di Raniero La Valle _ Torino 5
ottobre 2013
La prima era
il fatto, che oggi sembra ovvio ma che allora era spiazzante per i cattolici e
soprattutto per i vescovi abituali destinatari delle encicliche, che essa fosse
rivolta a tutti gli uomini di buona volontà; ciò voleva dire che non solo si
occupava di una cosa, la pace, che interessava tutti, ma che tutti erano
chiamati a fare la pace; cioè l’umanità intera era il soggetto che veniva
chiamato in causa per realizzarla sulla terra; in altre parole la pace non la
fa la Chiesa, la fa il mondo.
L’altra
ragione di meraviglia era che la guerra, fino ad allora giudicata dalla Chiesa
tanto ragionevole da poter perfino essere considerata giusta, e in certi casi
addirittura doverosa (come si pretenderà in seguito che fossero le “guerre
umanitarie”), era definita dall’enciclica insensata, fuori della ragione, e ciò in forza della vox populi prima ancora che per voce del
papa.
C’era poi la
meraviglia di lotte umane molto controverse, come quelle degli operai, delle
donne, dei popoli soggiogati, che venivano innalzate al rango di segni dei
tempi, cioè di fatti della storia che avevano a che fare con l’avvicinarsi del
regno di Dio; e la stessa cosa avveniva di conquiste umane molto recenti e
combattute, come l’ONU, le Costituzioni, lo Stato di diritto, considerati come
segni, cioè come anticipazioni, del regno futuro.
C’era poi la
meraviglia di un testo religioso che in prima istanza si preoccupava non della propagazione della fede, ma
dell’affermazione della dignità, termine che nell’enciclica ricorre più di
trenta volte, più di quanto venga nominata la pace. E si trattava della dignità
di ogni uomo, donna, popolo e nazione.
C’era poi la
meraviglia di un’enciclica che si occupava della società ma non era
un’enciclica sociale, non dava prescrizioni, ma era tutta fondata su
un’antropologia positiva, persuasa del fatto che l’uomo, pur avendo peccato,
fosse tuttora dotato di una integrità naturale e che perciò, grazie alla loro stessa natura gli esseri
umani, pur non animati dalla fede, fossero capaci di attuare cose buone in se
stesse o riconducibili al bene, a cominciare proprio dalla pace.
E c’era poi
la meraviglia di un testo del magistero che al primo posto metteva la libertà e
affermava il primato della coscienza contro ogni potere, ponendosi così come il
primo documento ecclesiale, dopo il Vangelo, che potesse considerarsi
all’origine di una teologia della liberazione.
Il rovesciamento della “Mirari vos”
Ho fatto
riferimento alla meraviglia provocata dall’enciclica, perché questo ci permette
di introdurre un confronto con un’altra enciclica, uscita più di un secolo
prima, che aveva anch’essa a che fare con la meraviglia. Anzi essa era
casualmente intitolata alla meraviglia.
Continua...


