venerdì 29 dicembre 2017

I MIEI 70 ANNI CON LA COSTITUZIONE

Un discorso per la celebrazione del 70° anniversario della Carta. Le tre stagioni costituenti: il progetto e le speranze delle origini, il rilancio del ’76 finito nel sangue, la nuova risposta da dare al fallimento dell’economia mondiale
Raniero La Valle
Discorso tenuto alla Biblioteca del Senato il 27 dicembre 2017 per la celebrazione del 70° anniversario della firma della Costituzione promossa dal Coordinamento per la democrazia costituzionale
La Costituzione ed io siamo cresciuti insieme. Siamo fratelli, se non proprio coetanei. Lei è un po’ più giovane di me, perché quando è nata io avevo 16 anni; non molti, ma abbastanza per aver conosciuto, pur da bambino, il fascismo, il re, il duce, la guerra, le bombe in via Nomentana, i rastrellamenti tedeschi a Porta Pia, la fame e la liberazione. Tutto questo mi aveva fatto diventare adulto prima del tempo, sicché quando la Costituzione nacque stavo già all’università, studiavo diritto, e potevo capire cos’era. Però non sapevo nulla di Dossetti, di Fanfani, di Moro, di Lelio Basso, di Nenni, di Togliatti che sarebbero poi stati così importanti per la mia vita. In ogni caso avevo vissuto abbastanza per rendermi conto, e non per sentito dire, quale cambiamento essa rappresentasse, non solo rispetto alla mia vita precedente, ma rispetto a tutta la storia da cui venivamo. Per chi aveva vissuto, anche di sfuggita, il fascismo, la Costituzione si presentava come una novità, come la notizia che un altro tipo di regime, di Stato, un’altra politica erano possibili. Solo più tardi, tuttavia, mi resi conto che la Costituzione non rappresentava solo una novità, ma un’alternativa. E potei capire il significato più profondo dell’affermazione di Moro, che la Costituzione doveva essere non afascista, ma antifascista; essa non era infatti solo una regola del gioco, per qualunque gioco, ma doveva essere la scelta di una strada invece di un’altra, che non era solo la scelta tra due ordinamenti politici, ma tra due visioni dell’uomo e del mondo.
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venerdì 15 dicembre 2017

PER IL TEMPO CHE VIENE UN NUOVO “NOMOS DELLA TERRA”

La relazione introduttiva all’assemblea di Chiesa di tutti Chiesa dei poveri: “In quale tempo accade il ma del tempo sperato”. Quattro soglie oltre le quali c’è la morte o la vita: la guerra privatizzata, l’esodo dei migranti, la de-creazione della terra, l’uscita dalla cristianità
di Raniero La Valle
1 . Noi non abbiamo promosso questa assemblea solo perché volevamo dare continuità e futuro a questa nostra meravigliosa aggregazione che abbiamo chiamato “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”. Al contrario l’abbiamo convocata perché volevamo riconoscere una discontinuità. Sentiamo e vediamo infatti che un grande mutamento è in corso.
Come molti ormai hanno detto, noi non siamo in un’epoca di cambiamenti, ma aun cambiamento d’epoca. Ebbene, noi siamo qui per capire e prenderci la responsabilità di stare in mezzo a due epoche: il che vuol dire che stiamo tra una fine e un principio.
Una fine che incorpora un principio
Però la cosa non è così semplice, e nemmeno è così tragica, come se anzitutto dovessimo vivere una fine.
La verità è che noi siamo a una fine che incorpora un principio. Non c’è prima la fine e poi il principio. La fine, la discontinuità di cui parliamo non è un’interruzione, un black-out, è un passaggio, ossia, per dirla con una lingua antica, l’aramaico, è un pasah, per dirla in ebraico è pesach, per dirla in italiano è pasqua. Noi non stiamo in mezzo tra una fine e un principio, in terra di nessuno, né di là né di qua. Noi siamo dentro la fine e dentro il principio, i quali perciò dipendono anche da noi.
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CONTRO I POPOLI LE DECISIONI DI TRUMP



di Raniero La Valle
 
 Il presidente americano Trump ha deciso di spostare la sua ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. È una decisione molto grave: essa non solo riconosce Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele, cosa che in se stessa sarebbe del tutto legittima se riguardasse la parte israeliana della città dove già hanno sede il governo e la Knesset, ma suggella l’occupazione militare della parte di Gerusalemme conquistata nel 1967 che, secondo il diritto internazionale, è un territorio occupato di cui non è lecito mutare lo status; al contrario la decisione di Trump legittima l’annessione, che di fatto è annessione ad Israele di tutta la Palestina, cioè anche della Palestina palestinese ed araba la cui esatta definizione  è “Territori occupati” e che dovrebbe essere, secondo gli impegni internazionali sempre ripetuti in questi sessant’anni, il territorio dello Stato palestinese. Trump dice di mantenere l’opzione a favore dei due Stati in Palestina, ebraico l’uno, arabo-palestinese l’altro, ma di fatto sotterra questa ipotesi e lascia quindi tragicamente insoluta la questione del popolo palestinese, per il quale non è pensata ormai da nessuno altra sorte che quella di una minoranza non riconosciuta e discriminata all’interno dell’unico Stato di Israele, che la Knesset sta definendo per legge come uno “Stato per gli ebrei”, nel quale ai soli ebrei è riconosciuto il diritto all’autodeterminazione. In tal modo per il momento il padre di tutte le crisi del Medio Oriente e non solo, ovvero il conflitto israelo-palestinese, assume dimensioni catastrofiche e appare non solo ancora insoluto dopo sette decenni, ma di fatto, senza un vero ripensamento di tutti i termini del problema – politici, culturali e religiosi – insolubile. Ma può la comunità internazionale lasciarlo insoluto e insolubile?
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giovedì 30 novembre 2017

Conferenza di presentazione de "Appello a resistere (katécon)"

Conferenza di presentazione dell"Appello a resistere (katécon)"



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venerdì 10 novembre 2017

PER UN MONDO NON GENOCIDA PATRIA DI TUTTI PATRIA DEI POVERI

Appello a resistere (katécon)
Katécon è la parola usata da Paolo apostolo per evocare la resistenza alle forze della distruzione e ciò che trattiene lo scatenarsi dell’inequità. L’alternativa all’irruente disordine non sta solo nella politica ma nella coscienza e nell’azione dei popoli. Due impegni prioritari: disarmo nucleare e ius migrandi
Sta raccogliendo firme per essere presentato prima del 2 dicembre a Roma un appello a resistere all’ “inequità” per stabilire una società di tutti a cominciare dai poveri, senza più politiche di genocidio. Primi firmatari due Premi Nobel per la pace, un console noto come lo  “Schindler argentino”, un cardinale che presiede ai testi legislativi della Santa Sedeun filosofo della democrazia e dell’eguaglianza, don Ciotti presidente di Libera  e altre personalità internazionali. Ne pubblichiamo in anteprima il testo in italiano. Chi vuole aggiungersi ai primi firmatari basta che scriva qui sotto nello spazio dei “commenti”: “aderisco al katécon” oppure mandi una e-mail a info@chiesadituttichiesadeipoveri.it
Alla fine della seconda guerra mondiale i popoli giudicarono la civiltà che li aveva portati a quella crisi, e si resero conto di come essa fosse avanzata nel tempo rendendosi più volte colpevole di razzismi aggressioni e genocidi. Nel 1948 essi adottarono la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, termine con cui si intendeva non solo lo sterminio di un intero popolo, ma tutti gli atti volti  “a distruggere in tutto o in parte” un gruppo umano come tale. Pertanto essi decisero di passare a una civiltà di popoli eguali senza più genocidio.
Oggi però si ragiona, si decide e si governa come se quella scelta non ci fosse stata. Giocare a minacciarsi l’atomica tra Corea del Nord e Stati Uniti significa infatti ammettere come ipotesi il genocidio di uno o più popoli o di tutti i popoli; pretendere di  rovesciare regimi sgraditi votando alla distruzione i relativi popoli come “danno collaterale”, è già genocidio; mettere in mano a un pugno di persone la maggior parte delle ricchezze di tutto il mondo vuol dire attivare “un’economia che uccide”, cioè  genocida, poiché attenta alla vita di popolazioni intere, mettendole fuori mercato; continuare a incendiare il clima e a devastare la terra significa ecocidio, cioè scambiare il lucro di oggi con il genocidio di domani; intercettare il popolo dei migranti e dei profughi,  fermarlo coi muri e coi cani, respingerlo con navi e uomini armati, discriminarlo secondo che fugga dalla guerra o dalla fame,  e toglierlo alla vista così che non esista per gli altri, significa fondare il futuro della civiltà sulla cancellazione dell’altro, che è lo scopo del genocidio. Queste pratiche, oltre che malvagie, sono contro ragione; infatti nessuna di esse va a buon fine, mentre scelte opposte sarebbero ben più efficaci e vantaggiose, possibili e politicamente capaci di consenso.
Riguardo al popolo dei migranti, un popolo fatto di molte nazioni, l’illusione di conservare la civiltà scartando pezzi di mondo è particolarmente infelice, perché  il rifiuto di accogliere e integrare migranti e profughi li rende clandestini, li trasforma in rei non di un fare, ma di un esistere. La conseguenza è che gli stessi Stati di diritto e di democrazia costituzionale tradiscono se stessi perché accanto ai cittadini soggetti di diritto concentrano masse di persone illegali, giuridicamente invisibili e perciò esposte a qualunque vessazione e sfruttamento, pur avendo tutti non solo lo stesso suolo ma lo stesso sangue.
Una tale situazione sembra evocare e rendere di attualità quello che agli albori del cristianesimo l’apostolo Paolo descriveva come “il mistero dell’anomia”, cioè la perdita di ogni legge e la pretesa dell’uomo e del potere “senza legge” di mettersi al di sopra di tutto additando se stesso come Dio. In quella stessa intuizione delle origini  cristiane si annunciava però anche un “katécon”, una resistenza, una volontà antagonista che avrebbe trattenuto e raffrenato le forze della distruzione[1]  e impedito il trionfo della fine, aprendo la strada alla risoluzione della crisi.
Comunque si interpreti questa antica parola, noi avanziamo l’urgenza che dai popoli si esprima una tale resistenza, si eserciti questo freno, come già avvenne nel Novecento quando il movimento della pace in tutto il mondo, interponendosi in modo non violento tra i missili nucleari da un lato e l’umanità votata allo sterminio dall’altro, riuscì a ottenere il ritiro della  minaccia e a scongiurare la guerra atomica.
Due impegni prioritari
Due appaiono oggi gli impegni prioritari di questo resistere agendo[2]:
1 . Lottare perché le Potenze nucleari simultaneamente firmino e attuino il Trattato dell’ONU per la interdizione delle armi nucleari, cui già aderisce la maggior parte delle Nazioni;
2 . Lottare perché sia riconosciuto e attuato con politiche graduali e programmate il diritto universale di migrare e stabilirsi nel luogo più adatto a realizzare la propria vita. Lo ius migrandi, uno dei primi “diritti naturali” proclamati dalla modernità, sarebbe il volano di un profondo rinnovamento economico e sociale, e il più incisivo artefice della nuova identità di una società mondializzata con una umanità finalmente unita e custode della Terra che le è data per madre.
Ciò che auspica questo appello è che tale visione del mondo e della civiltà di domani non solo sia enunciata come ideale, ma sia assunta come compito, diventi resistenza e azione, si faccia “movimento”.
 16 ottobre 2017
Firme: Adolfo Perez Esquivel, Premio Nobel per la pace 1980, Shirin Ebady, Premio Nobel per la Pace 1983, Enrico Calamai, ex console nel Paese dei “desparecidos”, noto come “lo Schindler argentino”, Francesco Coccopalmerio, cardinale presidente del Consiglio per i testi legislativi, Luigi Ferrajoli, filosofo del diritto, don Luigi Ciotti, Presidente di Libera, Leoluca Orlando, sindaco di Palermo, Raniero La Valle, giornalista, Grazia Tuzi, Franck Chaumon, psichiatre, Paris, mons. Raffaele Nogaro, ex vescovo di Caserta, Moni Ovadia, uomo di teatro, scrittore, Paolo Maddalena, giudice, ex vicepresidente della Corte costituzionale, Nino Fasullo, redentorista, Palermo, Sergio Tanzarella, storico della Chiesa, Napoli, Domenico Gallo, magistrato di Cassazione, Guido Calvi, giurista, Roma, Gian Giacomo Migone, storico, Torino, Tina Stumpo, Coordinamento Democrazia costituzionale, Roma, Monica Cantiani, Roma, Claudio De Fiores, costituzionalista, Napoli, Raul Mordenti, critico letterario, Roma, Raffaele Luise, giornalista, Roma, Innocenzo Gargano, monaco camaldolese, biblista, Giovanni Cereti, teologo cattolico, Enrico Peyretti, Torino, Bruno Secondin, teologo, Vittorio V. Alberti, Roma, padre Alez Zanotelli, missionario comboniano; Vittorio Bellavite, di “Noi siamo Chiesa”, Franco Ferrari, presidente Associazione “Viandanti”padre Giulio Albanese, missionario, Antonietta Augruso insegnante, Andrea Melodia, giornalista, Luisa Morgantini, sindacalistaGianni Minà, giornalista, Marinella Perroni, teologa, Giovanni Cereti, teologo, Massimo Lucchesi, giornalista, Vania De Luca, giornalista,  Antonino Abrami, Acting President dell’International Academy of Environmental Sciences; Francesca Landini, informatica,
[1] “E ora sapete ciò che lo trattiene (katécon)”, 2 Tess. 2, 7-8.
[2] “Penserete esclusivamente ciò di cui risponderete agendo”, D.  Bonhoeffer, Resistenza e resa, 1969, Milano, p. 235.
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martedì 24 ottobre 2017

USCIRNE DA SOLI È MARCHIONNE, USCIRNE TUTTI INSIEME È POLITICA



Il referendum veneto
di Raniero La Valle

L’esempio del Veneto ha quasi il sapore di un ultimo avviso, ancora in tempo utile, però. Ce ne occupiamo anche perché si tratta dell’ex Veneto bianco, a cui la solidarietà e l’amore per il bene comune avrebbe dovuto rimanere nel sangue. Certo, commentare i risultare all’indomani di un referendum è “fare politica”: ma chi ha detto che “i poveri”, cioè “tutti”, non debbano fare politica? O che dicendosi “Chiesa” contraggano un’interdizione al pensiero politico, cioè debbano scegliere tra un’alienazione e una cittadinanza a pieno titolo?
Il Veneto è un ultimo avviso, perché la sera del referendum, vinto dalla tesi piuttosto elastica di una maggiore “autonomia”, la richiesta immediata (già messa in un progetto di legge regionale di un solo articolo) è stata: il Veneto lasci la condizione comune della povera Italia che arranca, si prenda i privilegi di una Regione a statuto speciale, e trattenga per le sue spese i nove decimi dei soldi destinati alla fiscalità nazionale.
Ciò è legittimo o è fuori legge? Allo stato delle cose è legittimo, perché le leggi non impediscono di perseguire il proprio solo interesse, contro quello di tutti gli altri. Non c’è una legge in un solo articolo, né regionale né nazionale, che dica: “l’egoismo è proibito”. La Costituzione sì, lo impedirebbe, e infatti la richiesta veneta si potrebbe attuare solo con una modifica costituzionale, ma non è proibito di provarci, e la Costituzione è oggi in gran parte (nella sua polpa, cioè) svuotata ed esposta a tutte le malversazioni grazie alle picconate e alle rottamazioni subite dal 1989 al 4 dicembre scorso.
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martedì 10 ottobre 2017

IL PAPA PUBBLICATO DAL MANIFESTO



La pubblicazione del libro di Bergoglio da parte del Manifesto rompe la convenzione moderna che ha messo fuori la porta il discorso su Dio. Il papa non direbbe nulla di quello che dice se non fosse motivato dalla fede, libero chi vi consente di credere o non credere. Il problema dell’Islam

Raniero La Valle  

Alle “cose mai viste” prodotte dal pontificato di Francesco si è aggiunta ora la diffusione urbi et orbi dei tre discorsi del papa ai Movimenti Popolari ad opera di una casa editrice laica (Ponte alle Grazie) e di un giornale con una tradizione militante come quella del “Manifesto”. Vi è in questa proposta editoriale un’intuizione informativa straordinaria, perché nel mare di scritti e discorsi di papa Francesco estrarre e mettere insieme quei tre discorsi significa aver colto l’evento nell’evento, ovvero il senso complessivo del suo ministero: perché in quei discorsi non ci sono solo terra casa e lavoro, c’è la sua visione del mondo, struttura e sovrastruttura.
Ma dove sta la notizia? La notizia non sta nel fatto che ”il Manifesto” sia d’accordo col papa nel riconoscere i poveri (o, come direbbe il giornale, le classi povere) non solo come vittime dell’ingiustizia, ma come soggetti che lottano contro l’ingiustizia, né sta nel fatto che condivida l’analisi sull’alienazione del denaro (che il papa chiama idolatria) e sull’economia che uccide. È logico che sia così.
La  notizia sta nel fatto che la modernità, nelle sue espressioni più mature, non ha più bisogno di esibire come suo punto d’onore quel certo patriottismo laico che le imponeva di prendere le distanze, pur col dovuto rispetto, da tutto ciò che sapesse di religione e di chiese. Ricordo un libro a più mani, per una campagna elettorale romana, in cui ad autorevoli esponenti della sinistra fu chiesto un articolo in cui ciascuno esprimesse le sue speranze e il suo progetto per il futuro di Roma. E uno scrisse una sola riga: “vorrei una Roma senza papa”.
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martedì 3 ottobre 2017

La Chiesa riparata



Quando c'erano i bombardamenti sul Vietnam, una bomba scoppiò anche nel cortile dell'arcivescovado di Bologna. Oggi quella bomba è stata ripresa al laccio e scagliata lontano, fuori della Chiesa, a Bologna. Francesco continua a riparare la Chiesa di Gesù Cristo. Con quale storia alle spalle? 
Era il 1967 e da molte parti del mondo cristiano saliva a Paolo VI la richiesta che la Santa Sede condannasse i bombardamenti americani sul Vietnam del Nord. Il giornale cattolico di Bologna sosteneva indefessamente, contro le bombe, il negoziato. Ma Paolo VI pensava che la Chiesa dovesse restare neutrale tra Stati Uniti e Vietcong, e non condannò i bombardamenti e la guerra americana. Allora nella giornata della pace del 1 gennaio 1968 l'arcivescovo di Bologna Giacomo Lercaro proclamò solennemente in cattedrale, riprendendo un tema di Dossetti, che "la via della Chiesa non è la neutralità, ma la profezia". Non glielo perdonarono, del resto avevano un conto aperto con lui, perché era stato lui il promotore e la guida della riforma liturgica del Concilio, e se ormai nella Chiesa la Parola si poteva annunciare in lingue vive, e non nascosta nel sudario del latino, si doveva a lui. Sicché il cardinale Lercaro fu rimosso (il giornale già era stato chiuso) e cominciò così la grande lacerazione della Chiesa, non solo di Bologna, dopo il Concilio. Qualche mese dopo, ricevendo finalmente il deposto arcivescovo, al suo racconto dei fatti Paolo VI si mostrò contrariato, e gli disse: "cosa devo fare, devo rimetterla in sede?". Di certo non si trattava di questo; Lercaro senza protestare aveva obbedito, si era ritirato nella sua casa dove ogni mattina, per i ragazzi che egli ospitava per mantenerli all'università, celebrava la Messa su un altare dove era scritto: "se condividiamo il pane celeste, come non condivideremo il pane terreno?".
Domenica 1 ottobre papa Francesco lo ha simbolicamente rimesso in sede, sulla cattedra bolognese, citandolo e ripetendo davanti a San Domenico, all'università, agli studenti, alla città, la sentenza incriminata: "
la via della Chiesa (per sbaglio ha detto "la vita") non è la neutralità ma la profezia". Ormai nemmeno in nome della neutralità una bomba, una violenza, una guerra, può essere scatenata con il beneplacito della Chiesa. E un esercito che lo faccia non può avere per patrono papa Giovanni XXIII.

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