venerdì 31 gennaio 2020

CHE COSA DOBBIAMO RICORDARE


La settimana attraversata dalla giornata della memoria e dal rinnovato nostro “mai più!”, è stata densa di eventi che appaiono come altrettanti segni dei tempi per dirci che cosa, anche di oggi, dovremo ricordare. Eventi già in anticipo giudicati dalla Parola.
Il primo segno, ma solo in quanto a noi più vicino, è che i potenti sono deposti dai loro troni (“deposuit potentes de sede”, Luca, 1,52). La sconfitta di Salvini era una sconfitta annunciata, perché non si vince con l’arroganza e non si governa con la spietatezza, e questo era chiaro fin da quando il leghista era al governo, e una nostra “newsletter” già l’aveva registrato il 18 luglio 2018, un anno avanti la caduta, alle prime chiusure dei porti in faccia agli immigrati: “Salvini è già sconfitto. L’Italia non è abbastanza crudele”, avevamo scritto.  Ma anche i 5 stelle hanno qualcosa da ricordare, perché loro, nati per spazzare via “la casta”, con l’antipolitica, “né di destra né di sinistra”, sono giunti a rimanere quasi solo una casta in Parlamento, senza più un popolo che li voti.
Ma i potenti possono produrre danni inenarrabili prima di cadere. E questo è l’altro segno dei tempi che ha fatto irruzione nella nostra storia con la decisione di Trump e di Netanyahu di procedere all’annessione ad Israele dei Territori Occupati, comprando i Palestinesi per denaro e chiamando questa tentata corruzione “piano di pace” (come avevano denunciato i profeti: “hanno venduto il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali”, Amos, 2, 6). Così due capi politici precari, mentre il potere sfugge loro di mano, pretendono di fissare per sempre il destino di una città e di una terra dove si gioca l’eterno. Trump e Netanyahu sono accusati di crimini gravissimi: l’americano di intelligenza con il nemico russo (ai tempi del maccartismo più ancora che come un crimine sarebbe stato bollato come un sacrilegio, un patricidio), l’israeliano di corruzione, frode e abuso d’ufficio. Viene da qui il loro comune interesse a porsi sopra ogni giustizia, a gettare sul tavolo i numeri del loro consenso per restare al potere, facendone pagare il prezzo a un popolo negato, scartato, prima ancora che oppresso. Così si sono organizzati i due incriminati, si sono fatti complici, in una sorta di inedita loro “criminalità organizzata”.
L’altro segno dei tempi è la malattia che viene dalla Cina. Essa dice quanto siamo fragili ed esposti noi che pretendiamo di dominare la terra e gli spazi, e come tutto sia unito, e come il nostro destino si giochi nella carne, non a caso scelta da Dio a sua dimora terrena. E se davvero il contagio viene da un serpente contaminato da un uccello ed è passato all’uomo in un mercato del pesce, ecco un segno potente di questa comunicazione nella carne di tutti i viventi sulla terra, e come sia vero che se una farfalla perde le ali a Tokio o ad Hiroshima, un uragano si scatena in America. E si svela una più globale e stringente verità di una parola che risuonò al Concilio Vaticano II” “Chi sta a Roma sa che gli Indi sono sue membra” (Lumen Gentiun, n. 13, citando san Giovanni Crisostomo).
Sono, questi, segni dei tempi che ci ammoniscono su che cosa dobbiamo ricordare: che l’umanità è una, che il suo destino è comune, e che tutta la creazione soffre con lei. Il pensiero di essere divisi, dialettici, di stare nel conflitto, ogni Stato con la sua Costituzione che ne proclama la dignità e il dover essere, ma anche con le sue armi pronte allo sterminio, appartiene ormai a una fase infantile della storia dell’umanità. L’ideologia del “prima noi” (prima gli ariani, prima i tedeschi, prima l’Occidente, prima gli italiani, che poi vuol dire “solo noi”) è la ricetta della distruzione e della fine. Ci dobbiamo ricordare che c’è un’altra possibilità, c’è il gesto unico, che ciascuno può fare, che salva tutti, che ci è stato rivelato un giorno e che è per sempre: quello dello straniero, del Samaritano, del nemico, che riconosce e prende con sé come suo prossimo il totalmente altro da sé, il Giudeo aggredito e lasciato morente sulla strada di Gerico. In Palestina.
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venerdì 24 gennaio 2020

QUALE ECUMENISMO


Ieri 23 gennaio si sono svolti nel Duomo di Mestre i funerali di Maria Vingiani, storica promotrice del cammino e del pensiero ecumenico in Italia, pioniera dell’incontro tra cristiani di Chiese sorelle, tra cattolici ed ebrei e poi anche tra persone di religioni diverse. Noi la ricordiamo quando, all­'inizio del Concilio, da Venezia insieme a don Germano Pattaro venne a Bologna all'Avvenire d'Italia per proporre l'iniziativa, allora rivoluzionaria, di dare avvio ed impulso all'impresa dell'ecumenismo in Italia, cosa che appunto avvenne col SAE.
Maria Vingiani è venuta a mancare dopo una vita meravigliosa anche se sofferente, all'inizio della Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani , in un momento difficile per l'ecumenismo, che sembra aver perso nella nostra Chiesa l’impeto originario e si sta assestando in una sorta di normalizzazione in cui il vero dialogo ristagna. C'è infatti una contraddizione, perché mentre da parte di papa Francesco si moltiplicano scelte e gesti di grande forza anche simbolica sulla via della comunione ecumenica ed interreligiosa (fino alla novità di associare ai suoi viaggi apostolici i massimi esponenti di altre confessioni, come farà nel prossimo viaggio in Sud Sudan con il primate anglicano Welby), sul piano istituzionale il processo sembra in pausa e l’approdo appare lontano. Ciò dipende anche dal fatto che mentre si cerca un’unità tra le confessioni, queste si dividono al loro interno: nell’Ortodossia orientale si è aperto un grave conflitto tra le Chiese associate al Patriarcato di Mosca e quelle legate al Patriarcato di Costantinopoli, nella confessione anglicana ci si divide sui ministeri e sull’episcopato femminile, nella stessa Chiesa cattolica si annida una sorda opposizione al luminoso magistero di papa Francesco, nell’Islam ci si divide sulle pulsioni settarie e violente, nell’ebraismo permane l’ostacolo dell’irrisolto intreccio tra il messaggio universale e salvifico del popolo della Torah e il sionismo politico dello Stato israeliano che non fa vivere i palestinesi.
Può darsi che tutto ciò sia il segnale che l’ecumenismo come è stato vissuto finora - e nella Chiesa cattolica a partire dal Concilio Vaticano II - ha dato i suoi frutti e non può andare molto più in là: il conseguimento dell’unità piena è storicamente fuori della sua portata e la stessa intercomunione, non tanto a livello di fedeli (dove già si pratica) ma a livello di Chiese, allo stato attuale della teologia e delle culture religiose sembra molto lontana se non improbabile. Ma poiché l’ecumenismo e il rapporto interreligioso sono certamente nel piano di Dio, di un Dio riconosciuto non più geloso delle scelte dei suoi figli, forse è il caso di pensare che siamo a un cambio di paradigma: continuerà senza dubbio a svolgersi un ecumenismo a vari livelli, ma quello da far proprio fin d’ora, nella storia e nella vita, non è tanto quello del mito dell’unità organica (secondo una «suicida» interpretazione fondamentalista dell’evangelico «un solo ovile e un solo pastore»), ma è quello dell’accoglienza reciproca e dell’«armonia delle differenze» proclamate nel documento di Abu Dhabi di papa Francesco e dell’Imam di Al-Azhar sulla «fratellanza umana»; forse i suoi figli Dio li vuole anche anglicani con le donne vescovo, luterani con la Santa Cena e ortodossi senza il primato giurisdizionale del vescovo di Roma.
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venerdì 17 gennaio 2020

PORPORE DISSIDENTI

Come a un attentatore avventizio e maldestro la bomba allestita dal cardinale Sarah per intimidire Francesco e impedirgli di fare il papa mentre deve trarre le conclusioni del Sinodo per l’Amazzonia, gli è scoppiata tra le mani. Nella miscela esplosiva si era fatto mettere incautamente l’ex papa Benedetto e ne sarebbe venuto un bel botto se egli non avesse ritirato il suo avallo e la sua firma al libro perentorio del cardinale.
Il tema era scottante: c’era dentro tutta la mitologia del celibato sacerdotale costruita (ma non sempre e non ovunque praticata) nella Chiesa cattolica, c’era la spallata da dare a un pontificato obbediente al Vangelo e perciò inviso al potere, c’era da sdoganare la risorsa dell’ex papa per farne la bandiera della crociata controriformista, rovinandogli la più geniale delle sue innovazioni, quella del papa in quiescenza; ci hanno provato, e quello che ne è venuto fuori è stata invece la disperazione delle porpore dissidenti, che pur con tutte le complicità dei poteri idolatrici mondani, si mostrano non come la falange agguerrita della riscossa cattolica, ma come l’improbabile armata che confusamente lotta contro le sue stesse e comuni dottrine: il primato di Pietro, l’eucarestia come fons et culmen della vita della Chiesa, il sacerdozio che nella sua essenza, non nelle sue mutevoli discipline, ne costituisce il ministero che la Chiesa tutta offre al mondo amato da Dio.
E in realtà sarebbe stato paradossale che si proponesse come dottrina ortodossa quella del “legame ontologico-sacramentale” tra il sacerdozio e il celibato: “ontologico” con la firma dell’ex prefetto, poi papa, della Congregazione per la dottrina della fede, “sacramentale” con la firma dell’attuale prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Se c’è un sacramento fatto apposta per il celibato è semmai il matrimonio, che lo fa venir meno; nessun sacramento, come segno e strumento dell’intima unione con Dio degli esseri umani, discrimina secondo la vita sessuale. E se ci fosse un legame ontologico tra sacerdozio e celibato, e ontologica fosse “l’astinenza sessuale” pretesa dal sacerdozio, sarebbe del tutto irrealistico e fantasioso attribuire un ruolo sacerdotale a tutti i battezzati, come ci è stato ricordato nella liturgia del battesimo di Gesù; un popolo sacerdotale, ontologicamente celibe, ma non sterile, romperebbe il disegno creativo, e porrebbe fine alla Chiesa stessa con la fine dell’ultimo battezzato.
Perciò l’evento traumatico che, secondo i siti integralisti, avrebbe dovuto chiudere il  “varco al sacerdozio sposato e al diaconato femminile”, non ha sortito gli effetti voluti; esso piuttosto ha suggerito che si regoli con più cura lo status dei papi in quiescenza; essi possono anche non cambiare d’abito, se è il bianco che piace, ma forse quando non si è più papi non si dovrebbe impartire la “benedizione apostolica” come ha fatto Ratzinger nella prima delle sue lettere al cardinale Sarah.
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venerdì 3 gennaio 2020

NON ERA SCONTATO


Siamo entrati nel nuovo anno, cosa che, come ha detto il papa all’Angelus del primo gennaio, non era affatto scontata; e anzi siamo entrati nel secondo ventennio del terzo millennio: è questo il tempo atteso e che viene, nel quale si rinnova la pienezza dei tempi, anche grazie a un uomo mandato da Dio il cui nome è Francesco.
L’anno si è aperto con l’idea nuova che sia possibile una Costituzione della Terra, un costituzionalismo mondiale, una famiglia umana che diventi anche soggetto politico e giuridico, onde la Terra e la storia possano essere salvate.
Entrando nel Nuovo Anno, non possiamo non segnalare la toccante omelia di papa Francesco nella Messa di capodanno, nella quale c’è un elogio della pazienza (ci vuole pazienza anche per nascere, “giorno dopo giorno, mese dopo mese”), un’investitura a un ruolo trainante delle donne (“per tessere di umanità le trame dei nostri giorni, dobbiamo ripartire dalla donna”), uno sguardo estatico sul suo corpo che nessuno aveva mai osato (“la carne più nobile del mondo”; ogni violenza contro di essa è “una profanazione di Dio”) e una esaltazione della Madre di Dio così essenziale (nel suo grembo “ Dio e l’umanità si sono uniti per non lasciarsi mai più: anche ora in cielo, Gesù vive nella carne che ha preso nel grembo della madre”) da far apparire in tutta la sua miseria l’accusa rivolta al papa sul blog dell’Espresso-la Repubblica curato da Sandro Magister di non aver attribuito in una  recente omelia mariana alla Madonna l’attributo di “corredentrice”, ciò che per l’ortodossia cattolica sarebbe un’eresia.
A tutti gli auguri più cordiali di buon anno, e l’augurio è che lo impieghiamo perché ciò che non è scontato accada: «non è scontato che il nostro pianeta abbia iniziato un nuovo giro intorno al sole e che noi esseri umani continuiamo ad abitarvi. Non è scontato, anzi, è sempre un “miracolo” di cui stupirsi e ringraziare», sono queste le parole testuali del papa al primo Angelus dell’anno. E per prendere coscienza che non sia scontato basta leggere le previsioni sempre più allarmate degli scienziati sullo stato della Terra, basta guardare l’Australia che brucia e l’Indonesia travolta dalle acque, e basta aprire il libro delle arroganze e delle guerre, da un Salvini che liquida come “mellifluo”  il discorso di civiltà con cui Mattarella ha cercato di promuovere la pace almeno in Italia, a un Erdogan che vuole tornare a dominare con le armi turche quella Tripolitania da cui la conquista che ne aveva fatto l’Italia coloniale nel 1911 le aveva scacciate; e dopo un secolo siamo ancora lì, tra Imperi e colonie e macerie di distruzioni di dolori e di lutti che la storia accumula dietro di sé, e che abbiamo causato anche noi. Se il Mediterraneo è un mare di sangue, noi non siamo innocenti.



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