lunedì 20 maggio 2024

 

APPELLO ALLA SOCIETÀ CIVILE PACIFICA

 

Da molte parti, in occasione delle elezioni europee, si fa appello alla società civile e alle sue esternazioni e iniziative di pace, in contrapposizione alle politiche dei partiti indifferenti o consenzienti alla guerra.

Ma come fa la società civile, ignorando o “snobbando” le elezioni, a lasciare che la guerra, e il sistema di guerra, restino in queste mani?

Eppure la società civile, misurandosi con la politica, cioè con i luoghi e i soggetti cui si devono le decisioni, a cominciare da quelli elettorali, ha potuto in passato influire sul corso delle cose.

Venendo dalla società civile siamo andati a Sarajevo per rompere l’assedio e ci siamo arrivati in cinquecento. Abbiamo promosso una missione parlamentare indipendente a Bagdad per scongiurare Saddam Hussein a non esporsi alla violenza della potenza militare americana, di cui avevamo fatto esperienza nella nostra ultima guerra, e magari fossimo stati ascoltati. I giovani delle università americane stracciando le cartoline precetto hanno concorso a far finire la guerra del Vietnam. Abbiamo raccolto un milione di firme in Sicilia contro i missili a Comiso, e infine sono stati rimossi non solo i Cruise ma anche i Pershing. Abbiamo contribuito, attraverso gli apporti alla Televisione di Stato, a far crescere nel Paese la coscienza della pace, e a far ripudiare come ormai obsoleta la guerra. Abbiamo lottato contro la “piccola Europa” che finiva alla cortina di ferro, sognando l’”Europa dall’Atlantico agli Urali”, amica ma autonoma degli Stati Uniti, come proposta per primo dal generale De Gaulle, e poi da molti altri leader europei, fino a Gorbaciov, Sarkozy, Medvedev e alla Russia di Putin. Abbiamo obiettato contro la nuova cortina di ferro e il Mediterraneo blindato che dividono tutto l’Occidente dal “resto del mondo”, ascoltando il grido di pace di papa Francesco; e non parliamo qui delle vittime della società civile che hanno pagato con la vita pace lavoro e democrazia, da Pio La Torre a Vittorio Bachelet, da Falcone a Borsellino, da Marco Biagi a Bologna ad Accursio Miraglia a Sciacca. E tutto ciò sempre in rapporto alle istituzioni diversamente competenti.

Oggi la società civile è chiamata a dire a Biden che non è con la “competizione strategica”, cioè con la minaccia militare più forte e più letale di tutte, che si ottiene se non il dominio almeno l’egemonia sul mondo, e che il mondo è più grande e variato e complesso di quanto lui pensi, così da non poter essere soggiogato sotto un unico potere e un unico dollaro. La società civile non può continuare a vedere senza batter ciglio gli arti perduti, i corpi mutilati, le donne gravide sventrate, le incubatrici rovesciate, i medici uccisi, le moschee e le chiese distrutte, i corpi insepolti, la popolazione braccata dell’eccidio di Gaza; non può vedere il popolo ebreo sparso nel mondo di nuovo in pericolo e ingiustamente messo sotto accusa a causa delle azioni del governo e dei soldati di Israele, non può rassegnarsi al fatto che ebrei e palestinesi si ritengano alternativi, che non possano riconciliarsi e vivere insieme in una terra oltraggiata ma da entrambi amata e non solo agli uni promessa. La società civile sa che l’Europa comprende anche la Russia, che essa non deve essere divisa da nuove più micidiali cortine, e se un’alleanza la difende un’alta ed altra politica la può pacificare ed unire. La società civile sa che la guerra mondiale a pezzi si è insediata nei pensieri e nelle armi dei potenti, ma non nel cuore dei popoli, e che se non noi, dovranno i nostri figli trovare le vie della pace e scongiurare la fine.

E allora pensiamo che la società civile abbia la forza per fare dell’Europa un soggetto politico autorevole al fine di promuovere un’altra idea del mondo e salvaguardarlo oggi e per le generazioni future; che perciò la società civile, a cominciare dalla galassia pacifista o dai monasteri contemplativi a cui scriveva La Pira nel pieno della guerra fredda,  non possa dare per perdute o vane le elezioni europee, non  possa mettersene fuori rincorrendo altrimenti i suoi ideali e possa invece esprimere un voto non inutile,  se candidati degni e avversi alla guerra si offrono in diversi modi al suffragio e c’è anche una lista di scopo che privilegia Pace, Terra e Dignità per tutte le creature. Pensiamo infine che sia questo il momento in cui i venti milioni di astenuti debbano tornare alle urne per rivalutare la democrazia rappresentativa, dopo aver visto come due premierati forti, perché inarginati da elettorati e Parlamenti, quelli cioè di Netanyau e Zelensky, abbiano trasformato la difesa in vendetta e in suicidio sacrificando i loro stessi popoli. È questo il momento in cui si deve tornare dalla propaganda al pensiero politico, e dal personalismo al primato del bene comune.  Perché anche quelli che dicono di volere la pace, non sanno come si fa, non sanno che non se ne può salvare uno alla volta, si devono salvare tutti insieme.

 

Roma, Pentecoste 2024

 

Raniero La Valle, Domenico Gallo, Agata Cancelliere, Domenico Mogavero, già vescovo di Mazara Del Vallo, Maurizio Serofilli (Comitati Dossetti per la Costituzione), Michele Santoro, Alberto Benzoni (Movimento per il Socialismo), Enrico Peyretti, Giancarla Codrignani, Anna Sabatini……….

Continua...

giovedì 11 aprile 2024

 LE FIRME PER PACE TERRA DIGNITÀ

Si avvicina il 25 aprile, e non lontane sono ormai anche le elezioni europee. Che legame c’è tra queste due cose? Il legame consiste nel fatto che se non ci fosse stato il 25 aprile, non ci sarebbe nemmeno l’Europa unita e tanto meno il Parlamento europeo. Basta leggere le lettere dei condannati a morte della Resistenza europea. E non ci sarebbe nemmeno la pace che stiamo perdendo, o meglio che abbiamo perduto.
Ma chi mette insieme le cose? C’è un libro, di Salvatore Maira, che racconta come perfino le lotte contadine in Sicilia furono stroncate da chi cancellava il ricordo della Resistenza: è la storia di Ettore Messana che era stato questore fascista di Trieste ma prima aveva installato e diretto la Questura di Lubiana in Slovenia durante l’occupazione italiana, organizzando camere di tortura, espulsioni, internamenti e persecuzioni di ebrei e di altri cittadini sospetti : fu indicato come criminale di guerra dalla Commissione delle Nazioni Unite ma poi riciclato e inviato come Ispettore generale di Polizia in Sicilia, dove ha trescato con la mafia favorendo nei processi i padroni espropriati dei feudi e rapportandosi con la banda Giuliano fino alla strage di Portella della Ginestra. E in questa storia c’è pure l’uccisione di Accursio Miraglia, un sindacalista di Sciacca, a cui è dedicato il romanzo di Salvatore Maira.
E mentre alle elezioni europee i partiti si preparano dilaniandosi tra loro, e perciò allontanando sempre più i cittadini dalla politica e dal voto, considerati ormai come ininfluenti sulla vita quotidiana delle persone, ci sono anche richiami più seri che avvertono come tutto invece può dipendere dalla politica e dall’Europa, perché è da loro che viene la pace o la guerra, come si vede in Ucraina e a Gaza.
Tra questi richiami c’è un libro di mons. Vincenzo Paglia, il presidente dell’Accademia per la vita, scritto in dialogo con Giuliano Amato e Giancarlo Bosetti, in cui si ricorda il sogno di Nicola Cusano, che ai tempi delle Crociate sostenne che da un incontro tra le religioni e le culture potesse scaturire la riconciliazione e la pace. E di mezzo non c’è solo l’incessante perorazione di papa Francesco, c’è anche un bel documento del Consiglio pastorale di Milano, e del suo Arcivescovo Delpini, esplicitamente dedicato alle prossime elezioni europee, per raccomandare alla responsabilità dei cristiani il “sogno d’Europa”, messo alla prova dalle istituzioni e dal Parlamento europeo che dalle elezioni derivano. Ed è un fatto notevole dopo che per tanto tempo la Chiesa è sembrata prendere le distanze dalla politica, a cominciare dalla politica italiana.
Ma chi può rovesciare l’attuale politica europea? Di questo infatti si dovrebbe trattare, dato che l’attuale scelta dell’Europa sembra tutta per la guerra e per le armi, e per un dirottamento di una parte significativa del Prodotto interno lordo (il famoso PIL) verso la spesa per l’industria delle armi. C’è una delle ultime risoluzioni del Parlamento europeo approvata a schiacciante maggioranza (451 a 97 tra contrari e astenuti) che praticamente dichiara guerra alla Russia e addirittura dettaglia quanto è necessario alla guerra: “sofisticati sistemi di difesa aerea, missili a lungo raggio, come i missili TAURUS, Storm Shadow/SCALP e altri, moderni aerei da combattimento, vari tipi di artiglieria e munizioni (in particolare da 155 mm), droni e armi per contrastarli”; IL Parlamento europeo inoltre “sollecita i governi degli Stati membri ad avviare immediatamente un dialogo con le imprese del settore della difesa al fine di garantire che la produzione e la consegna, in particolare, di munizioni, proiettili e missili” e a “ esplorare le possibilità di joint venture e di stretta cooperazione con le industrie della difesa al fine di fornire le munizioni necessarie”.
Tra le iniziative di contrasto c’è anche la lista “Pace Terra Dignità” targata La Valle-Santoro, che afferma come “la salvezza può cominciare dall’Europa se riscopre se stessa e, a partire dalla riconciliazione tra la Russia, gli Stati Uniti e l’Occidente si rivolge al mondo per costruire la pace” ma anche per preservare la Terra e rivendicare la Dignità di tutte le creature. C’è però una legge di contrasto alle nuove formazioni politiche, che richiede entro il 25 aprile (data simbolica!) 75.000 firme autenticate (e 5000 in ogni regione) per poter partecipare alle elezioni; ciò che soprattutto in regioni molo piccole, come la Val d’Aosta e molto grandi come la Sicilia insieme alla Sardegna, è assai difficile da conseguire. Perciò mi permetto chiedere a tutti gli amici di darci una mano a raccogliere queste firme. L’invito è a farlo in molte piazze e città dove sabato pomeriggio e domenica saranno allestiti appositi banchetti. Per il resto, la mail a cui ci si può rivolgere è organizzazione@paceterradignita.it; se si usa il telefonino, potrebbe essere necessario ruotare lo schermo. In alternativa occorre impostare “Sito desktop” dal menu del browser (i tre puntini verticali in alto a destra).
Continua...

martedì 2 aprile 2024

Un'era prebellica?

ALL'ARMI SIAM POLACCHI


Molte cose inquietanti sono successe nel Venerdì Santo di quest’anno 2024. La lettura dei giornali quel giorno ha dispensato a piene mani, in modo irresponsabile e minatorio insieme, previsioni di morti e di disperazioni di massa.

Innanzitutto sui giornali di tutta Europa, dal Die Welt tedesco al Figaro parigino, da Le Soir belga al Pais spagnolo, dal Tag di Zurigo alla Repubblica  italiana, come sulla Tribune de Genève e la Gazeta Wyborcza di Varsavia, ha risuonato una chiamata alle armi del Primo Ministro polacco Donald Tusk.  Secondo il premier polacco la guerra non è più, per l’Europa, una cosa del passato, essa è già reale, dura da più di due anni, e ogni scenario è possibile; e benché ciò sia “devastante”, soprattutto per i più giovani, dobbiamo abituarci (e abituare anche loro) a una nuova era che è cominciata, “una nuova era prebellica”, ogni giorno più evidente. Però a questa guerra ancora non siamo pronti, ha detto, sicché i prossimi due anni saranno decisivi per riarmarci, e per investire nella “difesa” almeno il 2 per cento del PIL, se non addirittura, come fa la Polonia, il 4 per cento.

Non è chiaro perché dovremmo fare questa guerra; ciò che si dà per scontato, sulla Repubblica,  è che ci sono “minacce sempre più fosche che vengono da Mosca”; per il premier polacco è decisivo il fatto che nel destino dell’Ucraina, di cui non si può nemmeno ipotizzare che perda la guerra, è compreso il destino non della sola Polonia e dell’Unione Europea, ma dell’intero Occidente.   In ogni caso ciò che è più importante per la sicurezza europea, secondo lui,  è il cosiddetto “Triangolo di Weimar”, cioè il blocco di Polonia, Francia e Germania; a essere chiamata in causa è però anche l’Italia di Giorgia Meloni: il leader polacco non ha dubbi sull’Italia, ed è stato colpito dalla “passione” con cui la Meloni “ha difeso le scelte filoucraine nel Parlamento italiano”.

Si può osservare peraltro che paradossalmente è proprio il destino dell’Ucraina che è sacrificato, perché mentre si vuole che combatta fino alla fine, le si toglie poi il pane per vivere: il premier polacco dice infatti di dover difendere i propri contadini e camionisti, che sul confine sono in lotta con i contadini ucraini per non farne entrare i prodotti, e chiede al Consiglio d’Europa e ottiene da Francia Italia ed Austria di negare all’Ucraina i benefici del libero scambio: che le armi passino, ma le dogane restino.

Ma perché questa ineluttabilità della guerra? Secondo la Repubblica ci sono prove incontestabili dell’escalation che ci starebbe portando al confronto finale. La prima di queste prove sarebbe stato il missile che è caduto in territorio polacco il 15 novembre 2022, uccidendo due persone. Si credette che fosse russo, ma poi risultò, spiega la Repubblica, che era della contraerea ucraina. E allora dov’è l’escalation? Il secondo sarebbe stato il ritrovamento da parte della Romania, il 6 settembre 2023, dei rottami di un sospetto drone russo, rottami che secondo il governo avrebbero “seriamente violato” la sovranità di un Paese Nato. Il terzo casus belli sarebbe stato il fatto che un razzo russo il 24 marzo 2024 avrebbe violato ”brevemente” lo spazio aereo della Polonia: “eravamo pronti a intercettarlo”, si è gloriato il ministro della difesa polacco. E questi sarebbero precedenti da terza guerra mondiale?

Un altro precedente è stato offerto peraltro lo stesso giorno da due caccia italiani che hanno intercettato, per conto della Polonia e della Nato,  due Iliuscin russi che volavano sulle acque internazionali del mar Baltico: ma non avevano “intenzioni ostili”, come hanno riconosciuto le autorità occidentali, sicché a essere ostili si sono dimostrati piuttosto gli aviogetti italiani.

Per combattere questa guerra, spiega nello stesso tempo il Corriere della Sera rifacendosi a fonti Nato, ci vorranno 300.000 uomini dispiegati sul fianco est dell’Europa; 100.000 sarebbero già in Polonia, gli altri 200.000 dovrebbero essere schierati entro giugno, compresi gli italiani (così si potrebbero inaugurare le Forze Armate europee insieme al nuovo Parlamento di Strasburgo).

Queste sono le notizie che ci sono state fornite  il giorno di venerdì santo, quasi a inglobare in un’unica morte quella di Gesù e quella promessa a popoli interi. A meno che non ci sia nulla di reale in questi vaniloqui, e sia tutta e solo propaganda. Secondo un leggiadro frasario fornito dai giornali quello stesso giorno, potrebbe infatti anche trattarsi non di drammatiche prospettive, ma di “pura propaganda, anzi sterco”, roba quindi da non prendersi sul serio. Come ha riferito “Il Fatto”, il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americana, John Kirby, parlando dei russi, ha spiegato: “Mio nonno diceva che i migliori venditori di letame ne hanno sempre un campione in bocca. I funzionari russi sono dei bravi venditori”. Gli ha risposto la portavoce del ministro degli esteri russo, Maria Zacharova,  che averlo in bocca non è abitudine dei russi, ma degli americani: “Ora è chiaro, ha detto,  perché negli Stati Uniti è comune l’espressione: lavarsi la bocca col sapone”.

A completare la giornata di quel venerdì di Pasqua è venuto infine ciò che Putin ha detto parlando a braccio in un incontro coi piloti dell'aeronautica militare russa nella regione occidentale di Tver, e poiché, come dicevano i latini “audiatur et altera pars”, è bene sapere che cosa ha detto davvero, secondo una trascrizione letterale delle sue parole:

“Nel 2022 per la difesa gli Stati Uniti hanno speso 811 miliardi di dollari, e la Federazione russa 72 miliardi; 72 e 811: la differenza è evidente, più di 10 volte” ha detto il presidente russo. “Il 39 per cento della spesa globale  per la difesa è degli Stati Uniti, e la Russia il 3,5 per cento. E tenendo presente questo rapporto noi combatteremmo contro la Nato? È semplicemente una sciocchezza.  Inoltre cosa stiamo facendo adesso con la nostra operazione militare speciale? Proteggiamo la nostra gente che vive nei nostri territori storici. Se dopo il crollo dell’Unione Sovietica, come proposto dalla Russia, si fossero costruite relazioni di sicurezza completamente nuove in Europa, non sarebbe successo niente di simile a oggi: terremmo semplicemente conto dei nostri interessi nel campo della sicurezza, di cui parliamo anno dopo anno, da decennio a decennio: ma solo completa ignoranza. Sono arrivati direttamente ai nostri confini. Ci stavamo forse muovendo verso i confini di quei Paesi che fanno parte del blocco Nato? Non abbiamo toccato nessuno. Si stavano muovendo verso di noi. Abbiamo attraversato l’oceano fino ai confini degli Stati Uniti? No, si stanno avvicinando a noi, e si sono avvicinati. Che cosa stiamo facendo? Proteggiamo solo la nostra gente nei nostri territori storici. Pertanto ciò che dicono sul fatto che attaccheremo l’Europa dopo l’Ucraina è una totale assurdità.  Intimidiscono la loro popolazione al solo scopo di estorcere denaro a loro, alla loro gente, Oltre tutto tenendo presente che la loro economia si sta contraendo e il tenore di vita sta diminuendo: è elementare, tutti lo riconoscono, questa non è propaganda, questo è ciò che sta accadendo nella realtà. Hanno bisogno di giustificarsi, quindi spaventano la loro popolazione con una possibile minaccia russa e loro stessi diffondono i loro dettami al mondo intero. La Nato è l’organizzazione del blocco nord-atlantico: Atlantico del Nord, dove sta andando  adesso? Si sta diffondendo nella regione dell’Asia Pacifico, nel Medio Oriente, in altre regioni del mondo e stanno già entrando in America Latina. E tutto con vari pretesti, sotto diverse salse. È sempre la stessa cosa, lì stanno promuovendo la Nato e trascinando con sé i loro satelliti europei. Quelli credono che tutto ciò corrisponda in qualche modo ai loro interessi nazionali. Hanno paura di una Russia grande e forte, anche se lo fanno invano. Noi non abbiamo intenzioni aggressive nei confronti di questi Stati. Non avremmo mai fatto nulla in Ucraina se non ci fosse stato un colpo di Stato, e poi le operazioni militari nel Donbass. Hanno iniziato la guerra nel 2014, hanno usato semplicemente l’aviazione, tutti hanno visto questi bombardamenti quando hanno colpito Donetsk, bombardando una città pacifica con missili dal cielo.  Ciononostante abbiamo comunque accettato gli accordi di Minsk. Poi si scopre che ci hanno imbrogliati ritardando di otto anni e alla fine ci hanno semplicemente costretto a passare a un’altra forma di protezione dei nostri interessi e della nostra gente.  Tutto lì. Pertanto è una totale assurdità la possibilità di un attacco ad altri Paesi, alla Polonia, agli Stati baltici, e stanno spaventando pure i cechi. Sciocchezze. Un altro modo per ingannare la propria popolazione ed estorcere spese aggiuntive alle persone. Null’altro. Domanda: i Paesi della Nato stanno pianificando di fornire i loro caccia all’Ucraina: i media stanno discutendo del fatto che gli aerei F 16 saranno utilizzati nella zona dell’operazione militare speciale contro truppe e strutture russe, anche dal territorio dei Paesi della Nato. Ci sarà permesso di colpire questi obiettivi negli aeroporti della Nato? In primo luogo se consegnano gli F 16, e pare che stiano addestrando i piloti, questo non cambierà la situazione sul campo di battaglia, e distruggeremo i loro aerei come ora distruggiamo i loro carri armati, i veicoli corazzati e altre attrezzature compresi i sistemi di razzi a lancio multiplo.  Naturalmente se vengono utilizzati da aeroporti di Paesi terzi, diventano per noi un obiettivo legittimo, non importa dove si trovino; e gli F 16 sono anche portatori di armi nucleari, e dovremo tenerne conto anche quando organizzeremo il lavoro di combattimento”.

Dunque Putin, dal quale dovrebbe venire la guerra in Europa, è il primo a non crederci. Ci crede di più la Polonia: e forse tocca a noi ora salvare la Polonia, non indurla in tentazione, impedire che faccia la fine dell’Ucraina.


Continua...

domenica 3 marzo 2024

 LA PEDAGOGIA DELLA VIOLENZA-

Se c’era una cosa che nella spietata guerra di Gaza Israele doveva evitare. era di fornire un simbolo che per la sua forza evocativa fosse pari all’orrore suscitato dalla strage compiuta il 7 ottobre da Hamas al confine settentrionale della Striscia.
Questa colpì gli inermi civili e i giovani che partecipavano a un festival musicale nel kibbutz di Re’im, mentre l’ultimo attacco israeliano contro la folla nel Nord della Striscia ha colpito civili e giovani innocenti che mossi dalla disperazione cercavano di strappare qualche frammento degli aiuti umanitari per lenire la fame, ciò che ha provocato oltre 100 morti e 700 feriti.
In tal modo l’azione dell’esercito israeliano ha messo a nudo la natura della violenza e la sua pedagogia: essa rende simili aggressori e vittime e omologa i nemici che precipitano nella imitazione gli uni dei comportamenti degli altri. È ciò che gli studiosi (René Girard) hanno chiamato la mimesi della violenza, la quale induce gli uni a replicare e superare le azioni violente degli altri. Non a caso Israele, fornendo tre versioni diverse di quanto accaduto, non ha potuto fornirne alcuna giustificazione plausibile.
È questa l’esperienza di tutte le guerre, passate e presenti. La lezione che ne scaturisce per l’Europa, per noi e per tutta la comunità internazionale, è che la prosecuzione e l’aggravarsi dei conflitti e dello scontro in atto sono di per sé, anche oltre le responsabilità di ciascuno, una sicura promessa di violenze e guerre sempre maggiori, dal Mediterraneo all’Ucraina, dall’Atlantico al Pacifico.
Per questo la priorità assoluta della politica di oggi è di fermare le armi e di promuovere un’opposta imitazione reciproca nella ricerca dei modi di convivenza e della pace.
C’è da dire inoltre che lo sdegno suscitato in tutto il mondo da questa azione israeliana comporta il rischio di un eccitamento all'avversione verso lo Stato di Israele e di un incoraggiamento all'antisemitismo. Perciò, come opportunamente ha esortato a fare “Pace Terra Dignità”, occorre non addossare la responsabilità di tale azione militare agli Ebrei come tali, né allo stesso Stato di Israele come è oggi sotto Netanhiau (ma come non può continuare ad essere), uno Stato di cui già oggi i fanno parte anche minoranze di cittadini non ebrei, ma occorre imputarla alle Forze Armate israeliane (IDF) e al governo di Tel Aviv e ai suoi ministri oltranzisti, che sono artefici di questa sempre più incontrollata violenza, Questa, prendendo di mira la distribuzione degli aiuti a Gaza si è anche presentata come un puntuale rovesciamento del precetto evangelico di dare da mangiare agli affamati, da bere agli assetati e dare soccorso ai poveri, ferendo la sensibilità dei fedeli di altre confessioni che si ispirano alle stesse sante Scritture. Pertanto mentre esprimiamo il nostro dolore per questa nuova prova del popolo palestinese, ribadiamo come sia necessario che si mantenga sul piano strettamente politico la condanna della politica dello Stato d’Israele,, che occorre che tale Stato venga a distinguersi dagli Ebrei della Diaspora e che gli attori europei e internazionali compiano ogni azione utile a ottenere con la massima urgenza l'arresto della lotta fratricida in corso.
Continua...

giovedì 29 febbraio 2024


DEPORRE I POTENTI DAI TRONI

 

Ieri mattina ci siamo svegliati e abbiamo trovato che il presidente Macron aveva riunito attorno a un grande tavolo più di venti capi di Stato e di governo dei Paesi europei (Germania, Spagna, Inghilterra in testa) e il nostro sottosegretario Ciriello, per chiedere a tali Stati di disporsi a partecipare con le loro Forze Armate alla guerra d’Ucraina per sconfiggere la Russia. Ha aggiunto che altrimenti molti di tali Paesi, seduti attorno a quel tavolo, prima o poi sarebbero stati invasi. Formulando tale minaccia il capo francese dà per scontato, all’insaputa di governi, Parlamenti e popoli, che l’Unione europea sia in guerra con la Russia e che questa guerra debba concludersi con la sua disfatta. Che dopo 79 anni di tregua, che non è mai riuscita a diventare vera pace, il popolo europeo si svegli una mattina scoprendo di essere di nuovo gettato in una guerra che come la precedente, cominciata con i patti e le nefaste dichiarazioni di guerra della Germania e dell’Italia, non potrebbe che tradursi in una guerra mondiale, è cosa che fino a ieri sarebbe stata considerata impensabile e inaudita. L’Ucraina ha tutto il diritto, anche se non il vanto, di decidere per legge di non voler uscire dalla guerra con un negoziato e una ricomposizione dei rapporti transfrontalieri con il suo inquietante vicino, ma una Potenza come la Francia, che nella sua storia ha soggiogato popoli interi, non può arrogarsi in un sussulto di onnipotenza il diritto di trascinare il mondo  in una definitiva rovina; e ciò quando sono in corso già altre guerre e addirittura processi per  genocidio. 

La richiesta francese non è stata recepita da nessuno, incorrendo in una sonora sconfitta. Resta però come un inquietante segno dei tempi. La Lista “Pace Terra Dignità” ne ha tratto occasione per chiamare in causa il Presidente della Repubblica e ammonire il governo a tenere ben fermo che gli art. 21 e 52 della Costituzione in nessun modo consentirebbero la partecipazione dell’Italia a questa guerra, mancando ogni presupposto, se non nei processi alle intenzioni e nelle fantasie ammalate, di una sacra difesa della Patria. Pace Terra e Dignità ha inoltre fatto appello ai giornali, alle Televisioni, alle  Università, ai centri di ricerca, alla Conferenza episcopale italiana, alle Amicizie ebraico cristiane, alla Tavola valdese, alle comunità islamiche come alle altre confessioni, e a tutti i  partiti, di maggioranza e di opposizione, perché incessantemente si dedichino a prendere coscienza e a illustrare dinanzi a tutto il popolo le ragioni di salvare la pur precaria pace e di  stornare dalla presente e dalle future generazioni il flagello e l’inumana strage della guerra.

Ciò è tanto più necessario perché contrariata dall’insuccesso dell’iniziativa francese Ursula von der Leyen ha rilanciato la minaccia prospettando un massiccio incremento della produzione di armi in Europa, una crescita esponenziale delle industrie degli armamenti, una pioggia di denari e di appalti per la difesa, come si è fatto per i vaccini, sostenendo che l’illusione di “una pace permanente è andata in frantumi”, “che il mondo è pericoloso come è stato per generazioni”, e pertanto sarebbe la guerra, non la pace, a essere permanente. 

Non si può restare passivi alla sorte che stanno preparando per noi.  E se fino a ieri pensavamo che la soluzione stesse nel promuovere una bella unica Costituzione per tutta la Terra, ora pensiamo che la soluzione stia nel deporre i potenti dai troni, e nel dare ascolto ai poveri.  In Sardegna, nello stesso giorno, sembra che ciò sia cominciato ad avvenire.

Continua...

sabato 17 febbraio 2024

 IL GENOCIDIO E I SUOI CONTI

Mercoledì 14 febbraio nella nuova sede della Federazione della Stampa in via delle Botteghe Oscure a Roma, Michele Santoro ed io abbiamo presentato in una conferenza stampa il nuovo soggetto politico “Pace Terra Dignità” e il suo disperato grido all’Europa in vista delle prossime elezioni europee, alle quali intende partecipare. Questo soggetto politico, nato da un appello firmato da me e da Santoro nel settembre scorso per “dare una rappresentanza a tre soggetti ideali che ancora non l’hanno o l’hanno perduta, a tre beni comuni: la PACE, la TERRA e la DIGNITÀ”, vede ufficialmente la luce nel momento in cui nell’ecatombe di Gaza la guerra, come è stata finora pensata e istituzionalizzata, a cominciare dall’Occidente, è giunta al punto di caduta finale oltre il quale c’è solo o la conversione delle politiche in atto o la catastrofe. La registrazione della conferenza stampa si trova in Youtube , mentre il testo della mia introduzione ai giornalisti è pubblicato nel sito "Costituente terra.it"
Una parola chiarificatrice si deve dire sull’uso del termine genocidio che è diventato motivo di scandalo nella politica italiana e nelle prese di posizione di Israele, quando la vera questione non è quella di regolare l’uso di questa parola, ma di porre termine al crimine che essa significa, come ha chiesto avanzandone la massima urgenza la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja. Le migliaia di morti, i milioni di persone braccate, in fuga e ammassate nell’ultimo lembo della striscia di Gaza e gli stessi ostaggi israeliani ancora in mano ad Hamas sono indifferenti al modo in cui viene chiamato il loro olocausto, ne sono vittime e basta. Tanto più che nella insensata diatriba sul nome da dare alla carneficina di Gaza e allo scempio del 7 ottobre che l’ha provocata, dopo “56 anni di soffocante occupazione”, come aveva ricordato il segretario generale dell’ONU Guterres, si è giunti a sostenere che il criterio in base al quale decidere se si deve parlare di genocidio o no sarebbe la “proporzione” tra l’entità dell’offesa e l’entità della rappresaglia o vendetta. Da un certo momento in poi perfino Biden, Macron e Tajani hanno cominciato a dire che non c’è proporzione tra il terrorismo del 7 ottobre e il terrore delle 19 settimane che vi hanno fatto seguito fin qui, anche se non è stato precisato a quale punto di questa singolare contabilità di costi e ricavi si doveva fissare l’asticella: giusta la proporzione tra le 1400 vittime tra uccisi ed ostaggi del 7 ottobre e i due milioni e duecentomila persone dell’intera popolazione di Gaza perseguita come colpevole, 1500 per uno? Giusto il prezzo di 28.000 morti palestinesi in cambio dei 105 ostaggi rilasciati grazie al primo negoziato, 267 palestinesi morti per ogni israeliano vivo? Appropriato radere al suolo un gran pezzo di Rafah e almeno 70 morti accertati in cambio della liberazione di due ostaggi? E ha ragione Netaniahu quando dice che non si fermerà finché non avrà finito il lavoro e liberato i 103 ostaggi residui, uno per uno, contro il milione di persone che ha fatto concentrate e fatto bersaglio a Rafah, rendendole per ciò stesso ultimi “scudi umani” di Hamas? Anche il cardinale Parolin ha definito “certamente non proporzionato, con 30 mila morti, il diritto alla difesa invocato da Israele per giustificare questa operazione”, e l’ambasciatore di Israele presso la Santa Sede ha bollato come “deplorevole” questa dichiarazione; ma lui stesso ne ha fatto una questione di proporzione, rivendicando come giusta la percentuale delle vittime di Gaza, che sarebbe di “tre civili per ogni militante di Hamas ucciso”, quando “nelle guerre e nelle operazioni passate delle forze Nato o delle forze occidentali in Siria, Iraq o Afghanistan, la proporzione era di 9 o 10 civili per ogni terrorista”, perciò di tre volte superiore “alla percentuale dell’esercito di Israele”.
Quando si arriva a questa contabilità, vuol dire che l’anima del mondo è perduta, e se ingrandiamo il campo della crisi, fino a comprendervi e a vedervi le altre guerre e l’intera crisi mondiale, scopriamo che l’intera realtà umana e fisica del mondo, e la sua stessa dignità è oggi al punto da poter essere perduta. E giustamente l’”Osservatore Romano” ha replicato che “nessuno può definire quanto sta accadendo nella Striscia un 'danno collaterale' della lotta al terrorismo. Il diritto alla difesa, il diritto di Israele di assicurare alla giustizia i responsabili del massacro di ottobre, non può giustificare questa carneficina".
Si può tornare così all’uso della parola “genocidio”. È una parola nuova che non esisteva anche se popoli interi erano stati sterminati, dagli Indiani d’America agli Armeni in Turchia. Essa è stata coniata dal giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, prima ancora che venisse a definire l’olocausto del popolo ebreo, ciò per cui fu adottata nella Convenzione dell’ONU per la prevenzione e repressione del crimine di genocidio, perché questo non avesse a ripetersi mai più nella forma di “distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religiose, come tale”. Genocidio è perciò una parola comune, mentre Shoà è la parola di specie che definisce quello perpetrato contro gli Ebrei. Esso è stato tale da essere considerato non paragonabile con qualunque altro, e per gli Ebrei stessi è diventata una parola sacra che non può riferirsi ad altro che al loro olocausto. Questa è la ragione per cui si può capire la ferita profonda che questa parola apre nella coscienza del mondo, e il rischio che sia confusa con l’antisemitismo, anche se purtroppo essa è atta a nominare altre realtà. Ma è anche la ragione per cui, per amore degli Ebrei e della fraterna amicizia che si desidera mantenere con loro, si può benissimo fare a meno di usarla, non per questo chiudendo gli occhi su altre tragedie. Ma per la stessa avvedutezza occorrerebbe che lo Stato di Israele non fornisse un’autorappresentazione di sé, avanzata come espressione autentica dell’intero Israele, che facesse apparire un popolo vittima di un genocidio come legittimato a infliggerlo ad altri.
Continua...

venerdì 8 dicembre 2023

NESSUN BAMBINO NASCERÀ QUEST'ANNO A BETLEMME


Con immenso dolore vi annunciamo che nessun bambino nascerà quest’anno a Betlemme per Natale. Intanto nessuna famiglia non censita o araba può spostarsi da Nazaret a Betlemme, perché tra questa città e Gerusalemme c’è un muro alto otto metri che non si può varcare senza un’attesa di ore attraversando check point presidiati da coloni agguerriti e dall’esercito. A Betlemme poi, in mancanza di albergo, non si può andare a partorire in una grotta, perché c’è il rischio che essa sia allagata da pompe capaci di trasportare migliaia di metri cubi d’acqua dal mare, come si minaccia di fare nei tunnel di Gaza per uccidere quanti vi sono riparati, liberi o ostaggi che siano. È anche un tempo non adatto per partorire, perché non si sa che futuro potrebbero avere i bambini messi alla luce, già ai primi vagiti, perché potrebbero d’improvviso spegnersi le incubatrici o dopo, perché potrebbero finire in mezzo a una strage degli innocenti, come succede a Gaza dove secondo l’organizzazione internazionale “Save the children” sono stati tolti alla vita già più di 3.257 bambini, un numero superiore a quello dei bambini uccisi in conflitti armati a livello globale in più di 20 Paesi nel corso di un intero anno; e questo rischio correrebbero anche in Israele, dove ne sono periti 29, e in Cisgiordania dove di bambini ne sono morti 33. Né si può cercare di portarli in salvo fuggendo in Egitto, perché non si può passare al valico di Rafah e l’Egitto non li vuole. E anche per gli altri bambini non si sa che futuro avranno se gli adulti maschi si uccidono a vicenda in guerre insensate, che è il primo e vero crimine del patriarcato.
In questa situazione tutte le Chiese cristiane di Gerusalemme hanno deciso che quest’anno non si celebrerà il Natale a Betlemme, sono cancellate le liturgie, fermati i pellegrinaggi, perché non ce ne sono le condizioni, c’è poco da celebrare.
Eppure i bambini “sono sacri” ha scritto Liliana Segre in una lettera alla comunità ebraica romana riunitasi a piazza del Popolo per reagire a un antisemitismo di ritorno che va di pari passo con il perdurare del genocidio di Gaza. Ha scritto la senatrice Segre: "L'eterno ritorno della guerra mi fa sentire prigioniera di una trappola mentale senza uscita, spettatrice impotente, in pena per Israele ma anche per tutti i palestinesi innocenti, entrambi intrappolati nella catena delle violenze e dei rancori. E non ho soluzioni. E non ho più parole. Ho solo pensieri tristi. Provo angoscia per gli ostaggi e per le loro famiglie. Provo pietà per tutti i bambini, che sono sacri senza distinzione di nazionalità o di fede, che soffrono e muoiono. Che pagano perché altri non hanno saputo trovare le vie della pace".
In effetti a pagare sono tutti, dentro e fuori la Palestina, Gaza e Israele. Anche i coloni, che se per mettersi fuori della guerra volessero andare in America non potrebbero farlo perché gli Stati Uniti hanno deciso di non dare loro i visti per quello che stanno facendo ai palestinesi insieme con l’esercito.
Il ritorno dell’antisemitismo si può sconfiggere se risulta ben chiaro che l’“inferno” (per dirla con l’ONU) che ha preso possesso dei palestinesi e di Gaza (con il rischio di espandersi in modo incontrollato nell’area mediterranea e nel mondo) non è imputabile né al popolo ebraico come tale, né alla fede di Israele, né al messianismo del ritorno alla terra. perché, anche ad una lettura fondamentalista delle Scritture, un simile esito non è compatibile con la Torah e con i Profeti. Se per la propria sicurezza futura il prezzo fosse lo sterminio degli altri sulla terra, nessun Dio potrebbe invocarsi nei cieli. Responsabile invece è solo lo Stato come istituzione, moloch o leviatano che sia, come il mostro preso ad esempio dalla Bibbia. Si rivela così la forza profetica del giudizio che Primo Levi nel 1984 esprimeva in una intervista a Gad Lerner (oggi ripubblicata dal “Fatto”) in cui si diceva convinto che “il ruolo d’Israele come centro unificatore dell’ebraismo” dovesse rovesciarsi, tornare fuori d’Israele, “tornare fra noi Ebrei della Diaspora che abbiamo il compito di ricordare ai nostri amici israeliani che essere ebrei vuol dire un’altra cosa. Custodire gelosamente il filone ebraico della tolleranza”. Se i mostri si sfidano fino a minacciare Beirut ed il Libano meridionale di fare la fine di Gaza e di Khan Yunis, nessuno può essere complice e confondersi con essi.
È questo il cambiamento profondo che si richiede allo Stato d’Israele e al suo rapporto con gli altri Ebrei e con i popoli, ed anche alla nostra concezione belluina dello Stato, se si vuole che l’antisemitismo sia cancellato in radice, e che il mondo possa trovare la pace.
Continua...

domenica 19 novembre 2023

 

 

IL RIBALTONE COSTITUZIONALE

 

Durante il fascismo i treni arrivavano in orario e gli scioperi erano proibiti. Adesso è Salvini che provvede ad ambedue le cose, precetta e fa ponti d’oro ai treni, forse per rinverdire l’idea che il fascismo non era poi tanto male. Deve pensarlo anche Giorgia Meloni se vuole fare una riforma costituzionale che al fascismo faciliterebbe la strada: se infatti a qualcuno venisse in mente di riprovarci, cosa ci sarebbe di meglio per farlo che un Capo del governo o un insieme di governo che sia padrone del potere e inamovibile per cinque anni, non revocabile per il venir meno della fiducia dei cittadini e del Parlamento? Ce la presentano come una riforma per il premierato, opinabile perché comunque un premier ci vuole, ed è invece un ribaltone per abolire il controllo della perdurante fiducia al governo Un governo così sarebbe del tutto in grado di instaurare il fascismo. Né lo impedirebbe la foglia di fico di un Presidente della Repubblica figurativo con 88 corazzieri di altezza superiore alla media.

La nostra memoria storica ci dice di non permetterlo. Non possiamo permetterci di ripetere un errore e una tragedia già accaduti. Ogni popolo ha avuto la sua sciagura originaria che ha poi spesso portato inenarrabili sciagure ad altri popoli e Nazioni. Noi abbiamo avuto il fascismo dopo la legge Acerbo, i Tedeschi il nazismo dopo le elezioni del 1932, gli Americani la guerra di secessione per la contesa sulla schiavitù, i Russi la domenica di sangue e il massacro al Palazzo d’Inverno nel 1905 per mano dello Zar, gli Armeni il genocidio, gli Ebrei la Shoà, i Palestinesi l’espulsione e la Nakba, i popoli dell’America Latina le dittature plebiscitarie con i cittadini gettati in mare o “scomparsi”, la maggior parte delle altre Nazioni sono state assoggettate a regimi militari, Imperi e colonie.  
Quasi sempre cinque anni sono bastati a ciascuno, spesso dietro finzioni democratiche o a causa di sbagliate elezioni, per cadere nella catastrofe e avere un battesimo di sangue.
Perciò dobbiamo avvertire il pericolo e non permettere l’uscita dalla Repubblica parlamentare, “Prima” o “Seconda Repubblica” che la si voglia chiamare, che pur con tutti i suoi difetti e le perduranti irrisolte povertà, ha il sapore della Costituzione e delle libertà conquistate. Come cittadini, Italiani per nascita o per accoglienza, dobbiamo contrastare questa “madre” di tutte le riforme. “Tutte”. È la madre del fascismo che è sempre incinta, e anche oggi non fa che partorire l’ennesimo decreto di sicurezza, che moltiplica pene e reati, dai mendicanti alle donne incinte, dall'intralcio alla circolazione stradale alle occupazioni abusive, alle proteste nelle carceri e nei centri dei migranti, che siano in Italia o nella discarica dell’Albania ,  e distribuisce più manette e più armi.

.

 

Continua...