domenica 29 settembre 2013

Alla settimana alfonsiana 26 settembre 2013 - “Oggi sarai con me in Paradiso”


di Raniero La Valle

“Oggi sarai con me in paradiso”, “Hodie mecum eris in paradiso”, Luca 23,43.
Da questo testo vorrei ricavare tre suggerimenti:
1) Il primo. Il testo dice: “sarai”, non “ritornerai”. Eppure sul tema del ritorno in paradiso è fiorita tutta una letteratura spirituale ed una predicazione religiosa.
Il ritorno al paradiso suppone che il paradiso stia nel passato: è il luogo che abbiamo perduto e al quale dobbiamo tornare. A questa idea corrisponde una precisa teologia: è la teologia della salvezza che sta nel passato, della terra promessa che è quella da cui siamo usciti, del Padre da cui ci saremmo allontanati e al quale dovremmo tornare.
E’ la teologia del reditus, del ritorno; non è la teologia della rivoluzione, e non è nemmeno la teologia della conservazione: è la teologia della restaurazione.

Il paradiso perduto

Essa suppone un ordine che stava nel passato, un ordine del cosmo che si è rotto. Le ragioni che si portano di questa rottura primordiale sono molteplici. La prima, avanzata dalla letteratura apocalittica ebraica dopo l’esilio a Babilonia, è che il mondo non era come Dio lo aveva voluto. La creazione gli era riuscita male, e doveva quindi essere rifatta da capo; oppure essa si era guastata a causa di una congiura di angeli che avevano sciupato l’opera di Dio, come ancora dice il catechismo della Chiesa cattolica, infaustamente promulgato nel 1992; l’altra ragione, avanzata dalla dottrina cristiana, è che questa catastrofe originale sarebbe avvenuta per colpa nostra. Questa colpa starebbe nel fatto che noi abbiamo compiuto un peccato così potente da sconvolgere tutto l’ordine del cosmo, la natura e la cultura, la terra e gli uomini di tutte le generazioni. Questa colpa sarebbe stata tale da offendere Dio con un’offesa infinita, tale da potere essere lavata solo col sangue di un Dio, e quindi col sangue del Figlio. Questo è quello che a partire da Anselmo da Aosta si tramandava nelle nostre teologie.
In questa visione pertanto il Paradiso stava prima della storia, prima del peccato originale, prima che l’uomo e la donna fossero cacciati dal giardino dell’Eden e condannati alla morte, al sudore del lavoro, ai pruni e alle spine della terra e ai parti con dolore. Era peraltro un paradiso molto precario, subito perduto, come se Cristo non ci fosse stato; ma ciò contraddice tutta la cristologia nicena, su cui è costruito il cristianesimo, secondo la quale Cristo redentore è coeterno al Padre, ed è all’opera fin dalla fondazione del mondo.
E infatti, come finalmente dice il Concilio Vaticano II nella “Lumen Gentium”, Dio non cacciò nessuno dopo la caduta, ma intuitu Christi, in vista di Cristo Redentore, non abbandonò l’uomo e mai gli negò gli aiuti necessari alla salvezza.
L’idea del paradiso che sta nel passato e al quale, mondati, dovremo tornare, non è peraltro un’idea innocua, e per questo ne parliamo.
E’ infatti l’idea di una storia pensata all’indietro, che marcia in senso antiorario, è l’idea che la perfezione stava all’inizio, e che dopo la sua perdita non ci sono state che macerie, oppure, come diceva il papa Ratzinger felicemente ex regnante, ci sarebbe stato “un fiume sporco”, che è la storia. La perfezione dell’inizio, secondo questa concezione, sarebbe invece rimasta nell’ordine della natura, che perciò è considerato come immutabile, è concepito come sacro, e come tale portatore di principi non negoziabili, e fonte di un diritto di natura di cui la Chiesa sarebbe infallibile interprete e di cui dovrebbe farsi garante contro il diritto positivo e, secondo Ratzinger, contro la democrazia delle maggioranze.
Il paradiso però non è questo, e non si trova così. Il paradiso è proprio quello che distoglie dalla prigionia del passato e scompiglia questa concezione di una storia rivolta all’indietro.
Lo leggiamo nelle tesi di filosofia della storia di Walter Benjamin, dove la storia è presentata sotto le vesti dell’Angelus Novus dipinto in un quadro di Klee. Questo Angelus Novus, che sarebbe l’angelo della storia, e perciò secondo questa allegoria sarebbe la storia stessa, ha gli occhi spalancati, le ali distese e il viso rivolto al passato. Ma nel passato egli vede solo catastrofi che accumulano senza tregua rovine su rovine e le rovesciano ai suoi piedi. L’angelo – cioè la storia – vorrebbe fermarsi a sanare le rovine e ricomporre l’infranto. Ma lì non c’è il paradiso. Dal paradiso invece, dice Benjamin, spira una tempesta che si è impigliata nelle sue ali ed è così forte che l’angelo non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ma lui se ne allontana, non ne è trattenuto. La tempesta che viene dal paradiso invece lo spinge avanti, spinge avanti la storia, il paradiso è più avanti, l’attrae verso di sé.

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martedì 24 settembre 2013

12 ottobre 2013: "Da Cossiga a JP Morgan, il lungo assedio alla Costituzione”. Intervista a Raniero La Valle

da Micromega, 23 settembre 2013


"I recenti attacchi alla Costituzione possono essere ricondotti ad una stagione cominciata più di venti anni fa, quando ci si affrettò a richiudere quella finestra di opportunità che si era aperta con la fine della guerra fredda. Oggi al mito della governabilità dobbiamo anteporre il valore della rappresentanza". 
Intervista a Raniero La Valle di Emilio Carnevali 

All'interno del “cattolicesimo democratico” italiano Raniero La Valle è una delle voci che con maggiore forza e passione si sono battute negli ultimi anni a difesa della Costituzione e contro i numerosi tentativi di modifica e manomissione via via succedutisi.
Come presidente dei Comitati Dossetti per la Costituzione la Valle è ancheintervenuto lo scorso 8 settembre a Roma all'assemblea convocata da Lorenza Carlassare, don Luigi Ciotti, Maurizio Landini, Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky. Ed è proprio da quell'incontro che siamo partiti per ragionare insieme della mobilitazione in vista del prossimo appuntamento del 12 ottobre.

Nel corso di quella relazione lei ha fatto un'affermazione abbastanza singolare. Gli attacchi alla Costituzione – ha detto in sostanza – non sono cominciati negli ultimi mesi e nemmeno negli ultimi anni. Risalgono al 1989...

Sì, il 1989 è naturalmente la data della caduta del muro di Berlino. Se volessimo esercitarci con una datazione ancora più precisa è possibile fare riferimento al 26 giugno 1991, il giorno in cui il presidente della Repubblica Cossiga inviò un ormai celebre messaggio alle Camere. Cossiga cominciava con il dichiarare ormai conclusa, con la fine del comunismo, la divisione del mondo in blocchi contrapposti. Con il tramonto di quell'assetto – era la sua tesi – anche la Costituzione approvata nel 1947 era destinata ad essere aggiornata e superata, perché non era più adeguata ai tempi.
Si trattava di un'affermazione molto strana, perché a dire la verità la nostra Costituzione precede l'effettiva deflagrazione della guerra fredda ed è anzi il frutto dell'incontro e della collaborazione molto stretta fra le culture democratiche, liberali e cristiane e quelle di estrazione socialista e marxista. 
La sua genesi, se mai, è da ricondursi ad un altro conflitto: la seconda guerra mondiale. All'indomani di quella tragedia il mondo si pose l'obiettivo di costruire assetti capaci di non farla più ripetere. Ecco allora la costituzione delle Nazioni Unite, seguita dalla dichiarazione universale dei diritti umani e dal vasto tentativo di dare forma a ordinamenti ispirati ad un'idea di convivenza pacifica e solidale (sia all'interno dei paesi, che a livello internazionale, con il rifiuto del colonialismo). 

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venerdì 20 settembre 2013

Guerra, politica e preghiera


di Raniero La Valle

Quando si muovono le flotte, si minacciano bombardamenti, si schierano i missili e ci sono di mezzo gli Stati Uniti e la Russia, c’è di mezzo una guerra mondiale. È la seconda volta che un papa ci si mette di traverso e (forse) riesce a evitarla. La prima volta fu con Giovanni XXIII, quando stava cominciando il Concilio, e il pomo della discordia era Cuba, e lui riuscì a salvare la pace. Ne venne poi fuori uno dei più straordinari documenti del magistero pontificio, la Pacem in terris, che riguardo alla guerra giusta, ai diritti, alla pari dignità della donna, alla libertà di coscienza, al costituzionalismo e all’ONU metteva la Chiesa in un luogo diverso da dove era sempre stata.
La seconda volta è ora con papa Francesco, quando siamo all’inizio del suo pontificato e il pomo della discordia è la Siria e lui è riuscito, finora, a fermare la guerra. Ne è anche venuta fuori una delle più alte azioni pastorali del ministero pontificio, la veglia di quattro ore dei centomila in piazza san Pietro, che riguardo al rapporto tra papa e popolo, tra parola e silenzio, tra devozione privata e liturgia pubblica e tra preghiera inerme e politica armata, ha dato alla Chiesa un’esperienza di fede quale forse non aveva mai avuto.
Non insistiamo sulle analogie dei due avvenimenti, anche se colpisce l’affinità, come cristiani, dei due interlocutori occidentali, Kennedy e Obama, la comune imprevedibilità dei due interlocutori russi, Krusciov e Putin, la simile povertà dei mezzi usati dai due papi, la radio papa Giovanni, una lettera papa Francesco, la stessa immediatezza del riscontro che hanno avuto i due interventi, la promessa del ritiro dei missili da Cuba, riguardo al primo, la promessa della consegna all’ONU delle armi chimiche in Siria, riguardo al secondo.
C’è piuttosto una novità da rilevare questa volta, ed è la concretezza politica dell’intervento di papa Bergoglio, che non ha evitato di entrare nel merito dello scontro, per destituire di senso la guerra sul piano della legittimità e dell’efficacia, dopo averla oppugnata sul piano umano e religioso.
I contenuti politici dell’iniziativa di papa Francesco, fuori dei momenti propriamente religiosi come l’Angelus, le omelie, la preghiera, si possono ricavare da diverse fonti.
La prima è naturalmente la lettera a Putin, come leader della Federazione russa e presidente del vertice di San Pietroburgo. In essa il papa denunciava gli “interessi di parte” che impediscono di trovare una soluzione che eviti “l’inutile massacro a cui stiamo assistendo”, e invitava i capi degli Stati del G20 a non rimanere inerti di fronte alle sofferenze della popolazione siriana e ad abbandonare “ogni vana pretesa di una soluzione militare”.
C’è poi la fonte del discorso fatto agli ambasciatori in Vaticano quella stessa mattina del 5 settembre dal Segretario per i Rapporti con gli Stati, mons. Dominique Mamberti, in cui alla condanna per l’impiego di armi chimiche negli attacchi del 21 agosto si accompagnava l’auspicio che si facesse chiarezza e fossero chiamati a rendere conto alla giustizia i responsabili, che dunque si supponeva non coincidessero col governo siriano. Inoltre il rappresentante della Santa Sede dichiarava assolutamente prioritario far cessare la violenza e indicava tre criteri per la soluzione del conflitto: 1) ripristinare il dialogo tra le parti e operare per la riconciliazione del popolo siriano; 2) preservare l’unità del Paese evitando la costituzione di zone diverse per le varie componenti della società; 3) garantire l’unità e l’integrità territoriale del Paese stabilendo nel principio di cittadinanza la pari dignità di tutti senza differenze di etnie o di religioni.
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lunedì 9 settembre 2013

Costituzione e democrazia hanno bisogno della proporzionale


Sulla base di un documento intitolato “La via maestra” (la Costituzione) firmato da Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelski, Lorenza Carlassare, don Luigi Ciotti e Maurizio Landini e promossa da molte Associazioni, si è tenuta l’8 settembre 2013 a Roma un’“assemblea aperta” intesa a promuovere movimento e iniziative per la difesa e l’attuazione della Costituzione. La partecipazione è stata molto numerosa, tanto che si sono dovute aprire tutte e tre le grandi sale del Centro Congresso di via Frentani. I lavori, presieduti da Sandra Bonsanti di “Libertà e giustizia”, sono stati impostati da una relazione di Stefano Rodotà e si sono conclusi con l’indizione di una grande assemblea popolare a Roma per il 12 ottobre.
Pubblichiamo qui l’intervento di Raniero La Valle, Presidente dei Comitati Dossetti per la Costituzione, che sono tra i promotori e i partecipi di questa complessa azione collettiva.

Confermo la partecipazione dei Comitati Dossetti per la Costituzione a questa iniziativa e all’impegno collettivo per la Costituzione e la democrazia, oggi così gravemente insidiate e minacciate in Italia. La lotta comune dei movimenti della società civile a presidio della Costituzione è necessaria non solo per interpretare e promuovere la coscienza costituzionale del Paese, ma anche per svegliare il Parlamento che spesso si fa sorprendere senza neanche accorgersene da iniziative di cambiamento e sovvertimento costituzionale, come è avvenuto con la precipitosa modifica dell’art. 81 e ora con la legge di deroga all’art. 138. La meritoria reazione parlamentare manifestatasi in questi giorni soprattutto grazie al Movimento 5 stelle, è partita in luglio quando la legge era stata già approvata in prima lettura e con procedura d’urgenza dalla Prima Commissione del Senato; ma probabilmente questa mobilitazione non ci sarebbe stata se prima non ci fosse stata la manifestazione popolare del 2 maggio a Bologna, il documento del 2 maggio dei giuristi dei Comitati Dossetti contro la progettata Convenzione e il grido d’allarme del 10 giugno degli stessi Comitati contro “la legge grimaldello” di deroga all’art. 138 approvata dal governo Letta il 6 giugno.
Giustamente è stato detto che l’iniziativa comune di oggi è solo un inizio. E infatti quando si tratta di difendere i supremi valori costituzionali e ripristinare l’onore, come ha detto Lorenza Carlassare, bisogna sempre ricominciare di nuovo. Tuttavia la battaglia per la Costituzione non comincia ora: l’attacco che le è stato mosso è cominciato nel 1989, alla rimozione del Muro, quando quello era il momento costituente per un mondo nuovo, e invece è partita l’offensiva contro il costituzionalismo considerato incompatibile con il profitto e la nuova competizione globale. Visto il tempo che ci stanno mettendo per neutralizzare la Costituzione, si può dire che questa non è una guerra lampo, ma è forse la guerra dei trent’anni, e la nostra difesa della Costituzione non è una corsa ad ostacoli, ma è una lunga maratona con una staffetta che si trasmette da una generazione all’altra.
Intanto non ci sono riusciti ad abbatterla, e la Costituzione è ancora lì. Ieri sera a piazza San Pietro c’erano centomila persone, tutte unite da due cose: la prima era che tutti si opponevano alla guerra contro la Siria; e la seconda era un grande, lunghissimo, collettivo silenzio che risuonava come l’alternativa più radicale in questa società di rumore e vane parole. Tra le centomila persone c’era una bandiera con su scritto: art. 11. Ciò vuol dire che l’Italia era presente in quella piazza, non con i suoi governanti infedeli, ma con la sua Costituzione.
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venerdì 6 settembre 2013

LA PUNIZIONE


di Raniero La Valle
L’altra volta fu diverso. Gli Stati Uniti bombardavano il Vietnam, Nixon veniva a Roma per vantarsi del sostegno del papa, Paolo VI aveva scelto la neutralità e perciò non condannava la guerra americana. Fu allora che una numerosa schiera di cristiani delle comunità di base, freschi di Concilio, si misero in cammino verso piazza san Pietro per chiedere alla Chiesa di opporsi alla guerra e di togliere ogni alibi ai bombardamenti punitivi sul Vietnam del Nord. Ma arrivati al colonnato, trovarono la polizia italiana che impedì loro l’accesso alla piazza e li respinse. Questa volta invece è il papa che convoca a piazza San Pietro cristiani di base e di vertice, credenti di altre fedi e di nessuna fede per fermare l’offensiva aerea che gli Stati Uniti e la Francia hanno indetto contro la Siria, ancora una volta non offrendo al mondo arabo altro che la guerra.
Dunque il papato è cambiato, la Chiesa ha capito, così come l’aveva invitata a fare il cardinale Lercaro (ciò che non gli fu perdonato), che “la sua via non è la neutralità ma la profezia”: già con Giovanni Paolo II del resto la Chiesa cattolica aveva trovato il coraggio di rompere il fronte occidentale opponendosi all’aggressione alla Iugoslavia e ai due conflitti del Golfo.
Quella che non è cambiata, invece, è la cultura laica e profana sulla guerra, il suo ritornello politico: c’è una soglia – una “linea rossa” – oltre la quale  “bisogna fare qualcosa” e questo qualcosa è la guerra, essa del resto non serve a conquistare ma a punire, è un freno per i malvagi ed è un esorcisma contro le armi “cattive” volto a colpire le stesse vittime con armi altrettanto cattive.
È anche vero però che i moventi della guerra si sono fatti sempre meno persuasivi, sicché i guerrieri riluttanti hanno sentito il bisogno di chiedere l’avallo dei Parlamenti; quello inglese ha detto di no, il Congresso americano recalcitra e chiede che in ogni caso si faccia una guerra a termine, senza morti americani e senza soldati a terra, per non finire come in Afghanistan e in Iraq, il Parlamento italiano è stregato e non pensa che alla exit strategy di Berlusconi, ma in ogni caso il ministro della difesa digiuna anche lui per la pace e le basi italiane non sono promesse che in caso di un’autorizzazione dell’ONU, che per fortuna non arriva perché l’ONU, che a termini di statuto non ha alcun diritto di guerra, non ha dato alcun mandato a nessuno di bombardare la Siria.
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venerdì 30 agosto 2013

CONCILIO: UNA RIVOLUZIONE DA RIPRENDERE

di Raniero La Valle

“Aggiornamento” della Chiesa e riforma del papato

Assisi, 23 agosto 2013

Cari Amici,
dunque c’è una rivoluzione interrotta da riprendere. Non un sogno, perché un sogno interrotto è un incubo: si tratta di una rivoluzione. E se questo è il tema che dobbiamo sviluppare, vuol dire che questo deve essere un discorso programmatico. Come svegliare oggi questa rivoluzione? E dico oggi, “nun” come dice il greco di San Paolo,  perché di tempo ne abbiamo poco,  “nun”, ora, il tempo si è fatto breve[1].
Però qualcuno di voi potrebbe dire: che bisogno c’è oggi di darsi da fare per riprendere la rivoluzione del Concilio, dopo che per cinquant’anni non siamo riusciti a farla, e anzi il Concilio è stato imbalsamato e sepolto nei sarcofagi, magari anche sfarzosi, della Chiesa? Che bisogno c’è di correre oggi dietro alla rivoluzione del Concilio, quando ormai è esplosa un’altra rivoluzione, quella di papa Francesco, che addirittura mette sotto inchiesta lo IOR, apre ai divorziati risposati, si rifiuta di giudicare i gay, e dice che se la donna non potrà diventare prete perché ormai Giovanni Paolo II ha chiuso d’autorità la questione, tuttavia senza le donne le Chiese diventano sterili, e in ogni caso Maria era più importante degli apostoli e dei vescovi?
Se ragionassimo così, il Concilio ce lo potremmo anche scordare. Non guardate le cose antiche, ecco che io faccio una cosa nuova, sembra ancora una volta dire il Signore[2]. Del resto il Concilio già era sulla via dell’archiviazione. Esso sembrava ormai caduto dal cuore della Chiesa, ed era caduto non solo dal cuore della Chiesa che lo aveva avversato e combattuto fino a fare uno scisma per ottenerne la revoca, come avevano fatto i lefebvriani, ma anche era caduto dal cuore della Chiesa cosiddetta conciliare. Anche la Chiesa conciliare dava infatti il Concilio Vaticano II come esaurito, al punto da invocare un Concilio Vaticano III. Basta ricordare la lucida disperazione del cardinale Martini.
Il papa poi che c’era prima di Bergoglio era così poco convinto del Concilio, che per celebrarlo 50 anni dopo dal suo inizio non trovò di meglio che unire i due anniversari, i 50 anni dal Concilio e i vent’anni dalla pubblicazione del catechismo della Chiesa cattolica, ciò che voleva dire mettere la catechesi del Concilio nella scansia dei catechismi papali e rovesciare l’autorità delle fonti facendo del catechismo il vaglio del Concilio, invece di fare del Concilio lo scrigno da cui far scaturire il catechismo, come peraltro è avvenuto almeno per il catechismo della Chiesa italiana.
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giovedì 18 luglio 2013

Dal foglio e dalla matita

di Raniero La Valle
Se l'Italia è ancora un Paese normale, se la magistratura non è politicizzata, se la Cassazione non è più quel "porto delle nebbie" che fu durante il regime democristiano e se la legge è uguale per tutti, il 30 luglio la Suprema Corte confermerà il verdetto pronunciato nei primi due gradi di giudizio contro Berlusconi. Non che la Cassazione condanni Berlusconi: essa dirà che il suo processo è stato regolare, che i suoi giudici sono stati fedeli al diritto. Non ci sarebbe nulla di strano e sconvolgente: è quello che la Cassazione fa in una miriade di altri casi, e l'argomento che questa volta il reo può vantare otto milioni di voti (che del resto non sono suoi ma della destra), non è un argomento migliore di quello per cui Mussolini poteva contare su otto milioni di baionette per vincere la sua personale guerra contro le grandi democrazie.
Dunque se questa ipotesi si avvera, con la sentenza della Cassazione passerà  in giudicato il fatto che quel capo politico che aveva promesso di non mettere le mani in tasca agli italiani, ha loro sottratto milioni di euro di tasse trafugate, e quel che è peggio -sul piano non giudiziario ma politico - dopo vent'anni della sua cura li lascia non solo spogliati e impoveriti, e con un debito pubblico giunto a 2074 miliardi, ma anche frastornati e incapaci di reagire.
Sarebbe, questa, la fine politica di Berlusconi, causata non dalla magistratura (che non crea i fatti, ma li rivela e ne "dice" il diritto, onde il nome di "giurisdizione"), ma causata da lui stesso, dalla sua sconfitta politica finalmente non graziata da mani amiche e non scongiurata da una profusione di denaro privato e pubblico, speso in corruzione  di giudici, di senatori, di personale politico e di cittadini elettori cui è stata più volte promessa la Caporetto del fisco in cambio dei voti (e il governo è ancora fermo lì, impiccato a un'IMU che non può né "restituire " né "superare").
È chiaro che questa fine politica di Berlusconi ci sarà fatta pagare, con scenate e pantomime di cui la recente vita politica italiana non è avara.
Ma sarà bene non indugiarvi troppo e passare subito all'opera più necessaria dopo il disastro: la ricostruzione. Non c'è da illudersi che sia facile, né si può pensare  che basti mettere mano al restauro della facciata della politica. Occorre ripartire dalle fondamenta, perché i guasti sono stati profondi. Istituzioni, partiti, fisco, culture, linguaggi, modelli etici, obblighi di verità, abitudini di rispetto reciproco e di convivenza, tutto è stato travolto da un imbarbarimento della lotta politica venduto come bipolarismo, dall'innalzamento del potere a unico altare, dalla divisione della società tra privilegiati ed esuberi, dalla globalizzazione della diseguaglianza prima ancora che dell'indifferenza.   
Si teme che il governo Letta non possa sopravvivere alla crisi; in realtà il suo venir meno sarebbe il primo passo della ricostruzione, che non può non partire dal ripudio di alleanze incestuose e dall'interruzione di quella congiura contro l'ordinamento costituzionale che ha già ottenuto il primo voto al Senato nel silenzio del Paese.
Ripartire dai fondamenti vuol dire prendere in mano un foglio una matita e un libro, come  Malala Yousafzai, la giovanissima pakistana ferita dai Talebani perché andava a scuola, ha avuto il coraggio di dire rivendicando nella sede dell'ONU il diritto universale all'alfabetizzazione. Per noi ripartire da matita e libro vuol dire prendere in mano la Costituzione, perché è questa l'alfabetizzazione che ci manca. C'è anzi un analfabetismo di ritorno, perché nei giovani anni della nostra Repubblica la Costituzione è stata il sogno di una cosa, e insieme la grammatica per la realizzazione di quel sogno e di quella cosa. Perciò essa è stata odiata e combattuta dalla Trilaterale, dalla P 2, dalle agenzie di rating ed è oggi tenuta in forte sospetto dai poteri che coniano l'Euro, dalla Morgan e dai partiti, di ogni tradizione, divenuti funzionari della Ragione economica e della dittatura del tabulato. E a neutralizzare le nostre difese, ci sono piombati addosso i corsi di analfabetismo fondati sull'orrore per le "ideologie", ossia per le idee, sul rifiuto delle dottrine politiche, e ci sono state imposte le scuole serali delle TV (non solo quelle commerciali) con la falsa par condicio e i talk show e le tavole rotonde dove tutti hanno ragione e tutti hanno torto, ma il vero persuasore e "dominus"ideologico è il conduttore e l'editore che gli sta dietro.
Ripartire dal libro e dalla matita vuol dire ripartire dalla Costituzione e dai diritti, dal religioso rispetto per l'avversario, dal culto della politica esercitata "con disciplina ed onore", dalla conversione della mentalità e della cultura della polizia, il settore pubblico più esposto alla contaminazione del fascismo, dalla interdizione della tortura, delle espulsioni, dei respingimenti e dell'ergastolo, e da una restituzione a tutti del diritto e della gioia di guadagnarsi il pane col lavoro e di non pagare il prezzo della moneta scarsa, che per decisione politica dei grandi poteri sottrae ai cittadini la giusta partecipazione alla ricchezza della nazione.

                           Raniero La Valle
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lunedì 8 luglio 2013

LAMPEDUSA


di Raniero La Valle

Non era affatto facile andare a Lampedusa. L’aveva detto qualche giorno prima papa Francesco in un’omelia a Santa Marta, parlando dei modi per raggiungere Dio: non serve un corso di aggiornamento, aveva detto, “per toccare il Dio vivo bisogna uscire per la strada, andando a cercare, a trovare, ad accostarsi alle piaghe di chi è povero, debole, emarginato. Una cosa non semplice, né naturale”.
No, non era semplice, né naturale, come primo viaggio fuori diocesi prendere la strada del mare, solcare con i pescatori quelle acque divenute tomba dei poveri, spargervi i fiori della pietà, sbarcare al molo Favarolo, incontrare quei migranti, quei superstiti che per molti non dovrebbero nemmeno esistere: per le leggi dello Stato italiano, gestite da quel ministro degli interni che voleva andare a pavoneggiarsi a Lampedusa accanto al papa, si tratta di “clandestini”, contro cui è in corso “una lotta”, per gestire la quale è stata creata apposta una “direzione centrale dell’immigrazione e della polizia di frontiera”; si tratta di gente che viene ad arenarsi sul bagnasciuga di quell’ultimo lembo di terra su cui l’Europa è attestata per difendere il suo privilegio, si tratta di profughi, del popolo delle barche, di disperati che fuggono i tormenti dei loro Paesi, che si affidano al ricatto dei battellieri, che si aggrappano a un gommone, e che se sopravvivono sono salvati per essere tradotti in quei campi di detenzione che prima abbiamo chiamato “centri di permanenza temporanea” e poi, con la chiarezza tipica del linguaggio della Lega, “centri di identificazione e di espulsione”: i respingimenti, altro che andare a baciare le piaghe del povero.
Perciò ha fatto bene il papa a non volere né governo, né ammiragli, né altre autorità  a far da corona alla sua trasferta; non solo perché i viaggi papali devono tornare ad essere visite pastorali di un vescovo, e non visite di Stato e vetrine di potenti, ma anche perché noi e il nostro Stato non siamo innocenti di quelle vittime e di quelle piaghe.
Ma che sta facendo il papa? Sta cambiando il papato e di conseguenza, data l’invasività di questa istituzione, sta cambiando la Chiesa, prima ancora di metter mano alla sua riforma. E lo fa rendendo visibile il Vangelo; questa è la sua specificità o, se si vuole, il suo carisma; altri predicano il Vangelo, ne fanno l’esegesi; quello che fa Francesco è che il Vangelo ce lo fa vedere. Ce lo fa vedere a Roma, ce lo fa vedere a Lampedusa. Non è una novità, anche Gesù faceva così, e se uno era cieco, ecco che lo guariva perché vedesse anche lui. Ma nello stesso tempo quella che fa Francesco è una cosa modernissima: ha capito che la parola da sola non crea l’evento, è il gesto che porta la parola; l’icona non parla, ma rivela, il mezzo è il messaggio. Del resto proprio questo è lo statuto, “l’economia della rivelazione”, come la chiama la Costituzione “Dei Verbum”del Concilio: essa comprende eventi e parole intimamente connessi, in modo che gli eventi, operati da Dio nella storia della salvezza, manifestano e confermano le parole, mentre le parole proclamano le opere e spiegano gli eventi.
I “gesti” così ammirati di papa Francesco, da quel suo primo apparire senza orpelli e senza insegne al balcone di San Pietro, non sono le immagini del cambiamento, e le parole non ne sono la didascalia: sono essi il cambiamento, ne sono la teologia. Quando il papa dice, in quell’omelia a Santa Marta, che il Dio cristiano non possiamo trovarlo attraverso la strada della meditazione, e di una sempre più alta meditazione, e che anzi molti “si sono persi” in quel cammino; e nemmeno lo possono trovare quelli che per arrivarci pensano di essere “mortificati, austeri, e hanno scelto la strada della penitenza, del digiuno”; e nemmeno lo si trova facendo una fondazione filantropica, ma arrivi a Dio se trovi le piaghe di Gesù nel corpo – e sottolinea “il corpo” – “del tuo fratello piagato, perché ha fame, perché ha sete, perché è nudo, perché è umiliato, perché è schiavo, perché è in carcere, perché è in ospedale”o, possiamo ora aggiungere, perché sta nei “centri di espulsione” di Trapani o di Brindisi, papa Francesco trascende la legge dell’etica, della perfezione, della mortificazione, e rende visibile la fede.
Non a caso, nei giorni stessi in cui preparava il viaggio a Lampedusa, papa Bergoglio riprendeva l’eredità dell’enciclica sulla fede che aveva preparato Benedetto XVI, e la pubblicava col suo nome, in una nuova sintesi di cui è difficile dire che cosa sia di Benedetto che cosa sia di Francesco. Di certo la fede che balza fuori da questa enciclica non è la fede passata attraverso la glaciazione dell’ellenismo, ma è la fede del Concilio, inteso finalmente come “un Concilio sulla fede”, è la fede che non è solo professione di una verità, la quale da sola “diventa fredda, impersonale, oppressiva per la vita concreta della persona”, ma è inseparabile dall’amore; è una fede che “non è intransigente, ma cresce nella convivenza che rispetta l’altro” e non guarda solo alla città futura, ma anche all’edificazione, alla preparazione “di un luogo nel quale l’uomo possa abitare insieme con gli altri”, dove si costruiscano la giustizia, il diritto e la pace. Anche a Lampedusa? Sì, se si crede, con l’enciclica, che “il Dio affidabile dona agli uomini una città affidabile”.
  Raniero La Valle

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