo sta in piedi (di ventiquattrore in ventiquattrore) solo perché e finché Berlusconi lo considera utile a propria difesa; e il suo partito, mentre lo sostiene, si scatena contro tutto ciò che un governo costituzionale dovrebbe tutelare, affermando che non è uno Stato di diritto quello in cui le sentenze vengono eseguite, e che in Italia si dovrebbe ristabilire la democrazia “perduta” ripristinando Berlusconi come un sovrano impunito sovrastante la legge. E così dalla indecente alleanza di governo, imposta dai grillini, si irradia una cultura devastante, per cui i cittadini perderanno ogni cognizione del bene e del male per la Repubblica, e non avranno più la forza morale e politica per risollevarla, nè sapranno più per che santo votare.
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mercoledì 30 ottobre 2013

SE QUALCUNO CI LODA O CI INSULTA



[Papa Gregorio Magno] TESTI E MASIME DI GREGORIO MAGNO PAPA

"Quando qualcuno ci loda o ci insulta, dobbiamo confrontarci  sempre con la nostra coscienza (inter verba laudantium sive vituperantium ad mentem semper recurrendum est) in modo da rattristarci molto se in essa non troviamo il bene che ci viene riconosciuto  oppure da rallegrarci altrettanto se non troviamo in essa tracce del male che ci viene attribuito. Infatti a cosa può servire l'elogio degli altri  se la tua coscienza ti accusa (Quid enim, si omnes laudant et conscientia accusat)? E, d'altra parte, perché provare tristezza se la coscienza non accusa di nulla (aut quae debet esse tristitia, si omnes accusent et sola conscientia nos liberos demonstret)? . Paolo apostolo dice che <la nostra gloria è la testimonianza della nostra coscienza> (2Cor 1,12) e  Giobbe aveva detto: < il mio testimone sta in cielo> (Gb 16,20). Dunque se abbiamo in nostro favore il testimone del cielo e quello del cuore, perché preoccuparci tanto degli stolti? Che dicano pure fuori quel che vogliono (Si ergo est nobis testis in caelo, testis in corde, dimitte stultos foris loqui quod volunt)!... . Bisogna tuttavia dialogare con calma con i detrattori, dando loro soddisfazione in tutti i modi... Se però non vogliono e non sentono ragioni, ricordati della parola del Signore: <Lasciateli andare: sono ciechi, guide di altri ciechi> (Mt 15,14). Anche Paolo ammoniva dicendo: <Se è possibile, per quanto sta in voi, cercate di aver pace con tutti> (Rm 12,18)...Disse <se è possibile>, perché se noi, nonostante tutto, custodiamo in cuore l'amore verso chi ci odia, siamo certamente nella pace anche quando l'altro la rifiuta (etsi illi nobiscum pacem non habent, nos tamen cum illis sine dubio habemus)".

(Lettere XI, 1. Città Nuova Editrice, Roma 1999, pp.17-19).


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domenica 13 ottobre 2013

PRO E CONTRO PAPA FRANCESCO - Discorso tenuto a Bozzolo il 9 ottobre 2013 - A 50 anni dal Concilio. Quale Chiesa per il futuro?

di Raniero La Valle

La Chiesa del futuro che contiene in sé la Chiesa del passato è stata anticipata e vista da lontano da grandi cristiani come don Primo Mazzolari, che papa Giovanni chiamava “la tromba della Val Padana”. Questa Chiesa del futuro forse proprio in questi giorni sta prendendo forma, attraverso la novità di papa Francesco.
Molte parole e gesti di questi primi sette mesi di pontificato sembrano prefigurare infatti una Chiesa diversa, una Chiesa del futuro che passa attraverso una riforma del papato.
Il Concilio, di cui ricordiamo i cinquant’anni dall’inizio, aveva posto le basi di una riforma della Chiesa che implicava anche una riforma del papato, nel senso della sinodalità e collegialità. Ma dopo le anticipazioni di Giovanni XXIII e della “Pacem in terris”, che avevano mostrato la riformabilità del magistero pontificio rovesciando le posizioni ottocentesche di contrasto al mondo moderno, alla libertà di coscienza e alle scienze moderne, il papato ha resistito alla propria riforma, né il Concilio ha voluto forzare la mano, non volendo certo essere accusato di conciliarismo. La stessa riforma della Chiesa ha finito poi per ristagnare, mentre la ricezione del Concilio ha vissuto quarant’anni di deserto, nei quali esso ha rischiato di inaridirsi nel gioco delle contraddittorie ermeneutiche, della “continuità” o della “rottura”. Ma ecco che oggi si può dire che il Concilio Vaticano II si è riaperto, e si sono riaffacciate le grandi speranze del Novecento. Ma se al Concilio c’era una Chiesa che voleva riformare il papato, e che senza la volontà dei papi stessi non intendeva né poteva farlo, qui c’è ora il papato che riforma se stesso per riformare la Chiesa e per ridare al mondo il Vangelo.
Abbiamo parlato di “parole e gesti” di papa Francesco perché in lui gesto e parola sono una cosa sola; il Vangelo non è solo annunciato, è reso visibile, lo si fa toccare, come si faceva toccare Gesù, non restando a pregare in solitudine ma uscendo fuori della porta per andare ad abbracciare il corpo del fratello piagato, come Francesco ha fatto nel gesto più eloquente di tutti, la visita a quella tomba a cielo e a mare aperto che è diventata Lampedusa.
Si dice dai critici a proposito di questa capacità del papa di farsi vedere e sentire, che egli abbia una scaltrezza mediatica del tipo del “manager che si concede molto alla stampa” e che sostituisca le encicliche con le interviste mostrando un “postmoderno” di superficie[1]. Si tratta invece dell’ ”economia” della rivelazione: come dice la “Dei Verbum” del Concilio la rivelazione di Dio si manifesta attraverso eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, svelano le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e spiegano gli eventi.
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