L’assalto vandalico alla sede della CGIL e la sfida della piazza fin sulla soglia dei palazzi del potere sono un campanello d’allarme e dicono che una società non può a lungo essere esposta all’eclissi della politica, all’irruenza di forze politiche sovraniste, a superficiali unanimismi di governo senza cadere nell’anarchismo e rischiare il fascismo. La politica non è pura tecnica, il cui unico requisito sia la competenza, come presume Calenda lamentandosi per la sua sconfitta romana, ma anche sentimento e visione come gli hanno giustamente spiegato le sardine. Se si fosse riconosciuta questa qualità più alta della politica, il governo non avrebbe ignorato che la vaccinazione universale obbligatoria non è un problema di efficienza ma un problema di solidarietà e di consenso e la polizia si sarebbe accorta che una folla arrabbiata di manifestanti non si muove da una piazza del Popolo gremita verso Porta Pinciana per una passeggiata a Villa Borghese ma per portare la protesta fino al santuario del mitico sindacato della sinistra.
martedì 12 ottobre 2021
INVECE DEL MURO
sabato 31 luglio 2021
COME IL PADRE AMATE I NEMICI
Ma io
vi dico: amate i
vostri nemici e
pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli;
egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e
sugli ingiusti. ... Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste». (Mt. 5, 44-48)
Nell’aspro dibattito
innescato in Italia dalla contestata riforma della ministra Cartabia, si
discute di procedure e tempi del processo penale, mentre non si ricorda la
natura drammatica della giustizia penale. Il potere giudiziario è “un potere
terribile”, diceva Montesquieu: l’ha ricordato Luigi Ferrajoli nel recente congresso di Magistratura Democratica proponendo un ripensamento profondo della
giurisdizione penale: perché sia conforme ai due principi imprescindibili
dell’indipendenza e dell’imparzialità, ci sono due riforme da fare. La prima è
quella di sottrarla al condizionamento della carriera, che secondo la proposta
radicale di Ferrajoli va addirittura soppressa, rendendo tutti i giudici eguali
nella diversità delle funzioni, come vuole la Costituzione. La seconda è di
liberarla dall’idea del Nemico.
Oggi prevale la concezione della giustizia
penale come lotta contro il crimine, e di fatto contro i loro autori. Al
contrario, ha detto Ferrajoli, la giurisdizione non conosce – non deve
conoscere - nemici, neppure se terroristi o mafiosi o corrotti, ma solo
cittadini. Per andare alle fonti della nostra cultura penalistica, si può
citare Cesare Beccaria che chiamò “processo offensivo” quello nel quale “il
giudice diviene nemico del reo” e “non cerca la verità del fatto, ma cerca
nel prigioniero il delitto, e lo insidia, e crede di perdere se non vi riesce,
e di far torto a quell’infallibilità che l’uomo s’arroga in tutte le cose”.
Secondo Beccaria, il processo deve consistere invece nell’“indifferente ricerca
del vero”. Perciò si deve escludere ogni atteggiamento partigiano o settario,
non solo da parte dei giudici ma anche dei pubblici ministeri. E’ chiaro che
questa concezione del processo esclude anche l’idea, frequente nei pubblici
ministeri, che il processo sia un’arena nella quale si vince o si perde.
Il Pubblico Ministero non è un avvocato, e il processo non è una partita
nella quale l’inquirente perde se non riesce a far prevalere le proprie tesi.
Qui siamo oltre il tema dell’efficienza.
Rifiutare l’idea del Nemico significa infatti anche escludere il carattere
vendicativo della giustizia penale, che intende la pena come un risarcimento
del male compiuto mediante l’inflizione di una sofferenza al colpevole. In
effetti nella percezione comune giustizia non è fatta se il reo non soffre; nel
patimento la società troverebbe il suo compenso e l’offeso si appaga: la
sofferenza diventa in tal modo un fine dell’ordinamento. Male per male: è una
morale da divina commedia, anche se Dio non è così, la Commedia non doveva
chiamarsi divina e la Costituzione ha tutt’altra idea della pena come
rieducazione del condannato, anche se si tratta di un fine che spesso non si
realizza
Ma ciò riguarda solo la giustizia penale? Ben
oltre questa, l’abbandono della logica del Nemico avrebbe una portata epocale,
Fin dal principio la società si è conformata a una lotta degli uni contro gli
altri; un antico frammento di Eraclito faceva della guerra l’origine di tutte
le cose, di tutti re, e nella modernità è stato Carl Schmitt a sostenere che il
confronto amico-nemico è il criterio e la sostanza stessa del politico. La competizione
selvaggia dell’età della globalizzazione e il precipizio della politica nelle
spire del bipolarismo, del maggioritario, della lotta al proporzionale, del
populismo carismatico e dell’esclusione dei perdenti ne sono il prezzo. Gli
sconfitti sono scartati, papa Francesco la chiama società dello scarto, perché
i soccombenti, i poveri, non solo vi sono sfruttati ma sono esclusi, non
possono lottare, di fatto non ci sono: ai naufraghi e ai migranti sono negati i
porti e la terra della loro salvezza, sono restituiti al mare o alle torture
dei lager libici.
Il problema è però che l’ideologia del Nemico
non è più compatibile con la conservazione della società umana. Nella
condizione della lotta degli uni contro gli altri né la pandemia può essere
fermata nelle sue infinite varianti, né il clima può essere governato in modo
da preservare la vita sulla terra, né la guerra può essere ripudiata nella sua
inesauribile proliferazione; e a questo punto l’uscita dalla sindrome del
Nemico non è solo una questione di etica pubblica, è una questione di
sopravvivenza e ci sfida a passare a un’altra antropologia. Mai nella storia si
era dato quest’obbligo. Ma questo è il tempo che ci è toccato in sorte. Sta a
noi prenderne atto.
Una tale conversione chiama in causa la Chiesa
italiana e il suo prossimo Sinodo, di cui finalmente si è avviato il cammino.
Il suo Manifesto recita: “Annunciare il Vangelo in un tempo di rinascita”.
Secondo “Koinonia”, la rivista di padre Alberto Simoni, ciò vuol dire
offrire il Vangelo come vino nuovo in otri nuovi. E la vera novità starebbe
proprio nell’annuncio dell’amore dei nemici. Il Vangelo è l’unico codice che lo
prescrive. Gesù Cristo che di certo era un “teista” e secondo l’evangelista
Giovanni come Figlio unigenito è il vero rivelatore del Padre, indicava l’amore
dei nemici come via per l’imitazione di Dio. Certo se si nega la fede in Dio,
si perde anche questo: molte cose sono in gioco nella “delenda Cartago” oggi di
scena anche tra i cristiani, della polemica antiteista. Ma nel Dio unico, Padre
e custode di tutti gli uomini e le donne, non c’è nemico, e perciò non deve esserci nemico nemmeno
per noi sue creature Non potrebbe esserci oggi, per la vita delle
persone e per la società tutta, un carisma più grande di questo. Se questa rivoluzione
avvenisse, sarebbe stabilita la condizione dell’unità umana per salvare la
terra, i populismi cadrebbero, nessuno sarebbe scartato. Sarebbe il dono fatto
al mondo dalla Chiesa di papa Francesco, che dall’inizio del suo pontificato
non fa che mostrare al mondo la vera identità di Dio.
RITORNO AL PASSATO?
venerdì 9 luglio 2021
IL DIO CHE PERDIAMO
mercoledì 17 febbraio 2021
|
In ogni caso “No, non è la fine”, come dice il mio libro appena uscito in edizione
Ebook (a giugno in cartaceo), presso le Edizioni Dehoniane di Bologna. |
mercoledì 20 gennaio 2021
TRUMP E FRANCESCO
Ora che Trump se n’è andato e Francesco invece è
rimasto, si può valutare la portata della simultanea presenza di questi due
grandi leader sulla scena mondiale. Sotto il velo di un rapporto politicamente
corretto (non tanto però se Bannon è venuto a insidiare la Chiesa fin sotto il
soglio di Pietro) si è trattato di un grande conflitto tra unù potere temporale
e un potere spirituale, come ai bei tempi delle Investiture. La differenza
rispetto a quel precedente era che l’uno non era capo dell’Impero e l’altro non
aveva una “Cristianità”, di cui
pretendesse di essere il capo.
Ci sono stati dei momenti e delle partite in cui il
conflitto si è manifestato con particolare potenza. Uno è stato il conflitto
sul Medio Oriente e sulla Siria, che il papa ha difeso con particolare calore
(fin dal momento, nel settembre 2013, in cui impedì con la forza della grande
veglia in piazza san Pietro la guerra alla Siria) e che Trump voleva invece
assoggettare e insanguinare fino a ordinare, come lui stesso ha rivelato nel
settembre scorso, di uccidere Assad.
Un’altra contrapposizione frontale c’è stata sulla
cura della Terra e del clima, quando Trump ha scelto il business e l’abuso ed
ha ritirato la firma dagli accordi di Parigi, e Francesco con la Laudato Sì ha
fatto appello a tutti gli abitanti del pianeta perché si facessero responsabili
della Terra e non la facessero depredare.
L’altra epocale rappresentazione del contrasto si è
avuta con la reazione alla pandemia, quando Trump ha preso la guida dei negazionisti,
causando 400.000 morti solo in America, tanti quanti sono stati gli americani
morti nella II guerra mondiale, mentre papa Francesco ha preso su di sé tutto
il dolore del mondo nella solitudine di piazza san Pietro, e ha legittimato le
restrizioni anche più severe e i comandi delle autorità civili, obbedendo ad
essi per primo, e con lui tutta la Chiesa.
Ancora il conflitto si è manifestato
sull’immigrazione, quando papa Francesco è salito a predicare fin sul muro che
separa gli Stati Uniti dal Sud dell’America e del mondo, prima che Trump lo
alzasse fino al cielo.
Su tutti i fronti le cause di Trump sono state
sconfitte. Il Medio Oriente martoriato è ancora in cerca d’autore, e ora il
papa va in Iraq fino a Ninive, la proverbiale città che Dio salvò dalla
distruzione annunciata, per consegnare al mondo un messaggio antiapocalittico.
Gli Stati Uniti rientrano nell’accordo sul clima. La costruzione del muro al confine col Messico è bloccata, è avviato
il ricongiungimento delle famiglie, promessa l’integrazione degli immigrati,
abolito il divieto di ingresso in America dai Paesi a maggioranza musulmana.
Ma soprattutto ha vinto la grande parola d’ordine
della cura, la cura del creato, la cura del prossimo come fratello, che papa
Francesco ha messo nel cuore delle sue due encicliche e del suo ministero, e
che ha rilanciato al sorgere di questo nuovo anno: “tutto comincia da qui, dal
prendersi cura degli altri, del mondo, del creato. Oltre al vaccino del corpo
serve il vaccino per il cuore: e questo vaccino è la cura. Sarà un buon anno se
ci prenderemo cura degli altri…” Ed ecco che negli Stati Uniti, il Paese in cui
la sanità pubblica era osteggiata dai ricchi e scartava i poveri, vengono ora
pianificati entro i prossimi 100 giorni 100 milioni di vaccini, il che vuol
dire che conservare in vita ogni singola persona diventa una priorità della
politica; ci vorrà una mobilitazione e una pianificazione della produzione pari
a quelle richieste da una guerra, tanto che si farà ricorso al Defence
Production Act, la legge varata per la guerra di Corea; si scambia la guerra
con la cura. E per quanto possano sopravvivere le nefaste
pulsioni al razzismo, alle discriminazioni e agli scarti è chiaro che saranno vaccinati i neri come i
bianchi, nonché portoricani, ispano-americani, immigrati, stranieri e
cittadini, senza distinzioni.
sabato 9 gennaio 2021
RIPARTIRE DA NINIVE CONTRO LA LOGICA DELL' APOCALISSE
La crisi della democrazia americana, che ha appena svelato come vi sia un fascismo in agguato negli stessi Stati Uniti, mostra ancora una volta quanto sia necessario ed urgente istituire un ordinamento costituzionale mondiale che salvaguardi la Terra e proclami e tuteli con efficaci garanzie i diritti fondamentali di tutti gli abitanti del Pianeta. In effetti la democrazia americana (una democrazia senza diritti fondamentali: non per i condannati a morte, non per i senza cure, non per i sacrificati alla ragion di Stato americana in ogni Paese) ha dato spettacolo. Ma noi qui vogliamo solo prendere atto, evangelicamente, di come siano dispersi i superbi nel pensiero del loro cuore; lo si vede se pensiamo che così finisce la pretesa conclamata agli inizi di questo secolo dalla destra americana, di fare del 2000 “il nuovo secolo americano”, concepito come un ordine imperiale ben munito di armi spaziali e nucleari. E di tale ordine, come abbiamo imparato durante questa crisi, lo spartiacque universale, il criterio del bene, anche per i capipopolo, sarebbe stato tra ciò che è “american” e ciò che è “unamerican” (non conforme all’uso americano).
Sul prossimo viaggio del papa in Iraq vogliamo segnalare un
prezioso articolo di Antonio Spadaro sull’ultimo numero (il 4093) della Civiltà Cattolica. Spadaro conosce le
motivazioni del papa, e qui la motivazione riferita del viaggio in Iraq è
davvero fondamentale, essa sta nel “Ripartire da Bagdad”, per andare “oltre
l’Apocalisse”. L’Apocalisse è come si sa quel genere letterario presente nella
Bibbia, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, che ispira la “logica che combatte contro il mondo,
perché crede che questo sia l’opposto di
Dio, cioè idolo, e dunque da distruggere al più presto per accelerare la fine
del tempo”. Questa, come vediamo ogni giorno, non è la logica di papa
Francesco. Il mondo non è opposto a Dio, ciò che il cristiano attende no, non è
la sua fine, e non è idolatrare il mondo amarlo, fare di tutto per salvarlo,
fino a dare la vita per esso (Dio ha dato suo figlio).
Questo in verità è il nuovo annunzio, fuori di ogni ambiguità è
questo il vangelo. Ed è di grande significato l’osservazione della Civiltà Cattolica, che questo annuncio
riparta da Bagdad. È questo il cuore dell’Iraq, il Paese culla della civiltà
antica, che cominciò a essere martoriato trent’anni fa perché fosse
ripristinato nel mondo lo strumento universale della guerra, caduto in disuso a causa del terrore
suscitato dall’atomica, e ripristinato a fine secolo dopo la rimozione del muro
di Berlino. Ma recarsi in Iraq vuol dire anche andare nella piana di Ur, legata
alla memoria di Abramo, andare a Mosul, nella piana di Ninive, bombardata nella
guerra del Golfo, vuol dire andare alla “grande città” legata alla storia di Giona (quando Dio si
pentì di avere fatto annunziare la distruzione della città, così piena com’era
di abitanti e di animali, e la salvò). Ma la piana di Ninive è anche quella che
era stata occupata dal cosiddetto Stato islamico tra il 2014 e il 2017, e così
Ur, luogo di origine delle tre religioni abramitiche, ebraismo, cristianesimo e
Islam.
Questo è dunque uscire dalla logica – e dalla teologia –
dell’apocalisse. Dopo gli eterni conflitti, dopo l’inimicizia, dopo le guerre,
dopo le violenze e le competizioni
religiose, dopo la pandemia abbattutasi sulla Terra ammalata, andare
“oltre” l’apocalisse vuol dire ripartire dalla fraternità, ripartire dalla
prossimità, dal considerarsi tutti “una sola carne”. C’è un filo, dice padre
Spadaro, che lega piazza san Pietro dove Francesco ha pregato da solo per il
mondo in piena pandemia, e i luoghi della Mesopotamia profanata dalle
violenze dello Stato islamico, dai
conflitti regionali e internazionali, dalle persecuzioni dei cristiani e dagli
esodi di massa in fuga dalla disperazione. E papa Francesco l’ha detta così:
“Sogniamo come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana,
come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la
ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce,
tutti fratelli”: Fratelli Tutti.
domenica 3 gennaio 2021
IL DIO CINICO NON ESISTE
Continua...
Forse poteva stupire che il papa, così attento nell’amore, nel riguardo e nella delicatezza per l’altro, chiedesse ai due cardinali più importanti del collegio (il decano e il segretario di Stato) di non usare parole proprie nelle liturgie di passaggio all’anno nuovo in san Pietro, ma di leggere le omelie preparate da lui, impedito a pronunciarle dai dolori della sciatalgia. Doveva esserci una ragione seria. Se il 2020 fosse stato un anno normale, sarebbe stato diverso. Ma era stato l’anno dell’universale dolore, l’anno della pandemia, l’anno da tutti esecrato e bollato come da non doversi ripetere mai più: come accreditarlo a Dio cantando il Te Deum? Nel decidere se e come darne lode o farne carico a Dio ne andava del cristianesimo. Quale responsabilità maggiore per un papa chiamato ad essere custode della fede e a confermare nella fede i fratelli (che come ormai sappiamo da “Fratelli tutti” e altri innumerevoli atti pastorali sono tutti gli uomini e le donne senza eccezione e scarto alcuno)?
Papa Francesco aveva già spiegato, anche qui in innumerevoli interventi pastorali, come si dovesse prendere la pandemia, se si dovesse chiederne conto a Dio, come sistemarla nell’universo delle nostre angosce, delle nostre domande di senso. C’era stato il grande pericolo che degli zelanti la spiegassero come la Grande Punizione per un mondo in via di perdizione, che si usassero gli argomenti degli amici di Giobbe (te la sei voluta!) oppure che si piantasse la domanda micidiale per la fede: perché Dio permette, o addirittura provoca, il dolore innocente, sottopone il giusto a prove strazianti, negli affetti più cari, nei figli, nei beni, nel lavoro? Insomma era il problema della teodicea: il termine è nuovo, inventato da Leibnitz nel ‘700, ma la questione è antica, viene dalla Bibbia, passa per Qumram, i Manichei, sant’Agostino, attraversa la Chiesa, arriva a Paolo VI che si lamenta con Dio perché non ha salvato Moro, «uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico»: essa scuote la coscienza credente, che all’ora della prova o smette di credere o «riesce a credere attraverso ciò che sperimenta, anche se non lo capisce, anche se non lo vuole, anche se continua a sembrargli assurdo e ingiusto», come si legge su “Rocca”, la rivista di Assisi, che proprio in questi giorni come tanti altri si era interrogata su «la malattia e la risposta religiosa»; e la domanda è: perché il male? Che ci sta a fare Dio con tutto questo male, ci salva o dobbiamo salvarci da soli o salvezza non c’è?
Dal primo giorno in cui è papa, Francesco si è dedito a smontare le immagini idolatriche di Dio, di un Dio costruito secondo i sentimenti umani, secondo le umane filosofie, le logiche del mondo, un Dio associato agli istinti del giustizialismo e della retribuzione; giorno dopo giorno egli ha preso le distanze dal Dio secondo ragione di tante teodicee e non ha fatto altro invece che raccontare un Dio di misericordia, riaprendo nella modernità, sulla frontiera stessa del kerigma, la questione di Dio. Ma, pur nella popolarità di cui gode, questa vera novità non era stata seriamente avvertita, su altri terreni di riforma ecclesiale era stato atteso al varco; nessuno del resto mette in gioco la propria precomprensione della fede, non c’è l’idea che la predicazione, sia pure di un papa, non sia fatta di prevedibili stereotipi, che possa cogliere di sorpresa, come fa l’irrompere nella routine informativa di una vera notizia, di una cosa nuova. Ed ecco che nelle omelie di fine ed inizio d’anno in forma quasi lapidaria, con la forza di tutta l’esperienza di dolore della pandemia e la chiarezza di una informazione ormai certa, è data la buona notizia, giunge la risposta sul Dio in cui credere, e il dio invece da lasciare: il Dio cinico non esiste. «Non potevamo immaginare un Dio simile, che nasce da donna e rivoluziona la storia con la tenerezza», ha letto dai fogli papali il cardinale Parolin nella Messa di Capodanno; e nei Vespri di fine d’anno il cardinale Re con le parole di Francesco ha infranto la pretesa sofistica della teodicea che pretende tutto spiegare dei misteri di Dio: «Qual è il senso di un dramma come questo? Non dobbiamo avere fretta di dare risposta a tale interrogativo. Ai nostri ‘perché’ più angosciosi nemmeno Dio risponde facendo ricorso a ‘ragioni superiori’. La risposta di Dio percorre la strada dell’incarnazione, come canterà tra poco l’Antifona al Magnificat: ‘Per il grande amore con il quale ci ha amati, Dio mandò il suo Figlio in una carne di peccato’.
«Un Dio che sacrificasse gli esseri umani per un grande disegno, fosse pure il migliore possibile, non è certo il Dio che ci ha rivelato Gesù Cristo. – dice Francesco - Dio è padre, ‘eterno Padre’, e se il suo Figlio si è fatto uomo, è per l’immensa compassione del cuore del Padre. Dio è Padre ed è pastore, e quale pastore darebbe per persa anche una sola pecora, pensando che intanto gliene restano molte? No, questo dio cinico e spietato non esiste. Non è questo il Dio che noi ‘lodiamo’ e ‘proclamiamo Signore’.
«Il buon samaritano, quando incontrò quel poveretto mezzo morto sul bordo della strada, non gli fece un discorso per spiegargli il senso di quanto gli era accaduto, magari per convincerlo che in fondo era per lui un bene. Il samaritano, mosso da compassione, si chinò su quell’estraneo trattandolo come un fratello e si prese cura di lui facendo tutto quanto era nelle sue possibilità (cfr Lc 10,25-37).
«Qui, sì, forse possiamo trovare un “senso” di questo dramma che è la pandemia, come di altri flagelli che colpiscono l’umanità: quello di suscitare in noi la compassione e provocare atteggiamenti e gesti di vicinanza, di cura, di solidarietà, di affetto. È ciò che è successo e succede anche a Roma, in questi mesi,,,,»
Così il papa. Non c’è un grande disegno, non c’è nessun disegno per il quale sacrificare esseri umani: non c’è per Dio, tanto meno può esserci per noi, per la ragion di Stato, per le guerre umanitarie, per il pareggio di bilancio, per i sacrificatori di ogni setta, cultura e religione: «Questo Dio cinico e spietato non esiste»; «Se Dio si fermasse alla giustizia cesserebbe di essere Dio, sarebbe come tutti gli uomini che invocano il rispetto della legge» aveva scritto Francesco nella bolla d’indizione dell’anno della misericordia, non sarebbe neanche un Dio. Perciò davanti all’uomo gettato ai bordi della strada e della vita non c’è da argomentare sul bene che “in fondo” gliene può venire (per esempio salvarsi l’anima, come predicava l’Inquisizione), ma bisogna chinarsi su di lui e prenderne cura.
Questa, di ripetere l’azione messianica di svelare la vera “natura di Dio”, è la riforma di papa Francesco. Ma, come osserva padre Alberto Simoni nella sua strenua proposta di una vera “koinonia”, ciò è vano se non diventa una proposta pastorale di tutta la Chiesa. Cioè se tutta la Chiesa non fa suo questo annuncio, se non si limita a farlo fare testualmente da due cardinali incaricati, o lo fa svogliatamente o non lo fa per nulla dai pulpiti domenicali.
La verità è che nella Chiesa, la cui stessa sopravvivenza secondo il Corriere della Sera è in prognosi riservata, ha bisogno oggi di una grande rivoluzione nel suo rapporto col mondo, come aveva intuito il Concilio Vaticano II, ma questa rivoluzione va oltre le buone maniere imposte dalla modernità, ha bisogno della stessa radicalità che «ha percorso la strada dell’incarnazione» . Questo vuol dire che per raccontare al mondo un Dio così, occorre aggiornare le sacre biblioteche, rinnovare i linguaggi e forse cominciare col ripensare e riscrivere i libri liturgici, rifare la scelta delle letture bibliche per i cicli triennali dell’anno liturgico, ristudiare le connessioni tra le letture dell’Antico e Nuovo Testamento, non lasciare nel gorgo del fraintendimento pagine bibliche gravide di un Dio geloso e vindice, che nel contesto storico di oggi, così come sono (non più in latino ma in volgare) suonano come un controannuncio rispetto alla pazienza e misericordia di Dio, insomma riprendere la grande riforma liturgica intrapresa dal Concilio e che fu fatta interrompere al cardinale Lercaro.
.L’impresa è ardua, ma per un Dio così ne vale la pena.