lunedì 8 luglio 2013

LAMPEDUSA


di Raniero La Valle

Non era affatto facile andare a Lampedusa. L’aveva detto qualche giorno prima papa Francesco in un’omelia a Santa Marta, parlando dei modi per raggiungere Dio: non serve un corso di aggiornamento, aveva detto, “per toccare il Dio vivo bisogna uscire per la strada, andando a cercare, a trovare, ad accostarsi alle piaghe di chi è povero, debole, emarginato. Una cosa non semplice, né naturale”.
No, non era semplice, né naturale, come primo viaggio fuori diocesi prendere la strada del mare, solcare con i pescatori quelle acque divenute tomba dei poveri, spargervi i fiori della pietà, sbarcare al molo Favarolo, incontrare quei migranti, quei superstiti che per molti non dovrebbero nemmeno esistere: per le leggi dello Stato italiano, gestite da quel ministro degli interni che voleva andare a pavoneggiarsi a Lampedusa accanto al papa, si tratta di “clandestini”, contro cui è in corso “una lotta”, per gestire la quale è stata creata apposta una “direzione centrale dell’immigrazione e della polizia di frontiera”; si tratta di gente che viene ad arenarsi sul bagnasciuga di quell’ultimo lembo di terra su cui l’Europa è attestata per difendere il suo privilegio, si tratta di profughi, del popolo delle barche, di disperati che fuggono i tormenti dei loro Paesi, che si affidano al ricatto dei battellieri, che si aggrappano a un gommone, e che se sopravvivono sono salvati per essere tradotti in quei campi di detenzione che prima abbiamo chiamato “centri di permanenza temporanea” e poi, con la chiarezza tipica del linguaggio della Lega, “centri di identificazione e di espulsione”: i respingimenti, altro che andare a baciare le piaghe del povero.
Perciò ha fatto bene il papa a non volere né governo, né ammiragli, né altre autorità  a far da corona alla sua trasferta; non solo perché i viaggi papali devono tornare ad essere visite pastorali di un vescovo, e non visite di Stato e vetrine di potenti, ma anche perché noi e il nostro Stato non siamo innocenti di quelle vittime e di quelle piaghe.
Ma che sta facendo il papa? Sta cambiando il papato e di conseguenza, data l’invasività di questa istituzione, sta cambiando la Chiesa, prima ancora di metter mano alla sua riforma. E lo fa rendendo visibile il Vangelo; questa è la sua specificità o, se si vuole, il suo carisma; altri predicano il Vangelo, ne fanno l’esegesi; quello che fa Francesco è che il Vangelo ce lo fa vedere. Ce lo fa vedere a Roma, ce lo fa vedere a Lampedusa. Non è una novità, anche Gesù faceva così, e se uno era cieco, ecco che lo guariva perché vedesse anche lui. Ma nello stesso tempo quella che fa Francesco è una cosa modernissima: ha capito che la parola da sola non crea l’evento, è il gesto che porta la parola; l’icona non parla, ma rivela, il mezzo è il messaggio. Del resto proprio questo è lo statuto, “l’economia della rivelazione”, come la chiama la Costituzione “Dei Verbum”del Concilio: essa comprende eventi e parole intimamente connessi, in modo che gli eventi, operati da Dio nella storia della salvezza, manifestano e confermano le parole, mentre le parole proclamano le opere e spiegano gli eventi.
I “gesti” così ammirati di papa Francesco, da quel suo primo apparire senza orpelli e senza insegne al balcone di San Pietro, non sono le immagini del cambiamento, e le parole non ne sono la didascalia: sono essi il cambiamento, ne sono la teologia. Quando il papa dice, in quell’omelia a Santa Marta, che il Dio cristiano non possiamo trovarlo attraverso la strada della meditazione, e di una sempre più alta meditazione, e che anzi molti “si sono persi” in quel cammino; e nemmeno lo possono trovare quelli che per arrivarci pensano di essere “mortificati, austeri, e hanno scelto la strada della penitenza, del digiuno”; e nemmeno lo si trova facendo una fondazione filantropica, ma arrivi a Dio se trovi le piaghe di Gesù nel corpo – e sottolinea “il corpo” – “del tuo fratello piagato, perché ha fame, perché ha sete, perché è nudo, perché è umiliato, perché è schiavo, perché è in carcere, perché è in ospedale”o, possiamo ora aggiungere, perché sta nei “centri di espulsione” di Trapani o di Brindisi, papa Francesco trascende la legge dell’etica, della perfezione, della mortificazione, e rende visibile la fede.
Non a caso, nei giorni stessi in cui preparava il viaggio a Lampedusa, papa Bergoglio riprendeva l’eredità dell’enciclica sulla fede che aveva preparato Benedetto XVI, e la pubblicava col suo nome, in una nuova sintesi di cui è difficile dire che cosa sia di Benedetto che cosa sia di Francesco. Di certo la fede che balza fuori da questa enciclica non è la fede passata attraverso la glaciazione dell’ellenismo, ma è la fede del Concilio, inteso finalmente come “un Concilio sulla fede”, è la fede che non è solo professione di una verità, la quale da sola “diventa fredda, impersonale, oppressiva per la vita concreta della persona”, ma è inseparabile dall’amore; è una fede che “non è intransigente, ma cresce nella convivenza che rispetta l’altro” e non guarda solo alla città futura, ma anche all’edificazione, alla preparazione “di un luogo nel quale l’uomo possa abitare insieme con gli altri”, dove si costruiscano la giustizia, il diritto e la pace. Anche a Lampedusa? Sì, se si crede, con l’enciclica, che “il Dio affidabile dona agli uomini una città affidabile”.
  Raniero La Valle

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giovedì 27 giugno 2013

La vera relazione al d.d.l.

di Raniero La Valle

È in corso un attacco alla Repubblica e alla Costituzione; non parlo del precipitare verso il presidenzialismo che è di tutto il PDL, degli ex fascisti e di una parte consistente anche del Partito democratico: questo si discuterà quando si entrerà nel merito delle riforme costituzionali. Parlo della legge costituzionale che detta nuove e fantasiose procedure per la modifica della Costituzione, che il governo Letta d'accordo con Napolitano ha purtroppo presentato come uno dei punti fondamentali del suo programma e che, con arbitraria procedura d'urgenza, è in questo momento in discussione al Senato. Tale legge non è una legge che direttamente modifica la Costituzione, ma la "deroga", in quanto prescrive una procedura non costituzionale per la revisione costituzionale; è una legge di modifica che sarà la madre di tutte le modifiche e che perciò giustamente dai Comitati  Dossetti è stata chiamata "legge grimaldello".
Si tratta infatti dell'arma che mancava per le agognate riforme della Seconda parte della Costituzione, la quale, finora, grazie agli strumenti di garanzia che la presidiano, ha resistito a tutti i venti e le maree. Il grimaldello sta per l'appunto nel disegno di legge costituzionale che, accantonando l'art. 138 della Carta che la protegge, scardina le porte d'ingresso della revisione costituzionale e mette la Costituzione, resa in tal modo "flessibile" da rigida che è, alla mercé dell'attuale maggioranza parlamentare, innaturale e iconoclasta; e nello stesso tempo impedisce che si facciano, rispettando le regole, le vere e puntuali riforme che sono opportune e coerenti (a cominciare dalla differenziazione del bicameralismo, con la novità di un Senato della Repubblica e delle autonomie).
La battaglia per far fallire questa legge interrompendone l'iter parlamentare, è dunque la battaglia estiva da fare, e la più urgente. La normativa che sancisce la deroga dovrebbe essere infatti approvata in seconda lettura (trattandosi di una legge costituzionale) tra l'ottobre e il novembre prossimi, e il tempo è poco  perché si tratta di convincere il Parlamento a far cadere la legge, o almeno a non approvarla con la maggioranza dei due terzi, ciò che permetterebbe il ricorso al referendum popolare per una sua conferma o bocciatura.
Il tempo è poco anche perché in questi mesi, prima che la legge grimaldello vada in vigore, bisognerebbe modificare la legge elettorale "Porcellum"; dopo non sarà più possibile perché la riforma elettorale entrerà nel pacchetto delle riforme costituzionali e quindi se ne parlerà tra due anni, e nel frattempo il "Porcellum"sarà blindato come immodificabile, sicché o non si potranno sciogliere le Camere o si dovrà votare ancora una volta con la legge vigente, che ci ha procurato i Parlamenti deformi che sappiamo.
Ma perché questo accanimento per cambiare la Costituzione, che giunge fino al tradimento dei principi e delle regole su cui essa è fondata?
Il governo, che si è autoproclamato dominus e arbitro della riforma costituzionale, ha presentato al Senato una relazione che accompagna il disegno di legge grimaldello, dicendone tutto il bene possibile.
Ma la vera relazione, negli stessi giorni, è quella che si ricava da un documento della Jp Morgan, la famosa banca d'affari americana che ha così grandi responsabilità nelle speculazioni che innescarono nel 2008 la crisi mondiale. Per quanto la si possa accusare di avventatezza, la Morgan di capitalismo se ne intende. E in un documento del 28 maggio scorso ha scritto, nero su bianco, che la colpa del dissesto economico europeo è delle Costituzioni nate dopo la caduta delle dittature, e "rimaste segnate da quell'esperienza": insomma delle Costituzioni antifasciste. Esse mostrerebbero una forte influenza delle "idee socialiste" (l'apporto dei cattolici e dei liberali è ignorato) ragion per cui è oggi difficile applicare le misure di austerità; infatti a causa di quelle Costituzioni i Parlamenti sono troppo forti nei confronti dei governi, le regioni troppo influenti sui poteri centrali, ci sono le tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori e - addirittura! - c'è "la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo".
Già si era detto che la convinzione dominante a Bruxelles e a Francoforte (cioè nella Banca e nelle istituzioni europee e nella Banca tedesca) fosse che per affrontare la concorrenza internazionale si dovrebbero abbandonare "molte delle conquiste della civiltà europea degli ultimi cinquant'anni", ed ecco che i banchieri americani danno il nome a queste conquiste da cancellare: sono le Costituzioni.
in Italia si sta provvedendo. Glielo lasceremo fare?

                                                                                      Raniero La Valle 
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mercoledì 19 giugno 2013

LA FEDE CHE I NOSTRI TEMPI RICHIEDONO


Raniero La Valle: la mia rilettura del Concilio

Relazione tenuta il 17 maggio 2013 nella Biblioteca di San Gregorio al Celio

Per la prima volta riprendo la parola dopo una convalescenza, e non so se ancora ne sarò adesso capace.  Se no, vorrete scusarmi.
Per parlare del Concilio, come del resto di qualsiasi altra cosa, bisogna prima di tutto aver chiaro qual è il luogo da cui si parla; perché il luogo determina anche la qualità del discorso.
Noi ne parliamo da San Gregorio, che è stato precisamente uno dei luoghi del Concilio. Il Concilio non si svolgeva infatti solo in San Pietro, ma era sparso per tutta la città; e anche la gratia loci del Concilio non era solo quella che si sprigionava dalla Basilica Vaticana, ma quella che scaturiva da molti altri luoghi di Roma e del mondo; e uno di questi luoghi era San Gregorio; c'era una gratia loci di San Gregorio a partire da Padre Benedetto, da don Dossetti e dai vescovi che lo frequentavano, e don Innocenzo se lo ricorda.
Allora per ritrovare in questo luogo la grazia del Concilio dopo cinquant'anni,  io vorrei partire da una delle ultime massime di San Gregorio Magno, che don Innocenzo ci trasmette con così fedele cura attraverso il blog intitolato a papa Gregorio, di cui vorrei qui ringraziarlo.
Questa massima tratta dalle Omelie sui Vangeli”, giuntaci qualche giorno fa, dice: otiosus est sermo docentis, si praebére non valet incendium amoris; cioè “la parola di chi insegna è sprecata se non innesca in chi ascolta l’incendio dell’amore".
Che significa questo?
Significa che è inutile parlare del Concilio se questo non accende in noi l’amore; e soprattutto che non si può parlare del Concilio se non se ne parla con amore.
Ora però proprio qui c’è una delle più grandi difficoltà riguardo al Concilio. Il Concilio è stato un grandissimo atto di amore, di Dio, della Chiesa, di papa Giovanni, e anche dei vescovi e dei periti che si azzuffavano per far prevalere una tesi o un’altra, naturalmente sempre per il maggior bene di Dio e della Chiesa.
Ma poi la ricezione del Concilio è stata una ricezione senza amore. E’ stata una ricezione nella paura, come se si fosse messo in movimento un meccanismo che non si riusciva più a controllare, come è accaduto con la riforma liturgica, che è stata bloccata; è stata una ricezione nella reticenza e nella censura, perché ci furono delle cose di cui definitivamente non si doveva parlare, il celibato dei preti, il sacerdozio delle donne, il diaconato femminile, il controllo delle nascite; è stata una ricezione per alcuni nel risentimento e nella ribellione, come clamorosamente è avvenuto con Lefebvre e più discretamente con tutti i lefebvriani nascosti nella Chiesa, il cui numero veniva intanto sistematicamente accresciuto ad ogni infornata di nuovi vescovi o cardinali; è stata una ricezione restauratrice tendente a ripristinare lo stato di cose passate, come se il Concilio non ci fosse stato; questa restaurazione non è riuscita per esempio quando si è tentato di inumare la Chiesa del Concilio nel sarcofago giuridicistico di una Lex Ecclesiae fundamentalis in cui si voleva ridurre in formule normative tutto il Concilio - quella restaurazione Bologna e San Gregorio riuscirono a sventarla, informandone e allertando, con un grande movimento di comunione, tutta la Chiesa – però  è riuscita in molteplici altri campi: nella controriforma liturgica dopo la liquidazione di Lercaro e Bugnini, nello svuotamento della collegialità finita nella fiction del Sinodo dei vescovi, nel rilancio del papa come vescovo universale e epitome della Chiesa attraverso i grandi viaggi epocali e la bolla mediatica creata attorno a Giovanni Paolo II; restaurazione è stata anche  la revoca alle Chiese protestanti della qualifica di Chiese sorelle operata dalla Congregazione di Ratzinger, e la comunione ristabilita con i vescovi scismatici di Lefebvre.
Quanto al rapporto con le grandi religioni dell’umanità, dopo l’apertura del primo incontro interreligioso di Assisi, è stata una restaurazione il secondo incontro celebrato apparentemente allo stesso modo vent’anni dopo, ma con la riserva che ciascuno chiuso nella propria stanza a una data ora pregasse separatamente il proprio Dio.
Inserita in questo discorso accidentato, la ricezione del Concilio è stata sbattuta tra negazioni e nostalgie, tra involuzioni e fughe in avanti, tra calcoli e rassegnazioni; tutto, fuorché  l’amore.
Io credo, tuttavia, che l’amore acceso dal Concilio abbia continuato a correre incoercibile nelle vene segrete della Chiesa, nelle missioni, nelle nuove teologie, nelle nuove forme di volontariato e di vita cristiana, nel rinnovamento del monachesimo, ma a livello di Chiesa intesa come nomenclatura, come struttura gerarchica, cioè a livello di quella Chiesa che è descritta al cap. III della Lumen Gentium, quella Chiesa che sta al terzo posto dopo la Chiesa come mistero e dopo la Chiesa come popolo di Dio, insomma al livello di quella Chiesa che è raccontata dai media, il Concilio è stato vissuto come un segno di contraddizione, come qualcosa con cui fare i conti, non come qualcosa da amare. I papi che hanno ereditato il Concilio magari lo hanno adottato con lealtà, ma senza amore.
Paolo VI pensò addirittura che il diavolo ci si fosse messo di mezzo. Ha detto il 29 giugno 1972 nel giorno solennissimo di San Pietro, che mentre si era creduto che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa, era “venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza”.
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giovedì 13 giugno 2013

SOLO MISERICORDIA


di Raniero La Valle

Finalmente abbiamo un pastore che invece di parlare di principi non negoziabili (con cui non si mangia, direbbe Berlusconi) o condannare "comportamenti devianti" (ciò che già non gli perdonano), ci dà una buona notizia, una buonissima notizia. Quel pastore è il papa Francesco, e la buona notizia, l' "evangelo", è che Dio è misericordia.
Questa di per sé è una buona notizia, ma non sensazionale, perché è di dominio comune, almeno nel cristianesimo, che Dio sia misericordioso. La straordinarietà della notizia consiste nel fatto che Dio è "solo misericordia". E questa non è affatto una convinzione comune, anzi è rarissima, e c'è moltissima gente che all'idea di un Dio giustiziere, punitivo, vendicativo, che arriva a colpire inesorabilmente anche quei malvagi che a noi sfuggono, non vuole rinunziare.
Papa Francesco dice invece che Dio è solo misericordia, e che "perdona sempre". Non vorrei citare i discorsi specifici in cui egli ha fatto questa affermazione, sia che l'abbia fatta nelle straordinarie omelie mattutine di Santa Marta (nelle quali fa pensare allo stile delle "Omelie sui Vangeli" di San Gregorio Magno), sia che l'abbia fatta in  altre occasioni, perché in realtà questo annuncio del Dio che perdona è presente sempre nel suo magistero. Potrei citare in particolare l'Angelus della domenica dedicata al cuore di Gesù, nel quale l'invito all'immensa folla a credere che Dio ci perdona sempre, sempre, e lo fa per amore, era particolarmente insistente e accorato.
Cosa, appunto, singolare. Perché senza dubbio questa idea di un Dio che è solo misericordia sta nella tradizione sia ebraica che cristiana, ma è pochissimo frequentata, mentre prevale l'idea di un Dio che giudica, e poi perdona, ma anche punisce e condanna in questa vita e nell'altra. Il giudizio universale di Michelangelo nella Cappella Sistina pesa come una cappa di piombo sulla nostra fede, e l'inferno di Dante è ormai padrone del nostro immaginario religioso.
Si respira quando ci si imbatte in un Talmud babilonese (uno scritto ebraico del XII secolo), in cui si dice che quando il mondo è messo male per le sue colpe, "Dio si alza dal trono della giustizia e si siede sul trono della misericordia". Sui "due troni" si ricorda una bellissima omelia di padre Balducci alla Badia Fiesolana. La stessa idea della "sola" misericordia, che è essa stessa giustizia, percorre una "corrente calda" del cristianesimo d'Occidente e d'Oriente, di cui Isacco di Ninive, almeno a mia conoscenza, è una delle massime espressioni.
Che ora questa certezza venga tranquillamente e ripetutamente predicata dal Papa, nella misura in cui non si riduca a una pia iperbole ma se ne riconosca lo spessore teologico, è un evento per la fede degli uomini e delle donne del nostro tempo. Lo è perché certamente il Dio raccontato dal Concilio Vaticano II era così, ma così non era il Dio permaloso che era annunciato, anche nelle preghiere della Messa, prima del Concilio: un Dio offeso, che doveva essere "placato", doveva essere "soddisfatto", e aveva voluto essere risarcito col sacrificio del Figlio, che proprio per questo, "discendendo dai cieli", sarebbe stato mandato a morire sulla croce. Ed è straordinario l'annuncio del Dio di sola misericordia di papa Francesco, perché neanche dopo il Concilio il Dio annunziato dalla Chiesa è così, non è così il Dio del catechismo della Chiesa cattolica, che è ancora quello che ha cacciato gli uomini dal giardino dell'Eden infliggendo loro una quantità di deprivazioni e di dolori a causa di un peccato ancora chiamato "originale".
Dunque questo è un evento, ed è una festa. Allora ricominciamo ad annunciare la fede da qui, e le chiese, e forse anche i seminari, torneranno a riempirsi, come si riempie la piazza San Pietro.
Naturalmente resta un problema. Se Dio non giudica alla maniera umana, chi giudicherà e tratterrá i malvagi dalle loro nequizie, e non li lascerà "impuniti"? È evidente che ciò toccherà alla giustizia degli uomini, che perciò è tra le più alte, e decisive e difficili delle incombenze umane e dei poteri pubblici. La storia della giustizia lo dimostra, con i suoi orrori (compresa l'Inquisizione) e con le sue straordinarie illuminazioni e conquiste degli ultimi secoli nel tempo del costituzionalismo.
Ma come fare giustizia? Se non ha a che fare con la giustizia di Dio essa però, nella sua diversità laica, non deve porsi in contraddizione con la giustizia e la misericordia di Dio, il quale sempre resta il modello da imitare. Perciò la giustizia umana dovrà comunque essere intrisa di carità, mirare non alla distruzione ma alla "rieducazione" del colpevole, non ammettere torture e "trattamenti contrari al senso di umanità", proprio come dice la nostra oggi oltraggiata Costituzione, non compiacersi della prigione, aborrire la pena di morte.
Ma siamo appena all'aurora.
                                                             Raniero La Valle
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lunedì 10 giugno 2013

La legge grimaldello contro la Costituzione grave errore del Governo e dei partiti


I Comitati Dossetti per la Costituzione denunciano come inammissibile il disegno di legge costituzionale approvato dal Consiglio dei ministri il 6 giugno 2013, che detta nuovi modi e tempi per la riforma della Costituzione in violazione dell'art. 138 della Carta.
Violazioni che  consistono, a tacer d’altro:
  1. nel riconoscimento al Governo dell’inusitato ruolo di proponente delle riforme costituzionali, per giunta coadiuvato da una commissione di esperti nominati dallo stesso Governo;
  2. nell’altrettanto inusitata imposizione di un limite temporale al procedimento di revisione, come se si trattasse dell’approvazione, con caratteri d’urgenza, di una legge ordinaria;
  3. nella diminuzione da tre mesi ad uno dell’intervallo intercorrente tra la prima e la seconda approvazione del testo delle leggi di revisione costituzionale: un intervallo voluto espressamente dai Costituenti perché le eventuali modifiche costituzionali potessero essere adeguatamente discusse nell’opinione pubblica prima della delibera  definitiva delle Camere (nella quale, com’è noto, non è ammissibile la presentazione di emendamenti) .
Si è eccepito che queste modifiche verrebbero ad essere contenute in una legge costituzionale ad hoc. Questa non è però una valida giustificazione. Da un lato tali modifiche spiegherebbero infatti “effetti permanenti” con riferimento alla disciplina procedimentale delle future leggi costituzionali, per cui si tratterebbe di “deroghe con effetti permanenti” e cioè di vere e proprie modifiche surrettizie all’art. 138; dall’altro il fatto che tali modifiche siano contenute in una legge costituzionale non significa alcunché perché le leggi costituzionali, non diversamente dalle leggi ordinarie, devono rispettare i limiti formali e sostanziali posti dalla Costituzione.
Si tratta pertanto di una legge grimaldello che fa saltare le garanzie e le regole che la Costituzione stessa ha eretto a sua difesa, e che finché sono in vigore vanno rispettate. Essa contempla che in diciotto mesi vengano cambiati forma dello Stato, forma di Governo, Parlamento e l’intero equilibrio fra i poteri dello Stato su cui riposano i diritti dei cittadini.
I Comitati Dossetti per la Costituzione, richiamandosi alla grande manifestazione di patriottismo costituzionale tenutasi a Bologna il 2 giugno con la partecipazione di popolo e rappresentanti di movimenti di massa, e dando seguito al loro appello del 2 maggio “Giuristi contro la Convenzione”, fanno presente al Governo ed alla maggioranza parlamentare che con tale disegno di legge, rispecchiante la mozione delle Camere del 29 maggio scorso, viene compiuto un gravissimo errore, a cui, tuttavia, sarebbe ancora possibile non dare corso.
La previsione e l’auspicio, formulati da molti e dallo stesso Presidente della Repubblica che da qui a poco più di diciotto mesi si possa concludere l'iter delle riforme, sono tutti basati sul presupposto che il disegno di legge costituzionale, presentato ora al Parlamento, sia subito approvato e poi, nello spirito dell’Alleanza manifestatasi il 29 maggio, sia definitivamente varato in seconda lettura alla fine di ottobre, con una maggioranza che superi i due terzi dei voti, in modo tale che sia esclusa la possibilità di indire il referendum confermativo.
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giovedì 16 maggio 2013

Per togliere civilta’


di Raniero La Valle

Stando a quanto scrive il supplemento “Affari e Finanza” della Repubblica, l’Unione Monetaria Europea, secondo la visione che ne hanno Francoforte e Berlino, sarebbe composta di Paesi virtuosi e peccatori. La virtù consisterebbe nell’accettare la concorrenza dei Paesi emergenti ricchi di sviluppo e poveri di diritti, e perciò nel “ridurre in maniera sostanziale alcune conquiste della civiltà europea degli ultimi 50 anni, per riuscire ad affrontare e battere i nuovi concorrenti”. La Germania e altri Paesi del Nord-Europa praticano questa virtù, noi invece siamo i peccatori.
Mai il baratto tra civiltà e profitti era stato espresso con tanta chiarezza. Vero è che La Repubblica attribuisce questo pensiero a Mario Draghi, che lo avrebbe sostenuto nel suo recente discorso alla Luiss, ma questo Draghi non lo ha detto. Vuol dire però che questa idea di buttare a mare i diritti a vantaggio della competitività sta nell’aria, e la si dà come scontata anche quando non viene espressa, scambiando magari Draghi con Marchionne.
Però questa idea non è affatto scontata, e non si può tanto facilmente realizzare. Qualcosa le resiste; e ciò che si mette di mezzo dando forza a questa resistenza è la Costituzione. È lì infatti che sono riconosciute e custodite quelle “conquiste della civiltà europea degli ultimi cinquant’anni” che si dovrebbero licenziare.
È  per questo che da vent’anni si sta cercando in Italia di mandare gambe all’aria la Costituzione. La destra al potere, nelle sue varie articolazioni interne ed esterne ai partiti, ancora non c’è riuscita, però è riuscita a creare un senso comune secondo il quale, siccome la politica non funziona e la “casta” è costosa e corrotta, bisogna fare ormai subito, prima che Napolitano se ne vada e la “pacificazione” svanisca, le “riforme istituzionali”, le quali nelle sue brame significano governo forte, maggioritario rafforzato, meno parlamentari tra i piedi e presidenzialismo.
Questo compito di riforma istituzionale sembra ormai l’unico a cui possa votarsi il governo Letta, dato che le altre cose non le può fare, i soldi per il lavoro e per lo sviluppo non ci sono, e quei pochi che ci sono servono per togliere l’IMU, l’ultima arma di distrazione di massa. Né d’altra parte la destra al governo accetterebbe mai che i soldi si trovassero attraverso una seria redistribuzione del reddito (e questa sì, è una cosa che anche Draghi raccomanda).
Non resta dunque che la riforma della Costituzione. Però non sanno come si fa. Prima hanno parlato di una Convenzione che – neanche fossimo nella Francia giacobina – vi avrebbe dovuto in tutta fretta provvedere, e che Berlusconi ritenendosi, e non tanto per celia, “il più bravo di tutti”, avrebbe voluto presiedere. Poi i saggi nominati dal Presidente della Repubblica optarono per una “Commissione redigente” di parlamentari e non parlamentari che avrebbe dovuto presentare la focaccia bella e fatta al Parlamento, e qui ci fu l’opinione dissenziente di Valerio Onida, che denunziò il rischio che, fuori dalle procedure previste dalla Carta, si innescasse “un processo ‘costituente’ suscettibile di travolgere l’intera Costituzione” che può essere opportuno modificare in punti specifici mantenendo però “fermi i suoi principi, la sua stabilità e il suo impianto complessivo”. Poi il governo promise incautamente di portare a buon punto il processo di riforma entro cento giorni, altrimenti se ne sarebbe andato, ma a quel punto l’idea della Convenzione da presiedere fu abbandonata dallo stesso Berlusconi; e infine dopo il ritiro in abbazia, il governo ha deciso di affidare il compito “redigente” alle due commissioni per gli affari costituzionali congiunte di Camera e Senato, assistite da una Commissione di esperti esterni; in tal modo la riforma costituzionale tornerebbe in qualche modo in Parlamento, ma nel palazzo, non in aula: perché resterebbe il fatto che il Parlamento dovrebbe prendere o lasciare il pacchetto di riforme che gli venisse presentato, senza possibilità né di scegliere tra di esse, né di presentare e votare emendamenti sul nuovo ordinamento costituzionale proposto.
Ciò è del tutto fuori e contro la Costituzione, e va fermamente combattuto. C’è da aggiungere che se alla Costituente si fosse lasciato fare tutto alla Commissione dei Settantacinque, senza possibilità di modifiche in aula, alcune delle cose più belle della Costituzione non ci sarebbero, perché furono introdotte per via di emendamenti in assemblea: a cominciare dal primo articolo che definisce la Repubblica come “fondata sul lavoro” (emendamento Fanfani, Grassi, Moro, Tosato) e dall’art. 3 dove all’eguaglianza di principio di tutti i cittadini si aggiunse che eguaglianza, libertà e sviluppo della persona devono essere realizzati “di fatto”, e che perciò è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che “di fatto” li limitano e li impediscono (emendamenti Teresa Mattei, Amendola, Iotti, Fanfani, Moro, Tosato).
      Raniero La Valle
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lunedì 6 maggio 2013

RESTITUZIONE DELL'IMU COME REATO


di Raniero La Valle
C’è una questione di grande portata nella discussione sull’abolizione dell’IMU, che non è stata finora sollevata. Si discute infatti solo dei costi dell’operazione: 4 miliardi per l’abolizione, 4 miliardi per la restituzione dell’IMU già pagata nel 2012. Ma mentre la sospensione o cancellazione dell’imposta sarebbe una decisione politica normale, la restituzione dell’IMU sarebbe un atto eversivo, il cui costo sarebbe devastante non per le finanze ma per l’immagine stessa dello Stato democratico. Altra cosa infatti è discutere, anche in campagna elettorale, di quali tasse si debbano mettere o togliere, altra cosa è discutere su quali tasse debbano essere restituite, sul presupposto che trattandosi di un maltolto da parte dello Stato, lo Stato debba risarcirne i cittadini derubati. Se si passa questa soglia, nel momento in cui il dibattito politico si impadronisce del tema delle imposte da restituire, viene meno ogni certezza non solo sui bilanci futuri, ma anche sui bilanci passati e sulle spese già fatte con i denari incassati, che certo non possono essere recuperate, va in crisi la figura fiscale dello Stato, e non solo va per aria l’art. 81 della Costituzione ma tutta la filosofia del patto fiscale su cui si fonda lo Stato moderno di diritto.
Si dice che la restituzione dell’IMU è stata oggetto di una promessa elettorale, e che perciò il partito che l’ha fatta, stando ora al governo, debba onorarla. Ma questa è una tragica aggravante della questione. Quella promessa non poteva essere fatta, in quanto è in contrasto con lo spirito e la logica della Costituzione, che esclude la materia fiscale da quelle suscettibili di essere sottoposte a referendum abrogativo; il che significa che, al di là del referendum, la Costituzione non prevede plebisciti e decisioni elettorali sulle tasse.
Ma al di là dell’impedimento costituzionale, l’impegno di riportare a brevissimo termine, nelle tasche degli italiani, i denari versati per l’IMU, equivale alla promessa di un’elargizione in denaro, mascherata da rimborso fiscale, da fare coi soldi dell’erario, in cambio del voto per il partito che la promette. Gli elettori hanno ricevuto addirittura un modulo con l’indicazione degli sportelli dove ritirare il denaro, non appena insediato Berlusconi al governo.
Questa, in un senso pieno, è corruzione elettorale. Soldi in cambio del voto. Se ora questi soldi venissero effettivamente dati, il reato si perfezionerebbe accomunando corrotti, corruttori e complici, e d’ora in poi chiunque si sentirebbe legittimato, nelle future elezioni, a promettere soldi dell’erario in cambio di voti. In ogni caso questo reato ha già provocato un danno gravissimo nell’ordinamento e nel sistema politico italiano, perché avendo motivato centinaia di migliaia di cittadini a un voto che altrimenti non avrebbero dato, ha alterato gravemente il risultato elettorale, ha mandato in scena la cosiddetta “vittoria” di Berlusconi e ha gettato il Paese nell’ingovernabilità, salvo inciucio.
Data questa esperienza, sarebbe necessario includere nella prossima legge elettorale, oltre alle sanzioni già previste, la pena della cancellazione dalle liste dei candidati e dell’interdizione, per una legislatura, dai pubblici uffici, di chi prometta dazioni in denaro sotto qualsiasi forma in cambio del voto.
                                   Raniero La Valle
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giovedì 2 maggio 2013

Giuristi contro la Convenzione Subito la legge elettorale



I Comitati Dossetti per la Costituzione hanno pubblicato il 2 maggio 2013 il seguente documento. 

I Comitati Dossetti per la Costituzione augurano buon lavoro al Presidente Letta, di cui apprezzano lo sforzo coraggioso e determinato di fronte alla drammatica situazione economico-sociale del Paese.

Riguardo alle riforme costituzionali i Comitati dichiarano assolutamente necessario che esse vengano sottratte al ricatto della legge elettorale vigente, la cui espulsione dall’ordinamento, che ne è così gravemente sfregiato, deve precedere e rendere possibile ogni altro intervento di riordinamento istituzionale.

Riguardo alle procedure e al merito dell’ipotizzato processo di revisione costituzionale, i Comitati Dossetti si riservano un parere informato, ma fin da ora richiamano il governo e il Parlamento al rispetto delle norme dell’art. 138 della Costituzione, senza l’osservanza del quale l’intera Costituzione sarebbe delegittimata. In particolare ritengono che non si debba far appello a Commissioni o Convenzioni paracostituenti per progetti complessivi di riforma, ma che si debba procedere con riforme puntuali discusse e realizzate con le procedure previste istituto per istituto. I Comitati fanno propria la riserva espressa dal prof. Onida nella relazione finale del Gruppo di lavoro istituito dal Presidente della Repubblica, secondo la quale il progettato ricorso a organismi redigenti non previsti dall’ordinamento, rischierebbe di “innescare un processo ‘costituente’ suscettibile di travolgere l’intera Costituzione” di cui, pur nelle opportune puntuali modifiche, vanno mantenuti fermi “i principi, la stabilità e l’impianto complessivo”.

Il ricorso a procedure arbitrarie certamente porterebbe al fallimento dell’intero processo, ciò che, dato il legame stabilito con la durata del governo, riaprirebbe una crisi dalle conseguenze imprevedibili.
I Comitati Dossetti richiamano alla riflessione di tutti il fatto che, di fronte al collasso di tutte le regole e delle vecchie certezze dell’ordine economico-sociale, i principi fondamentali della Costituzione sono rimasti gli unici principi di razionalità e quindi di stabilità dell’ordinamento.

Raniero La Valle, Luigi Ferrajoli (presidenti), prof. Umberto Allegretti, prof. Gaetano Azzariti, prof. Enzo Balboni, prof. Francesco Bilancia, prof. Lorenza Carlassare, prof. Nicola Colaianni, prof. Claudio De Fiores, prof. Mario Dogliani, prof. Gianni Ferrara, Domenico Gallo, prof. Umberto Romagnoli, avv. Francesco Di Matteo.
Roma, 2 maggio 2013

Il documento è aperto alle firme di altri giuristi e cittadini.

Maurizio Serofilli, Enrico Peyretti, Angelo Casati, Giuseppe Giulietti, avv. Domenico D'Amati, Tommaso Fulfaro, prof. Cristina Giorcelli, Sandro Baldini, Piercarlo Pazé, Rita Girotti Elena Milazzo Covini, Maria Chiara Basile Zoffoli, Pierantonio Colombo, Joli Ghibaudi, Elena Dall’Acqua, Gabriele Aquilina, Federico Zanda, Domenico Basile, Carlo Romani, Carlo Ferraris, Maria Pia Bozzo, Luisa Marchini, Margherita Zanol, Angelo e Grazia Barsotti, Marialba Pileggi, Paola Zerbini, Dora Marucco, Vittorio Possenti, M. Cecilia Zoffoli, Mario Giacompolli, Francesca Landini,

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