domenica 15 febbraio 2026
LA FRANA E LA CROCE
La mossa falsa dei “cattolici del sì” che in un incontro a Palazzo san Macuto hanno inteso mettere in campo come attivisti del sì nel referendum sulla giustizia noti esponenti cattolici in quiescenza come l’ex Vicario di Roma e Presidente della CEI card. Ruini, l’ex presidente del Senato Marcello Pera, Paola Binetti, Roberto Formigoni e il leader dell’UDC Lorenzo Cesa - intervistato, quest’ultimo da Radio Radicale, per spiegare la cosa- è un po’ un boomerang per l’Attaccabrighe al governo, perché rivela la verità negata del referendum, cioè il significato di questa riforma costituzionale come un primo approccio per un cambio di regime.
In questo senso, proprio quando il fronte del Sì si mostra ai sondaggi in via di smottamento, l’iniziativa dei cattolici “per un giusto Sì”, fa pensare alla croce di Niscemi che precipita con l’ultima frana.
L’idea si rifà, per una evidente allusione, a quella grande vicenda che fu la discesa in campo dei “cattolici del No” che nel referendum del1974 si schierarono contro l’abrogazione della legge sul divorzio appena introdotto in Italia. Fu, come si ricorderà, una svolta decisiva per la vittoria del No e quindi per il mantenimento di questo istituto della società civile fino ad allora interdetto nel nostro ordinamento. Questa volta le parti sono invertite, la scelta è per il Sì, ma il nome della ditta è lo stesso. Ma ciò che questi promotori non vedono è l’enorme errore comunicativo che essi fanno nel pensare di poter emulare quel successo: i cattolici del NO fecero notizia e produssero politica perché nella cultura e nel confessionalismo del tempo era considerato scontato, vincente e perfino obbligato per fede che i credenti cattolici votassero contro il divorzio, istituto condannato dalla Chiesa, escluso da una interpretazione rigorista del Vangelo e contrastato da un partito, la DC, nella quale si sosteneva che dovesse, per disciplina e per credo, realizzarsi l’unità politica dei cattolici: tutte cose di grande portata valoriale che chiamavano in causa il modo in cui, come cittadini. i cattolici dovessero esprimere la loro stessa identità di credenti. Non il rovesciamento, ma proprio l’attuazione costituzionale fu infatti la conseguenza di quel voto.
Che oggi dei cattolici come tali sentano il bisogno di chiamare in causa fede e Vangelo per andare dietro alla Meloni e per dirimere quella che secondo il governo, come per la minimizzazione dello stesso Pera, non sarebbe che una raffinatissima questione di divisione delle carriere e di maggiore speditezza governativa, è di una pretestuosità improponibile. Poiché dunque non può essere questa la “ratio” dell’iniziativa, essa non può che essere vista come la prova regina che qui non si tratta di aiutare i giudici a far funzionare meglio la giustizia, ma di fornire al governo una vittoria politica e una patente di conformità all’opera di demolizione dei diritti costituzionali e di aggregazione istituzionale all’ondata oceanica che sta spingendo il mondo a destra e l’Europa meloniana al modello Albania.
Con un’osservazione conclusiva: che nel Vangelo e in tutte le Scritture, che sono la fonte dell’identità cristiana, non c’è alcun accenno o indicazione sapienziale a favore di una distinzione di carriere tra giudici; se nel Vangelo si vuole trovare una qualche attinenza con la questione su cui siamo chiamati a decidere il 22 e 23 marzo, è che se a Gerusalemme ci fossero stati dei giudici non in mano e soggetti ad Erode, forse la strage degli innocenti non ci sarebbe stata.
Continua...
Iscriviti a:
Commenti (Atom)