lunedì 9 maggio 2022

 

LIBERARE GLI ALTRI PER SALVARE SE STESSI

Prima vittima e interprete del warshow che, mentre eravamo sonnambuli  (Limes) ha invaso le nostre vite, Zelensky ha fatto una proposta sensazionale: finiamo la guerra. La proposta (se non sarà revocata) è quella di tornare alla situazione del 23 febbraio 2022. Ciò vuol dire: se vogliamo vivere il presente e magari avere un futuro, facciamo come se il passato, ovvero questa terribile guerra, non ci fosse stata. Però il passato non si può togliere, ciò che invece è possibile fare, come disse una volta il saggio e sfortunato Gorbaciov, è che i morti non tengano per mano i vivi, cioè che non ci facciamo determinare dalla tragica guerra vissuta. Ma allora perché l’abbiamo fatta? Se si può pensare che basterebbe riconoscere la Crimea che col referendum è tornata alla Russia, un’Ucraina inoffensiva e non inclusa nella NATO, l’armata con la Z ferma al confine e magari l’autonomia degli accordi di Minsk, garantiti dalla Merkel e da Macron, perché la scelta micidiale di gettare l’Ucraina nel dolore di tutti e nella disperazione dei poveri, e il mondo sul ciglio della guerra nucleare?

La domanda è lancinante; tuttavia, come sta scritto nella lettera con ormai migliaia di firme in cui abbiamo chiesto al papa di mandare a Biden ed a Putin  la Merkel per mediare un’intesa politica, ciò che serve oggi non è distribuire i torti e le ragioni, ma riprogrammare una storia che contempli la coesistenza di tutti  e non escluda nessuno, né Stati né popoli.  

Il combinato disposto (“l’operazione”) che ha portato alla guerra ha infatti “deviato il corso della storia”, inaugurando “un percorso di tregue interrotte, certo non di vera pace”, in cui “saranno riscritti i rapporti di forza su scala globale”, come spiega Limes nel numero intitolato “Fine della pace” che non si può archiviare anche se altri poi ne sono usciti. Se questo infatti è il crinale che divide due epoche, noi siamo lì, sulla soglia della prima tregua,  e dobbiamo decidere tutto su come vogliamo continuare; ossia tutti dobbiamo decidere tutto.

Naturalmente questo lo possiamo fare solo nella sfera del decidibile, che può comprendere l’instaurazione della pace solo se rifiutiamo l’idea, che invece ci viene data per scontata, che “la guerra sia connaturata all’uomo”.  Se non lo è (e sarebbe strano che l’orgoglioso Occidente si ritenesse inabilitato a decidere su ciò che più conta) è da tutti professato che dobbiamo liberarci dalla guerra, soprattutto dalle warshow, come a partire da questa saranno tutte le future guerre paramondiali,  ad eccezione di quella nucleare che invece non potrà essere filmata da nessuno.  Ma intanto oggi sembra caduto il tabù della guerra nucleare.

La liberazione dalla guerra, invece della lotta per “stabilire un vincitore unico e definitivo” per il dominio del mondo, come ci imputano i cinesi,  sarebbe certo una rivoluzione, maggiore di tutte le altre, da quella americana a quella francese a quella d’Ottobre, che pure sono state possibili. Ma, per un’ultima citazione di Limes, che sembra rovesciare l’inquietante previsione di tutto il dossier, diremo che la rivoluzione è possibile solo se è pensata e voluta, come suggerisce la “profetica prosa” di Anna Maria Ortese, come “la liberazione degli altri”. Gli altri sono prima di tutto gli altri popoli, “i popoli muti di questa terra”, quelli interessati a vivere, non a contendersi,  combattendo, il potere.

La decisione da prendere è dunque, d’ora in poi, di liberare gli altri dalla guerra, dai lager, dalla fame, dalla povertà, dalla privazione della dignità e del lavoro, dalla perdita della politica, dal dovere di fuga e dalle migrazioni forzate, dalla malattia e mancanza di cure, dall’incrudelirsi del clima, dal dissesto ecologico e dalla devastazione della Terra.  

Ma  perché la liberazione  “degli altri”, perché questo scambio con gli altri, perché questa cura, impossibile senza amore, per gli altri? Perché solo così possiamo salvare noi stessi.

Per far questo occorre costruire una cultura che promuova la coscienza e il gusto dell’unità  umana, che metta i popoli al disopra degli Stati, che generi una riforma dell’ONU e un costituzionalismo mondiale – a cui pur si era cominciato a mettere mano – onde siano ridotte armi ed armate, i beni fondamentali siano resi pubblici, i diritti siano affermati per tutti e resi effettivi da adeguate istituzioni sovrastatali di supplenza e di garanzia.

Se questa è l’agenda, essa chiama in causa tutti. E dunque, se si può scrivere questo in un articolo di giornale, chi ha rinunziato ad ogni impegno lo assuma, chi ha smesso di studiare  lo faccia di nuovo, chi ha lasciato la politica vi torni, chi ha sfasciato partiti li costruisca, chi ha servito iniqui padroni si liberi, chi ha chiuso, riapra.

(Dal “Fatto quotidiano” dell’8 maggio)

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mercoledì 4 maggio 2022

 

LETTERA AL PAPA:  “MANDI  UN’AMBASCERIA, PER

 ESEMPIO LA MERKEL

 

Come riferiscono oggi “Avvenire”, “Il Fatto quotidiano” e il sito “Fq Extra”,  è stata inviata al papa la seguente lettera corredata  finora da circa 300 firme:

Santità, Papa e Pastore, Padre e Fratello nostro Francesco o come ognuno di noi preferisce chiamarla da diverse sponde culturali e religiose,

conoscendo i suoi strenui sforzi per la pace e uniti all’ansia di milioni di persone che  anelano a costruire un mondo di giustizia concordia e diritto,  desideriamo esprimerle la nostra angoscia per la cattiva e letale forma di convivenza che si sta stabilendo a livello globale, non solo per la guerra in corso, contro le speranze di un mondo più prospero e sicuro che erano nate sul finire del secolo scorso. Metà di quel secolo lo abbiamo vissuto col terrore della bomba atomica e delle sue ulteriori degenerazioni, ma se il terrore era un cattivo sentimento il suo effetto positivo è stato di prevenire e impedire una guerra nucleare, essendo diventata cultura comune la novità enunciata dal suo predecessore Giovanni XXIII che la guerra stessa, per questa ragione, fosse diventata del tutto irragionevole. Tuttavia la ragione non è l’unico movente dell’agire umano, e talvolta fallisce o può essere tradita, sicché oggi quell’impedimento alla guerra, e tanto più alla guerra totale, sembra  non più cogente e affidabile. Una guerra in più, oltre alle molte già patite, si è oggi scatenata con effetti imprevisti  e gravissimi, e se provoca un inedito spavento, suscita il pianto alla vista di ogni singola persona o casa o opera travolta dalla devastazione e dalla morte.

Il sentimento impellente è che il mondo debba essere salvato, ma nonostante le buone volontà che pure sono presenti, non sembra che ve ne siano oggi le premesse, anzi il pericolo per la condizione umana va di giorno in giorno crescendo. Noi sentiamo che per uscirne ci vorrebbe una grande conversione di culture e di politiche che coinvolgesse grandi moltitudini, ma siamo pure convinti che, grazie alla infinita dignità e alle potenzialità di ogni singolo essere umano, anche una sola persona, in date circostanze, può essere lo strumento perché il mondo sia salvato.

Le chiediamo di essere Lei a prendere l’iniziativa di un tale tentativo. Siamo ammirati per la Sua disponibilità a recarsi perfino a Mosca per fermare la guerra, Ma già prima che ciò possa realizzarsi, pensiamo che si possa stabilire, anche fuori dei circuiti istituzionali, un rapporto tra persone che per la loro responsabilità in ordine alla situazione attuale potrebbero fermare subito la guerra e rovesciare, anche per il futuro, il corso oggi nefasto e fatale delle cose. Tutti conosciamo le cause e le responsabilità vicine e lontane della guerra, tutti sappiamo che in molti modi abbiamo sbagliato. Ma oggi non è il momento di giudicare, il problema oggi non è di avere o non avere ragione nell’assolvere o nel condannare. C’è un tempo per giudicare e c’è un tempo per capire, c’è un tempo per intimare e un tempo per interrogare e interrogarsi, c’è un tempo per la certezza e c’è un tempo per il dubbio, c’è un tempo per la severità e c’è un tempo per la misericordia. Le chiediamo di voler umilmente attivare questo processo, dando mandato per esercitarlo a una persona di sua fiducia. Si tratterebbe di mandare al presidente Biden e al presidente Putin, che sicuramente  hanno in  mano, per la forza e le idee che mettono in campo, l’avvenire del mondo, un’ambasceria informale in cui si chieda loro, accantonata ogni ragione di anche legittimo risentimento,  di stipulare un patto di non negoziabile e irrevocabile coesistenza nel pianeta che è a tutti comune; un patto che garantisca la vita da vivere insieme e lo sviluppo dei loro popoli e con loro di tutti i popoli, arrestando istantaneamente, a cominciare da una cessazione del fuoco, l’attuale concatenazione di offese e minacce per ogni possibile e diverso agire e destino futuro.

In un mondo poliedrico e complesso come l’attuale non tutti i rapporti devono essere eguali, possono essere improntati a maggiore o minore amicizia o corrispondenza di interessi, ma comunque devono essere compatibili e vitali.

Siamo certi che Lei deciderà per il meglio riguardo a questa proposta e alla persona che potrebbe esserne investita; per parte nostra ci permettiamo di suggerire che quella più indicata per adempiere a questa missione nelle due capitali possa essere la ex Cancelliera tedesca Angela Merkel, una donna che condivide i pensieri e i sentimenti di molti, che ha una grande esperienza e conoscenza di persone, di eventi e di politiche, un grande prestigio internazionale per il servizio a lungo prestato nelle responsabilità di potere nel suo Paese e in Europa, e oltre tutto è una sua sorella di fede. Ella, non certo solo per questo, ma anche per il suo essere donna è particolarmente indicata per questo incarico, se non altro per la circostanza da Lei, Francesco,  ricordata, che fu una donna, secondo i Vangeli, a farsi portatrice di quel grande annuncio di un  nuovo inizio e di una nuova  pace  che doveva cambiare la storia del mondo. Forse da alcuni luoghi in cui oggi sono maggiori gli stridori delle armi e di guerre  apparentemente inevitabili, da una donna potrebbe venire il barlume di una notizia di pace e di riconciliazione. Nello stesso tempo il popolo della pace, che è diffuso in tutto il mondo, potrebbe ovunque riunirsi in molteplici forme e manifestazioni, nell’attesa della buona notizia e nella volontà di promuovere una realtà migliore e un altro mondo possibile. 

Ci scusi per averle esposto questa singolare idea, ma ci pare che in un tempo così difficile come questo si debba pensare e tentare l’impensabile.

Con gratitudine per quanto sta facendo e ha fatto per procurare al mondo la pace, per la sua opera e con vera amicizia

 

…….. Raniero La Valle “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”, Luigi Ferrajoli, filosofo del diritto Domenico Gallo “Costituente Terra”, Gustavo Zagrebelsky presidente emerito della Corte Costituzionale, Mons. Domenico Mogavero vescovo di Mazara del Vallo, Giovanni Traettino, pastore evangelico, Marco Travaglio direttore de “Il Fatto quotidiano”,  Mario Dogliani, costituzionalista, p. Alex Zanotelli missionario comboniano, Marco Revelli, Paolo Maddalena, vicepresidente emerito della Corte Costituzionale,  Angelo Cifatte, Mario Agostinelli, Paola Paesano  Biblioteca Vallicelliana, Maurizio Serofilli  Francesco Di Matteo “Comitati Dossetti per la  Costituzione”,  Marco Romani “Pane Pace Lavoro”, Emilio Molinari, Daniela Padoan, Guido Viale. Antonia Sani, Sergio Tanzarella storico della Chiesa,  Daniele Menozzi, Giuliano Pontara, Vittorio Bellavite, Francesco Comina  PAX CHRISTI Bolzano, Enrico Peyretti Centro Studi Sereno Regis Torino,  Mauro Castagnaro, Michele NardelliCentro Solidarietà Trento, Marco Politi scrittore e giornalista, don Severino Dianich, Giovanni Burzio, Antonio de Lellis, Giovanni Benzoni,  Franco Ferrari presidente Associazione “Viandanti”, Adriano Sansa, Alessandro Marescotti,  don Nandino Capovilla PAX CHRISTI, Sandro Calvani Fondazione Mae Fah Luang a Bangkok, Maurizio Acerbo, Giovanni Benzoni, Lia Parigi, Luciano Corradini, Diego Maggio, Crispino Di Girolamo, editore, Marco Giovannoni  storico della Chiesa,  Fabrizio Mandreoli  teologo, Ginevra Crosignani storica della Chiesa, Bartolo Puca biblista, Antonio Ianniello, storico della Chiesa, Vito Impellizzeri, teologo, Anna Carfora, storica della Chiesa, Luigi Mozzillo storico della filosofia, Cettina Militello teologa, Nino Mantineo giurista, p. Felice Scalia gesuita, Mario Menini direttore di “Missione oggi”, Gian Guido Folloni, Franco Bagnarol Movimento di Volontariato MOVI, Roberto Mancini, filosofo, Fabio Alberti, Daniele Lugli Presidente emerito del Movimento Nonviolento, p. Fabrizio Valletti gesuita, don Giovanni Mazzillo teologo, Maramotti Anna Lucia presidente della sezione di Italia Nostra di Cremona, Fulvio De Giorgi e Celestina Antonacci  Associazione La Rosa Bianca, Giancarlo Casella, Marco Pezzoni, Riccardo Orioles, Laura Tussi, Fabrizio Cracolici, Andrea De Lotto maestro, Laura Cima, Michele Boato, Antonella Litta, Paolo Barabino e Mariam Dignatici monaci della Piccola Famiglia dell'Annunziata, Filippo Manini, Daniele Barbieri, Pasquale Pugliese, Nadia Bovino, Rocco Altieri Centro Gandhi odv, Elide Taviani, Carla Bellani Pax Christi Cremona, Luigi Fasce, Norma Bertullacelli, Renzo Dutto Comunità di Mambre, Nicoletta Negri, Roberta De Monticelli Centro di Ricerca PERSONA, Pasquale Colella “Il Tetto”, Carmine Miccoli, don Giovanni Nicolini Famiglie della Visitazione, Patrizia Cecconi, Daniele Aglio Forum delle Idee Cremona, biblista, Matilde Mirabella. Anna Sabatini psicoanalista, Luigi Guzzo, Santino Bonfiglio, Martino Federico, Beniamino Ginatempo, Daniele Pompejano, Patrizia Caminiti, Annamaria Cosenza, Elina Gugliuzzo, Piero Serboli, Elisa La Rosa, Alessandra Minniti, Loredana Raffa, Pippo Martino, Aldo Trifiletti, Santina Errigo, Concetta Giunta, Alessandra Grussu, Giovanni Caola, Angela Flocco, Maria Rigoli, Rosaria Anna, Annalisa Irrera, Nuccia Romano, Nino Gussio, Carmelo e Rita l'abate, Maria Ravesi, Natale Cuce',  Giovanna D'Andrea, Annamaria Garufi, Saverio Di Bella, Achille Quattrocchi, Antonietta Mondello, Eleonora Bono, Guido Signorino, Marina La Rocca, Teresa Vadala', Maria Cammaroto, Tindaro Merlo, Nino Continibali, Rossella Colosi, Cristina Barillari, Rosaria Ottana', La Torre Andrea e Lidia, Associazione Piccola Comunità Nuovi Orizzonti, Roberto Bosi, medico già direttore Sert, Domenico Campana “Movimento di cooperazione educativa”, Antonio Mammi, insegnante, Maria Luisa Paroni Comunità Laudato Si di Viadana (MN) e Tavola della Pace Oglio Po, Anna Doria, Enza Talciani, Nicola Iasiello, Floriana Rizzetto, Laura Di Simone, Zeno Forlati, Claudio Ciancio, Franco Poli, Alessandro Parrella, Giuseppe Tattara, Carla Padovan, Francesco Ambrosi MIR di Vicenza, Lilia Sebastiani, Maria Cristina Bartolomei filosofa e teologa, Sandro Mancini, Jeans Paul Hernandez  gesuita Scuola di pace Napoli, Paolo Bertezzolo, Paola Ghirardini, Alessandro Leonori, Luigi Gallo, Gion Gieli, Ursicin G.G. Derungs teologo, Francesco Giorgio Corradini, Luciano Caimi Città dell’uomo, Gianfranco  Bottoni, presbitero, Alessandro Cortesi domenicano, Maria Laura Picchio Forlati, Enrico Zaninotto, Mariarita Ceriani, Nicolò Germano docente, Sandro Cappelletto, Maurizio Angelini, Isabella Adinolfi, Antonella Bullo, Simone Morandini, Sandro Mancini professore di Filosofia morale, Anna Urbani, Federico Zanda. Mariateresa Sarpi, Giancarlo Vianello, Domenico Paoletti francescano, Paolo Bettiolo, Daniela Dutto, Carlo Alberto Bolpin “Esodo”. Giancarlo Gaeta, Laura Venturelli, Mirella Gallinaro, Luciano Zambelli Lega per il disarmo unilaterale,  Pilar Castel attrice autrice, Gabriella Cecchetto, Luigi de Magistris, Gianni Gennari, Annamaria Fiengo, Giuseppina Nosè, Flavio Aldi, Daniela Bezzi giornalista. don Roberto Fiorini, Rivista “Preti Operai”, Marco Moser, Carlo Truzzi teologo,  Adriana Buffardi. Marisa Fugazza, Giorgio Ferraresi, Massimo Tafi, Elio Pagani, Oreste Magni, Paolo Lucchesi, Franco Astengo, Amalia Navoni, Fiorella Coppola. Maria Grazia Calza Tavola della pace Oglio Po, Paola Palagi Istituzione Teresiana in Italia, Cinzia Merletti, Tiziana Valpiana, Giovanna Liotta, Francesco Riva,Vladimir Sabillòn, Giuseppe Staccia, Franco Barbieri, Nazario Ferrari, Wally Gregori, Elena Lanzoni, Matteo Riva, Fabrizio Aroldi, Renato Ottoni, Dina Rosa, Adriana Casalini, Giuseppe Vanacore, segretario nazionale ANED, Ivana Brunato segr. CGIL Milano, Giancarlo Albori, Patrizia Sterpetti WILPF Italia, Enza Talciani.

3 maggio 2022

Chi vuole può firmare all'indirizzo email: ranierolavalle@gmail.com

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venerdì 29 aprile 2022

 

Lo spettro della vittoria

 

Se non si riesce a porre fine a questa guerra nefasta che ha già distrutto l’anima del mondo prima ancora che le istituzioni che ne assicurano la vita, è perché non è stato esorcizzato lo spettro della vittoria. È un luogo comune, ma del tutto falso, che la vittoria sia la conclusione migliore di una guerra. Si tratta di un mito antico: la vittoria è il premio della guerra; la vittoria alata si libra sul trionfo del condottiero, schiaccia l’elmo del vinto;  non è concepibile se non la vittoria come uscita dalla guerra, padre e principio di tutte le cose, come è stata teorizzata da sempre, almeno a partire dal detto di Eraclito.
Perfino Gesù, che amava i nemici, ammetteva che la guerra si fa per vincerla: “quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano gli manda dei messaggeri per chiedergli pace”.
Ma in realtà non è affatto vero che, una volta precipitati nella guerra, la cosa migliore è vincerla. Se oggi celebriamo la vittoria del 25 aprile, è perché avevamo perso la guerra, ed era stata una fortuna, con i Tedeschi in casa! Chi oggi rimpiange di non aver vinto quella guerra? Nemmeno i fascisti. Altri orrori si sarebbero aggiunti agli orrori. E non avremmo avuto la Costituzione, la libertà, l’industria, il denaro, tutte le cose di cui oggi ci gloriamo.
Eppure siamo sempre là. Il segretario di Stato americano Antony Blinken e il capo del Pentagono Lloyd Austin nella loro fuggevole visita a Kiev di qualche giorno fa hanno promesso all’Ucraina di Zelensky di farle vincere la guerra, che poi  vuol dire che a vincerla saranno gli Stati Uniti. La stessa cosa aveva promesso qualche giorno prima il presidente Biden in un “tweet” (che sono le nuove dichiarazioni di guerra che una volta si consegnavano agli ambasciatori) enumerando le armi e i soldi che gli Stati Uniti avrebbero fornito all’Ucraina, mentre Lloyd Austin ha aggiunto che bisogna fiaccare la Russia in modo che non possa fare più nessuna guerra. Più vittoria di questa!
Naturalmente anche Putin vuole vincere, tanto più ora quando gli hanno detto in tutti i modi che in gioco c’è non solo la sua sopravvivenza ma quella stessa della Russia; però non sa come fare, perché certo non basta, come ha chiesto al ministro della Difesa Shoigu, non far volare nemmeno una mosca sull’acciaieria Azovstal (che non sembra la metafora di una vittoria).
E vincere vuole soprattutto Zelensky, ben contento che ora le armi, come ha detto, gli arrivino “in tempo reale”, cioè subito e quante ne vuole.
Ma l’Ucraina ha già pagato un alto prezzo al mito della vittoria, questo spettro che viene dal regno dei morti, dagli Stati Uniti attraversa l’Atlantico, da Ramstein si aggira per l’Europa e minaccia il mondo dal mucchio di cadaveri su cui sale in Ucraina. Già una rovina era stata per l’Ucraina aver insistito con puntiglio a volere la NATO, nonostante ci fossero ben più di ventimila russi  a premere sulla frontiera del Paese (e chissà per quale inconfessato disegno incoraggiati da Biden ad entrarvi, come sostengono Caracciolo e “Limes”). Ma la catastrofe è venuta per l’Ucraina quando ha cominciato a credere che la guerra poteva vincerla  davvero con tutti gli incoraggiamenti  e l’altruismo sospetto dell’Occidente, con gli aiuti di ogni genere, politici, militari, economici, sacrali, con il suo straziato popolo narrato come esercito, sia pure con lo stereotipo delle donne che accudiscono e portano in salvo i bambini mentre gli uomini restano o sono mandati indietro a combattere, e oltre cinque milioni di profughi, e le città bombardate e distrutte, e la fama di invitti su tutti i teleschermi e in molti Parlamenti del mondo, compreso il nostro.
In realtà, a questo punto della storia, dopo tutti gli errori che da una parte e dall’altra sono stati fatti, la vittoria, di chiunque essa sia, è la peggiore sciagura che possa capitare. Come dice il papa: che vittoria c’è sulle macerie? E Noam Chomski, nell’intervista a Truthout che gli chiede se siamo all’inizio di una nuova era di continuo confronto tra la Russia e l’Occidente risponde che è difficile sapere dove cadranno le ceneri, “e questa potrebbe non essere una metafora”. Infatti, secondo Chomski, “che piaccia o no, le opzioni ora si riducono o a un brutto risultato che premia piuttosto che punire Putin per l’atto di aggressione, o alla forte possibilità di una guerra terminale”. E  questa, secondo Chomski,  sarebbe “una condanna a morte per la specie, senza vincitori: siamo a un punto di svolta nella storia dell’umanità. Non lo si può negare. Non lo si può ignorare”.
“Senza vincitori”: perché che cosa sarebbe una vittoria per gli Stati Uniti e la NATO e l’Europa, se davvero essa dovesse consistere nell’accendere la miccia della terza guerra mondiale, mettendo fuori gioco la Russia, provocando la Cina e prospettando all’umanità intera un mondo fatto del solo Occidente?
E che cosa sarebbe una vittoria per la Russia, che andasse al di là della rivendicazione iniziale di un’interdizione della minaccia proveniente dall’Ovest, se ciò volesse dire diventare l’anatema delle nazioni, essere votata alla negazione genocida del suo esserci stesso, che si tratti del rublo, del popolo o del Lago dei cigni?
E che cosa sarebbe una vittoria per l’Ucraina se anche recuperasse la Crimea, e il Donbass,  quando pur sempre rimarrebbe lì, a fare da antemurale dell’Occidente contro la Russia che, Putin o non Putin, certamente non sparirebbe e sarebbe pur sempre una grande Potenza ansiosa di rivincita, mentre l’Ucraina sarebbe ancora lì, gloria sì del mondo libero, ma sua prima vittima sul monte Moria? E l’Oscar all’attore protagonista!
In questa situazione è del tutto irresponsabile fare il tifo per la vittoria dell’uno o dell’altro, comunque questa vittoria la si voglia chiamare, difesa della Patria o dominio del mondo; ed è un’insensata complicità voler essere nel campo dei vincitori. Vera sapienza è la ricerca di un’alternativa alla vittoria per mettere fine alla guerra. Tale alternativa sta nel dialogo, nel negoziato, nel riconoscere ciascuno le ragioni dell’altro, nello “scambiarsi con l’altro”, nel sapere che la sicurezza dell’altro è la sicurezza anche propria, perché la sicurezza non consiste in uno “status”, ma in un rapporto, o è di tutti o non è di nessuno, come già aveva realizzato la saggezza dell’ONU.
Tra le macerie di questa guerra c’è l’illusione, o la speranza, che si potesse costruire un nuovo ordine mondiale, fondato non sulla potenza ma sul diritto, non sulla ragion di Stato, ma sulle ragioni dei popoli, non sulle guerre vinte, ma sulla guerra ripudiata. In ogni caso si può sempre ricominciare di nuovo. Come ha scritto in una sua poesia il politico Pietro Ingrao, “leva in alto la sconfitta”. Il vero germe della vocazione spirituale dell’Occidente, sia nella versione greca che in quella cristiana come ci ha  suggerito Simone Weil, non è la gloria dei vincitori, ma è il sentimento della miseria umana, che è una condizione della giustizia e dell’amore: in Grecia, sostiene la Weil, per il trauma non rimosso del crimine della distruzione di Troia (l’Iliade!), nella tradizione cristiana perché al patimento della miseria umana neppure uno spirito divino può sottrarsi se unito alla carne (i Vangeli!), ciò  che vuol dire non soggiacere al dominio della forza, il   rifiuto di tutti i rapporti di dominio. Come ha ricordato papa Francesco celebrando la “resistenza e resa” della Pasqua, “con Dio si può sempre tornare a vivere”.

Raniero La Valle

 

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mercoledì 6 aprile 2022

 

UCCIDETE IL SOLDATO PUTIN

Quando gli uomini erano alle prime armi si interrogavano per capire cosa fosse la giustizia. E Socrate, come racconta Platone  nella  “Repubblica”, parlando con Glaucone, che dello stesso Platone era fratello, disse che la giustizia consiste nel fatto che “ciascuno faccia la cosa propria”, cioè, in un senso più filosofico, che ciascuno sia se stesso, che le cose si svolgano secondo la loro natura. Il cinema rappresenta. ma non cambia le cose. La Televisione  invece  ha oggi il potere di cambiare la natura delle cose e assegnare a suo piacere agli uomini i ruoli che vuole. In ciò sta un grande pericolo. Si pensi ad esempio che cosa sarebbe stato se il “grande dittatore” impersonato da Charlot,  come era chiamato Charlie Chaplin, fosse diventato davvero il Fuhrer dei Tedeschi, o se il dottor  Stranamore dal suo ufficio al Pentagono avesse davvero preso in mano i destini del mondo. Oggi viviamo un incubo. C’è un attore-Presidente che diventa Presidente-attore che chiede lo scioglimento dell’ONU, per il caso che ancora si opponga al rischio di una guerra nucleare, e abbiamo il mondo intero trasformato in un immenso studio televisivo in cui avvengono le cose più estreme, se non più incredibili.

Il racconto è che la Russia, dopo essersi seduta al tavolo dei negoziati a Istanbul, per allentare la tensione decide di ritirarsi da Bucha.  Però organizza una clamorosa prova della propria crudeltà, con una strage efferata che cosparge le strade di vittime  non solo uccise ma in tutti i modi straziate. Il sindaco di Bucha, tutto contento per la liberazione della città, rilascia un’intervista in cui appare sorridente e orgoglioso per la vittoria ottenuta, e il giorno dopo dei filmati della polizia ucraina  mostrano le strade devastate come sono in ogni  dopoguerra  ma senza tracce di massacri. Intanto però si sta preparando un  gigantesco set satellitare e quattro giorni dopo tutto il mondo, attonito, vede una strada dove una quantità di cadaveri sono disposti a intervalli regolari, con la stessa postura, la faccia in giù, con i più fantasiosi segni di violenza e di sfregio. Putin nel racconto viene denunciato al tribunale dell’Aja, perché si pensa che come Re soldato abbia direttamente dato ai suoi soldati gli ordini del genocidio  (che è come dire: uccidete il soldato Putin) e così il capo russo non solo fa la figura di un dittatore sanguinario, criminale e assassino, ma anche incredibilmente stupido, autolesionista e utile idiota a vantaggio dei suoi nemici, e tuttavia  responsabile di una grande Nazione della Terra e di centinaia di milioni di persone.
Il racconto prosegue con la esecrazione universale, e come potrebbe non essere così se si tratta di un racconto vero? Ma se vero, in che mondo saremmo, con quale uomo, con quali fratelli, con quale Dio?
Noi non abbiamo parole. Solo un lieve sospetto che la realtà adattata a spettacolo, e lo spettacolo fatto esso stesso realtà, ci porti, sotto la spinta della visione a distanza detta Televisione, alla fine del mondo.
Chi scrive ricorda quando  nei suoi giovani anni lavorava in Televisione  per un programma giornalistico che si chiamava TV 7. Eravamo con Barbato, Furio Colombo, Giuseppe Fiori, Fabiani, Mimmo Scarano e altri grandi giornalisti, tutti desiderosi di dare al giovane Servizio pubblico che era la RAI un’informazione avvincente, fedele, non obbediente a censure. Un giorno arrivò dal Brasile un filmato che raccontava di una manifestazione di operai su cui la polizia aveva sparato – come purtroppo talvolta accadeva anche da noi  - e aveva fatto un morto. E quel corteo di meravigliosi operai aveva preso il cadavere e in processione lo aveva portato fin sulla soglia del Parlamento a Rio de Janeiro (che era allora la capitale) e l’aveva lasciato lì, come a restituirlo al potere che l’aveva ucciso. Stavamo per mandarlo in onda ma Ettore Bernabei, che aveva capito prima di noi l’ambivalente onnipotenza del mezzo, ce lo impedì, pensando che in quel modo alla prossima tragedia avremmo dato l’idea di scaricare il morto sulla porta di Montecitorio. Era una censura. Ma adesso penso che avesse ragione. Allora però si trattava solo del piccolo teatro italiano. Adesso la scena è tutto il mondo, e anche le bugie che la ragion di Stato suggerisce ai potenti, hanno un effetto diverso se il mondo è cambiato. Il falso incidente del golfo del Tonchino, poi  ammesso dai “Pentagon Papers”, servì solo a legittimare la guerra del Vietnam, la falsa fialetta dello sterminio agitata all’ONU da Colin Powell, di cui lui stesso poi si pentì, servì solo a fare la guerra all’Iraq e a mandare a morte Saddam Hussein, della discussa strage di Račak fu fatto uso solo per motivare la guerra della NATO per il Kosovo punire la Serbia e far morire in carcere Milosovic: ma oggi lo spettacolo è universale, una propaganda servile può servire a dilaniare il mondo, oggi gli attori protagonisti compaiono in diretta su tutti gli schermi di casa e in molte aule parlamentari del pianeta, possono eccitare all’odio e alla vendetta, far credere che non ci sia più niente da fare, che la guerra sia un fatto di natura e la pace un artificio, far cadere il tabù della bomba,  sopprimere, insieme  con l’ONU, il diritto e la sua giustizia, comunque fosse definita da Socrate o da Platone.
Ma in realtà non c’è in ballo la Televisione. In causa è il cuore, il “chi è dell’uomo”. Continua...

mercoledì 30 marzo 2022

NOI ABBIAMO PAURA

Abbiamo avuto in questi giorni molti inviti a non avere paura. Ci ha detto Biden dal castello di Varsavia di non avere paura di Putin, come papa Wojtyla ci aveva detto di non avere paura di Cristo; ha poi risposto, interrogato dai giornalisti alla Casa Bianca, di “non ritrattare nulla” di quanto aveva affermato in quel discorso, che il macellaio cioè deve essere allontanato dal potere, il che vuol dire non temere di spargere sangue occulto a Mosca. Ci ha detto Zelensky di non giocare a ping pong ritardando il dono delle armi, ma di avere anche solo l’1 per cento del coraggio dei suoi soldati che reggono a missili, bombe e stragi di bambini; ci ha ripetuto il ministro della cultura ucraino dai nostri teleschermi (del servizio non pubblico) di non avere paura di Putin, congedandosi da noi col gesto della mano atteggiato al “V” della vittoria, che ben conosciamo perché anche a noi fu detto “Vincere! E vinceremo”, come infatti accadde con armate straniere che si combatterono sul nostro suolo e dal cielo distrussero le nostre città; poi, sempre in TV, zittiti i dissenzienti, donne invitte dallo sguardo acuminato, in controtendenza rispetto al luogo comune che le donne sono fatte per la pace, ci hanno detto, mentre si aprivano i negoziati a Istanbul, che non c’è da temere perché Putin ha già perso, la Russia è prossima alla resa e anzi sta per implodere; né temono i nostri dirigenti una crisi di governo pur di mandare armi e profondere spese militari per le guerre d’Europa; siamo pieni dunque di incoraggiamenti a non temere la guerra, a portarla a buon fine, a inneggiare a chi la combatte fino al suo radioso esito, come una volta accadeva per tutte le guerre, che è la vittoria.
Invece noi abbiamo paura. Abbiamo paura che della Terra, ormai incuranti del carbone e del clima, si faccia un inferno, ma non l’inferno di aggiornate e demitizzanti teologie, ma proprio l’inferno come è descritto da Dante, una selva selvaggia percorsa da fiumi di sangue, cosparsa di distese di tombe, dove la fame è irrogata e vendicata mangiando l’uno la carne dell’altro (canti I, IX, XII, XXXIII); abbiamo paura che le città più belle del mondo, anche se per prudenza non invase, siano distrutte e uccisi gli abitanti ma soprattutto i bambini, per i quali è politicamente corretto inorridire di più; abbiamo paura di un mondo dove a essere cancellato o ridotto alla condizione di paria sia un mezzo continente come la Russia; abbiamo paura che le ultime notizie, magari come allora nascoste nelle “brevi” e poi a lungo secretate, ci informino di un’azione altamente meritoria e densa di valori imperituri come quelle compiute a Hiroshima e Nagasaki; abbiamo paura di perdere non la vita, ma ciò per cui abbiamo combattuto per tutta la vita: per la pace, la libertà, l’onore, la difesa dei popoli martoriati ed oppressi dalle colonie, dagli Imperi, dalla Trilaterale, dagli Esodi, dalle guerre bipartisan, dalla fame, dalla “giustizia infinita” inalberata per gratificare il mondo intero della democrazia, dei respingimenti, dei porti chiusi e delle estradizioni; così come abbiamo combattuto contro le operazioni alla “Desert Storm” per annientare Stati canaglia e terrorismi, o contro i missili stranieri da Comiso puntati contro l’Ungheria.

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martedì 22 marzo 2022

OBIEZIONE DI COSCIENZA

Al presidente della Camera dei Deputati Roberto Fico

Caro Presidente,

in occasione della prossima diretta televisiva con Montecitorio del presidente dell’Ucraina Zelenski, ti prego di prendere atto che se egli inviterà l’Italia alla guerra mediante la richiesta di armi, l’appello alla no fly zone, l’evocazione dell’8 settembre o in qualsiasi altro modo, per la disciplina e l’onore a cui sono stato tenuto come deputato e senatore della Repubblica, non venuti meno per effetto della cessazione del mandato, ti partecipo la mia obiezione di coscienza a questo atto della Camera, come feci nel 1991 come membro della Commissione Difesa in opposizione alla partecipazione dell’Italia alla guerra contro l’Iraq. Mi permetto anche, in forza dell’art. 50 della Costituzione, di esporti la necessità di disinnescare il meccanismo propulsivo in direzione della terza guerra mondiale introdotto dal presidente Zelenski nel discorso alla Knesset con l’assimilazione della guerra in corso e solo di questa allo sterminio nazista del Novecento. Dato il ricorso all’esondazione televisiva della guerra attuale, perché essa non precipiti in un evento totale occorre che le sia messo termine con la stessa persuasività nello stesso modo. Pertanto, potresti avvalerti  della presente occasione come presidente della Camera per suggerire alla Russia che unilateralmente proclami e immediatamente attui il “cessiamo il fuoco” ponendo così termine al massacro proprio della guerra e, come in un “fermo immagine” attendendosi che siano adempiute le condizioni di sicurezza e di stabilità che essa stessa aveva indicato come motivi della guerra.

 Ti ringrazio e auguro buon lavoro

Ex deputato e senatore Raniero La Valle

21 marzo 2022

  

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venerdì 11 marzo 2022

APOLOGIA DELLA GUERRA

 Dopo sedici giorni di guerra si fanno rare le speranze (ma spes contra spem bisogna sempre sperare) di un’uscita non catastrofica dalla crisi per il futuro del mondo. Vince il più forte: ma il più forte non è la Russia, perché il suo Nemico non è l’Ucraina, ma sono gli Stati Uniti e il rapporto di potenza (secondo i dati del SIPRI) è di 66 miliardi e 838 milioni di dollari di spesa militare della Russia contro 766 miliardi degli Stati Uniti, 1.103 miliardi di tutta la NATO mentre alla Germania si consente di superare il vincolo del 2 per cento del PIL che le era stato imposto dopo Hitler. La vera guerra che si sta combattendo è infatti tra queste Potenze e a vincere è la vittima creata da loro, l’Ucraina, che si è sentita la più forte grazie alla solidarietà che le è stata offerta da tutti; ma questa, abilmente gestita dal complesso militare-mediatico dell’Occidente e dall’esperto regista e attore televisivo che dell’Ucraina è diventato il presidente, si è risolta in una unanimità violenta che ha eletto la Russia come unico Nemico. Il crimine di guerra (la guerra come crimine) commesso da Putin passando il Rubicone dei confini con l’Ucraina, anche se per impedirle di installarvi la NATO, si è ritorto contro di lui, che non ha capito come in tal modo avrebbe fatto scattare una facile identificazione con il più debole aggredito, da parte degli attori non protagonisti del dramma e di tutti gli spettatori che lo fanno a buon mercato. “Gli ucraini combattono anche per noi”, titola il Corriere della Sera riprendendo la teoria del domino che fu usata dagli Stati Uniti per esaltare la guerra del Vietnam che insieme al dittatore golpista di Saigon dicevano di combattere per evitare che, Stato dopo Stato, tutto il mondo diventasse comunista; l’identificazione sollecitata dal giornale milanese non è peraltro solo con le vittime, ma con i “coraggiosi combattenti” che al posto nostro riscattano “il pacifismo istintivo, puerile, miope, ipocrita, egoista” al quale si sarebbe ridotto l’Occidente europeo che ha “smarrito il senso della lotta” e se ne sta seduto a guardare la televisione. Un’apologia della guerra in piena regola.

Tutto ciò avviene nel quadro di una guerra mondiale virtuale (“a pezzi” come da tempo diagnosticata dal Papa) giunta sulla soglia di diventare reale e totale. Questo rischio è all’origine del panico e del coinvolgimento generale che, al di là delle propagande, questa guerra suscita nell’opinione pubblica, al contrario di quanto fanno o hanno fatto altre guerre trascurate o ignorate nelle quali altre vittime sono sacrificate, e piangono e soffrono, altri bambini si perdono, popoli negati combattono - ci voleva un generale, Mini, per ricordarcelo – e altre guerre provocano fuggiaschi e profughi poi discriminati e respinti non meno di questa.
Questo rischio è stato spregiudicatamente assunto come se si fosse giunti al giudizio finale nel conflitto apertosi dopo la guerra fredda per decidere l’assetto del potere nel futuro del mondo . L’Ucraina ha rivendicato la libertà di mettercisi in mezzo per prima, gli Stati Uniti hanno deciso di approfittarne e di correre questo rischio perché paradossalmente hanno fatto conto sul fatto che Putin, da loro definito “un killer” e dagli altri considerato pazzo, riesumatore dell’Unione Sovietica e uno zar aspirante al trono di Pietro il Grande, sarebbe stato tuttavia ancora umano e non avrebbe fatto ricorso all’arma nucleare. Speriamo che così sia. Ma il rischio è che l’uscita dalla guerra in corso sia comunque catastrofica, se non per l’uso della bomba, perché il dominio del vincitore estendendosi a tutto il mondo (chi non ricorda il progetto del “nuovo secolo americano”?) per lungo tempo impedirebbe la pace e la giustizia sulla terra, che è anche l’ultimo tempo utile per salvarla scongiurandone il collasso politico, climatico e ambientale.
Ma, appunto, “speriamo contro ogni speranza”, secondo il detto paolino ripreso da La Pira per auspicare da Firenze, dopo l’elezione di papa Giovanni, un futuro di pace e fraternità ecumenica per tutto il mondo.
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giovedì 3 febbraio 2022

 


IL SEGRETO



La rielezione di Mattarella a presidente della Repubblica, che ha suscitato un generale consenso, può tuttavia prestarsi a manovre di sovvertimento costituzionale che è necessario fronteggiare. La prima consiste nella delegittimazione dell’attuale sistema per l’elezione del capo dello Stato che invece si è dimostrato validissimo. Esso è giunto al risultato in soli cinque giorni, fortemente rallentati peraltro dalla pandemia che ha costretto alla rarefazione del voto. Ha anche efficacemente fermato la corsa di candidature del tutto inappropriate: prima di tutto l’autocandidatura di Berlusconi che la procedura di tipo parlamentare rendeva irrealistica ma che una procedura plebiscitaria attraverso un voto popolare avrebbe invece reso possibile; allo stesso modo un’elezione popolare avrebbe reso plausibile il falsissimo argomento di una dovuta alternanza tra “presidente di sinistra” e “presidente di destra”, aprendo la strada ai Trump e ai Goldwater di turno. Si è pure confermata la validità del sistema parlamentare integrato dalle rappresentanze regionali che prevede come salutare il formarsi di maggioranze diverse per le elezioni al Parlamento e quella al Quirinale mediante la intenzionale esclusione della sincronia tra esse, con evidente vantaggio per la divisione e il reciproco controllo dei poteri. Il risvolto negativo è semmai che il raddoppio di un lungo settennato possa portare con sé un’errata percezione di un rapporto di necessità tra il destino di una persona e il destino del Paese, con l’idea sullo sfondo dell’Uomo della Provvidenza o dell’uomo solo (e non certo della donna!) al comando.
Né vale l’argomento che i social e le maratone televisive  polarizzino oggi l’attenzione dell’opinione pubblica sui palazzi del potere, come settanta anni fa, quando questo processo elettorale fu concepito, non era prevedibile, perché anzi questo argomento lo avvalora per il più largo coinvolgimento che comporta; d’altra parte anche in questo caso una ragionevole durata dello spettacolo elettorale mentre è servita a dare il pane  ai giornalisti (anche se sempre gli stessi con inevitabile usura dei rispettivi volti) non ha bloccato per troppo tempo i lavori in corso nel Paese.
Il vero rischio è oggi quello di una deriva verso il presidenzialismo, non solo per la suggestione esercitata dal rinnovo del mandato a Mattarella, ma anche per la esplicita diffamazione dei partiti e delle loro leadership che è stata perpetrata durante tutta la vicenda, mentre proprio le leadership (e non i “peones” come con altrettanto disprezzo sono stati celebrati come protagonisti i semplici parlamentari) hanno condotto il gioco  compreso il suo esito, deciso nel vertice finale mentre centinaia di grandi elettori erano tenuti in surplace con l’astensione.
Il vero regista dell’operazione è stato del resto il segretario del partito più sperimentato, Enrico Letta, che col realismo di una lunga esperienza parlamentare ha sempre saputo di non avere in mano le carte se non per la conferma di Mattarella. Ciò lo ha condotto a non fare mai alcun nome, tanto meno dell’unico veramente desiderato, cosa resa più agevole dal grande successo mediatico del trasloco degli scatoloni presidenziali e ha permesso ai suoi luogotenenti di “farlo crescere” nelle urne, come è stato apertamente ammesso, nella ben assecondata disattenzione generale.
Il rischio di una caduta in un presidenzialismo monocratico mediante un’elezione popolare diretta è ora aumentato per il fatto che l’ha esaltato, come il proprio “sogno”, l’attore politico che, conformemente al ruolo di guastatore abituale che si è ritagliato nell’attuale congiuntura, ha sbarrato la strada all’unica candidata apprezzata da tutti e giunta fino a un passo dall’elezione.  L’attore politico è stato Renzi, e la candidata era Elisabetta Belloni, che è entrata in scena come  parte di una rosa proposta  da Cinque Stelle, Lega e Fratelli d’Italia, con la partecipazione straordinaria di Letta, in grado dunque di coagulare una maggioranza schiacciante dell’Assemblea elettorale, È stato questo fausto evento, a un passo dal realizzarsi, che ha miracolosamente prodotto la repentina conclusione della vicenda, l’inopinato ritorno in campo del presidente Mattarella, la rinuncia definitiva di Draghi, la reprimenda del ministro degli Esteri Di Maio al suo capopartito Conte, e il tripudio finale. 
Le circostanze e le concomitanze sono tali che incuriosisce la domanda sul perché la candidatura Belloni sia stata così facilmente sventata. Non potendo ammettersi che la causa ne sia stata una parossistica misoginia di tutto il sistema, occorre accogliere la motivazione addotta e presa per buona che non si potesse portare alla presidenza della Repubblica la responsabile (da sette mesi) dei Servizi di Sicurezza. Ma  allora resta da chiedersi il perché. Non si trattava infatti di fare presidente della Repubblica il capo della Stasi, del KGB, della CIA, del Mossad o magari della Spectre, a volerci  mettere dentro anche una tipologia di jamesbondiana memoria; si trattava invece della direttrice generale dei Servizi “segreti” italiani, a capo dei quali c’è il presidente del Consiglio. Per quanto essi in passato siano stati deviati,  si dovrebbe spiegare perché oggi sia infamante o inabilitante dirigerli; o chiedersi  se vi sia qualche norma di purità rituale o pericolo  per qualcuno a far sì che una persona con più di cinquant’anni investita di tale incarico sia la sola in Italia a non godere del diritto civile e politico di fare il presidente della Repubblica; questa sì che sarebbe una “sgrammaticatura” costituzionale, come è stato ammesso dallo stesso segretario Letta, mentre non è credibile che a preoccuparsi della grammatica costituzionale sia chi a suo tempo ne voleva sovvertire la sintassi dimezzando la rappresentanza e abolendo il Senato. A meno che a non volerlo fosse qualche Servizio, per nulla segreto,  straniero, dal momento che sarebbe un “delirio”, come ha sostenuto platealmente Cacciari sull'Espresso, eleggere qualcuno che non goda “della fiducia delle grandi potenze economico-finanziarie da cui dipendono i nostri destini”, o magari fosse l’Arabia Saudita.  Così il segreto rimane: ma “per favore” la prossima volta ditelo sui tetti..

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