sabato 15 luglio 2017

L'EREDITÀ SPIRITUALE DI GIOVANNI FRANZONI


 
All'incrocio tra società e Chiesa ha legittimato la libertà cristiana di scegliere

Raniero La Valle

La morte di Giovanni Franzoni è un lutto per la Chiesa italiana ed è - come del resto lo fu quella di don Milani, il cui valore di recente è stato riconosciuto dai capi della Chiesa cattolica - un lutto per la società italiana. Per la società e la Chiesa, perché all'incrocio (o sulla croce) di questi due modi di essere degli uomini insieme, si sono consumate le vite e le testimonianze di "dom" Franzoni come di don Milani.
È un'interazione che di solito non viene evocata, quando si parla della morte di un uomo di Chiesa, così come si tace della Chiesa quando muore un uomo delle istituzioni, magari noto come "non credente", come fu di recente nel caso di Stefano Rodotà. Tuttavia grande è l'influenza dell'uno e dell'altro, quando la personalità è forte e l'impegno pubblico è strenuo, su ambedue i mondi, religioso e civile.
Ciò vale soprattutto per la storia italiana dopo il Concilio Vaticano II. È stato poco studiato (e per nulla dalla cultura laica) l'impatto che il Concilio ha avuto sullo sviluppo della società, anche politica, italiana, sull'evoluzione del diritto, sulla storia delle istituzioni civili. Eppure è stato un impatto fortissimo, decisivo. Basti pensare alla revoca della legittimazione sacrale al partito cattolico (fu quella per l'Italia la vera fine della concezione carolingia o costantiniana del potere, della "cristianità"), basta pensare all'irrompere della secolarizzazione, veicolata dal Sessantotto, che la Chiesa aveva anticipato nel Concilio; basta pensare alla variabile introdotta nella politica italiana  dall'incognita referendaria, inaugurata dal "NO" cattolico all'abrogazione della legge sul divorzio, e poi della 194 sull'aborto; basta pensare al rinnovamento del diritto di famiglia, con la sottrazione della donna al dominio maritale; basta pensare all'interdetto che prima del Concilio gravava perfino sul dialogo con i socialisti (i "punti fermi"!), e che diventa dopo il Concilio alleanza di governo con i comunisti, pagata col sangue di Moro e con la morte angosciata di Paolo VI. È chiaro che un così grande sommovimento storico ha portato con sé frutti e scorie, grano e zizzania, che non si possono separare ora, ci penserà la storia, o la coscienza profonda del popolo, a farne l'inventario.
Ora, in tutti i passaggi di questo incrocio di Chiesa e società, di fede e storia, dopo il Concilio, Giovanni Franzoni è stato al centro, è stato coinvolto, è stato protagonista: ha scelto e ha dato legittimità e forza alla libertà cristiana di scegliere.
Per questo la sua vita, dopo l'avvio fulgente come abate di San Paolo fuori le Mura fino al 1973, è stata vissuta nella solitudine istituzionale, attraverso i vari passaggi delle dimissioni da abate, della sospensione a divinis (1974) e della riduzione allo stato laicale (1976); solitudine istituzionale che lo ha visitato anche nella morte, avvenuta il 13 luglio mentre era solo nella sua casa di Canneto (Rieti), e che è stata lenita e compensata, fino alla fine della vita, dalla sequela e dall'affetto della comunità di base che egli aveva fondato nell'androne di via Ostiense al momento del suo esodo dalla basilica.
Quell'esodo aveva anticipato l'immagine  della "Chiesa in uscita" che sarebbe stata resa canonica da papa Francesco; ed anche l'atto magisteriale che l'aveva preceduta, la lettera pastorale scritta come abate di San Paolo, "La terra è di Dio", era stata la proposta di una uscita della Chiesa dall'involucro di una Chiesa temporalista; infatti prendendosi cura della terra anticipava la "Laudato sì" di papa Francesco, ma nello stesso tempo affermava che la cura della terra richiedeva anche un atteggiamento di povertà e di spossessamento, a cominciare dalle proprietà fondiarie che la Chiesa aveva a Roma e dalle speculazioni edilizie che vi prosperavano, contro cui doveva levare la sua voce perfino un'istanza istituzionale  della Chiesa romana, nel famoso convegno del febbraio 1974 su "i mali di Roma".
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giovedì 29 giugno 2017

Inquietudine, incompletezza, immaginazione

Inquietudine, incompletezza, immaginazione

Queste tre parole consegnate dal papa agli scrittori della “Civiltà Cattolica” riguardano in realtà tutti gli operatori dell’informazione, ma anche i politici perché senza ispirarsi ad esse nessuna politica è possibile. Anzi perfino il Vangelo resterebbe lettera morta
Raniero La Valle
Si è tenuto il 14 giugno 2017 alla Federazione Nazionale della Stampa un Convegno promosso e dall’Ordine dei Giornalisti del Lazio e dall’UCSI per discutere se la richiesta fatta da papa Francesco agli scrittori della “Civiltà Cattolica” nel discorso del 9 febbraio 2017 di avere “Inquietudine, incompletezza, immaginazione” , potesse riguardare anche tutto il mondo dell’informazione; questo è l’intervento svolto in quella occasione.
I. Per cogliere la portata effettiva di queste parole, che sono oggi al centro del nostro dibattito, bisogna vedere il contesto in cui sono state pronunciate. Da questo esame risulta che non sono parole occasionali, ma sono indicazioni programmatiche in molte direzioni. A chi sono rivolte? Il papa dice che gli scrittori della Civiltà Cattolica a cui le rivolge, non lo perdono mai di vista e hanno dato un’interpretazione fedele di tutti gli atti più importanti del pontificato. Quindi quelle tre parole indicate come modello della Civiltà Cattolica sono modello anche per sé, prima di tutto si applicano a lui.
Dunque se a descrivere il suo pontificato ci vuole inquietudine, incompletezza e immaginazione, vuol dire che il suo pontificato è inquieto, non predefinito ma aperto all’immaginazione e pieno di poesia, ed è incompleto, cioè è il contrario del papa che ha la perfezione di Cristo o sostituisce Dio in terra, non è cioè né Vicarius Christi né pastor angelicus e tanto meno, come i papi si chiamavano una volta, signore dei signori.
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giovedì 15 giugno 2017

PERCHÉ NON POSSIAMO DIRCI CRISTIANI SENZA IL CRISTIANESIMO



Raniero La Valle

Discorso tenuto da Raniero La Valle il 9 giugno scorso alla Facoltà teologica di Cagliari, nel quadro di una iniziativa volta a una rivisitazione del saggio di Benedetto Croce “Perché non possiamo non dirci cristiani”.

 Com’è noto “Perché non possiamo non dirci cristiani” è il titolo di un famoso saggio di Benedetto Croce, che è una specie di patriarca della cultura italiana del Novecento. Il saggio uscì per la prima volta su “La Critica” del 20 novembre 1942, e poi fu ripubblicato più volte.
Il titolo, più ancora del saggio, ha fatto storia, perché si presenta come il biglietto da visita di una civiltà intera: è la civiltà europea di cui Croce si sente espressione e interprete che rivendica per sé il nome di cristiana.  Ma è un biglietto da visita fuorviante, che esprime piuttosto una vanteria  che un’identità; ed è una vanteria altamente mistificatoria e profondamente non vera; essa però è stata tanto ripetuta come se fosse ovvia, da diventare un luogo comune. Con la secolarizzazione questo luogo comune è caduto in disuso, però non manca chi ancora vi fa ricorso per certe battaglie politiche identitarie come quelle oggi in voga contro immigrati, stranieri e musulmani.
L’equivoco della formula crociana consiste nel travisamento del suo oggetto: ciò di cui parla è infatti un cristianesimo senza Vangelo, una cristianità senza cristianesimo e, si può aggiungere, un cristianesimo nonostante la Chiesa. Il Dio di questo cristianesimo, dice Croce, non è Zeus, né Jahvè, né il Wodan del paganesimo germanico (che Croce cita perché nel ’42 aveva a che fare con Hitler); ma con ogni evidenza non è nemmeno il Dio di Gesù. Perciò un cristianesimo senza Cristo. Croce parla quindi di ciò che non conosce. Lo coglie nella storia degli effetti, ma non ne riconosce l’essenza, non ne capisce le cause. Negli effetti il cristianesimo gli appare straordinario. È stato, egli dice, la più grande rivoluzione nella storia dell’umanità, tale che di un’altra religione o rivelazione come questa non si sa se mai potrà essercene un’altra pari o maggiore; in ogni caso non se ne vede ora il minimo barlume. È stata una rivoluzione senza eguali perché ha operato nel centro dell’anima, nella coscienza morale, e consiste in sostanza  nella scoperta della congiunzione dell’umano e del divino nell’uomo. Ed è vero: senonché di questo Croce nega la causa e l’origine; sì, all’origine ci sono Gesù, Paolo, Giovanni, ma Dio non c’è, se non come un nuovo concetto pensato dall’uomo. È un Dio nuovo, non più immobile e inerte, che però non è altro dal mondo, non si dà come miracolo, bensì è un parto della storia, dice Croce; e non è mistero ma è visibile; non visibile all’occhio della logica astratta e intellettualistica, ma all’occhio della “logica concreta”.
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lunedì 12 giugno 2017

NON È ISLAM?


Come la storia ha atrocemente dimostrato non basta dirsi cristiani per esserlo veramente, e nemmeno ebrei, e neanche musulmani. Dire che il terrorismo non è islamico non è un’informazione, è un antidoto

Raniero La Valle

Un musulmano scrive su “Avvenire” che certo l’Islam c’entra con i terroristi che si fanno saltare in aria con le loro vittime gridando Allah è grande. E subito i siti sanfedisti e antipapisti gridano: ecco, vedete, ci voleva un musulmano per dire quello che il papa e i vescovi continuano a negare, che l’Islam c’entra, e come, nella violenza dell’ISIS e delle sue schiere.
 Hanno ragione: ha ragione il musulmano che scrive su “Avvenire” e hanno ragione i siti integralisti. L’Islam c’entra. Come c’entrava il Dio di Israele, quale era concepito da Giosuè, quando Giosuè, il  condottiero degli Israeliti usciti miracolosamente dall’Egitto, ordinò lo sterminio di Gerico, e votò allo sterminio le città di Ai, Makkedà, Libna, Lachis, Eglon, Ebron, Debir, Asor, non lasciandovi alcun superstite, ne fece impiccare i re, e quelli che non sterminò, come i Gabaoniti, li ridusse in schiavitù. 
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lunedì 5 giugno 2017

LA LEZIONE DI TORINO

C’è una decisione da prendere perché il terrorismo  globale possa essere vinto e la storia possa riprendere: e tocca alle Nazioni Unite e a Stati Uniti, Russia, Cina, Inghilterra e Francia
Raniero La Valle
Sabato 3 giugno la vigilia di Pentecoste sono successe diverse cose che ci parlano del presente e del futuro del mondo:  la decisione di Trump di tradire gli obblighi assunti dagli Stati Uniti col trattato di Parigi sul clima, il nuovo attentato terroristico sul ponte di Londra, le bombe dei kamikaze contro un funerale eccellente nel cimitero di Kabul, la città di Marawi nelle Filippine occupata dai jihadisti islamici mentre si contano i morti della strage di Manila, a Torino,  in una giornata di perfetta pace, un bambino in coma e 1527 feriti, in una folla in fuga che per la paura si è fatta male da sola. Quando poi si ascoltano le letture bibliche di Pentecoste, mentre tutte queste cose accadono insieme, sembra come se quel tempo nuovo  che vi era annunciato non fosse mai cominciato.
Degli eventi di quel sabato 3 giugno la lezione più importante è quella di Torino. I cittadini e tifosi lì riuniti non avrebbero avuto nessuna ragione di fuggire, perfino se si fosse udito un petardo o qualche sconsiderato avesse gridato a una bomba. Ma avevano tutte le ragioni di aver paura per tutto ciò che era successo fino ad allora e per quello che stava succedendo a Londra, a Kabul, nelle Filippine, a Washington, in Africa e in Medio Oriente. In effetti a parte le vittime del clima, non quantificabili, quegli eventi in quelle ore hanno provocato centinaia di morti e migliaia di feriti in diverse parti del mondo.
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martedì 30 maggio 2017

MA VIENE UN TEMPO ED È QUESTO



  “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” mette a tema il cambiamento d’epoca in atto proponendo un percorso di riflessione che culminerà in un’Assemblea nazionale convocata a Roma per il prossimo 2 dicembre

Cari Amici,
a cinquant’anni dal Concilio Vaticano II, una rete di associazioni e di cristiani qualunque volle richiamare in vita quell’evento e rilanciarne la ricezione nella Chiesa, in quattro successive assemblee annuali che si tennero a Roma dal 2012 al 2015. Quella vasta iniziativa di base, in controtendenza rispetto al clima ecclesiale di allora, si chiamò “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”. Essa concluse il suo ciclo con l’Assemblea del 9 maggio 2015 che, richiamando la “Gaudium et Spes”, aveva come tema: “Gioia e speranza, misericordia e lotta”. Quel titolo già risentiva di una novità: era successo infatti che nella sede di Pietro avesse fatto irruzione papa Francesco, che proprio dal Concilio aveva preso le mosse per rimettere in cammino la Chiesa e riaprire, nel cuore di una modernità che la stava archiviando, la questione di Dio.
Proprio all’inizio del pontificato, dinanzi a una platea che non poteva essere più universale, essendo formata dai 6000 giornalisti che avevano seguito il Conclave, il papa svelò il suo programma dicendo: “Come vorrei una Chiesa povera per i poveri!”.
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venerdì 12 maggio 2017

I cinquantacinque giorni di Moro nell’Edizione Nazionale delle opere



Il memoriale e le lettere dal carcere saranno presenti negli “Scritti” e “Carteggi” dell’Opera omnia pubblicata in forma digitale. Una riparazione storica

Raniero La Valle

           Le lettere di Moro dal carcere delle Brigate Rosse erano veramente sue, non si dice più che non si possono a lui attribuire. Giovedì 10 maggio nella sede dell’Archivio storico della Presidenza della Repubblica è stato presentato il piano dell’Edizione nazionale delle opere di Aldo Moro che saranno pubblicate in forma digitale con il patrocinio e con i soldi del ministero dei beni culturali. Vi troveranno posto gli scritti di Moro durante i 55 giorni della sua prigionia. È stato infatti annunciato che il memoriale scritto dal prigioniero, che fu in seguito trovato nel covo brigatista di via Monte Nevoso a Milano, sarà pubblicato nella prima sezione, “Scritti e discorsi” dell’Opera omnia, e le lettere saranno inserite nella terza sezione, quella dei “Carteggi”. Si tratta di una riparazione e di una restituzione: lo Stato che aveva tolto a Moro la sua identità e la sua parola, ora gliela restituisce, perché almeno ne resti integra la memoria.
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martedì 9 maggio 2017

LA COSTITUZIONE, IL CONCILIO, IL SESSANTOTTO



“Nel corso di una vita”: il perché delle scelte in un’intervista a Raniero La Valle su “Micromega”
Valerio Gigante*

Il 20 novembre scorso  uno scompenso cardiaco ha tenuto Raniero La Valle lontano dalle ultime due settimane della campagna referendaria sulla riforma costituzionale, per la quale si era prodigato in ogni modo a sostegno del No (e il malore che lo ha colto è dovuto proprio al suo impegno senza sosta in giro per l’Italia ad animare incontri, dibattiti, occasioni di riflessione e confronto con cittadini e credenti). Ha seguito quindi da un letto d’ospedale la vittoria del No, la crisi del governo Renzi e la formazione del “nuovo” esecutivo di Paolo Gentiloni. Lo incontriamo nella sua casa romana al termine di una lunga convalescenza, per parlare del legame che unisce gli avvenimenti di ieri a quelli di oggi. La Valle è infatti uno dei grandi protagonisti dell’impegno dei cattolici conciliari e progressisti in politica. Dopo aver diretto il quotidiano della Dc Il Popolo (quando il segretario del partito era Aldo Moro), dal 1961 al 1967 ha guidato L’Avvenire d’Italia, giornale che divenne l'interprete dei fermenti innovatori del Vaticano II, dal quale a causa delle spinte normalizzatrici del post Concilio  decise di dimettersi. Dopo un’esperienza in Rai dal 1976 al 1992 come inviato, è stato senatore di Sinistra Indipendente. Dal 1978 ha anche diretto la rivista Bozze, da lui stesso fondata, testata che ha costituito un importante strumento di dibattito ecclesiale e civile, e che ha chiuso nel 1994. Dopo l’esperienza parlamentare ha sempre continuato l’azione politica e civile attraverso l’impegno in diversi campi, soprattuto quelli della pace e del diritto, animando i Comitati Dossetti per la Costituzione (nati in seguito alla vittoria di Silvio Berlusconi alle elezioni del 1994), di cui è presidente, dirigendo Vasti, Scuola di ricerca e critica delle antropologie, sostenendo le attività dei giuristi democratici e divenendo punto di riferimento del vasto movimento che in questi anni ha difeso e promosso i valori della Costituzione contro chi voleva aggredirne la lettera e lo spirito.
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