martedì 13 agosto 2019

RIMETTERSI IN PIEDI PERCHÉ LA STORIA CONTINUI


 Nei giorni in cui, sulla soglia del Ferragosto, cadeva il governo, la temperatura a terra giungeva in Puglia e in Sardegna a punte di 51 gradi; a Genova veniva portata a termine la demolizione del ponte Morandi e della case ad esso sottostanti; nel Mediterraneo tra Malta e Lampedusa due o tre navi si trovavano i porti chiusi in faccia avendo a bordo centinaia di indesiderati e di scartati privati del diritto di vivere. E molte altre simili cose erano in corso nel mondo, ma già queste tre dicono tutto. La prima parla di un clima fuori controllo, che invece dovrebbe essere governato dagli uomini; la seconda parla di una tecnologia che crea opere sorprendenti e impensate ma non le cura, non le vigila e ne fa ragione di morte; la terza parla della vanagloria di un potere che si compiace di se stesso e si prostituisce al consenso che chiede, offrendo il prezzo di un obbligo al naufragio, di un sacrificio degli innocenti, di un viatico alle stragi degli innocenti.
Ciò che in tutto questo si mostra è la sproporzione tra la tragica grandezza di questi fatti e la qualità delle risposte date in sede politica. Uno dice ossessivamente che il rimedio è tagliare 345 “poltrone” tra l’una e l’altra Camera; un altro apostrofa i parlamentari ingiungendo loro, anzi a una parte del loro corpo presa per il tutto, di precipitarsi a Roma per votare, data la sua urgenza di prendersi dalle urne le poltrone che secondo lui gli toccano come “capitale” guadagnato nelle elezioni europee; un altro vuole andare all’incasso dei popcorn mangiati sull’Aventino aspettando che sul fiume passasse il cadavere del suo nemico; e sullo sfondo c’è il coro del popolo che non recita più la parte che gli era stata assegnata in commedia ma scende in piazza con grida e striscioni chiamando “buffone” e “sciacallo” proprio colui che si era presentato come suo salvatore.
Vedremo ora come ne verranno fuori: e devono venirne fuori perché loro è la responsabilità della crisi così creata.
Ma, al di là dei meriti e dei demeriti dei protagonisti di questa fase, quello che emerge con potente evidenza è che lo strumentario politico e le risorse di cui si è fatto uso fin qui tra tutte quelle offerte dal sistema democratico (soprattutto a partire dall’ubriacatura del maggioritario), non sono più in grado di reggere la sfida e di far fronte ai problemi veramente nuovi che la storia oggi ci propone. Noi, cui la  Costituzione attribuisce il compito di determinare le politiche nazionali,  siamo, con i pochi mezzi che ci hanno lasciato tra le mani, incapaci di prendere il controllo politico e pubblico, e perciò il governo di fenomeni come il dissesto della Terra e del clima, l’onnipotenza autoreferenziale della tecnologia e dei suoi apprendisti stregoni con la loro Intelligenza Artificiale, il movimento di popoli in esodo o in fuga da una parte all’altra di un mondo irto di armi e di violenza, il tracotante “benservito” al diritto e alla giustizia sulla terra. E se, come ha cominciato a fare, si scioglie tutta la Groenlandia, come ci dicono gli esperti (e l’aumento di 3 gradi della temperatura terrestre avverrà nel 2050, dicono gli australiani), le acque saliranno di sette metri; neanche Roma resterà all’asciutto, fortuna che ci sono i sette colli.
Per la prima volta il tema della fine del mondo non è più esclusivo delle religioni, è il problema attuale della politica. Non possiamo aspettarci un Dio che scende dal Sinai per porre rimedio ai guasti causati dalle nostre idolatrie. Lo dice anche papa Francesco: la Chiesa non offre miracoli, la Chiesa “vede chi è in difficoltà, non chiude gli occhi, sa guardare il mondo in faccia” e lo rimette in piedi, “nella posizione dei viventi”, come fece Pietro con il paralitico. E, messi in piedi, tocca a noi: “Dio vuole la fede, loro vogliono i miracoli”, aveva già detto il papa il 3 febbraio scorso.
L’impresa dunque la dobbiamo compiere noi. Occorre riprendere in mano il controllo politico dei processi, ma ormai questo è il compito non di questa o quella identità, non di questo o quel sovrano etnico o imperiale. Il loro ciclo storico si è estinto nelle fiammeggianti apocalissi del Novecento. È il compito invece della intera comunità umana, come nuovo soggetto costituzionale e politico.
 È questa l’eresia pelagiana dell’uomo che si salva da sé? No, è sapere che Dio starà col suo popolo, con i popoli tutti non “con braccio possente e ira scatenata”, ma con la forza liberante della sua misericordia.
Pertanto, passata l’attuale bufera, bisognerà pensare a dar luogo a nuove offerte politiche, porre mano a nuovi strumenti di azione e decisione politica, nell’agone democratico, non per contendere il potere ma perché sia salva la terra e la storia continui. Ci vorranno un’aggregazione, un’alleanza, un partito, che guardino anche oltre i confini dell’Europa, non come eterna ripetizione dell’identico, ma come risposta nuova a problemi nuovi, non di una parte contro l’altra, ma dalla parte della Terra, un partito della terra.
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domenica 28 luglio 2019

LA VIOLENZA È VICINA

La Camera ha approvato il secondo decreto sicurezza di Salvini dopo aver espresso su di esso un voto di fiducia al governo con 325 voti contro 248. Il decreto è incostituzionale non solo in quanto a singoli articoli della Costituzione e del diritto internazionale che lasciamo ai giuristi e al presidente della Repubblica di valutare ai fini di accertarne l'illegittimità, ma sopratutto è in antitesi con lo spirito globale della Costituzione, con la sua stessa ragion d'essere che com'è noto non è la ragion di Stato ma la ragione delle persone umane come cittadini, non come individui isolati ma come membri di comunità politiche. In questo senso esso è l'anti-Costituzione, e non basta per salvarsi l’anima uscire dall’aula quando lo si vota. 
Tuttavia non è questo l'argomento che vogliamo qui sollevare, che già molti altri sollevano, vogliamo porre una questione diversa, che è la radicale illegittimità della legge approvata dalla Camera e ora al vaglio del Senato. Tale illegittimità radicale deriva dalla frode in atto pubblico di cui questa legge é il prodotto, è il bottino, è il corpo del reato. La frode, o il falso, consiste nel fatto che le forze parlamentari in un atto solenne e pubblico come è un voto a scrutinio palese e per appello nominale alla Camera danno il via a una legge non a motivo del merito della legge ma a motivo della fiducia che esse dichiarano di nutrire per il governo, mentre esse stesse con atti contestuali e nello stesso momento esprimono in tale governo la più totale sfiducia. Il Movimento 5 stelle ha platealmente affermato questa sfiducia disertando l'aula di Montecitorio per sanzionare il ministro degli Interni vicepresidente del Consiglio e la sua forza politica per il rifiuto di rispondere al Parlamento delle accuse di corruzione gravanti su di essi, vere o false che fossero; esso inoltre ha manifestato il suo dissenso per la decisione del governo di dar corso alla TAV nonostante il desistere da essa fosse un punto d'onore del suo stesso impegno politico e programma elettorale. Per contro il secondo partner di governo, il capo della Lega Matteo Salvini, poche ore prima del voto di fiducia aveva dichiarato essere venuta meno la sua fiducia, perfino sul piano personale, nei confronti dell'altro leader e alleato di governo, il vicepresidente del. Consiglio e ministro di una quantità di cose, Luigi Di Maio.
La conclusione che se ne deve trarre è che l'intera azione di governo, se sopravvivrà, è fondata sul falso conclamato di una fiducia che non c'è. Essa viene simulata solo ai fini del calcolo sulle tattiche più utili per la conservazione del potere. Naturalmente secondo le regole formali governo e democrazia possono funzionare lo stesso, quello però che dai vertici del sistema si diffonde e discende fino ai rami più bassi della società è il senso di una corruzione profonda per cui tutto è lecito e ogni cosa, ogni “difesa”, è legittima per il proprio tornaconto, nella vita privata non meno che in quella pubblica. 
In questo contesto assume valore fortemente simbolico l'abbandono, da parte del magistrato che ne era stato incaricato, dell'ufficio di Autoritá per la lotta alla corruzione: quel tempo in cui la si credeva possibile, egli dice, è passato, la cultura è cambiata, la corruzione è il nostro destino. Ma noi possiamo accettare questo? Attenzione, su questa strada la violenza è vicina. Continua...

martedì 9 luglio 2019

ALZARSI DAL DIVANO

La disfida che continua nel Mediterraneo tra Lampedusa, Roma, Malta e le capitali europee ci ripropone una grande verità che si è cercato in tutti i modi in questi anni di nasconderci e di farci dimenticare: la grandezza e la decisiva forza della politica nel determinare le nostre vite.
È un grande dramma quello che si sta consumando sulla pelle di fuggiaschi, profughi, naufraghi, ma questo dramma è politico. È molto importante riconoscere la politica dove c’è. È politica il decreto-sicurezza di Salvini che viola la Costituzione, è politica Mattarella che lo firma, è politica Carola Rackete che entra nel porto di Lampedusa, è politica la Guardia di Finanza che fa ostruzione occupando pericolosamente la banchina, è politica che il parroco e gli abitanti dell’isola accolgano i migranti a braccia aperte, è politica gli insulti alla comandante arrestata, è politica che le ONG continuino a salvare naufraghi e a forzare i porti, è politica che i non salvati anneghino restando per sempre ignoti, è politica che continui il braccio di ferro tra terra e mare, che l’Europa si chiuda nella linea del rifiuto e l’Italia nella linea “della fermezza”, è politica, e cattiva politica, che nonostante tutto questo, il governo non cada in Parlamento, è politica che il papa e tutta la Chiesa celebri pregando l’anniversario della visita a Lampedusa, inaugurale del pontificato. Tutto questo è politica, la grandezza, la libertà, la dignità, la carità, la spietatezza, la forza decisiva della politica. Ed è del tutto evidente che in questa partita non sono in gioco solo centinaia di vite gettate nel mare, ma è in gioco il nostro onore, l’anima del nostro Paese e la sua fama nel mondo, è in gioco l’essere o non essere dell’Europa, è in gioco il principio di eguaglianza di tutti gli esseri umani, è in gioco il dilaniamento o l’unità dell’intera famiglia umana e, in ultima istanza, data la crescita esponenziale del fenomeno, sono in gioco la guerra e la pace, e lo stesso destino del mondo. I nostri figli!
E in tutto questo il popolo sovrano dov’è? Dove sono i cittadini che devono concorrere a determinare la politica nazionale? Sono sul divano spettatori di sterili logorree televisive, di tweet arroganti e invasivi, frastornati e impotenti; oppure, sedati dal virus del disprezzo della politica e delle sue “caste”, voltano la testa dall’altra parte aspettando, senza più neanche volerlo sapere, che le cose accadano. Gli sono caduti o gli sono stati tolti dalle mani gli strumenti con cui combattere, i partiti, gli unici che concorrono davvero, a norma di Costituzione a determinare le decisioni finali.
È stato un preciso disegno dei poteri vincitori della corsa agli armamenti e della guerra fredda combattuta sul filo del rasoio del terrore atomico, quello di spegnere la politica, estirparla fin dalle radici della coscienza comune, demolire tradizioni venerande, chiudere e distruggere partiti perché, alfine, globalizzato il mondo, dominasse incontrastato il danaro, col suo trono, la sua corte, le sue caste, i suoi araldi, i suoi sigilli: il Mercato.
Tutto questo ci suggerisce e ci ricorda la partita politica su cui si sta giocando il nostro futuro, nel Mediterraneo e non solo. Con un solo avviso: tornare alla politica, ricostituire i partiti, riprendersi il diritto e il dovere di decidere. Continua...

venerdì 5 luglio 2019

LA VERA OBBEDIENZA


L’ordinanza della Giudice delle Indagini Preliminari di Agrigento Alessandra Vella che ha mandato libera Carola Rackete dall’accusa di aver usato resistenza e violenza contro una nave da guerra italiana che difendeva il porto di Lampedusa dallo sbarco dei migranti salvati in mare dalla Sea Watch, non è solo un atto di giurisdizione, è una profezia, un annuncio, un grido. Essa, emessa da una donna, in nome del diritto internazionale e della Costituzione italiana dichiara qual è la vera obbedienza che in quel caso si doveva prestare, non solo per obbligo morale, ma anche proprio in termini di diritto positivo; essa rigetta il principio della ragion di Stato in forza della quale sarebbe lecita qualsiasi cosa, mette fuori legge il sacrificio e rovescia la tradizione per la quale Antigone, Vasti, Marianella Garcia Villas e ogni altro, donna o uomo, che resista e disobbedisca a un potere ingiusto, debba pagarla, debba morire.
L’ordinanza dice infatti due cose. La prima è che l’intero ordinamento giuridico, internazionale ed italiano, stabilisce l’obbligo di prestare soccorso in mare ai naufraghi e di sbarcarli in un porto sicuro, dove devono ricevere soccorso, prima assistenza e identificazione, perché la prima dignità è che ciascuno abbia un nome. Pertanto l’intero ordinamento esclude e condanna il sacrificio di migranti e naufraghi in nome della ragion di Stato o della ragion politica dei Paesi del rifiuto, dei Paesi della spietatezza. Vale a dire che la regola “meglio morti che sbarcati” implicita nella chiusura dei porti e nella durezza di cuore dei consenzienti, non può essere praticata da nessuno Stato.
La seconda è che con la sentenza che libera e legittima la Comandante della Sea Watch viene riscattata la tradizione delle donne perseguitate e punite per aver obbedito alla coscienza, per aver obbedito alla “legge inscritta nelle stelle” (cioè nei cieli della perfetta e consumata giustizia), invece che alla norma ingiusta e all’editto del tiranno. Rovesciando la sentenza di Caifa, la giudice di Agrigento dice: “Non è bene che una donna sola faccia dieci anni di carcere, perché a tutta la nazione italiana sia tolto il fastidio di dover accogliere i naufraghi”. In tal modo vengono rivisitate ed esaltate tre tradizioni: la tradizioni di Antigone, che disobbedì a Creonte per dare sepoltura al fratello; la tradizione di Vasti, la regina biblica del libro di Ester che fu ripudiata e scacciata dal re persiano Assuero, per essersi ribellata al suo re e marito che la voleva esibire come ornamento del suo potere, come una gemma della sua corona, strumento e non persona; la tradizione di Marianella Garcia Villas, uccisa dagli aguzzini del Salvador per aver difeso i contadini e offerto a mons. Romero i capi d’accusa per le sue omelie.
La novità ancora una volta affermata dall’ordinanza di Agrigento è che c’è una legge che impone di disobbedire alle leggi che tradiscono l’umano e mette fuori legge l’ideologia del sacrificio.
Il bombardamento aereo contro un centro di detenzione dei migranti in Libia, che ha causato almeno cento morti, e la “minaccia” del premier libico Fayez al-Sarraj di far evadere ottomila profughi dai campi di prigionia in cui oggi sono rinchiusi, sono la prova definitiva che gli scampati in fuga dalla Libia che arrivano in Italia hanno il diritto di asilo, ai sensi dell’art. 10 della Costituzione che dice lo straniero, al quale sia impedito "l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica”.
Vogliamo anche segnalare che lunedì prossimo 8 luglio, ricorrendo il sesto anniversario della sua visita a Lampedusa, papa Francesco celebrerà in San Pietro una messa per i migranti, i rifugiati e per quanti si impegnano a salvare le loro vite. Si tratta di un gesto potente; ma per evitare che esso venga frainteso come atto di protesta politica contro l’attuale condotta italiana, il papa ha avuto l’avvertenza di stabilire che la messa avvenga a porte chiuse, senza pubblicità e intervento di giornalisti e televisioni, per sottolineare il suo desiderio che la celebrazione sia il più possibile raccolta “nel ricordo – ha detto il portavoce della Santa Sede – di quanti hanno perso la vita per sfuggire alla guerra e alla miseria e per incoraggiare coloro che ogni giorno si prodigano per sostenere, accompagnare e accogliere i migranti e i rifugiati”.



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giovedì 4 luglio 2019

Presentazione "Lettere in Bottiglia"

Giovedì 4 luglio alle ore 18 nella Biblioteca della chiesa di San Gregorio al Celio, piazza san Gregorio 1, a Roma, Innocenzo Gargano, camaldolese, e l’autore presentano il nuovo libro di Raniero La Valle, “ Lettere in bottiglia. Ai nuovi nati questo vostro Duemila”, Gabrielli editori.
Dice la scheda di presentazione del libro:
Un libro appassionato, quasi un testamento politico di un grande protagonista dell'Italia repubblicana. Un regalo ai giovani del Terzo Millennio perché sappiano che c'è stato un tempo in cui era possibile immaginare il futuro. Un tempo di utopie concrete, di ideali e grandi speranze.  Forse il modo migliore per cercare di capire il nostro tempo impazzito è raccontarlo in forma di lettera. Dire ai nuovi nati del Millennio, che c'è stato un tempo in cui la guerra era stata messa al bando, l'altro era diventato il centro di attenzione e di cura del pensiero, la politica era vista come luogo possibile per un rilancio della società in chiave umanistica, il giornalismo era una professione fatta per amore non per cinismo e la Chiesa aveva fatto l'opzione preferenziale per i poveri. Un tempo solido, gravido di ideali e di utopie, nonostante i problemi che sempre hanno cercato di ostacolare il cammino storico dei popoli e degli uomini. Un tempo che oggi sembra sparito e risucchiato nei gorghi desolanti del sovranismo, dell'etnonazionalismo, del rigurgito razzista e classista. L'ultimo libro di Raniero La Valle è un regalo che uno dei protagonisti della storia repubblicana offre al mondo con un occhio speciale rivolto ai ragazzi di oggi, figli della modernità liquida e della società tecnocratica. Le sue lettere riproducono la bellezza e la poesia di una comunicazione “altra”, più profonda, più meditata, più paziente, più lenta: «Sono lettere in bottiglia che hanno già viaggiato in mano a corrieri e bande di frequenza e altri vettori postali, e magari sono anche giunte a destinazione, ma poi invece di perdersi hanno preso la via del mare in fragili vetri per raggiungere, chissà, altri destinatari che un giorno potrebbero trovarle e perfino trarne giovamento, una illuminazione, una notizia, una storia, un ricordo». Un libro che ricostruisce i grandi fatti del Novecento con senso critico e con attenzione etica, e ammonisce che le cose, in particolare i genocidi, non vengano lette e deprecate solo dopo che sono successe, ma svelate e contrastate mentre esse accadono. Queste lettere portano con sé, nella loro traversata del mare, i segni della transizione. Partono da lontane scissure come “la morte del padre”, ossia il delitto fondatore che fu il sequestro e l'uccisione di Aldo Moro, l'abbandono dell'istanza rivoluzionaria in Italia e il suicidio del partito comunista, il lungo assedio alla Costituzione, ma rivendicano anche la conversione culturale e politica a metà del Novecento, la scelta fatta per l'umano, il ripudio della guerra, le Nazioni Unite, Il Concilio e l'irruzione della grande novità di papa Francesco a cui il libro è dedicato. Tante cose sono cambiate e tanti problemi oggi attanagliano i nuovi nati nel Duemila. La Valle sferza i lettori con una intensità che a tratti apre spazi profondi di lirismo: «Non era mai successo che i banchieri di tutto il mondo fossero uniti e i poveri divisi. Non era mai successo che ci fossero più scartati ed esclusi, che sfruttati ed oppressi. Non era mai successo che si progettassero guerre in cui si muore da una parte sola. Non era mai successo che il naufrago potesse erompere nel grido: “Terra! Terra!”, ma la terra gli si negasse, i porti gli fossero chiusi in faccia. Non era mai successo che ai giovani fosse perfino impossibile immaginare il futuro...». Leggere le lettere di La Valle ha senso non soltanto per comprendere la storia e pensare il futuro, ma perché l'autore è un testimone diretto e privilegiato degli eventi più sconvolgenti che hanno accompagnato il passaggio dal secondo al terzo millennio: «E se ha un senso leggerle (queste lettere) è perché io sono uno dei pochi che avendo vissuto “quel nostro Novecento” può ancora ammonire e gettare uno sguardo di trepidazione e d'amore su questo “vostro Duemila”».
È infatti del futuro da costruire che si parlerà soprattutto nella presentazione del 4 luglio.
Raniero La Valle, è stato direttore del Popolo con Aldo Moro e direttore dell’Avvenire d’Italia, nel tempo del Concilio Vaticano II; giornalista della TV e parlamentare per quattro legislature nel gruppo della Sinistra Indipendente; nella Commissione Difesa della Camera obiettore di coscienza contro la guerra del Golfo ed estensore dei principali articoli della legge sull’obiezione di coscienza; ha promosso e diretto dal 1978 al 1994 la rivista Bozze cui hanno collaborato Italo Mancini, David Maria Turoldo, Ernesto Balducci, Claudio Napoleoni, Piero Pratesi ed altri esponenti del pensiero critico in Italia; è stato direttore di “VASTI, che cos’è umano?”, scuola di ricerca e critica delle antropologie, è presidente dei Comitati Dossetti per la Costituzione e ha promosso i “Cattolici del No” nel referendum per le riforme costituzionali del 2016; tra le sue opere tre volumi sul Concilio, nonché “Dalla parte di Abele” (1971), “Fuori dal campo” (1978) “Dossier Vietnam-Cambogia” (1981), “Pacem in terris, l'enciclica della liberazione” (1987), “Agonia e vocazione dell’Occidente” (2005) e, con Linda Bimbi, “Marianella e i suoi fratelli”: la storia della martire salvadoregna e dei “fratelli” che erano mons. Romero e i contadini bruciati dalle bombe al fosforo regalate a quel regime da Reagan. Come assessore al Comune di Roma per il servizio “Roma cambia millennio”, ha pubblicato nel 1997 un “libro di progetti” per Roma intitolato “La pagina bianca”. Con “Ponte alle grazie” ha pubblicato cinque libri: “Prima che l’amore finisca” (2003), “Se questo è un Dio” (2008), “Paradiso e libertà” (2010), “Quel nostro Novecento” (2011), “Chi sono io, Francesco?” (2015). Infine “Un Concilio per credere” (Emi, 2013), “Ho visto la miseria del mio popolo” (Pazzini, 2016), “Cronache ottomane di Renato La Valle: come l’Occidente ha costruito il proprio nemico” (Bordeaux 2016).
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venerdì 28 giugno 2019

IL CATTOLICESIMO NON HA SEMPRE RAGIONE


Mentre il cardinale tedesco Brandmüller, uno dei quattro estensori dei "dubia" sull'ortodossia della "Amoris laetitia", accusa di eresia perfino il Sinodo dell'Amazzonia, che non si è ancora tenuto, e mentre papa Francesco racconta - e la Civiltà Cattolica pubblica - di aver chiesto scherzando a una donna che gli aveva detto di pregare ogni giorno per lui: "mi dica la verità, prega per me o contro di me?", segno del clima di assedio in cui vive oggi il Vangelo nella Chiesa, è assolutamente necessario leggere il discorso di papa Francesco a Posillipo sulla teologia e il Mediterraneo "tenda di pace". E' stato un blitz che ha fatto il papa il 21 giugno, partendo alle 7,50 in elicottero dal Vaticano, parlando alla Facoltà teologica, e ripartendo da Napoli alle 13,12. I giornali quasi non se ne sono accorti, ma è stato un evento capitale per la storia di questo pontificato e della Chiesa stessa nell'attuale nodo storico. Formalmente era un discorso sulla teologia, non in astratto ma nel contesto del Mediterraneo e a partire dalle novità introdotte dalla Costituzione apostolica "Veritatis Gaudium" sugli studi ecclesiastici del 2017, ma di fatto è stata una risposta all'assillante domanda formulata da papa Paolo VI durante il Concilio: "Chiesa di Cristo, che cosa dici di te stessa?". Bisogna leggere questa risposta, che è anche una risposta a quanti vorrebbero imbalsamare la fede nei manuali, il kerigma nella scolastica decadente e l'evangelizzazione nel proselitismo; ed è anche una risposta ai prelati e ai portavoce che accusano il papa di eresia, e altresì a chi, musulmano o cristiano, è ancora in odore di crociata. Bisogna leggere questo discorso, fluente familiare e fondativo, segno del tempo, capace di presagire il futuro; ne indichiamo qui solo alcuni punti cruciali.
1.   Francesco chiude l'incidente di Ratisbona, quanto Benedetto XVI citò Manuele Paleologo che attribuiva a Maometto "cose solo malvagie e inumane", e lo fa rovesciando il discorso col ricordare le persecuzioni compiute in nome di una religione "che anche noi abbiamo fatto". E ha citato la Chanson de Roland, dove si dice che "dopo aver vinto la battaglia i musulmani erano messi in fila, tutti davanti alla vasca del battesimo; c'era uno con la spada, e li facevano scegliere: o ti battezzi o ciao!". E contro questa scelta, "o battesimo o morte", papa Francesco ha fatto appello alla nonviolenza "come orizzonte e sapere sul mondo", elemento costitutivo di ogni teologia, di ogni religione.
2.   Francesco non rivendica il Mediterraneo come un "mare nostrum" ebreo-cristiano, ma lo celebra come il mare del meticciato, multiculturale e pluri-religioso, e proprio perciò mare per il dialogo e "grande tenda di pace". 
3.   Francesco nega che il patrimonio di fede possa giacere immobile nei manuali, come accadeva "nel tempo della teologia decadente, della scolastica decadente", quando lui aveva studiato e si diceva scherzando, ma non tanto, che tutte le tesi teologiche si provavano con un sillogismo il cui termine medio era che "il cattolicesimo ha sempre ragione". La fede al contrario, cresce con il dialogo. Un dialogo con le persone, con la Tradizione, e anche con i testi sacri, leggendo nella realtà, nel creato e nella storia i segni e i rimandi teologali al mistero del cammino di Gesù che lo porta alla croce, alla resurrezione e al dono dello Spirito. Non dunque un'apologetica controversista, ma un'ermeneutica dell'amore di Dio per tutti gli uomini, per tutta la fraternità umana. 
4.   Francesco include nel dialogo l'evangelizzazione, che è testimonianza non solo di parole, (e cita san Francesco che diceva ai frati: "predicate il Vangelo, se fosse necessario anche con le parole") ed è accoglienza; non è, invece, proselitismo: quello "è la peste", come, "peste" è la sindrome di Babele che consiste non nella differenza delle lingue, ma nel non ascoltarsi l'un l'altro. 
5.   Francesco dice che la teologia deve essere interdisciplinare, compassionevole, capace di discernere nel patrimonio ricevuto quanto è stato veicolo dell'intenzione misericordiosa di Dio e quanto invece è stato infedele; la teologia deve essere in solidarietà con tutti i naufraghi della storia, a cominciare da Giona fino a quelli di oggi con cui si deve riprendere la strada senza paura. Una tale teologia propizierà una nuova Pentecoste teologica nella libertà del pensiero - per sperimentare strade nuove - nell'assunzione della storia, nella convivialità delle differenze, nel lavoro comune di uomini e donne e nell'accoglienza kerigmatica di persone e popoli, nel Mediterraneo e non solo.
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