martedì 10 maggio 2016

Popolo Costituzione e rivoluzione




Discorso tenuto a Brescia il 6 maggio 2016 per l’apertura della campagna sul referendum

Raniero La Valle

Per partire, come sempre si deve fare, dal contesto in cui si svolge questo evento, possiamo citare una notizia meravigliosa che si trova sui giornali di oggi: a Palmira, l’antica città romana in Siria appena liberata dall’ISIS, l’Orchestra di San Pietroburgo ha tenuto un concerto con musiche di Bach e di Prokofiev nell’anfiteatro romano che era stato fino a ieri la sede di feroci esecuzioni. Questo vuol dire che la distruzione non è per sempre. Questo vale anche per la Costituzione: se anche riusciranno ora a distruggerla, essa rinascerà, l’Italia non sarà senza Costituzione, non perderà il patrimonio ormai acquisito del costituzionalismo democratico.

Popolo

Nel merito dell’incontro di stasera, devo dire che, nonostante qualche difficoltà sono venuto a Brescia per l’apertura di questa campagna sul referendum costituzionale, per una ragione precisa: per parlare della Costituzione nel nome di un mio amico bresciano, l’amico più caro che ho avuto nella mia vita, Franco Salvi, che alla Costituzione, alla Repubblica, al bene comune ha consacrato tutta la sua vita. Franco Salvi sognava la Costituzione quando faceva il partigiano: in seguito lui non ha mai  parlato della sua esperienza di lotta armata, né nel periodo della sua militanza nella FUCI, né nel periodo della sua vita politica, nella quale è stato il più stretto collaboratore di Aldo Moro, dalla cui morte fu alla fine letteralmente straziato; cattolico e non violento, Franco Salvi, schivo e riservato com’era, non si è mai gloriato di aver combattuto con le Fiamme Verdi: io conservo – ma credo di essere uno dei pochi – una sua rarissima fotografia da partigiano con il fucile in mano.
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venerdì 29 aprile 2016

TRE RIVOLUZIONI NELLA FEDE



I precedenti del Concilio, di Panikkar, delle Commissioni Teologiche Romane.

Discorso tenuto a San Gregorio al Celio il 9 aprile 2016 da Raniero La Valle in occasione della presentazione dell’Opera Omnia di Raimundo Panikkar.

Che rapporto c’è tra Raimundo Panikkar e papa Francesco?
Noi stiamo vivendo una grande rivoluzione della fede che si sviluppa lungo un arco di 50 anni, dal Concilio ad oggi. Essa ha per teatro l’umanità e tutta la Chiesa, e ha tra i suoi protagonisti, insieme a molti altri, Panikkar, le grandi acquisizioni dei teologi, anche romani, la nuova sapienza del papa emerito Benedetto XVI e, naturalmente la potenza dell’annuncio evangelico di papa Francesco. E dunque in questo tempo speciale di una rivoluzione della fede che dobbiamo collocare anche il rapporto tra Panikkar e Francesco. E se questo tempo speciale, questo Kairòs, lo facciamo partire dal Concilio è perché lì è cominciata, non nella clandestinità ma gridata sui tetti, la rivoluzione della fede. Come ha scritto il gesuita Karl Rahner facendo un primo bilancio sul significato permanente del Vaticano II nel 1979, a quindici anni dalla sua conclusione, “la Chiesa in questo Concilio è diventata nuova trasformandosi in una Chiesa a dimensione mondiale e pertanto è in grado di rivolgere al mondo un annuncio, che benché resti in fondo sempre lo stesso annuncio di Cristo, è più libero e coraggioso di prima, un annuncio nuovo. In tutti e due i termini, nell’annunciatore come nell’annuncio, è avvenuto qualcosa di nuovo, di irreversibile, di permanente” (Karl Rahner, Il significato permanente del Vaticano II, Il Regno – documenti, 3,1980). In realtà nel Concilio si sono viste cose mai viste prima, così come cinquant’anni dopo si sono viste cose mai viste prima nel pontificato di papa Francesco.
            Ciò basterebbe, da solo, a stabilire un legame strettissimo tra il Concilio, come lo ha visto il gesuita Karl Rahner, e il pontificato come lo sta esercitando il gesuita Bergoglio.

Il “senso dei fedeli”

            Per esempio tra le cose del Concilio che non si erano mai viste prima c’è l’espressione “sensus fidei”, sensus fidelium, cioè il senso dei fedeli.
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martedì 26 aprile 2016

La società senza diritti vuole la sua Costituzione

I Comitati Dossetti per la Costituzione nel referendum costituzionale

All'avv. Francesco Di Matteo
Presidente del Comitato del No di Bologna

Caro Francesco,
con l'iniziativa popolare che abbiamo avviato in Cassazione per il referendum oppositivo alla nuova Costituzione del governo, la corsa per decidere della sorte della democrazia parlamentare in Italia è giunta all'ultimo tratto.
Sul piano militante i cittadini dei Comitati del No, i Cattolici del No e molti altri sono già in campo. Il loro giudizio è già formato e chiaro: il Potere cerca di sgombrare ogni ostacolo dinnanzi a sé, di togliere di mezzo ogni porta tagliafuoco per dilagare e governare incontrastato. Ci sono riusciti gli ultimi residui della vecchia classe politica, comunque mascherati col nuovo, approfittando di una legge elettorale ufficialmente incostituzionale che già aveva distrutto il sistema politico italiano, e innescando un processo extra partitico di presa del potere che ha permesso a un cittadino e al suo gruppo di far proprio un vecchio partito già gonfiato in Parlamento da un enorme premio di maggioranza, pretendendo "primarie aperte" in cui hanno votato tre milioni di persone quando gli iscritti a quel partito erano 500.000. 
Tutto questo è chiaro. Ma i Comitati Dossetti per la Costituzione possono fermarsi a questo? Non dovrebbero porsi domande più profonde e chiedersi come sia potuto accadere che un pur rovinoso ma contingente dissesto del sistema politico abbia permesso l'attacco alle strutture stesse dell'ordinamento parlamentare, sulla scia di una sorta di silenzio-assenso del sistema culturale mediatico e informativo del Paese?  Non si deve cercare il motivo di una crisi più vasta,  che  spiega l'apparente successo di Renzi, al di là delle sue spregiudicate capacità di manovra politica?
Credo che la risposta sia da cercare nella corrispondenza tra la Costituzione e lo spirito del Paese. Le costituzioni non precedono le società, ne sono l'espressione proiettata in avanti. La Costituzione del '48 fu la conseguenza della grande rigenerazione spirituale e sociale prodotta dall'immenso dolore della guerra, e sentimenti come eguaglianza, libertà, dignità, solidarietà erano nelle masse prima di giungere alla formulazione costituzionale. Ma l'errore è di ritenere che solo i valori fossero legati allo spirito pubblico di quel tempo, e non anche le scelte dei costituenti sulle forme e le regole del sistema politico.
Al contrario, è evidente ad esempio che il ritrovato pluralismo politico affratellato nel sangue della Resistenza e nel percorso verso la Costituente, faceva ritenere così scontata, da non doversi nemmeno menzionare (bensì presupporre in tutti gli articoli della Costituzione) la proporzionale come metodo normale per le elezioni.
Nè meno forte è stato il rapporto tra il sentimento diffuso e la scelta bicamerale. Il passaggio alla Repubblica e quindi la rivalsa su tutta la forma politica che l'Italia aveva avuto fino allora, aveva la sua massima espressione simbolica e reale nel Parlamento; caduto il re, questo era il sovrano, ovvero la sovranità visibile del popolo. E proprio perché c'era stato un Senato del Regno doveva esserci un Senato della Repubblica (mentre non era concepibile, e sembra non lo sia anche oggi, un Senato delle autonomie). Però il Senato, che era di nominati a vita (e per questo c'erano rimasti  dei senatori non fascisti nel tempo di Mussolini), doveva essere anch'esso di eletti dal popolo, e così realizzare un parlamentarismo differenziato e ricco, non solo in rapporto al governo, ma ancora di più in rapporto al territorio. In questo senso le decisioni dei Costituenti erano fortemente influenzate dal sentire comune, che non solo voleva la democrazia, ma una democrazia abbondante.
Ma c'erano delle ragioni ancora più profonde che spingevano la Costituente alla scelta di un parlamentarismo leale e di una proporzionale senza forzature ed esclusioni. La prima era il grande prestigio di cui era circondata la prima rappresentanza repubblicana, che veniva dall'impegno politico, dalle carceri e dalla clandestinità, conduceva vita austera, era mal pagata (Teresa Mattei voleva darle il salario di un operaio romano) e certo non poteva essere sospettata di intenzioni di carrierismo. E la seconda era la grande stima che non solo circondava la rappresentanza politica in generale, anche per il legame di importanti masse popolari con i loro partiti e i loro leaders, ma altresì caratterizzava i rapporti degli stessi rappresentanti, pur avversari politici, tra loro; basti ricordare le parole di altissima considerazione che il partigiano Dossetti ebbe a pronunciare riferendo la testimonianza di un partigiano comunista del Reggiano.
Infine c'era il senso comune che l'uscita dell'Italia dall'amarissima situazione del dopoguerra era possibile solo grazie a uno sforzo comune, e con la rinunzia di ciascuno a una parte del proprio egoismo nonché alla pretesa di attuare esclusivamente i propri interessi e le proprie idee personali e di gruppo.
Così la Costituente scrisse la prima parte e, indissolubile da questa, la seconda parte della Costituzione; era la Costituzione naturale, omogenea, anche se "presbite", dell'Italia e della società di allora.
La prospettiva era che l'Italia, lo spirito pubblico e la Costituzione crescessero insieme, e che mentre la società andasse verso un maggior incivilimento, le istituzioni repubblicane si rafforzassero e aprissero a nuovi più moderni sviluppi.

Invece questa armonia si è rotta. Uno sviluppo economico tumultuoso, un mutamento importante di costumi, ripetuti sovvertimenti dell'ordine politico ed economico internazionale ed infine lo tsunami mediatico hanno cambiato radicalmente il quadro, hanno inaridito e reciso i legami sociali senza che le grandi agenzie religiose culturali e informative fornissero la linfa per rigenerarli. Né le dottrine politiche, né il pensiero politico comune, né i comportamenti dei cittadini si sono portati all'altezza delle nuove sfide. Sopratutto dopo l'89, finita la guerra fredda, non si sono prodotte analisi adeguate né postulate conversioni. Nessuno ha denunciato la presa del potere da parte del Denaro, nessuno ha accusato la società mondiale dell'esclusione, nessuno l'economia che uccide. Nessuno fino a Papa Francesco.
Oggi la società è più barbara di quella nella quale è stata concepita e stipulata la Costituzione del '48. Secondo le ultime statistiche europee in Italia ci sono 7 milioni di poveri: ma, come i profughi, sono dei numeri, non dei visi, delle storie, delle famiglie. Il costo di produzione che si cerca di abbattere, fino a renderlo residuale, è il costo del lavoro. Ciò toglie ragione alla stessa produzione e alla stessa economia, lasciando il primato alla finanza e alla speculazione. Sessantadue persone nel mondo hanno una ricchezza pari a quella di tre miliardi e mezzo di persone. E l'Europa dopo aver compiuto il reato di omissione di soccorso, ovvero di stragi, nei suoi mari, spara sui profughi e i fuggiaschi sopravvissuti. Spara, per ora, con proiettili di gomma, perché gli invasori sono venuti senza asce e bastoni. E con rozzo bizantinismo discrimina tra chi, avendo fame, non ha alcun diritto e chi, provenendo da mattatoi più violenti, può implorare asilo dalle burocrazie europee; e su queste basi firma con la Turchia un contratto di deportazione dei senza speranza.
Cosa ci sta a fare in un mondo così la Costituzione italiana, il bicameralismo, il Senato, la democrazia abbondante, il controllo parlamentare degli atti di governo? Ci vuole una Camera unica, e lì un deputato unico con 340 seggi che risponda a chi l'ha nominato e forse lo nominerà ancora. Ci vuole un partito unico, ci vuole un comando unico di governo e partito, ci vuole un capo unico che decida avendo al suo fianco la Bugia. E non importa nemmeno che questo solo al comando sia di destra o di sinistra; ai riformatori della Costituzione questo appare del tutto irrilevante, e dal loro punto di vista infatti lo è.
La riflessione durante la battaglia referendaria dovrà prendere in carico e approfondire l'analisi di questo scarto che si è venuto a creare tra la Costituzione italiana e la natura barbara di questa fase della storia d'Italia, d'Europa e del mondo, scarto che politici zelanti vorrebbero cancellare abbassando la Costituzione a specchio dell'esistente e addirittura a regressione al passato pre-costituzionale.
Io credo che a noi tocchi un'altra scelta: tenere alto il disegno etico e istituzionale della Costituzione del '48, richiamando la coscienza pubblica a onorarlo e a mantenerlo come traguardo sempre da raggiungere; e nello stesso tempo rimettere radicalmente in questione le attuali scelte politiche e di civiltà che ci stanno riportando nella notte,
I nostri Comitati dovrebbero accendersi come lucciole nella notte.

                                                                                  Raniero La Valle
                                                           Presidente dei Comitati Dossetti per la Costituzione

Roma, 18 aprile 2016
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SE C’ENTRA LA FEDE

Raniero La Valle – Conclusioni alla Conferenza stampa dei Cattolici del NO del 21/03/2016

         Il primo valore che è messo in gioco dallo scontro costituzionale in corso è quello dell’unità. La Costituzione è l’unica cosa che ci unisce in questo Paese, in un momento in cui la divisione sta facendo a brandelli la società. Abbiamo un’Europa divisa che innalza muri e spara sui profughi, abbiamo una società italiana divisa tra occupati e disoccupati, giovani e anziani, abbiamo l’aumento del numero dei poveri, mentre la società si disgrega, stiamo rischiando di affrontare una guerra, mentre già partono i droni da Sigonella per bombardare la Libia e siamo continuamente avvisati che da un momento all’altro, se ci sarà un certo sviluppo politico in Libia, finalmente potremo andare lì a guidare un’azione armata. Siamo quindi in un momento di grave tensione e grave divisione per il Paese, e proprio in questo momento ci si toglie anche la Costituzione, l’unica cosa che veramente ancora ci tiene insieme e ci unisce. Io penso che questo sia un elemento importante da valutare nei prossimi mesi perché a parte il merito delle questioni riguardo alla qualità della nuova Costituzione, c’è anche il fatto che col referendum noi andiamo verso dei mesi in cui ci sarà una gravissima lacerazione nell’elettorato italiano; di certo infatti non si possono illudere che il referendum sia una cosa asettica, indolore, come cercano di presentarlo; sarà invece uno scontro molto duro, dove ci saranno dei conflitti di fondo sulle ragioni della politica, sulla società, sul diritto; e io mi domando se veramente era questo il momento di sottoporre il Paese alla prova di una divisione di questa portata.    
            C’è poi un’altra questione generale che è stata sollevata per criticare la nostra iniziativa: che cosa c’entrano i cattolici, è stato detto, con questa battaglia per la Costituzione e con questo No nel referendum costituzionale? Nel corso di questa conferenza stampa sono già state spiegate da Anna Falcone, da Alex Zanotelli, da Domenico Gallo, da Luca Kocci, le ragioni per cui i cattolici c’entrano.
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martedì 15 marzo 2016

CATTOLICI DEL NO NEL REFERENDUM COSTITUZIONALE



 

21 marzo ore 16.30
Conferenza stampa aperta ai cittadini
Federazione Nazionale della Stampa
Roma, Corso Vittorio Emanuele 349

In vista del referendum per decidere se sostituire la Costituzione del 48 con la nuova Costituzione scritta dal governo, il 21 marzo alle ore 16.30 presso la Federazione Nazionale della Stampa in Corso Vittorio Emanuele 349 Anna Falcone, Alex Zanotelli, Domenico Gallo, ADISTA e Raniero La Valle illustreranno le ragioni dei “Cattolici del NO” e i motivi che legittimano i cittadini a lottare per la coerenza tra i loro valori più alti e la Costituzione repubblicana. Il prof. Luigi Ferrajoli chiarirà il rapporto tra la seconda e la prima parte, ordinamento e principi, di una Costituzione indivisibile.
Con l’invito a partecipare, gradisca i più cordiali saluti.

CATTOLICI DEL NO
NEL REFERENDUM COSTITUZIONALE
NO alla democrazia dimezzata

La posta in gioco tra il Sì e il No nel prossimo referendum costituzionale non  è il Senato ma è l’abbandono della Costituzione vigente e la sua sostituzione con un sistema di democrazia dimezzata in cui i valori e i diritti riconosciuti nella prima parte della Carta, da cui dipendono la vita, la salute  e la possibile felicità del cittadini, sarebbero isolati e neutralizzati per lasciare libero campo al potere del denaro e delle sue istituzioni nazionali e sovranazionali. Questo, col supporto di una legge elettorale congegnata per dare tutto il potere a un solo partito, è il disegno delle riforme istituzionali oggi sottoposte al popolo come nuove, ma concepite da vecchi politici, nostalgici dei modi spicciativi di governo di un lontano passato.
Mettendo mano alla Costituzione questi politici vogliono riaprire vecchie questioni di democrazia risolte da tempo e da cui non si può tornare indietro: divisione dei poteri, sovranità popolare, fiducia parlamentare ai governi senza vincolo di disciplina di partito, libertà e diritti sottratti all’arbitrio dei poteri, anche se espressi dalle maggioranze. Si sarebbero dovute fare al contrario riforme rivolte al futuro, a partire dalla domanda sul perché i diritti al lavoro e a condizioni economiche e sociali che non impediscano il pieno sviluppo della persona umana, pur sanciti in Costituzione, non si sono mai realizzati, e non certo per colpa solo del Senato. È questa domanda, non quella sul numero dei senatori, che avrebbe risvegliato la coscienza pubblica, a cominciare dai giovani oggi così disperati, e curato la piaga sociale dell’assenteismo e dell’indifferenza.
La Costituzione è un bene comune e, pur provenendo ciascuno da parti diverse, comune deve essere la battaglia di uomini e donne per la sua cura e la sua difesa, ognuno lottando però con i suoi colori e con le sue bandiere. I cristiani già altre volte, in momenti cruciali della storia della Repubblica, sono stati determinanti con le loro scelte nei referendum per un avanzamento della democrazia e della laicità e per tenere aperta la via di vere riforme. Oggi come cattolici ci sentiamo di nuovo chiamati a votare NO alle spinte restauratrici,  e così ci saranno dei “Cattolici del NO” in questo referendum. Allo stesso modo speriamo nell’impegno di molti altri cristiani di ogni denominazione e confessione. Ugualmente voteranno NO moltissimi che cristiani o credenti non sono, magari anche più motivati e determinati di noi. Ma noi, che pur non siamo soliti nominare la fede nella lotta politica, questa volta diciamo NO proprio come cattolici, rispettando in ogni caso quanti saranno spinti da motivazioni diverse.
Prima di tutto votiamo NO per una questione di giustizia. Se, nel suo significato più elementare, la giustizia è “la correttezza di una pesata eguale”, lo scambio che ci viene proposto, di dar via metà della Costituzione per avere in cambio ancora Renzi al potere, non è giusto. Renzi e la Costituzione non hanno lo stesso peso, e mentre il primo non ci è costato niente (non lo abbiamo nemmeno eletto) la Costituzione ci è costata molto, in pensiero e martiri anche nostri. Perciò, come voto di scambio, Renzi contro la Costituzione è uno scambio ineguale.
Di conseguenza se in questo gioco d’azzardo con la Costituzione Renzi, perdendo, vorrà lasciare il potere, ce ne faremo una ragione. Ma avremo salvato l’idea che ci vuole un minimo d’equità anche in un baratto. 
In secondo luogo votiamo NO per una questione di verità. Non è vero che la Costituzione vigente è vecchia, tant’è che da vent’anni si cerca di cambiarla. Vero è che da vent’anni essa resiste, anche grazie a imponenti voti popolari. Vecchia è invece la proposta Costituzione nuova, che dà più potere al potere e meno potere ai cittadini, in ciò tornando allo Statuto albertino concesso dal re e finito in Mussolini. Ma è un’illusione che dia più potere a Renzi e alla Boschi, che già conosciamo; in realtà darà più potere e forza esecutiva a uno di quei mangiapopoli arruffoni e razzisti che oggi circolano in Europa e che facilmente, col marketing delle agenzie pubblicitarie e dei telefonini scambiati per modernità, potrà insediarsi a palazzo Chigi e nei 340 seggi di replicanti assegnatigli per legge nella Camera residua, con tutti i poteri compreso il diritto di guerra.
Non è vero che con la nuova Costituzione si ridurranno i costi della politica. I deputati restano 630, le spese delle province ricadranno su altri enti, il Senato rimane a gravare sul bilancio pubblico col suo palazzo e tutto il suo apparato, anche se viene ridotto ad un club nobiliare per consiglieri regionali e sindaci che passeranno a Roma uno o due giorni alla settimana (sicché il Senato sarà il primo Ufficio Pubblico a brillare per l’assenteismo del suo personale).
 In terzo luogo votiamo no per una questione di patriottismo costituzionale. Consideriamo la Costituzione la nostra Patria, sia come cittadini che come cattolici. Come cittadini temiamo che il crollo dell’architettura della Repubblica causato dalla ristrutturazione in corso travolga anche i diritti e i valori fondamentali.  Come cattolici ci sentiamo figli della Costituzione perché, benché inattuata, mette al di sopra di tutto la persona umana e perché fa del lavoro, che una volta era considerato il compito abbrutente del servo, il fondamento stesso della Repubblica e il diritto col quale sta o cade la dignità del cittadino.
Infine votiamo NO per coerenza storica. Per secoli si è chiesto alla Chiesa di riconoscere la sovranità del diritto e la divisione dei poteri, e sarebbe assurdo che proprio ora che il papa le ha solennemente proclamate all’ONU, i cattolici italiani ne abbandonassero la difesa per tornare a quella vecchia, decrepita, infausta cosa che è l’uomo solo al comando e tutti gli altri a dire di sì.
Ma coerenza storica ci impone di votare no anche perché i cattolici in Italia hanno messo il meglio di sé nella Costituzione repubblicana. È la cosa migliore che hanno fatto nel Novecento. Dopo la scelta antiunitaria e revanscista della questione romana, dopo la sconfitta del Partito popolare, dopo l’acquiescenza al fascismo, e grazie alla partecipazione alla Resistenza, la Costituzione è stato il dono più alto che i cattolici, certo non da soli, hanno fatto all’Italia. Ora si dovrebbe cambiarla per portarla su posizioni più avanzate (più diritti, più sicurezza sociale, lavoro, cultura, più garanzie contro la cattiva “governabilità” e l’arroganza della politica), non certo sfasciarla.
Queste sono le ragioni, laiche e sacrosante, del nostro NO alla rottamazione costituzionale.

Fatto a Roma il 21 gennaio 2016, dopo l’approvazione in seconda lettura della nuova Costituzione  da  parte del Senato, senza  i  due terzi dei voti,..

Anna Falcone, avvocata, Domenico Gallo, magistrato, Raniero La Valle, giornalista, Alex Zanotelli, missionario comboniano, Raffaele Nogaro, vescovo emerito di Caserta, Lorenza Carlassare, costituzionalista, Paolo Maddalena, vice-presidente emerito della Corte Costituzionale, Boris Ulianich, storico del cristianesimo, Enrico Peyretti, “operaio del leggere e scrivere”, Torino, Adista, settimanale di informazione politica e documentazione,  avv. Francesco Di Matteo, presidente del Comitato per il No di Bologna,  Giovanni Avena, giornalista, Roma, Eletta Cucuzza, Roma, Angelo Cifatte, funzionario comunale, Genova, Marcello Vigli, Lidia Menapace, partigiana già senatrice, “Koinonia”, mensile, Convento San Domenico, Pistoia, Alberto Simoni, domenicano, Vittorio Bellavite, “Noi siamo Chiesa”, Lorenzo Acquarone, docente universitario, già parlamentare, Genova, Suore orsoline di Casa Rut, Caserta, Raffaele Luise, presidente del Cenacolo degli amici di papa Francesco, Maurizio Chierici, giornalista, Waldemaro Flick, avvocato, Genova, Francesco De Notaris, senatore nella XII legislatura, Napoli, Giuseppe Campione, docente di Geografia politica, presidente della Regione Sicilia dopo le stragi del ’92, avv. Nanni Russo, già parlamentare, Savona, Sergio Tanzarella, professore di Storia della Chiesa, Facoltà teologica dell’Italia Meridionale, Pasquale Colella, docente di diritto canonico, Napoli,  I redattori de “Il tetto”, Napoli, Giuseppe Florio, Presidente di “Progetto Continenti”, Roma, Lanfranco Peyretti, Marco Romani, “Pane Pace Lavoro”, Reggio Emilia, Gilberto Squizzato, giornalista, Busto Arsizio, Marina Sartorio, insegnante, Genova, Maria Pia Porta, insegnante, Genova, Paolo Farinella, prete, Genova, Paolo Lucchesi, sindacalista, Barberino Val D'Elsa (FI), Antonino Cinquemani, Palermo, Maria Luisa Paroni, Sabbioneta (Mantova), Giovanni Bianco, giurista, Nicola Colaianni, professore di diritto ecclesiastico, Bari, Franco Ferrara, Presidente Centro Studi Erasmo, Gioia del Colle, Carlo Cautillo, prete passionista, Claudio Michelotti, Parma, Michele Celona, architetto, Mantova, Maria Luisa Maioli, pensionata, Mantova, Gaetano Briganti, insegnante, Mercogliano (Av), Fiorella Ferrarini, vicepresidente ANPI provinciale di Reggio Emilia, Valeria Indirli, catechista, Roncoferraro (Mantova), Rosa Pappalardo, San Fratello (Messina), Corrada Salemi, Dina Rosa, Agoiolo (CR) per SALVIAMO IL PAESAGGIO (sezione casalasca), prof.ssa Marzia Benazzi, Mantova,  Bianca Mussini, maestra, Bozzolo (Mn). Eliana Strona, Torino, Carla Zauli, Bologna, Stefano Ventura, ricercatore CNR, capo scout, Bologna, Giovanni Nespoli, Renata Rossi, insegnante, Giorgio Azzoni, diacono,  Carla Pellacini, Gianni Gennari, teologo e giornalista, Annamaria Fiengo, insegnante di filosofia, Marco Badiali, Salesiano Cooperatore, Bologna, Luigi Bottazzi, presidente del Circolo G. Toniolo di Reggio Emilia, Fabio Ragaini, Francesco Capizzi, chirurgo, Bologna, Giuseppe Acocella, ordinario di Teoria generale del diritto, Università Federico II, Napoli, Maria Teresa Cacciari, Bologna, Roberto Mancini, docente di filosofia, Università di Macerata, Aldo Antonelli, prete, Avezzano (AQ), Carmine Miccoli, prete, Lanciano (CH), Pio Russo Krauss, Comunità cristiana di Via Caldieri, Napoli, Antonio Vermigli, direttore della rivista “In dialogo”, Quarrata (PT), Giancarlo Poddine, Savona, Antonio Mammi, Comitati Dossetti di Casalgrande, Reggio Emilia, Angela Mancuso, Firenze, Nicola Tranfaglia, Università di Torino, Grazia Tuzi, eredi via Chiesa Nuova 14, (Comunità del porcellino), Emanuele Chiodini, San Martino Siccomano, (PV), Aristide Romani, Flavio Pajer, Biblioteca per le scienze religiose (TO), Saverio Paolicelli, Margherita Lazzati, fotografa, Milano, Marina Lazzati, pedagogista, Fausto Pellegrini, giornalista, Carlo Cefaloni, Franca Maria Bagnoli, insegnante, Ivano Pioli, Ilario Maiolo, avvocato, Roma, Piera Capitelli, già Sindaco di Pavia, Totu Paladini, Fulvio Mastropaolo, ordinario di diritto civile a Roma tre, Anna Sforza, educatrice penitenziario di Bologna, Eli Colombo, Augusto Cacopardo, Firenze, Agata Cancelliere, insegnante, Roma, Nino Cascino, ricercatore sociale, Roma, Giorgio Nebbia, professore, ambientalista, Roma, Maria Ricciardi, Felice Scalia S.J., gesuita, Messina, Luciano Benini, Comitato per la Costituzione, Fano, Marco Bernabei, psicologo, Mauro Magini, chimico, Roma, Marta Lucia Ghezzi, Pavia, Mauro Armanino, missionario e antropologo, Niamey (Niger), Andrea Rocca, Paolo Candelari, Miriam Gagliardi, Vladimir Sabillón, grafico, Francesco Riva, cooperante, Jessica Veronica Padilla, bancaria, Donatella Gregori, dipendente pubblico, Pietro Vecchi, studente di architettura, Donatella Caruso, insegnante, Loris Lanzoni, imprenditore, Ilaria Barbieri, maestra, Umberto Musumeci, Montebelluna (TV), Antonio Caputo, Giustizia e Libertà, Maria Rosa Filippone, bibliotecaria, Genova, Mario Epifani, avvocato, Genova, Raffaele Porta, professore di liceo, Andrea Trucchi, avvocato, Genova, Daniele Ferrarin, Vicenza, Mauro Bortolani, Reggio Emilia, Renzo Dutto e la Comunità di Mambre, (Cuneo). Franco Camandona, medico, Genova, Giuliano Minelli, Maurizio Mazzetto, prete, Vicenza, Luca Pratesi, neurologo, Roma, Giandomenico Magalotti, Francesco Grespan, Maria Paola Patuelli, Luigi Antonio Faraco, Marzabotto, Giacomo Grappiolo, insegnante, Genova, Paolo Palma, presidente dell’associazione Dossetti “Per una nuova etica pubblica”, già deputato dell’Ulivo, Irene e Francesco Palma, Cosenza, Irene Scarnati, insegnante di lettere, Cosenza, Giovanni Serra, imprenditore sociale, già assessore al Welfare, Cosenza, Franca Sità,  Gianni Russotto, pensionato, Genova, Giovanni Colombo, avvocato, Milano, Giuseppe Deiana, presidente dell’Associazione C.C. Puecher di Milano, Mauro Castagnaro, giornalista, Francesco Piersante, Luigi Mariano Guzzo, Università Magna Graecia, Catanzaro, Gian Luigi Montorsi, imprenditore, Reggio Emilia, Andriotto Pietro, Costanza Boccardi, casting director, Napoli, Velia Galati, volontaria emerita della Croce Rossa Italia, Genova, Mario Corinaldesi, soccorritore ambulanza ed autista taxi sociale, Agugliano, (AN), Alessandro Bongarzone, giornalista, Angelo Bertucci, Monica Pendlebury, Jacopo Bertucci, Yasmin Bertucci, Giampietro Filippi,  geologo, Savona, Giuseppe Claudio Godani , Docente di Filosofia. Genova, Alberto Pane, Andrea Rocca, insegnante, Milano, Dino Biggio, Cagliari,

Possono firmare questo appello sia persone singole che riviste, gruppi, circoli, associazioni.
     
La sede del Comitato dei cattolici del NO è in Via Acciaioli 7, 00186, Roma tel. 066868692, fax 066865898, mail: cattolicidelno@gmail.com, e in ogni computer o cellulare che fungerà da campana per avvertire del pericolo.
Il Comitato aderisce al Comitato per il No nel referendum e al Coordinamento per la Democrazia Costituzionale.
Chi, pur senza firmare questo appello, vuole partecipare alla battaglia per il NO, può aderire al Comitato per il No nel referendum costituzionale a questo link: http://coordinamentodemocraziacostituzionale.net, oppure http://www.iovotono.it, o scrivere a: segreteria.comitatoperilno@gmail.com


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venerdì 11 marzo 2016

Intervista sui tre anni di papa Francesco



 Il 10 marzo 2016 Fabio Colagrande per la Radio Vaticana ha intervistato mons. Giuseppe Lorizio, il giornalista Marco Burini e Raniero La Valle per un giudizio nel terzo anniversario dell’inizio del pontificato di papa Francesco.

Per prima cosa Colagrande ha chiesto quale fosse per ciascun interlocutore l’immagine più rappresentativa del ministero del papa nell’ultimo anno.

Raniero La Valle:
La mia immagine è quella del papa che l’ultimo giorno del suo viaggio in Messico va sul confine americano, dove vengono fermate maree immense di poveri, di profughi, di esuli, che vorrebbero andare a trovare una vita migliore e su quel confine anche lui si ferma perché anche lui non può passare, perché anche lui è uno di quei poveri, che si ferma davanti al filo spinato, al muro della frontiera innalzata, davanti alle pattuglie della polizia che impediscono l’ingresso. E questa immagine, di questo papa che è lì sul confine, non lo può oltrepassare, si ricollega all’altra grande scelta di papa Francesco quando andò a Lampedusa - fu proprio una delle prime cose che fece tre anni fa dopo l’ascesa al pontificato - quasi a dire che il problema è lo stesso a Lampedusa come in America, c’è un mondo provato, un mondo sofferente, un mondo escluso, un mondo scartato ed è il papa che per loro si espone, si spende, impegna la Chiesa. Un’altra cosa che mi sembra importante è che lui però sul confine degli Stati Uniti fa una cosa che i poveri non fanno e cioè benedice quelli che li scacciano, che li fermano, benedice i suoi avversari e quindi nello stesso momento in cui si ferma davanti al confine lo oltrepassa e dà questo segno di comunione, che va al di là dell’inimicizia perché anche i nemici bisogna amarli. E allora a me sembra che questa sia un’immagine forte anche perché ci aiuta a capire il problema che spesso viene sollevato, se un papa è uguale agli altri, se c’è un cambiamento.
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martedì 23 febbraio 2016

SALVATE IL SOLDATO DIO

REGISTRAZIONE INTERVENTO DI RANIERO LA VALLE

Del 12 Febbraio 2016 a Gioia del Colle (Bari)

Grazie per la ricchezza di questo dibattito. Da quello che è stato detto, risulta chiaramente che c'è una grande consapevolezza del tempo che stiamo vivendo. Credo che siamo all'inizio di un'epoca, o almeno si può dire che questo pontificato stia cercando di dare una svolta non solamente alla storia della Chiesa ma alla storia del mondo. Nell’intervento di Paolo Cantore abbiamo sentito la citazione di questa espressione di papa Francesco nella bolla con cui è stato indetto il giubileo, “Misericordiae Vultus ": “gli anni a venire siano intrisi di misericordia". “Gli anni a venire”, quindi non quest'anno corrente deve essere l'anno della misericordia, ma gli anni a venire; d'ora in poi il mondo dovrà scoprire e vivere la misericordia. Perché noi che siamo consapevoli delle sofferenze del mondo in cui viviamo e  siamo consapevoli del senso della fine che sta gravando sulla terra, che cosa ce ne facciamo di un anno solo di misericordia? Che cosa ce ne facciamo di un anno di misericordia se poi finito quest'anno, tutto ricomincia come prima: le guerre, le violenze, le esclusioni, i naufragi?
Il punto è che incominci una storia nuova, e questa mi pare la grande provocazione di questo papa. Non dico che ci riuscirà, non dico che riusciremo veramente ad aprire quest'epoca nuova, però questa è l'istanza che viene posta. Certamente questa istanza non viene posta solamente ai cattolici, non solamente ai credenti, ma viene posta all'umanità tutta intera. Noi eravamo già abituati a documenti pontifici che non si rivolgevano solo ai vescovi, ai presbiteri, al popolo cattolico ma “a tutti gli uomini di buona volontà” come aveva fatto Giovanni XXIII nella "Pacem in Terris". Ma rivolgersi a tutti gli uomini di buona volontà, può voler dire lasciare ancora un'ombra di discriminazione, perché ci potrebbero essere degli uomini e delle donne che si possono considerare non di buona volontà,  quindi non destinatari del messaggio  della Chiesa. Invece la "Laudato Sì" dove non a caso si parla del destino della terra, di questa nostra casa comune, e se ne paventa la crisi, la possibile fine, è indirizzata ad ogni persona che abita su questa terra. E qui nasce una nuova figura di diritto. Il diritto non è il diritto dell'uomo, il diritto del cittadino, è il diritto di chi abita sulla terra. Tutti gli abitanti della terra, e vorrei dire, ricordando il nome che papa Francesco ha assunto, il nome di Francesco d'Assisi, che questo diritto è di tutti quelli che stanno sulla terra, non è solamente il diritto degli uomini e delle donne ma è anche il diritto degli animali. Tutto il creato ha diritto di vivere, ha diritto di continuare, e nei confronti di chi rivendica questo diritto? Nei confronti di coloro da cui può dipendere che questo diritto sia invece negato e stroncato. Di conseguenza, è l'umanità tutta intera che diventa il nuovo soggetto di diritto e che dovrebbe diventare il nuovo soggetto politico della liberazione del mondo.
L’incontro col patriarca Kirill

Noi siamo in realtà dentro ad una prospettiva di grande cambiamento. E allora chiediamoci che cosa sta accadendo in questo momento, proprio nel momento in cui noi parliamo. Sta succedendo che il Papa è in volo verso Cuba, poi andrà in Messico, ma per andare a fare che cosa? Va a fare la stessa cosa che fa sempre: “annunciare la misericordia”. Papa Francesco prima di partire ha pronunciato un brevissimo messaggio ai messicani, spiegando: "Forse vi state domandando che cosa vuole il Papa con questo viaggio? La risposta è immediata e semplice: desidero venire come missionario della misericordia e della pace". Basta. È questo che vuol fare.Ma la misericordia e la pace, rispetto al mondo come va, sono un'alternativa radicale, sono una rivoluzione, sono un altro modo di vivere, sono un altro modo di pensare il mondo, sono un altro modo di stare al mondo. È  così semplice, che cosa deve fare un papa se non annunciare la misericordia? Ma non sempre è stato così. Dobbiamo andare a vedere la storia della Chiesa, la storia del papato, che ha cercato di proporsi come unico sovrano su tutti i regni e su tutti i poteri. Bisogna pensare a che cosa è stata questa storia per capire come oggi annunciare la misericordia come il criterio e l’espressione di tutta intera la missione della Chiesa, diventi una cosa così innovativa, così rivoluzionaria.
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venerdì 29 gennaio 2016

Intervista su papa Francesco

Radio Vaticana 19 gennaio 2016: rassegna stampa condotta da Fabio Colagrande che intervista Raniero La Valle

Fabio Colagrande (passim) - Siamo all’indomani della visita del papa alla Sinagoga di Roma.
Ma vorrei cominciare con una lettera che si trova a pag.2 del quotidiano Avvenire, in cui l’ex direttore dell’Unità Peppino Caldarola chiede al direttore di Avvenire Marco Tarquini se Francesco può essere anche “il mio papa”, cioè il papa di chi non è cattolico. E aggiunge:“che mi sta succedendo? Sono stato a lungo un comunista italiano, e ho sempre avvertito, soprattutto con Enrico Berlinguer, un’inclinazione rispettosa e curiosa verso la fede, i credenti e gli uomini di fede. Ho amato Giovanni XXIII, la figura di Paolo VI mi ha sempre colpito. Non parlo degli altri papi per non esagerare e per tenermi a quelli che mi hanno più interrogato la coscienza. Con Francesco avverto, invece, un passaggio in cui la domanda interiore scava più in profondità. Il Dio che Francesco racconta, la vicenda umana e divina di Gesù sono un messaggio di comprensione del mondo che non avevo mai letto in modo così esplicito, accogliente, generoso, in grado di diventare il pensiero forte (oltre che per chi ha fede) per questo nostro mondo pieno di cose brutte e di ingiustizie. Ho capito finalmente che cosa vuol dire “misericordia”, cioè quell’atteggiamento divino, ma anche degli umani, che spinge alla comprensione, alla solidarietà, alla non esclusione”.
Che cosa ne pensi? Può essere Francesco il papa anche di chi non è cattolico?

Raniero La Valle - Mi sembra molto rivelativo di quello che sta accadendo con questo pontificato,  perché una cosa va rilevata: Caldarola dice di non  essere credente, però racconta il suo passato in  cui ha sempre avuto un atteggiamento di grande stima, di grande attenzione, di grande disponibilità nei confronti dei papi precedenti; ricorda Togliatti, il dialogo con i cattolici, quindi non è uno che viene da una frontiera di anti clericalismo, da una posizione pregiudizialmente contraria alla religione, è una persona aperta, seria, serena. Però c'è qualcosa che è successo di nuovo, perché dice: “invece con Francesco” è una cosa diversa. Allora io credo che ci dovremmo interrogare su che cos'è questa cosa diversa, che cosa ha di diverso e di nuovo papa Francesco, così da colpire anche coloro che già erano su una certa linea di attenzione alle cose della Chiesa. E questo è molto importante che noi ce lo chiediamo, perché certamente questa è una cosa che riguarda Francesco ma non ancora la Chiesa. Non tutti quelli che oggi sentono questa vicinanza con Francesco sarebbero disposti a dire che sono ugualmente messi in causa dalla Chiesa e quindi ciò vuol dire che quello che Francesco propone alla Chiesa è qualche cosa di vitale perché riguarda la missione della Chiesa nel mondo. Che cos’è questo “invece”? Secondo me è il fatto che questo papa – cosa che sembrerebbe ovvia per un papa, per un pastore, per un vescovo, per un cristiano - ha riaperto di fronte al mondo la questione di Dio. Chi è Dio, che cosa abbiamo a che fare con lui, qual è l'atteggiamento di Dio verso di noi? Questa è la domanda ultima, la domanda radicale perché non c'è discussione sulle religioni, sulle Chiese, sul sacro, su tutto quello che appartiene all'universo religioso, che non abbia il suo fulcro, il suo punto di caduta, il suo punto di verità nella domanda: chi è Dio, che cosa abbiamo a che fare con lui? Calderola ha capito questo. Papa Francesco parla di Dio, parla di un Dio diverso, o meglio ne parla diversamente da come finora è stato annunciato, e si rivela questo Dio straordinario, questo Dio della misericordia, questo Dio che perdona sempre, questo Dio che non si vendica, questo Dio che non conduce nessuna schiera contro nessun altro, questo Dio non violento, questo Dio che ama tutti, questo Dio che arriva prima di qualsiasi cosa gli si possa chiedere. Papa Francesco ha perfino inventato un neologismo “primerear”, cioè questo Dio che arriva prima, quando tu lo cerchi lui è già lì che ti aspetta. Questo è un Dio che il mondo non aveva ancora conosciuto o perlomeno non gli era stato raccontato in questo modo. Allora se la Chiesa sarà capace di raccontare Dio in questo modo e non solo nel periodo di papa Francesco ma anche dopo, anche nel futuro, io credo che cambierà il mondo.
Continua...