venerdì 22 novembre 2013

LA CHIESA DI FRANCESCO METTE IN QUESTIONE IL SISTEMA: E NOI?

di Raniero La Valle
“Era una cosa molto comune: uno che lavorava con i poveri era comunista… E anche se non è vero, sono già tutti convinti, è già scritto che i preti che lavorano con i poveri sono comunisti”. Queste parole fanno parte della deposizione che l’8 novembre 2010 il cardinale Jorge Mario Bergoglio, allora arcivescovo di Buenos Aires e oggi papa Francesco, fece alla Corte argentina che indagava sui crimini della dittatura militare. In particolare la Corte si stava occupando delle torture e dei delitti perpetrati nella Escuela superior de mecánica  de la Armada, la scuola degli ufficiali della Marina militare argentina a Buenos Aires, dove erano stati tenuti sotto sequestro e tormentati due religiosi della Compagnia di Gesù, della quale all’epoca dei fatti, nel 1977, Bergoglio era il padre provinciale.
In quell’interrogatorio, pubblicato ora nel libro di Nello Scavo, “La lista di Bergoglio, i salvati da Francesco durante la dittatura”, il cardinale di Buenos Aires spiegava che questa idea per la quale tutti i preti che operavano per i poveri sarebbero stati comunisti, era presente in Argentina anche prima dell’avvento del regime militare; né l’accusa di comunismo colpiva solo i cristiani che seguivano quel filone della “teologia della liberazione” che si diceva facesse ricorso a un’ermeneutica marxista: non era questa la posizione dei gesuiti perseguitati dal regime militare, secondo l’arcivescovo di Buenos Aires, né si poteva far risalire unicamente al Concilio Vaticano II il fatto che vi fossero preti particolarmente impegnati con i poveri, come i cosiddetti “curas villeros” (preti delle baraccopoli).  In realtà, diceva Bergoglio,

“la scelta dei poveri risale ai primi secoli del cristianesimo. È nello stesso Vangelo. Se io oggi leggessi come omelia alcuni dei sermoni dei primi Padri della Chiesa, del II-III secolo, su come si debbano trattare i poveri, direste che la mia omelia è da marxista o da trotzkista. La Chiesa ha sempre onorato la scelta di preferire i poveri. Considerava i poveri il tesoro della Chiesa. Durante la persecuzione del diacono Lorenzo che era amministratore della diocesi, quando gli chiesero di portare tutti i tesori della Chiesa, si presentò con una marea di poveri e disse: “Questi sono i tesori della Chiesa”[1]… Durante il Concilio Vaticano II si riformulò la definizione della Chiesa come popolo di Dio ed è da lì che questo concetto si rinforza e, nella seconda Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano a Medellin, si trasforma nella forte identità dell’America Latina”.

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venerdì 15 novembre 2013

LA SVOLTA


di Raniero La Valle  

Fu Pio XII che per primo fece un timidissimo accenno a un’opinione pubblica nella Chiesa, alludendo a una qualche voce in capitolo dei fedeli, ma la cosa non ebbe alcun seguito. Arrivò poi il Concilio, e la parola la diede ai vescovi, ma poi fu tolta anche a loro: Paolo VI decise da solo sulla contraccezione e ne blindò il divieto nella “Humanae vitae”, e poi si inventò un Sinodo dei vescovi senza alcun potere, senza collegialità e con i dibattiti tenuti segreti, e riservati al buon uso del papa. Così per cinquant’anni la grande idea riformatrice del Concilio di una Chiesa identificata col popolo di Dio e governata dal papa e dai vescovi in comunione con lui è rimasta lettera morta, e non a caso la compagine cattolica è giunta alla crisi devastante che ha portato alle dimissioni di Benedetto XVI.
Ed ecco che ora riappare il popolo di Dio nella sua identificazione con la Chiesa, a lui sono rivolte 38 domande e si innesca un grandioso processo sinodale e collegiale  che dalla attuale consultazione dei fedeli (ma anche, se vogliono, degli infedeli) giungerà fino al Sinodo straordinario del 2014, dedicato ai problemi più urgenti, e a quello ordinario del 2015, in cui si prenderanno determinazioni pastorali ed evangeliche più mature e a lungo termine riguardanti cruciali problemi della vita umana sulla terra.
È la svolta che ci si aspettava da papa Francesco, dopo le grandi parole da lui dette nei primi sette mesi di pontificato, da cui già si poteva capire quale sarebbe stato il cammino. Come il Concilio, evento altrettanto innovatore, il processo sinodale e collegiale oggi avviato ha la finalità di un annuncio della fede in quei modi “che la nostra età esige” (un’età in cui è mutata l’autocomprensione dell’uomo), ma ha esteso la platea dei chiamati a prendere la parola per dire quali sono le esigenze che la nostra età pone alla fede.
Dal punto di vista teologico sono chiari i fondamenti di questa svolta: la fede trasmessa dagli apostoli è anche la fede degli uomini della “cerchia degli apostoli”, di cui parla il Concilio, ovvero la fede dei discepoli che attraverso una ininterrotta successione di secoli, tramandata e arricchita dalla universalità dei fedeli, è giunta fino a noi. È giusto quindi che ad essere interrogati sui problemi della sopravvivenza della fede nel nostro tempo non siano solo i successori degli apostoli ma anche i discepoli e, come destinatari dell’annuncio, anche tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Se se ne vuole trovare un indizio nelle precedenti esternazioni di papa Francesco, si può trovare nell’osservazione da lui fatta nelle omelie a Santa Marta, riguardo a quelle comunità cristiane del Giappone che nel XVII secolo, dopo la cacciata dei missionari stranieri, erano rimaste senza sacerdoti per più di duecento anni. “Ma quando dopo questo tempo sono tornati di nuovo altri missionari, hanno trovato tutte le comunità a posto: tutti battezzati, tutti catechizzati, tutti sposati in chiesa, e quelli che erano morti, tutti sepolti cristianamente. Non c’erano preti. E chi aveva fatto tutto questo? I semplici battezzati!”.
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lunedì 4 novembre 2013

DUE O TRE COSE


di Raniero La Valle

Nonostante il luogo comune secondo il quale un discorso laicamente corretto non dovrebbe mettere in relazione politica e religione, ci sono due o tre cose che vengono dalla Chiesa che sarebbero assai utili se venissero prese in considerazione anche dalla politica.
Una di queste è il valore salvifico delle dimissioni. Nessuno poteva immaginare che le dimissioni di Benedetto XVI si sarebbero rivelate così benefiche per la Chiesa; esse oltre a dimostrare la sapienza di Ratzinger che ha capito sia quando doveva prendere in mano il governo petrino sia quando doveva lasciarlo, hanno trasformato quello che appariva come un crepuscolo della Chiesa in una nuova promettente aurora.
Anche in politica c’è un tempo in cui un governo deve nascere, e un tempo in cui deve morire. In democrazia la fine di un governo non ha niente di drammatico, è del tutto fisiologico che un governo cada quando non è più utile o è addirittura dannoso; l’istituto della fiducia è una magnifica invenzione della democrazia e, al di là della sua tecnicalità parlamentare, dice che un governo vive di fiducia, e deve avere la fiducia non solo delle nomenclature, spesso del resto insincere, ma dei cittadini. Esso perciò non può galleggiare su una società sfiduciata né tanto meno voler durare a qualsiasi costo a scanso di chissà quali catastrofi.
La società italiana è oggi immersa nella più profonda sfiducia. Non che sia tutta colpa del governo, ma certo la crescente infelicità del Paese non trova nei palazzi del potere né lenimento e nemmeno vera accoglienza e comprensione. Dopo la manifestazione del 19 ottobre a Roma, dove era sfilata un’umanità dolente, non di “antagonisti”, ma di mamme con bambini, disoccupati, senza casa, disabili, immigrati; dopo la notizia che i poveri in Italia sono cinque milioni (e sempre più “poveri assoluti”); dopo che gli operai sardi licenziati sono tornati da un viaggio della speranza a Roma “senza niente in mano”, come moltissimi altri nelle loro stesse condizioni; dopo che ai figli non sappiamo più cosa dire, governare questo Paese dovrebbe essere sentito come la gestione di una tragedia; e neanche ai francesi, alla Sorbona, si dovrebbe dire che con la politica in Italia “ci si diverte sempre”.
Giustamente il presidente del Consiglio Letta aveva asserito che quando fossero venute meno le condizioni per un buon governo se ne sarebbe accorto per primo e gli avrebbe posto fine lui stesso. Il momento è venuto. Oggi il governo sta in piedi (di ventiquattrore in ventiquattrore) solo perché e finché Berlusconi lo considera utile a propria difesa; e il suo partito, mentre lo sostiene, si scatena contro tutto ciò che un governo costituzionale dovrebbe tutelare, affermando che non è uno Stato di diritto quello in cui le sentenze vengono eseguite, e che in Italia si dovrebbe ristabilire la democrazia “perduta” ripristinando Berlusconi come un sovrano impunito sovrastante la legge. E così dalla indecente alleanza di governo, imposta dai grillini, si irradia una cultura devastante, per cui i cittadini perderanno ogni cognizione del bene e del male per la Repubblica, e non avranno più la forza morale e politica per risollevarla, nè sapranno più per che santo votare.
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mercoledì 30 ottobre 2013

SE QUALCUNO CI LODA O CI INSULTA



[Papa Gregorio Magno] TESTI E MASIME DI GREGORIO MAGNO PAPA

"Quando qualcuno ci loda o ci insulta, dobbiamo confrontarci  sempre con la nostra coscienza (inter verba laudantium sive vituperantium ad mentem semper recurrendum est) in modo da rattristarci molto se in essa non troviamo il bene che ci viene riconosciuto  oppure da rallegrarci altrettanto se non troviamo in essa tracce del male che ci viene attribuito. Infatti a cosa può servire l'elogio degli altri  se la tua coscienza ti accusa (Quid enim, si omnes laudant et conscientia accusat)? E, d'altra parte, perché provare tristezza se la coscienza non accusa di nulla (aut quae debet esse tristitia, si omnes accusent et sola conscientia nos liberos demonstret)? . Paolo apostolo dice che <la nostra gloria è la testimonianza della nostra coscienza> (2Cor 1,12) e  Giobbe aveva detto: < il mio testimone sta in cielo> (Gb 16,20). Dunque se abbiamo in nostro favore il testimone del cielo e quello del cuore, perché preoccuparci tanto degli stolti? Che dicano pure fuori quel che vogliono (Si ergo est nobis testis in caelo, testis in corde, dimitte stultos foris loqui quod volunt)!... . Bisogna tuttavia dialogare con calma con i detrattori, dando loro soddisfazione in tutti i modi... Se però non vogliono e non sentono ragioni, ricordati della parola del Signore: <Lasciateli andare: sono ciechi, guide di altri ciechi> (Mt 15,14). Anche Paolo ammoniva dicendo: <Se è possibile, per quanto sta in voi, cercate di aver pace con tutti> (Rm 12,18)...Disse <se è possibile>, perché se noi, nonostante tutto, custodiamo in cuore l'amore verso chi ci odia, siamo certamente nella pace anche quando l'altro la rifiuta (etsi illi nobiscum pacem non habent, nos tamen cum illis sine dubio habemus)".

(Lettere XI, 1. Città Nuova Editrice, Roma 1999, pp.17-19).


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domenica 13 ottobre 2013

PRO E CONTRO PAPA FRANCESCO - Discorso tenuto a Bozzolo il 9 ottobre 2013 - A 50 anni dal Concilio. Quale Chiesa per il futuro?

di Raniero La Valle

La Chiesa del futuro che contiene in sé la Chiesa del passato è stata anticipata e vista da lontano da grandi cristiani come don Primo Mazzolari, che papa Giovanni chiamava “la tromba della Val Padana”. Questa Chiesa del futuro forse proprio in questi giorni sta prendendo forma, attraverso la novità di papa Francesco.
Molte parole e gesti di questi primi sette mesi di pontificato sembrano prefigurare infatti una Chiesa diversa, una Chiesa del futuro che passa attraverso una riforma del papato.
Il Concilio, di cui ricordiamo i cinquant’anni dall’inizio, aveva posto le basi di una riforma della Chiesa che implicava anche una riforma del papato, nel senso della sinodalità e collegialità. Ma dopo le anticipazioni di Giovanni XXIII e della “Pacem in terris”, che avevano mostrato la riformabilità del magistero pontificio rovesciando le posizioni ottocentesche di contrasto al mondo moderno, alla libertà di coscienza e alle scienze moderne, il papato ha resistito alla propria riforma, né il Concilio ha voluto forzare la mano, non volendo certo essere accusato di conciliarismo. La stessa riforma della Chiesa ha finito poi per ristagnare, mentre la ricezione del Concilio ha vissuto quarant’anni di deserto, nei quali esso ha rischiato di inaridirsi nel gioco delle contraddittorie ermeneutiche, della “continuità” o della “rottura”. Ma ecco che oggi si può dire che il Concilio Vaticano II si è riaperto, e si sono riaffacciate le grandi speranze del Novecento. Ma se al Concilio c’era una Chiesa che voleva riformare il papato, e che senza la volontà dei papi stessi non intendeva né poteva farlo, qui c’è ora il papato che riforma se stesso per riformare la Chiesa e per ridare al mondo il Vangelo.
Abbiamo parlato di “parole e gesti” di papa Francesco perché in lui gesto e parola sono una cosa sola; il Vangelo non è solo annunciato, è reso visibile, lo si fa toccare, come si faceva toccare Gesù, non restando a pregare in solitudine ma uscendo fuori della porta per andare ad abbracciare il corpo del fratello piagato, come Francesco ha fatto nel gesto più eloquente di tutti, la visita a quella tomba a cielo e a mare aperto che è diventata Lampedusa.
Si dice dai critici a proposito di questa capacità del papa di farsi vedere e sentire, che egli abbia una scaltrezza mediatica del tipo del “manager che si concede molto alla stampa” e che sostituisca le encicliche con le interviste mostrando un “postmoderno” di superficie[1]. Si tratta invece dell’ ”economia” della rivelazione: come dice la “Dei Verbum” del Concilio la rivelazione di Dio si manifesta attraverso eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, svelano le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e spiegano gli eventi.
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lunedì 7 ottobre 2013

DALLA PACEM IN TERRIS A PAPA FRANCESCO


di Raniero La Valle _ Torino 5 ottobre 2013

 Quando comparve la “Pacem in Terris” la reazione generale fu quella di una grande meraviglia. E in verità c’erano molte cose nuove di cui meravigliarsi.
La prima era il fatto, che oggi sembra ovvio ma che allora era spiazzante per i cattolici e soprattutto per i vescovi abituali destinatari delle encicliche, che essa fosse rivolta a tutti gli uomini di buona volontà; ciò voleva dire che non solo si occupava di una cosa, la pace, che interessava tutti, ma che tutti erano chiamati a fare la pace; cioè l’umanità intera era il soggetto che veniva chiamato in causa per realizzarla sulla terra; in altre parole la pace non la fa la Chiesa, la fa il mondo.
L’altra ragione di meraviglia era che la guerra, fino ad allora giudicata dalla Chiesa tanto ragionevole da poter perfino essere considerata giusta, e in certi casi addirittura doverosa (come si pretenderà in seguito che fossero le “guerre umanitarie”), era definita dall’enciclica insensata, fuori della ragione,  e ciò in forza della vox populi prima ancora che per voce del papa.
C’era poi la meraviglia di lotte umane molto controverse, come quelle degli operai, delle donne, dei popoli soggiogati, che venivano innalzate al rango di segni dei tempi, cioè di fatti della storia che avevano a che fare con l’avvicinarsi del regno di Dio; e la stessa cosa avveniva di conquiste umane molto recenti e combattute, come l’ONU, le Costituzioni, lo Stato di diritto, considerati come segni, cioè come anticipazioni, del regno futuro.
C’era poi la meraviglia di un testo religioso che in prima istanza si preoccupava  non della propagazione della fede, ma dell’affermazione della dignità, termine che nell’enciclica ricorre più di trenta volte, più di quanto venga nominata la pace. E si trattava della dignità di ogni uomo, donna, popolo e nazione.
C’era poi la meraviglia di un’enciclica che si occupava della società ma non era un’enciclica sociale, non dava prescrizioni, ma era tutta fondata su un’antropologia positiva, persuasa del fatto che l’uomo, pur avendo peccato, fosse tuttora dotato di una integrità naturale  e che perciò, grazie alla loro stessa natura gli esseri umani, pur non animati dalla fede, fossero capaci di attuare cose buone in se stesse o riconducibili al bene, a cominciare proprio dalla pace.
E c’era poi la meraviglia di un testo del magistero che al primo posto metteva la libertà e affermava il primato della coscienza contro ogni potere, ponendosi così come il primo documento ecclesiale, dopo il Vangelo, che potesse considerarsi all’origine di una teologia della liberazione.

Il rovesciamento della “Mirari vos”

Ho fatto riferimento alla meraviglia provocata dall’enciclica, perché questo ci permette di introdurre un confronto con un’altra enciclica, uscita più di un secolo prima, che aveva anch’essa a che fare con la meraviglia. Anzi essa era casualmente intitolata alla meraviglia.
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IL GRANDE CENTRO


di Raniero La Valle
Almeno in questo la politica si è riscattata: accusata di essere incartocciata in se stessa e ormai priva di sorprese, e addirittura noiosa, il 2 ottobre ci ha fatto vivere una giornata ricca di suspence, di enigmi, di intrighi e di epici scontri con tanto di colpo di scena finale. Un fuoco d’artificio.
Ma questa è la sola soddisfazione che ci ha dato. Perché per il resto non ci è stato mostrato alcuno scenario esaltante né sembra migliorato il rapporto tra la politica e le speranze per il futuro del Paese e per le sue relazioni nel mondo.
È stata una giornata che, forse parlando un po’ sopra le righe, il premier Letta ha definito storica. Ma storica perché? Sarebbe difficile definire storica una giornata solo perché un governo che doveva cadere invece non cade. In genere i governi, soprattutto in Italia, interessano più i tempi fugaci della cronaca che quelli lunghi della storia.
Storica potrebbe essere definita piuttosto perché ha sostanzialmente chiuso un lungo ventennio, sancendo la fine politica di Berlusconi. Questa è arrivata con lo spettacolo del leader carismatico che in lacrime annunciava al Senato la fiducia a un governo che fino a dieci minuti prima aveva cercato strenuamente di far cadere.
Si è trattato di una piccola nemesi, prima di tutto perché l’eterno cavallo di battaglia di Berlusconi era stato che i suoi avversari, non riuscendo a liquidarlo per via politica, avevano cercato di eliminarlo per via giudiziaria: ed ecco che la liquidazione politica era arrivata, ma non per mano dei suoi avversari bensì per mano dei suoi seguaci e compagni di partito, e anche per sua stessa mano, avendo deciso e imposto, con le dimissioni dei suoi parlamentari e dei suoi ministri, una strategia politica fallimentare.
Ed è stata una nemesi perché mentre egli denunciava l’assassinio politico che con la decadenza da senatore si sarebbe perpetrato nei suoi confronti, si è procurato un suicidio politico spaccando il suo partito e mostrandosi al suo esercito di ammiratori non più come il capo indomito che anche da solo tiene il fronte in tutte le battaglie, ma come un re travicello che si fa dettare la linea e che al variare dei calcoli che gli interessano muta d’accento e cambia parole d’ordine e ordini.
Neanche per questo però la giornata parlamentare nella quale si è aperta nell’area moderata la partita della successione a Berlusconi, si può definire storica. Piuttosto l’enfasi di Enrico Letta si può collegare all’idea che, con una destra non più sotto sequestro nelle mani di Berlusconi,  si possa ora produrre una ristrutturazione di tutto il sistema politico italiano.
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domenica 29 settembre 2013

Alla settimana alfonsiana 26 settembre 2013 - “Oggi sarai con me in Paradiso”


di Raniero La Valle

“Oggi sarai con me in paradiso”, “Hodie mecum eris in paradiso”, Luca 23,43.
Da questo testo vorrei ricavare tre suggerimenti:
1) Il primo. Il testo dice: “sarai”, non “ritornerai”. Eppure sul tema del ritorno in paradiso è fiorita tutta una letteratura spirituale ed una predicazione religiosa.
Il ritorno al paradiso suppone che il paradiso stia nel passato: è il luogo che abbiamo perduto e al quale dobbiamo tornare. A questa idea corrisponde una precisa teologia: è la teologia della salvezza che sta nel passato, della terra promessa che è quella da cui siamo usciti, del Padre da cui ci saremmo allontanati e al quale dovremmo tornare.
E’ la teologia del reditus, del ritorno; non è la teologia della rivoluzione, e non è nemmeno la teologia della conservazione: è la teologia della restaurazione.

Il paradiso perduto

Essa suppone un ordine che stava nel passato, un ordine del cosmo che si è rotto. Le ragioni che si portano di questa rottura primordiale sono molteplici. La prima, avanzata dalla letteratura apocalittica ebraica dopo l’esilio a Babilonia, è che il mondo non era come Dio lo aveva voluto. La creazione gli era riuscita male, e doveva quindi essere rifatta da capo; oppure essa si era guastata a causa di una congiura di angeli che avevano sciupato l’opera di Dio, come ancora dice il catechismo della Chiesa cattolica, infaustamente promulgato nel 1992; l’altra ragione, avanzata dalla dottrina cristiana, è che questa catastrofe originale sarebbe avvenuta per colpa nostra. Questa colpa starebbe nel fatto che noi abbiamo compiuto un peccato così potente da sconvolgere tutto l’ordine del cosmo, la natura e la cultura, la terra e gli uomini di tutte le generazioni. Questa colpa sarebbe stata tale da offendere Dio con un’offesa infinita, tale da potere essere lavata solo col sangue di un Dio, e quindi col sangue del Figlio. Questo è quello che a partire da Anselmo da Aosta si tramandava nelle nostre teologie.
In questa visione pertanto il Paradiso stava prima della storia, prima del peccato originale, prima che l’uomo e la donna fossero cacciati dal giardino dell’Eden e condannati alla morte, al sudore del lavoro, ai pruni e alle spine della terra e ai parti con dolore. Era peraltro un paradiso molto precario, subito perduto, come se Cristo non ci fosse stato; ma ciò contraddice tutta la cristologia nicena, su cui è costruito il cristianesimo, secondo la quale Cristo redentore è coeterno al Padre, ed è all’opera fin dalla fondazione del mondo.
E infatti, come finalmente dice il Concilio Vaticano II nella “Lumen Gentium”, Dio non cacciò nessuno dopo la caduta, ma intuitu Christi, in vista di Cristo Redentore, non abbandonò l’uomo e mai gli negò gli aiuti necessari alla salvezza.
L’idea del paradiso che sta nel passato e al quale, mondati, dovremo tornare, non è peraltro un’idea innocua, e per questo ne parliamo.
E’ infatti l’idea di una storia pensata all’indietro, che marcia in senso antiorario, è l’idea che la perfezione stava all’inizio, e che dopo la sua perdita non ci sono state che macerie, oppure, come diceva il papa Ratzinger felicemente ex regnante, ci sarebbe stato “un fiume sporco”, che è la storia. La perfezione dell’inizio, secondo questa concezione, sarebbe invece rimasta nell’ordine della natura, che perciò è considerato come immutabile, è concepito come sacro, e come tale portatore di principi non negoziabili, e fonte di un diritto di natura di cui la Chiesa sarebbe infallibile interprete e di cui dovrebbe farsi garante contro il diritto positivo e, secondo Ratzinger, contro la democrazia delle maggioranze.
Il paradiso però non è questo, e non si trova così. Il paradiso è proprio quello che distoglie dalla prigionia del passato e scompiglia questa concezione di una storia rivolta all’indietro.
Lo leggiamo nelle tesi di filosofia della storia di Walter Benjamin, dove la storia è presentata sotto le vesti dell’Angelus Novus dipinto in un quadro di Klee. Questo Angelus Novus, che sarebbe l’angelo della storia, e perciò secondo questa allegoria sarebbe la storia stessa, ha gli occhi spalancati, le ali distese e il viso rivolto al passato. Ma nel passato egli vede solo catastrofi che accumulano senza tregua rovine su rovine e le rovesciano ai suoi piedi. L’angelo – cioè la storia – vorrebbe fermarsi a sanare le rovine e ricomporre l’infranto. Ma lì non c’è il paradiso. Dal paradiso invece, dice Benjamin, spira una tempesta che si è impigliata nelle sue ali ed è così forte che l’angelo non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ma lui se ne allontana, non ne è trattenuto. La tempesta che viene dal paradiso invece lo spinge avanti, spinge avanti la storia, il paradiso è più avanti, l’attrae verso di sé.

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