martedì 8 aprile 2014

Le riforme del secolo: ma di quale secolo?

      L’IRRESISTIBILE ATTRAZIONE DEL VECCHIO 
      Quale Senato a palazzo Madama
       di Raniero La Valle 

Nella nuova modalità della politica fatta a passo di corsa, e forse proprio perché non ci si può stare troppo a pensare, c’è il rischio di trasformare la discussione sui fatti in una discussione sulle parole. Per esempio le parole “svolta autoritaria”, usate dai critici delle riforme, possono essere ammesse per descrivere il fatto che mezzo Parlamento è abolito, e l’altro mezzo è eletto a suffragio ristretto, sicché quasi mezzo Paese, per trucchi, premi e sbarramenti, non può avervi rappresentanza? No, sostiene il giovane governo, non sono cose da dirsi, e le respinge al mittente con l’argomento di non aver giurato sulla Costituzione dei professoroni, anche se ha giurato sulla Costituzione fatta dai professorini.
Lasciamo stare dunque le parole, e stiamo ai fatti. I fatti sono le innovazioni istituzionali, intraprese con vitale ardore. Si direbbe: per andare avanti. E tutti plaudono per questo.  Ma è con grande stupore che si vede come queste riforme giovanili sono tutte vecchie, si gloriano di essere quelle stesse riforme già proposte trent’anni fa e finora abortite, e quando non hanno precedenti così prossimi affondano le loro radici ancora più lontano nel tempo.
Si prenda ad esempio la proposta di rafforzare i poteri del primo ministro, di rendere la Camera più servizievole rispetto alle esigenze operative del governo. Ma questa è una cosa che si sta facendo da Craxi in poi, che ha perseguito per vent’anni Berlusconi, che si è attuata attraverso drastiche forzature dei regolamenti parlamentari, fino ai tempi contingentati, ai dibattiti con ghigliottina, ai calendari parlamentari che sembrano un orario ferroviario, con la data e l’ora precisa fissata per l’entrata e l’uscita delle leggi. Il problema sarebbe invece quello di inventare nuove procedure non autoritarie di cooperazione tra Camera e governo, in cui la fiducia non sia posta per stroncare il Parlamento, ma per renderne più rigoroso e sobrio l’apporto a vantaggio della legislazione e dell’esecutivo.

La legge elettorale è vecchia di novant’anni

Si prenda la legge elettorale. Qui il ritorno è al 1924, alla legge Acerbo che dava i due terzi dei seggi (furono 355) al listone fascista vincente.
Continua...

venerdì 4 aprile 2014

Raniero La Valle e altri su Marianella parlamentare martire

Mercoledì 2 Aprile 2014 ore 17:00Mostra linkPRESENTAZIONE LIBRO - Marianella Garcìa Villas
Presso la Sala Aldo Moro di Palazzo Montecitorio, si è svolta la presentazione del libro “Marianella Garcìa Villas – Avvocata dei poveri, difensore degli oppressi, voce dei perseguitati e degli scomparsi”, di Anselmo Palini, prefazione di Raniero La Valle, postfazione di Linda Bimbi, editrice Ave. Si tratta di una riflessione sulla battaglia per i diritti umani in El Salvador, attraverso le vicende di Marianella Garcìa Villas, uccisa a 34 anni.
Saluto di apertura di Marina Sereni, Vicepresidente della Camera. Sono intervenuti Massimo De Giuseppe, ricercatore di Storia contemporanea Iulm Milano, Raniero La Valle, scrittore e giornalista, già senatore, Linda Bimbi, Fondazione Lelio e Lisli Basso, Marina Berlinghieri, Commissione Esteri Camera. Presente all'evento l’autore. Moderatrice Cecilia Rinaldini, giornalista Rai.
Per il video della presentazione:    http://webtv.camera.it/evento/6007
Continua...

giovedì 27 marzo 2014

Divorzio e nuove nozze _ GESÙ E LA DONNA DAI CINQUE MARITI


di  Raniero La  Valle
Della comunione ai cattolici che dopo un divorzio vivono un secondo matrimonio, ormai si discute in tutta la Chiesa. La decisione sarà presa dal Sinodo dei vescovi, ma è adesso che se ne stanno ponendo le premesse dopo le caute aperture del Papa e l’ipotesi fatta al Concistoro dal cardinale Kasper,  di una riammissione all’eucaristia dei divorziati risposati dopo un percorso penitenziale, sulla scia della Chiesa antica e in sintonia con la Chiesa ortodossa orientale.
Al di là della soluzione proposta, l’approccio del cardinale Kasper è di straordinario valore: da un lato perché dalla dottrina dell’indissolubilità oggi vigente  egli torna alla fonte da cui è scaturita, cioè al Vangelo che “non è una legge scritta ma è la grazia dello Spirito Santo” (lo diceva pure san Tommaso), e dall’altro perché mette in guardia rispetto a una prassi ecclesiale che a partire dalla negazione dell’eucaristia ai genitori divorziati, rischia di separare dai sacramenti e dalla fede i loro figli, così che “perderemo anche la prossima generazione, e forse pure quella dopo”.
Durissimo però è il fuoco di sbarramento già lanciato da quanti si oppongono ad ogni cambiamento della disciplina ecclesiastica in materia, che a loro parere la Chiesa stessa non avrebbe il potere di modificare; e tra i più agguerriti difensori di tale ortodossia non ci sono solo prelati credenti, ma anche atei devoti che, come Giuliano Ferrara, si proclamano non credenti che vogliono vivere in un mondo di credenti, ritenuto molto più funzionale per loro.
Anche per la pressione di questi strumentalismi esterni, il dibattito ecclesiale rischia di polarizzarsi su posizioni radicalmente contrapposte che non rendono onore all’oggetto del contendere, quando l’oggetto del contendere comprende beni preziosissimi che sono cari ad ambedue le parti in contrasto tra loro, e cioè il significato dell’eucaristia, l’accoglimento e la retta interpretazione delle parole di Gesù, la capacità risanatrice e salvifica della Chiesa, la misericordia e la tenerezza di Dio. C’è il rischio che per difendere la propria tesi si rovesci il senso delle cose, che ad esempio un dono di Dio diventi un giogo, o che una scelta fatta per amore di Dio sia imputata a peccato, o che il primato della coscienza degeneri in anomia.
Continua...

martedì 18 marzo 2014

QUESTO PAPA PIACE TROPPO?

Discorso tenuto alla DOZZA, Bologna, il 16 marzo 2014

Evangelii Gaudium: Una regola francescana per l’evangelizzazione
di Raniero La Valle 

Papa Francesco ci ha avvertito: non bisogna fare l’esaltazione del Papa. Lo ha detto nell’intervista al direttore del Corriere della Sera (5 marzo 2014): non mi piace “una certa mitologia di papa Francesco;  Sigmund Freud diceva, se non sbaglio, che in ogni idealizzazione c’è un’aggressione”.
Questa lucidità del Papa è impressionante: in effetti l’esaltazione incondizionata è un ingrediente della ideologia sacrificale, che finisce nel capro espiatorio. Questa è una cosa che ha spiegato René Girard, l’antropologo che ha letto il Vangelo come lo smascheramento dell’ideologia del sacrificio: nella esaltazione e nel rito di incoronazione del re, come nell’acclamazione del messia, c’è un omicidio differito, c’è la preparazione della vittima. Il Papa, che ha avviato un difficile e contrastato processo di riforma della Chiesa, lo sa; in certi ambienti, come già accadde a papa Giovanni, egli è oggetto di una sorda ostilità; Giuliano Ferrara, parlando insieme ad altri e anche per molti che tacciono, ha addirittura scritto un libro: “Questo Papa piace troppo”. A loro invece non piace e ne farebbero volentieri a meno. E la ragione è che questo Papa non vuole “lasciare le cose come stanno”, come ha scritto nella Evangelii Gaudium (al n. 25);  in modo più preciso, due cose egli non vuole lasciare come stanno: una è la Chiesa, che, così come stava, non produce Vangelo, ma carrierismi, malinconie, facce da funerale, cattive finanze e anche, nei seminari, “piccoli mostri”, come ha spiegato ai Superiori generali (Civiltà Cattolica, 3 gennaio 2014); e l’altra è il mondo che, così come sta, è in ginocchio davanti al denaro, produce morte ed esclusione e ribalta il precetto universale dell’amore nell’ideologia dell’indifferenza.

Non bilanci

Quindi non si deve fare nessuna esaltazione incondizionata del Papa; ma neppure si possono fare già dei bilanci, dopo il primo anno di pontificato, perché in realtà questo pontificato ancora non si è rivelato. Come dice la Dei Verbum del Concilio, al n. 2, l’ “economia della Rivelazione comprende eventi e parole intimamente connessi”, quindi bisogna guardare agli eventi e alle parole che rivelano il senso di questo pontificato; però è ancora troppo presto, di parole ce ne sono già molte ma di eventi ce ne sono ancora troppo pochi; in questo senso il pontificato di Francesco deve andare ancora a regime.
Continua...

giovedì 13 marzo 2014

Verso le elezioni di maggio


La federazione europea c’è, ora ci vuole la democrazia
 di Raniero La Valle

Potrebbe essere uno sterile esercizio cercare di fare previsioni su quello che sarà l’esito delle prossime elezioni europee, perché le elezioni non sono un fattore determinante del futuro europeo. Lo sarebbero se le istituzioni europee fossero istituzioni democratiche, perché allora il voto degli elettori deciderebbe del governo e della politica, come avviene nelle democrazie e come avviene ancora da noi. Ma le istituzioni europee non sono democratiche, non c’è una Costituzione europea, ci sono solo dei trattati internazionali fatti dai governi su misura dei mercati, e con il voto di maggio non si potrà nemmeno decidere se a fare il presidente della Commissione dovrà essere il tedesco socialdemocratico Schulz o il greco di sinistra Tsipras, perché pur tenendo conto dei risultati elettorali e delle preferenze del Parlamento di Bruxelles, a decidere su chi comanda in Europa resteranno i governi, e naturalmente i più forti tra loro.
Certo, sarà interessante vedere che seguito potrà avere la nuova lista di sinistra “L’Altra Europa” capeggiata da Tsipras, nel momento in cui quella che fu la sinistra italiana è dispersa tra l’elettorato grillino, ciò che resta del PD catturato nell’avventura personalista di Renzi, l’ex sinistra democristiana rottamata nel centrosinistra e le varie anime della cosiddetta sinistra alternativa. I sondaggi accreditano la lista di Tsipras di 5 o 6 deputati eletti, ma questa lista è viziata da un peccato d’origine, che è la presunta contrapposizione tra una società civile, che sarebbe pura, e la società politica dei partiti che sarebbe contaminata e esecranda. Infatti la lista è stata promossa da intellettuali, con al centro il nome di Barbara Spinelli; ma essi hanno decretato che i partiti e i loro dirigenti non ci dovevano entrare, e quando questo criterio di purità rituale è stato violato, sono cominciati i litigi e Paolo Flores D’Arcais e Andrea Camilleri, che erano tra i padri nobili dell’iniziativa, si sono defilati e hanno tolto la loro garanzia al prodotto.
Continua...

domenica 9 marzo 2014

L’INDISSOLUBILITÀ TRA UNIVERSO MASCHILE E FEMMINILE


  Pubblichiamo il discorso tenuto in occasione dell’8 marzo alla Casa delle Donne di Roma da Raniero La Valle, a proposito del libro di Marcella Delle Donne, “Voce donna, femmina dell’uomo” (Edizioni Albatros, 2013)

Abbiamo tra le mani un libro, un piccolo grande libro.
Piccolo perché sono 96 pagine, neanche scritte tutte. Grande perché non sai che libro è, e intanto ci vuole una densissima prefazione di un’antropologa, Alessandra Broccolini, per cominciare a capire di che libro si tratta e quali problemi ci pone.
Un libro di storie
Intanto è un libro di storie. Storie di donne. Ma qui c’è una prima sorpresa. Perché subito ti accorgi che non è solo storia di donne, ma inevitabilmente è storia anche di uomini. E’ vero, a scandire tutti i racconti ci sono nomi di donna – Fabiana, la fanciulla bruciata, Amina, la vittima innocente del Darfur, Fatima, la musulmana innamorata, Carmelina, la fuggiasca pugliese suicida, Giuseppina, la ribelle antimafia dell’Aspromonte, Sonia, la primaria dell’ospedale multietnico di Sarajevo, Jole, la pittrice mancata, Fiore, l’italiana di patria tedesca e con una zingara come samaritana, e infine c’è la stessa Marcella, combattuta tra l’istante e l’eterno -; ma ecco dietro i nomi di donna ci sono sempre i nomi dell’uomo, David, il figlio della mafia, Pietro, l’illuminato volterriano, Berlusconi, il cavaliere orgiastico, Peppe il pittore infedele, Elio, il piccolo contadino divenuto ingegnere, Ercole, l’agricoltore che mieteva il grano vicino a San Pancrazio, quando Roma era ancora in campagna.
Poi ti accorgi che in queste storie dove sempre serpeggia la violenza, non sempre è l’uomo il nemico delle donne; spesso invece altre donne sono nemiche delle donne e come nemiche ci sono anche comunità intere; nel caso degli aborti selettivi a danno delle bambine, misogine – quando non costrette – sono anche le mancate madri; Amina, violentata presso la fonte, subisce l’ostracismo ed è condannato da tutto il villaggio, maschile e femminile; di Carmelina, abbattuta sulla via della fuga dalla famiglia e violata dagli stupratori, dice il vicinato che se l’è andata a cercare, la gente sussurra, si scuotono le teste, non solo quelle virili; Fiore subisce il diktat materno che le stronca la vocazione, le cambia la vita.
Naturalmente c’è la ragione di questo, è la cultura patriarcale interiorizzata anche dalle donne; ma questo basta a dire che per cambiare la società la lotta non è di un genere contro l’altro genere, ma è di tutta la specie; ed è una lotta anche dentro lo stesso genere: infatti come gli uomini obiettori di coscienza si oppongono al potere maschilista della guerra, così le donne in nero si oppongono alle donne in grigioverde o in mimetica del loro esercito che partecipano alla repressione.
E qui c’è il primo pregio di questo libro, che essendo un libro di storie, non è il libro di una ideologia, fosse pure un’ideologia femminista; perché ci sono più cose e più ricchezze nelle storie, di quante non possano essere racchiuse nelle ideologie. E da qui viene una prima avvertenza e cioè che il destino del femminismo non sta nell’elaborare la separazione conflittuale tra i sessi, ma nel rendere veramente umano il loro intreccio.
Continua...

venerdì 28 febbraio 2014

PER UN PARLAMENTO COSTITUENTE A BRUXELLES

ASSEMBLEA PROMOSSA DA ECONOMIA DEMOCRATICA – SBILANCIAMOCI – 
COMITATI DOSSETTI PER LA COSTITUZIONE

Roma 12 aprile 2014 ORE 10 al Centro Congressi di Via dei Frentani 4

EGUAGLIANZA E INCLUSIONE IN ITALIA E IN EUROPA  
                           
Le elezioni per il Parlamento europeo avvengono nel segno di un rovesciamento. Il sogno dell’Europa unita si sta trasformando in un incubo. In Grecia le famiglie devono scegliere se comprare la luce, il cibo o le medicine. In Italia imprenditori si suicidano perché nessuno paga i loro crediti. In Francia e in altri Paesi fondatori della Comunità europea il principale emigrante è diventato il lavoro, che va dove è più abbondante ed è meno pagato e non ha alcun diritto. L’ideale politico dell’Europa unita, che avrebbe dovuto realizzarsi col superamento degli Stati nazionali e l’instaurazione della pace, è naufragato in un arretramento della politica che ha ceduto all’economia, alla finanza e al denaro, nel frattempo diventato euro, il governo della società e la sovranità che dai popoli europei avrebbe dovuto passare al popolo dell’Europa.
In questo contesto le politiche antisociali di rigore imposte dagli organi comunitari in ossequio ai mercati finanziari stanno producendo, in gran parte dell’Unione, una recessione che pesa interamente sui ceti più deboli, provocando un aumento della povertà e della disoccupazione e una riduzione delle prestazioni dello Stato sociale. Ne risulta minato il processo di integrazione, ben prima che sul piano politico e istituzionale, nella coscienza e nel senso comune di gran parte delle popolazioni europee. L’unità del nostro continente richiede infatti lo sviluppo di un senso di appartenenza a una medesima comunità, quale solo può provenire dall’uguaglianza nei diritti, oggi smentita dalla crescente diseguaglianza tra popoli del nord e popoli del sud dell’Europa, non soltanto nei diritti sociali, garantiti ai primi e sempre meno ai secondi, ma anche nei diritti politici, essendo incomparabile il peso, ai fini del governo dell’Unione, del diritto di voto nei Paesi più ricchi e in quelli più poveri.
Proprio in questi ultimi Paesi, nei quali fu più entusiasta e pressoché unanime l’adesione all’Unione, sta perciò sviluppandosi un antieuropeismo rabbioso, che si manifesta in una crescita delle destre xenofobe e populiste, nel rifiuto dell’integrazione, nella richiesta di uscita dall’eurozona oppure, nel migliore dei casi, in una disincantata delusione. Sta così accadendo che il mercato comune e la moneta unica, che i padri costituenti dell’Europa concepirono e progettarono come fattori di unificazione, sono oggi diventati, in assenza di politiche economiche comuni e solidali, altrettanti fattori di conflitto e di divisione.
Continua...

sabato 15 febbraio 2014

CHI FARÀ LA RIVOLUZIONE DI FRANCESCO?

di Raniero La Valle

C’è una questione seria: chi farà la rivoluzione di papa Francesco? Non parlo della  rivoluzione nella Chiesa, che papa Francesco chiama «conversione» o anche «permanente riforma» e che, come dice nella Evangelii Gaudium, deve cominciare dalla conversione del papato: questa la deve fare lui e con lui la devono fare i credenti della sua Chiesa Ma la rivoluzione che papa Francesco invoca per la società, e che lui chiama riforma finanziaria ed etica, per cambiare «un sistema sociale ed economico ingiusto alla radice» (E. G. n. 59) e abbattere la «dittatura dell’economia senza volto né scopo realmente umano», la dobbiamo fare noi, i cittadini, uomini e donne amanti dell’umanità e della giustizia, credenti o non credenti che siamo.
La critica al sistema economico dominante in nome dei poveri e degli esclusi Bergoglio l’ha formulata ben prima di diventare papa, insieme a tanti preti e vescovi che per questo, fossero o no partecipi della teologia della liberazione, in Argentina erano chiamati «comunisti». Ma «la scelta dei poveri risale ai primi secoli del cristianesimo» testimoniò il cardinale Bergoglio a Buenos Aires dinanzi  alla Corte che indagava sui crimini del regime militare argentino: «se io oggi leggessi come omelia alcuni dei sermoni dei primi Padri della Chiesa del II-III secolo, su come si debbano trattare i poveri - spiegò ai giudici - direste che la mia omelia è da marxista o da trotzkista», mentre invece «la scelta dei poveri viene dal Vangelo». 
Una critica di sistema

Il tema dei poveri doveva essere poi non solo un tema teologico forte del pontificato di Francesco («per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica» ha scritto nella Evangelii Gaudium n.198; «tra la nostra fede e i poveri esiste un vincolo inseparabile», n. 48)), ma doveva diventare l’architrave del suo giudizio sulla situazione storica e del suo programma pastorale per il mondo. È rimasta ben presente in lui la consapevolezza, maturata in America Latina, delle cause strutturali della povertà, e questa si è tradotta in una radicale critica di sistema che il papa ha cominciato ad articolare e ad enunciare fin dai primi atti del suo pontificato. Già il tema fu avanzato in tutta la sua ampiezza nel discorso rivolto agli ambasciatori di quattro piccoli Paesi venuti a presentargli le credenziali il 16 maggio 2013, nel quale metteva sotto accusa il «rapporto che abbiamo con il denaro, nell’accettare il suo dominio su di noi e sulle nostre società», per cui «oggi l’essere umano è considerato come un bene di consumo che si può usare e poi gettare. Abbiamo incominciato questa cultura dello scarto – aggiungeva - Mentre il reddito di una minoranza cresce in maniera esponenziale, quello della maggioranza si indebolisce. Questo squilibrio deriva da ideologie che promuovono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria, negando così il diritto di controllo agli Stati pur incaricati di provvedere al bene comune. Si instaura una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone unilateralmente e senza rimedio possibile le sue leggi e le sue regole. Inoltre, l’indebitamento e il credito allontanano i Paesi dalla loro economia reale ed i cittadini dal loro potere d’acquisto reale. A ciò si aggiungono, oltretutto, una corruzione tentacolare e un’evasione fiscale egoista che hanno assunto dimensioni mondiali. La volontà di potenza e di possesso è diventata senza limiti».

Continua...