martedì 13 novembre 2018

IL MONACO E IL GESUITA


Raccontare padre Benedetto a Camaldoli

Paternità, esodo e amore. Nell’itinerario del camaldolese Benedetto Calati una singolare anticipazione del magistero profetico di papa Francesco. La Chiesa come pedagogia, la Bibbia non come un simulacro, la “benedetta differenza” nell’unità di maschile e femminile non ridotta al rapporto di coppia
Raniero La Valle

Pubblichiamo il “racconto” che a partire da due fonti inedite è stato fatto a Camaldoli su padre Benedetto Calati il 2 novembre 2018 nell’ambito del colloquio “Abitare il futuro”, ovvero “I robot a immagine di Dio”, promosso dal gruppo “Oggi la parola”, e dedicato all’intelligenza artificiale e al “potenziamento” dell’umano. 

Sono grato per l’invito a parlare stasera di padre Benedetto Calati, nell’ambito di un colloquio che esplora il tema “Abitare il futuro”. Mi sono chiesto però che ragione c’è di parlare di padre Benedetto proprio qui a Camaldoli, dove si sa tutto di lui, se non altro perché ha passato 70 anni della sua vita in questi monasteri ed è stato Superiore generale dei camaldolesi per 18 anni; dunque si direbbe che almeno per i monaci non c’è niente di nuovo che si possa dire di lui.
Per quanto riguarda invece i partecipanti al Colloquio ci si può chiedere che cosa c’entra padre Benedetto con un convegno in cui si parla del futuro, di quello che sarà questo millennio, che si annuncia così diverso dai millenni precedenti perfino nella  concezione dell’umano, un futuro che non sembra corrispondere a nessuna delle visioni profetiche e delle promesse messianiche su cui padre Benedetto ha impostato tutta la vita, un futuro che semmai sembra rientrare piuttosto nel genere della letteratura apocalittica.
Per poter svolgere con una certa tranquillità il mio intervento, devo perciò prima rispondere a queste due domande.
Quanto alla prima, vorrei dire che di padre Benedetto non è mai esaurito il discorso. Ciò vale del resto per ciascuno di noi. Noi siamo un mistero anche per noi stessi; come per Dio di cui siamo immagine c’è per ciascuno di noi un apofatismo, un’impossibilità di descriverci e di definirci fino al più profondo di noi stessi. Così anche per padre Benedetto; non se ne può archiviare l’eredità come se fosse in se stessa conclusa, non c’è un lascito oggettivo che, una volta ricevuto, si possa mettere negli scaffali dell’Antica Farmacia. Vorrei dire che la Parola vivente che è stata la sua vita più la si legge, più cresce con chi la legge, come lui diceva della Parola di Dio con la famosa citazione di san Gregorio Magno.

Quanto alla seconda domanda, riguardo al futuro, la risposta è che la vita di padre  Benedetto è stata vissuta come un esodo, parlava del futuro. L’esodo vuol dire lasciare la  condizione presente e andare verso un futuro ignoto. L’esodo comporta che il futuro non lo si improvvisi, ma lo si costruisca con enorme cura, senza fermarsi per paura, senza correre alla rovina per azzardo. L’esodo è stato il luogo in cui padre Benedetto è sempre stato, il suo “locus theologicus”. Si direbbe, data la sua condizione monastica, che il suo luogo, la sua modalità di vita fosse la stabilità, e invece è stata l’instabilità, il movimento, spesso impercettibile, ma continuo e inarrestabile, fino alla fine della sua vita. Il suo non è stato un lungo permanere, ma è stata un lungo andare, una vita in condizioni di esodo, vissuta con una coscienza da esilio, come in attesa di un altrove.
Parlerò di questo più avanti. Ma intanto vorrei anticipare che alla fine di questo esodo di padre Benedetto egli non ha lasciato solo una memoria, ma ha aperto due o tre squarci sul futuro che potrebbero propiziare risposte decisive sul mondo e la Chiesa che stiamo costruendo, sul mondo e la Chiesa di domani.
Due fonti inedite
Infine, ancora come premessa, se posso presumere che la narrazione che farò di padre Benedetto non sia già tutta scontata, è perché la faccio a partire da due fonti inedite, che perciò ancora nessuno conosce. Sono due fonti non della stessa entità, come le due cannelle della fontana di Camaldoli, una debole e sottile, l’altra rigogliosa e forte.  La prima è la mia personale esperienza di padre Benedetto; l’altra, quella maggiore, è una lunga conversazione che don Benedetto ha avuto con don Innocenzo Gargano e Filippo Gentiloni (che allora era informatore religioso del Manifesto), i quali lo interrogarono a lungo a Camaldoli nel 1994, quando lui aveva 80 anni.
Di questa conversazione io conservo da allora una trascrizione stenografica, molto grezza, che ora mi propongo di pubblicare. È un testo prezioso in cui, con sincerità e senza ombra di censura padre Benedetto, interrogato dai due amici, ricostruisce tutto il suo itinerario e la sua vita.
Queste due fonti poi sono in realtà una fonte sola, perché vengono dalla stessa sorgente; anche in Concilio, partito con l’idea delle “due fonti”,  si accorsero che di fonti della Rivelazione ce n’è solamente una, che è la Parola di Dio che è all’opera in ogni persona e nel mondo; e Benedetto è stato appunto parola vivente di Dio, e dunque la vera fonte dei discorsi che si fanno di lui è questa.
In ogni caso da queste fonti cercherò di enucleare alcuni temi che mi sembrano centrali, con l’avvertenza che sono appunto solo alcuni temi, e non tutti quelli che da queste due fonti si potrebbero attingere.
1 – IL TEMA DELLA PATERNITÀ
Il primo tema è quello della paternità. Noi diciamo sempre “padre Benedetto, padre Benedetto” ma “padre” suona come una qualifica che scivola via, come se facesse parte del nome, don o padre fanno lo stesso; e invece padre è proprio il primo e globale titolo con cui Benedetto può essere definito.
Personalmente io l’ho subito percepito come padre, appena l’ho conosciuto,  e lui stesso dice di me, nella conversazione con don Innocenzo e Gentiloni rievocando i suoi anni romani: “Raniero era un figlio per me”.
Quando, nei primi anni 50, poco più che ventenne, io ho conosciuto padre Benedetto che sedeva nel coro di san Gregorio al Celio a Roma, il padre l’avevo perduto ormai fin da bambino, e subito riconobbi Benedetto come il vero nuovo padre che la vita mi aveva dato dopo la perdita del mio.
Ma se questa paternità è stata l’esperienza più forte di ciò che Benedetto è stato per me, credo di poter dire che è stata l’esperienza anche di moltissime altre persone, monaci e non monaci,  che in padre Benedetto hanno avuto un padre, e non un “padre spirituale” come egli non ha mai voluto essere per timore di invadere la sfera della coscienza altrui, ma un padre vero, che nei figli e nelle figlie vedeva uomini e donne interi d’anima e di carne.
Ed era un padre talmente buono che alla sua morte una delle sue discepole, Maria Cristina Bartolomei, disse: se padre Benedetto era così buono, figuriamoci come deve essere Dio.
Padre Benedetto era un padre buono, perché perdonava sempre. Io per esempio l’avevo preso come confessore, ma poi ho smesso di confessarmi da lui, perché mi diceva sempre che avevo ragione. Ed era un padre buono,  perché  benediceva ogni amore. Per esempio l’amore tra il biblista Giuseppe Barbaglio e Carla Busato, che aveva cominciato un suo percorso alla Cittadella di Assisi,  un amore visto con ovvia contrarietà alla Cittadella, l’ha benedetto lui e poi l’ha consacrato nel matrimonio, che è stato un bellissimo matrimonio.
2 – IL TEMA DELL’ESODO
Il secondo tema, che parla non tanto di un’identità quanto di una condizione di padre Benedetto, è il tema dell’esodo.
E la prima cosa da dire, a questo proposito, è che la vita in esodo, cioè in continua uscita, di padre Benedetto, corrisponde in modo sorprendente alla Chiesa in uscita di papa Francesco. Io credo che Benedetto abbia anticipato in molte cose questo momento magico che la Chiesa sta vivendo col pontificato di papa Francesco. Benedetto ha vissuto in anticipo il messaggio radicale della Chiesa in uscita di papa Francesco. e lo dico perché mentre ancora non sappiamo come andrà a finire questa Chiesa in uscita di Francesco, così tormentata com’è e in se stessa divisa, invece sappiamo com’è andata  la vita in uscita di padre Benedetto, una vita vissuta in perfetta pace, con una coscienza indivisa, e forse da come è stata la vita in uscita di padre Benedetto possiamo immaginare e sperare che così sarà ricomposta la Chiesa in uscita voluta da papa Francesco.
Ma di che uscita si tratta? Uscire, d’accordo, ma da dove? L’uscita di padre Benedetto è stata tutta un percorso dalla soggezione alla libertà.
 Nell’esodo si parte da una terra per raggiungerne un’altra, si esce da una condizione per guadagnarne un’altra. In questo esodo di padre Benedetto e speriamo domani della Chiesa intera, c’è un’uscita da una condizione di cattività, ossia di prigionia, di obbedienza, di letteralismo legalistico o biblico, per l’approdo a una condizione di libertà. Niente di strano, in ciò: si può dire che la libertà è il paradigma stesso del Vangelo. Ma non è mica facile!
È molto importante però per noi trovare la libertà alla fine del percorso di padre Benedetto e non al suo inizio. Perché si fa presto a dire: don Benedetto era un uomo libero, era un maestro della libertà di coscienza, si fa presto a dire che la libertà nello Spirito è il suo lascito. Ma questa libertà che riconosciamo in lui non è un dato, è una conquista, arriva attraverso un lunghissimo travaglio, attraverso aneliti e paure, di esperienza in esperienza, di lettura in lettura e, trattandosi di Benedetto discepolo di san Gregorio, vorrei dire di Padre in Padre, di Scrittura in Scrittura. Attraverso questo itinerario padre Benedetto ha perseguito la libertà. Attraverso questi passaggi delicati e difficili, il cammino di padre Benedetto è stato un cammino ascendente attraverso quelle che Dietrich Bonhoeffer ha chiamato, dal carcere di Tegel dove era rinchiuso, “stazioni sulla via della libertà”. Per Bonhoeffer quelle stazioni erano: disciplina, sofferenza, azione e infine la visione oltre la morte. Padre Benedetto si è soffermato a lungo nella stazione della disciplina, ha resistito nella stazione della sofferenza, ma quando è giunto alla stazione dell’azione davvero si può dire, con Bonhoeffer, che abbia “fatto ed osato non il qualsiasi ma il giusto e non sia rimasto ad ondeggiare nel possibile, ma abbia afferrato ardito il reale”, sempre nella visione che certo oltrepassava la morte. 
Possiamo mettere dei nomi a queste stazioni sulla via della libertà, e ogni nome è un capitolo di storia, della sua storia: la povertà di Pulsano, il suo paese natale; la durezza dei monasteri e dell’eremo; la disciplina di vent’anni in biblioteche mai prima frequentate, per la lettura autodidatta dei testi, e poi Roma, san Gregorio, la scoperta della storia e del pensiero politico, l’insegnamento universitario, il Concilio, le amicizie non convenzionali, e infine la libertà da qualunque soggezione, anche monastica o religiosa, che non fosse veicolo alla pedagogia della fede, all’immersione nella storia salvifica in atto.
Ora vediamo alcune di queste stazioni.
Il primo esodo
Cominciamo dalla prima stazione. Il primo esodo Benedetto, che allora si chiamava Giggino (con due g, non so perché) lo ha fatto da ragazzo dalla Chiesa del suo paese, in cui si avvicendavano preti di grande valore ma anche preti a cui piacevano i ragazzini. Il problema della pedofilia è esploso oggi nella Chiesa, quando finalmente si è deciso di combatterla, ma c’era anche allora, e i ragazzi ne erano traumatizzati. La prima uscita, spinta anche dalla povertà della sua famiglia, è per Giggino a 12 anni verso il collegio dei carmelitani di Mesagne, in Puglia; non è per lui un soddisfacente approccio alla religione e alla fede, ma lì il giovane studente acquisisce un attrezzo che gli sarà decisivo per la vita: impara il latino, grazie a cui sarà l’unico che a Camaldoli potrà leggere in lingua originale i Padri latini. Il tarlo dell’uscire è però al lavoro già lì, nel collegio di Mesagne, dove lui sente parlare della vita contemplativa e dell’eremo di Camaldoli, e a 16 anni con un compagno fugge dal Sud, per raggiungere in treno Roma e di lì Camaldoli.
Il secondo esodo
È il secondo esodo,  simile a quello doloroso di tanti uomini del Sud, simile a quello cantato nella poesia di un uomo del Sud come Salvatore Quasimodo, che così scrive in una lettera alla madre: “Mater dulcissima, finalmente, dirai, due parole di quel ragazzo che fuggì di notte con il mantello corto e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore, lo uccideranno un giorno in qualche luogo”.
Anche per Benedetto fuggito col mantello corto e un Dio sognato in tasca, approdato nelle foreste del Nord, comincia la dura prova dell’estraneazione. Anche per lui, come scrive Quasimodo alla madre, qui “gli alberi si gonfiano d’acqua, bruciano di neve”, e si accende la nostalgia; e così Benedetto racconta a Gentiloni e a don Innocenzo l’esperienza di quel suo esodo, di quel suo primo arrivo a Camaldoli: “A Camaldoli – dice Benedetto (siamo nel 1931, lui aveva sedici anni) – non c’era un cenobio formato, c’era l’infermeria e basta. Tutti erano indirizzati all’eremo. Appena arrivati alla farmacia ci diedero un bicchierino e una caramella, e poi a piedi, in luglio, era una bella giornata, salimmo all’eremo. Ci facevano passare per i sentieri più impervi. Madonna mia!... C’era un entusiasmo infantile, ma anche il fatto che la comunità, al di là del rigore, aveva un’umanità. Pur alzandoci di notte, mangiando in cella, c’era una vita familiare buona. Questo fu quello che mi ha salvato a Camaldoli, la cella fu pesante per me; appena arrivato, subito in cella. Quaranta giorni di postulantato, prima del noviziato. Una vita molto dura. C’era la carta geografica e misuravo la distanza Arezzo-Taranto, e dicevo: ma cos’ho fatto, cos’ho fatto?”
Il terzo esodo
E qui comincia il terzo esodo di padre Benedetto che durerà vent’anni, dal ‘31 al ‘51. A Camaldoli, dopo il noviziato, conosce don Anselmo, che sarà poi Padre generale prima di lui. Anselmo era entrato all’eremo a 15 anni ed era critico di quella vita segregata, sterile, era convinto che la tradizione camaldolese fosse molto più vitale e più ricca, poneva domande, studiava, e per questa ragione, perché non si insuperbisse, fu allontanato dal monastero e mandato in Francia. Benedetto trova un sodalizio con don Anselmo che, come dice nell’intervista che sto citando, “mi ha aiutato a crescere nel senso critico”. E con don Anselmo scoprì la trappola in cui la tradizione camaldolese, romualdina, fatta dei “tria bona” - eremo, cenobio  e missione - era caduta, quando la Chiesa dei chierici aveva preteso di ridurla al solo modello della vita eremitica. Come dice don Innocenzo Gargano la Chiesa del tempo viveva nel clima della società gerarchica e totalitaria del fascismo, e vi si uniformava eleggendo il modello eremitico, ereditato dalla spiritualità medioevale, come una specie di assicurazione sulla vita del potere sacrale; la riserva eremitica era come un’aristocrazia religiosa messa fuori della società e della storia a rappresentare il vertice della gerarchia spirituale, in nome e all’ombra della quale poi la Chiesa mondana poteva dominare la terra. La lotta contro la mitizzazione della perfezione eremitica,a scapito del cenobio, cioè della vita comunitaria, e della missione al popolo, attraverserà tutta la vita di padre Benedetto che alla fine porterà a compimento la conversione anche dell’eremo in cenobio e in comunità di fratelli.
Ma per far questo bisognava riscoprire la tradizione camaldolese; è quello che lui fa: infatti, fresco d’arrivo, si trincera in biblioteca, trova gli Annali camaldolesi, 9 volumi in folio, con i documenti più antichi e tutti gli archivi camaldolesi dal secolo X fino al 1700; e trova i Padri greci e latini. Benedetto li può leggere direttamente in latino e lì resta per 20 anni, leggendo qua e là, spinto da un autore all’altro, da autodidatta col suo fiuto, e gli si apre un mondo da cui resta affascinato. I Padri greci, ma poi soprattutto i Padri latini, san Gregorio, Agostino, fino a Pier Damiani; e il patrimonio si arricchisce perché intanto arriva la biblioteca di san Gregorio al Celio, che viene aggregato a Camaldoli in quel tempo, e si aggiunge anche Fonte Avellana, e arrivano le collezioni dei Padri raccolte dai Maurini, che erano i monaci della congregazione benedettina di Saint Maure, in Francia.
Racconta Benedetto: “Ho cominciato a leggere i volumi in folio che trovavo in biblioteca, quelli dei Maurini, ottima raccolta all’eremo. Mi divertivo a queste  pagine, andavo agli indici per materia dei Maurini, che sono stupendi. Poi attraverso gli Acta Sanctorum andavo oltre, iniziavo a trovare la mia soddisfazione, un lavoro molto autodidatta. E dagli Annali sono andato alla storia, ho iniziato con manualetti come la storia di don Bosco, con quello che trovavo lì; della Bibbia avevamo ancora quella del Martini e niente altro, anche se questa la leggevo poco. C’era la liturgia tutta in latino”.
La Bibbia padre Benedetto la scopre a Fonte Avellana, dove è bibliotecario e maestro dei novizi; lì c’è la Bibbia poliglotta, comincia a leggere l’ebraico. Però la Bibbia non la legge tutta, alcuni libri, il Levitico, i Numeri, non li leggerà mai, almeno interamente, come confessa ai suoi due interlocutori nel 1994. Però legge la Bibbia nel modo in cui la leggevano i Padri, “ho fatto cioè una distinzione - dice Benedetto – fiutavo tra Gesù Cristo e la Bibbia”. E questo è decisivo.
E dagli Annales sono andato alla storia, dice padre Benedetto. Ma era la storia di ieri, non era la storia di oggi. E per vent’anni niente giornali: mentre fuori c’era il fascismo, la guerra, le leggi razziali.
Il quarto esodo
La storia, quella vera, il rapporto col mondo, il mondo di oggi, la rivelazione della politica, della vita reale degli uomini e delle donne del suo tempo arriveranno nel 1951 quando Benedetto viene a Roma come Procuratore generale dei camaldolesi e Superiore di san Gregorio al Celio, e comincia il suo quarto esodo, una nuova stazione sulla via della libertà.
A Roma, mentre insegna a sant’Anselmo, va a fare la catechesi alla vicina parrocchia della Navicella e qui incontra il gruppo dei filosofi politici, i cosiddetti cattolici comunisti, Felice Balbo, Giorgio Sebregondi, Fred Ostiani, Baldo Scassellati. Nasce un’amicizia. Racconta Benedetto: “Io non mi sono mai interessato del percorso politico, loro andavano per conto loro, insieme facevamo un discorso di formazione morale. Io diedi la regola di san Benedetto a Felice Balbo”. A un politico che era impegnato in un processo di rivoluzione Benedetto che cosa fa? Gli dà la regola di san Benedetto. “Con loro – dice - mi fermavo sulla lettura della Bibbia, che approfondivo sempre ulteriormente, sui Padri che io insegnavo. Anche con un gruppo che abitava a Santa Prisca feci incontri settimanali, leggevamo la Bibbia come la leggevano i Padri. Furono per me gli anni formativi, non come gli anni in cui ero maestro dei chierici al monastero e avevo dovuto spiegare la Regola. Qui io trovavo me stesso”.
Innocenzo gli chiede: “che cosa ti hanno fatto scoprire queste persone?”.
Dice padre Benedetto: “Il semplice fatto che loro” (parla dei cattolici comunisti) “sono rimasti talmente fedeli! Io ero l’unico confidente di Felice Balbo, Sebregondi, Fred Ostiani, Scassellati e altri che lavoravano all’IRI, che rinasceva allora. Alcuni matrimoni li ho fatti io. C’era Raniero, era un figlio per me. Le amicizie erano importanti. Non chiedevo mai conto di quello che facevano. Mai, mai, mai, libertà. Io della loro situazione politica non mi occupavo a loro interessava il mio discorso spirituale, la mia amicizia; io parlavo loro del monachesimo, della regola di san Benedetto, loro mi parlavano dei loro problemi spirituali. Felice Balbo era critico verso la Chiesa, erano gli ultimi anni del pontificato di Pio XII; è un travaglio che abbiamo vissuto, nasce il senso critico della Chiesa”.
Qualche volta però venivano a chiedere consiglio anche per le loro scelte politiche. “Una volta, alla vigilia delle elezioni politiche del 53, venne Sebregondi a dirmi che non si sentiva di votare DC” (la DC era il partito dell’unità dei cattolici) “e mi chiese: cosa debbo fare, io penso di votare Repubblicani, io gli dissi: fai quello che vuoi. Io con questi discorsi rinascevo. Ho fatto molto più che nel noviziato”.
Innocenzo gli chiede: “Perché rinascevi? Cos’è che ti davano?”
E padre Benedetto risponde: “Un respiro”. E Innocenzo: “Di che tipo?” Benedetto: “Che ti debbo dire, era il rapporto che mi maturava e mi apriva gli occhi alla storia”. Gentiloni: “Probabilmente il contatto con la storia che ti era mancato”.
E questa storia diventa maestra di libertà. Ha altri incontri, Fanfani, La Pira, Dossetti, Baget Bozzo, Claudio Leonardi, man mano padre Benedetto si libera, e agli altri insegna la libertà. Come aveva fatto con Sebregondi nel ’53, fece nel 1976 con me quando accettai la candidatura come indipendente nelle liste del partito comunista.
Nell’intervista del ’94 Innocenzo chiede a Benedetto quale fosse stata la sua reazione alla mia candidatura, dal momento che dalla scelta di Raniero, dice Innocenzo, “veniva direttamente una provocazione a noi, perché lui era amico da sempre della comunità”. Un bel problema per la comunità avere per amico uno che va coi comunisti! E Benedetto risponde: “Stemmo fino a mezzanotte a parlare e io gli dissi: ‘la gerarchia non ha niente a che fare qui, la tua coscienza. Sempre più mi confortava – aggiunge – grazie a queste amicizie la centralità della coscienza. La tua coscienza”.
Il quinto esodo
Ma questo cammino dalla soggezione alla libertà va ben al di là del rapporto con la storia, con la politica, e raggiunge la sua massima profondità quando deve misurarsi con la sostanza stessa della fede, con la Scrittura, con la liturgia, con la Chiesa.
Ed è chiaro che qui, ad attivare questo quinto esodo, c’è l’evento dirompente del Concilio, che esplode letteralmente a san Gregorio e trova in padre Benedetto il terreno più fertile per attecchire, perché quel terreno era stato già arato per la libertà.
Ma c’è un problema. Padre Benedetto non è un temerario, anzi è pieno di paure, non vuole sfidare l’istituzione, sente la responsabilità del suo ruolo. Il cammino della liberazione deve misurarsi con ostacoli serissimi. Lo dice lui stesso: “Io come carattere sono stato sempre timoroso. Anche sino all’eccesso. Paura di passi eccessivi, di venir meno ai miei doveri. Le mie prese di posizione venivano lentamente, le mie riflessioni, le mie notti”. Andava coi piedi di piombo, andava lentamente, aveva paura.
La prima decisione fu quella di mettere l’altare rivolto al popolo. La chiesa di san Gregorio fu chiusa per tre mesi, l’altare del 700 fu lasciato contro il muro, si fece un lavoro di smottamento. Fu la prima chiesa a farlo. “Io non dormivo la notte – dice padre Benedetto - perché facevo sogni agitati, sognavo scontri col cardinale di Genova, Siri”. Siri era il campione della fissità. La crisi esplode coi giovani. I giovani vogliono cambiare la liturgia. Abbandonare il latino, lasciare il gregoriano, vogliono la messa in italiano, le chitarre; Padre Benedetto non vuole. “Noi eravamo attaccati al gregoriano, al latino”. Allora i giovani monaci decidono di rompere gli indugi, nella cappella di sant’Andrea, attigua alla chiesa di san Gregorio, fanno una liturgia clandestina, la messa in italiano, canti e chitarre. Telefona allarmatissimo il cardinale Dell’Acqua, vicario di Roma, a cui uno zelante di passaggio aveva fatto la spia. Benedetto è furibondo, convoca il capitolo, rimprovera i giovani, e alle loro resistenze si alza, si fionda in cella, e non si fa più vedere, non scende neanche in refettorio per il pranzo. Dopo una notte i giovani pensano che si deve trovare una mediazione, e mandano Innocenzo da padre Benedetto per tentare di ricucire. Innocenzo va nella sua camera, e ha una sorpresa, Benedetto gli dice: Va bene, allora da domani la liturgia si fa come dite voi. Così la riforma liturgica, bloccata nella Chiesa, esplode a san Gregorio.
Dice Benedetto: “non sono stato un pioniere ma ascoltavo e capivo”. E spiega: “Per me il gregoriano, quando sono venuto a Camaldoli nel ’31, era stata una conquista  Mi ero affezionato. Ma c’è da capire. È chiaro poi che di fronte a una chiesa che prega avrei bruciato tutti i gregoriani immaginabili e possibili”.
D’altronde egli aveva sentito come un’umiliazione il fatto che mentre a Camaldoli si cantava il gregoriano i Laureati Cattolici che ci venivano per le loro settimane teologiche  “se ne stavano lì a braccia conserte, inerti, venivano ai concerti”.  Non si era ancora arrivati a riconoscersi tutti insieme come popolo di Dio.
La libertà del ripensamento doveva però esplodere ben al di là della riforma liturgica.
L’evento del Concilio, l’ecumenismo, il dialogo con le religioni, l’ecclesiologia di comunione, fanno cambiare prospettiva a padre Benedetto anche nelle sue letture dei suoi amatissimi padri, di san Gregorio, della Sacra Scrittura, del monachesimo celibatario, della Chiesa stessa.
Però non era un precipizio, era uno scivolo da ciò che lui era sempre stato.
Si accorge che san Gregorio aveva vissuto un tempo che si poteva considerare analogo al nostro. “Razionalizza”, cioè comprende meglio, tutto quello che per anni aveva studiato e letto di lui. E dice: “Gregorio è l’epilogo di un cammino della storia della Chiesa. Gregorio fa in Occidente tutta una ricapitolazione della dottrina di Agostino e dei padri orientali. Ma Gregorio si trova alla fine dell’impero. Gregorio si trova con i Barbari… Lui percepiva il tramonto della Chiesa costantiniana, c’era una Chiesa che nasceva coi Barbari. E nella Bibbia, dice Benedetto, Gregorio trova la ricchezza, ne estrae il messaggio profetico. E il messaggio profetico è questo: “la centralità dell’amore, della carità, la carità come chiave ermeneutica della Parola di Dio contro ogni letteralismo”. Questa è la scoperta culminante, interpretare tutto col criterio della carità. In questo sdoganamento della Parola, c’è il Benedetto definitivo come ci sarà poi l’annuncio definitivo di papa Francesco. La carità non solo come una delle virtù teologali, ma come la chiave ermeneutica di tutto.
E così padre Benedetto rilegge la tradizione, rilegge anche i Padri in un altro modo. In san Bernardo per esempio ammira l’eredità patristica, ma trova che è ambivalente, carico di contraddizioni: “Bernardo non ha capito i movimenti popolari, era legato al mondo feudale in un modo feroce, fa l’elogio della guerra santa”. Comincia la presa di distanza, la critica nei confronti dei grandi Padri.
Dei mistici, come i grandi mistici spagnoli del ‘500 - ‘600, san Giovanni della Croce, Teresa d’Avila, dice che sono persone grandi, ma non avvertono i limiti di “una Chiesa fortemente clericale, fortemente gerarchizzata, mondanizzata. La loro è una mistica astorica, una mistica troppo preoccupata dei problemi personali, dell’io, l’individualismo”. Non si accorgono di Alessandro VI Borgia, o di Leone X dei Medici, quello delle indulgenze, non si accorgono della cacciata degli Ebrei e dei Mori. A fronte di questi mistici astorici che non hanno gridato per gli ebrei (e Bonhoeffer dirà: “chi non ha gridato per gli ebrei non può cantare il gregoriano”) Benedetto scopre Dostoevskij,  cita Aliosha che è il monaco nel mondo, l’Aliosha dei Fratelli Karamazov “che si accorge dei fratelli che vivono una tragedia enorme, che esce dal monastero, si prosterna e bacia la terra esprimendo una mistica della storia che in Occidente non abbiamo”. E contro ogni estenuazione spiritualistica della mistica, Benedetto definisce la mistica così: la mistica è il rapporto esperienziale con Dio, presente nella cosmicità che il Nuovo Testamento rivela, è il senso del mistero che rompe le logiche del potere e che si esprime come diaconia: per me la carità – dice Benedetto – è al fondo l’espressione della mistica.
In questo modo Benedetto fa i conti con la tradizione, e pone un problema nuovo, il problema di una “teologia della tradizione”, che vuol dire non accettarla a scatola chiusa, come se fosse un deposito inerte.
E a questo punto c’è il problema più serio, c’è la stazione più importante in questo cammino verso la libertà, c’è la libertà riguardo alle Scritture, e di conseguenza riguardo alla Chiesa.
Qui c’è il problema grandissimo dell’Antico Testamento. Per salvare tutto dell’Antico Testamento i Padri, di cui Benedetto si era imbevuto, avevano fatto una lettura tipologica del testo sacro. Si sa cos’è la lettura tipologica. Si legge un testo ma non lo si prende per quello che dice, alla lettera, ma come “tipo”, come allusione, come rinvio a un’altra realtà. I Padri nell’Antico avevano cercato il “tipo”, la prefigurazione o precognizione del Nuovo, e avevano letto la Bibbia ebraica in modo spirituale, allegorico, estraendone sempre quello che secondo loro ne era il senso nascosto, cioè Gesù Cristo. Questo naturalmente non poteva piacere agli Ebrei, che venivano defraudati del senso proprio delle loro Scritture, ma aveva fatto sì che i Padri, come notava padre Benedetto, avessero finito per commentare più l’Antico Testamento che il Nuovo.
D’altro lato però questa lettura di una Bibbia nascosta, carsica, fatta dai Padri, sublimando ogni parola del testo sacro, comportava il rischio del letteralismo biblico, comportava di salvarne ogni parola, anche la più urtante, perfino le parole di sterminio, perché tanto il senso era un altro.
Padre Benedetto rigetta il letteralismo; quando un monaco amico – molto amico! - va a san Gregorio  dopo il Concilio, ancora a proporre un letteralismo biblico, padre Benedetto confessa: “l’avrei strozzato”.
“La Scrittura, dice Benedetto, deve essere correttiva di se stessa, nelle varie interpretazioni che una Chiesa storica si propone di fare”. È nel rapporto con gli Ebrei, nel dialogo ebraico – cristiano, che Benedetto matura il suo giudizio critico sul metodo tipologico con cui i Padri della Chiesa leggevano il Vecchio Testamento. È incalzato da don Innocenzo così risponde sulla lettura tipologica dell’Antico Testamento:
“Queste forzature (le forzature cioè dei Padri) determinano ulteriormente il mio discorso. Penso che il Nuovo Testamento vada ricollocato nel Primo, e nel primo testamento non si può fare di tutta l’erba un fascio. Ci sono degli eventi nel Vecchio Testamento che determinano l’interpretazione e l’ermeneutica: l’esodo e l’esilio. Vorrei che gli amici ebrei riscoprissero un pochino meglio questo aspetto”. Qui padre Benedetto accenna, senza entrarvi, al problema dello Stato ebraico, e si richiama ai capitoli 9 e 10 della lettera ai Romani, che parlano della permanenza degli Ebrei, ma non nel senso di una restaurazione politica. “Si tratta – dice padre Benedetto – di una provocazione profetica–storica che è di insegnamento di tutte le Chiese per tutta la storia. Perché Israele rimane un paradigma permanente”. Ma quale Israele? “È la legge dell’esilio, che è purificazione e nello stesso tempo pone Israele come evangelizzatore, il monoteismo di Israele diventa la Sapienza. Il cammino metastorico profetico innesta il Nuovo Testamento esclusivamente nell’esilio”. A questo punto, dice Benedetto, si può perdere tutta la teologia del tempio, la teocrazia veterotestamentaria. Per questo il Levitico e i Numeri non li ha mai letti, e invece si radica nei canti del servo sofferente, ma non a livello pietistico–moralistico (che poi scade nel messianismo socio–politico) ma a livello profetico. Sono queste le tentazioni del messianismo politico che Gesù rifiuta, dice Benedetto, quando nella sinagoga di Nazaret legge il capitolo 61 di Isaia, ma lo rovescia nell’universalismo, fa la scelta della missione tra i poveri, sale a Gerusalemme per la croce e la Pasqua. In questo senso, a questo punto il Vecchio Testamento diventa profezia”.
E a questo punto – conclude padre Benedetto – è chiaro che non posso accettare tutti i Salmi, il letteralismo dei Salmi e degli altri libri, mi rifiuto,  soprattutto nel momento in cui noi ci poniamo come segno di un compimento; ossia a questo punto Gesù non è il Gesù dei cristiani, è un Gesù veramente universale, perché la legge di Gesù è l’amore a Dio e al prossimo.
Questa dunque è la proposta cruciale e riassuntiva di tutto, che guarda al futuro, al futuro della Chiesa, a un modo diverso di annunciare la fede, di viverla, di comprenderla: la Scrittura, quella che secondo san Gregorio cresce con chi la legge, è tutta rivissuta come esodo ed esilio in prospettiva escatologica, e si manifesta come carità.
E così è anche per la vita della Chiesa e così è anche per la vita di ciascuno.
Quanto alla Chiesa, alla fine di questo itinerario, essa rimane, dice Benedetto,  come pedagogia della fede. Papa Francesco dice addirittura ospedale da campo, la relativizza, la disgela, lui dice “è pedagogia”: la Chiesa “dovrebbe educare a fare a meno della Chiesa”. E quanto alla persona, alla singola persona umana, nella libertà della sua coscienza essa è il terminale dello Spirito Santo, è storia santa in atto. Ciascuno di noi, ciascuno di voi è il terminale dello Spirito Santo, e in questo senso è storia santa in atto.
Questo è il messaggio di Benedetto. E a me pare che questa sia la proposta più carica di futuro che egli ha lasciato per la Chiesa ma anche per Camaldoli, e che io credo è ancora tutta da attuare; a cominciare ad esempio dalla lectio biblica, che forse si potrebbe cominciare a fare con minore minuziosità filologica, e con maggiore aderenza alla cultura e alle situazioni di oggi, come se la Bibbia fosse scritta oggi per noi e oggi per la prima volta ci parlasse
E questo è appunto ciò che fa ora papa Francesco. Basta ricordare quello che ha detto nel discorso al Consiglio per la nuova evangelizzazione, l’11 ottobre 2017, quando ha chiesto che nel catechismo venisse condannata come inammissibile e in se stessa contraria al Vangelo la pena di morte, finora ammessa dalla dottrina. Ha detto Francesco che “non è sufficiente trovare un linguaggio nuovo per dire la fede di sempre; è necessario e urgente che, dinanzi alle nuove sfide e prospettive che si aprono per l’umanità, la Chiesa possa esprimere le novità del Vangelo di Cristo che, pur racchiuse nella Parola di Dio, non sono ancora venute alla luce”. E qui il papa ha citato san Vincenzo di Lérins: «Forse qualcuno dice: dunque nella Chiesa di Cristo non vi sarà mai nessun progresso della religione? Ci sarà certamente, ed enorme. Infatti, chi sarà quell’uomo così maldisposto, così avverso a Dio da tentare di impedirlo?» (Commonitorium, 23.1: PL 50).  Ed ha aggiunto Francesco: “La Tradizione  è una realtà viva e solo una visione parziale può pensare al “deposito della fede” come qualcosa di statico. La Parola di Dio non può essere conservata in naftalina come se si trattasse di una vecchia coperta da proteggere contro i parassiti! No. La Parola di Dio è una realtà dinamica, sempre viva, che progredisce e cresce perché è tesa verso un compimento che gli uomini non possono fermare… Non si può conservare la dottrina senza farla progredire né la si può legare a una lettura rigida e immutabile, senza umiliare l’azione dello Spirito Santo”, mentre “Gesù di Nazareth cammina con noi per introdurci con la sua parola e i suoi segni nel mistero profondo dell’amore del Padre”.
3 – IL TEMA DELLA DONNA E DELL’AMORE
Il terzo tema che è necessario evocare per scoprire la personalità di padre Benedetto è quello, inconsueto perché tradizionalmente il più soggetto alla censura ecclesiastica, della donna e dell’amore. È questa l’altra proiezione veramente profetica sul futuro, quell’altro squarcio che può aprire a un diverso percorso e può rappresentare anche un punto fermo di verità nei confronti del mondo che stiamo costruendo che, come dimostra questo colloquio, sta forse perdendo la nozione stessa dell’umano.
Padre Benedetto si imbatte per la prima volta in questo problema a Pulsano, dove c’era un prete pedofilo, che lui scrivendo poi al vescovo tenterà invano di far rimuovere. Ma la patologia finisce lì. Tutta la vita di padre Benedetto è pervasa da una contemplazione estatica della donna e dell’amore; dice un giorno, come se fosse un paradosso, ma non tanto: “a settant’anni ancora mi innamoro”. E questa non è una specialità di padre Benedetto, anch’io, fino a 87 anni, ancora mi innamoro.
Nella conversazione con don Innocenzo e Gentiloni il tema viene introdotto quando si parla dell’inizio della sua vocazione monastica, dell’arrivo a Camaldoli. Padre Benedetto dice di non aver razionalizzato la decisione di farsi monaco, non tutto si fa d’altra parte sotto dettatura della ragione. Lui praticava la preghiera di Gesù, “Gesù mio, mia misericordia”, e si è trovato monaco.  E poi è stato sempre sostenuto dalla comunità, all’eremo non ha mai voluto starci, nemmeno da Generale, gli è sempre sembrato “un assurdo per come è fatto”, esso può essere concepito solo come uno spazio di libertà.
È  a questo punto che don Innocenzo pianta la domanda: “E la donna, quando eri giovane?” E Benedetto risponde: “Io da ragazzo ero adorato dalle ragazze”. Innocenzo: “Certo eri bello, ma tu cosa sentivi?”. Benedetto: “Ho sempre sentito l’attrattiva della donna, sempre, sempre”.  Innocenzo: “Come hai fatto che non si vedeva anima viva?”. Benedetto: “Questi sono i travagli, queste sono le croci, ecco perché non facevo penitenza, questa era già una penitenza. Le coscientizzazioni (cioè le ragioni non dette) venivano dopo. Non tutto avviene a livello coscienziale”.
Innocenzo dice: “Tanti anni vissuti così?”. E Benedetto risponde: “Le amicizie le ho sempre fatte. Ero contento quando potevo baciare una donna. E non mi sono scandalizzato se gli altri avessero delle amicizie. Non ho questo rimorso, poi piano piano ho orientato ad avere delle amicizie”.
Gentiloni gli chiede: come mai questo passaggio da una vita monastica intesa all’inizio in modo rigido e chiuso e questo trionfo della libertà che è la tua caratteristica dopo?
E Benedetto risponde: “È stato un passaggio, è stato un crescere. Io non ricordo di aver sofferto, ero contento di essere monaco, avrei sempre scelto di nuovo di fare il monaco, magari differentemente, non rinchiuderei i giovani nell’eremo …”.
E Innocenzo introduce il tema del desiderio e chiede: “Non hai mai avuto il desiderio di una famiglia, dei figli?”.
E Benedetto risponde: “No, un’amicizia vera con una donna, questo sì”.
Il tema antropologico della sessualità entra nella conversazione tra Benedetto e i suoi due interlocutori quando si parla del viaggio di padre Benedetto in India, dove si apre tutto il problema dell’inculturazione del Vangelo e della stessa presenza camaldolese in India. Padre Benedetto rimane stordito, non capisce subito, dice che gli ci vogliono sempre tre o quattro giorni per  capire, una grande riflessione, magari capisce un mese dopo.
In India, dice Benedetto, ho scoperto che c’è un altro mondo. Ho cominciato a capire quello che è nel battesimo di Giovanni, la propedeutica a Gesù, un mondo che si apre.
Don Innocenzo lo interroga sulla sessualità in India, vissuta in maniera così diversa che da noi. Padre Benedetto risponde: “Quello che trovi in India sono tutti i simboli sessuali; e questo mi serviva a demitizzare tutto il puritanesimo in cui siamo stati educati. Quando vidi nel tempio dell’Università di Benares (che è la città santa dell’induismo) tutto il gocciolio dell’acqua nella vasca che era il simbolo proprio della genitalità femminile, dico: ah, che bellezza! Sussultai di gioia dentro di me, di fronte a questo recupero dell’unitarietà dell’uomo a fronte di una religione moralistica, manichea, catara, di fuga sessuale”.
Questi discorsi tra Benedetto e i suoi interlocutori non potevano non portare al tema del celibato dei preti. Qui padre Benedetto dice che “la legge del celibato ci può essere, volontariamente accettata, con una maturità affettiva non comune, ma mai il celibato può essere reso oggetto di una legge. Diverso è il caso del monacato, qui ci deve essere tutta una propedeutica e tutta un’educazione. Ma per i preti non si può generalizzare. In Africa posso dire, perché l’ho visto, che tutti hanno una doppia vita. È una cultura: in Africa la genitalità la vedi nelle piante, tu metti un seme, il giorno dopo già c’è il fiore. Un celibato non è proprio capito. Nelle mie riflessioni capivo la cultura indiana. Lo stesso problema si pone in America Latina. Ma c’è un problema anche da noi, quando nei seminari si addita un’immagine di una donna asessuata di fronte al seminarista, che non può baciare la donna; queste sono cose ignobili – dice Benedetto – e mi rifiuterei veramente”.
E qual è la conclusione che Benedetto ne ricava, quale il consiglio da dare ai preti in difficoltà, gli domandano.
“Prima di tutto il Vangelo” dice Benedetto. “La libertà evangelica è maestra della libertà, la centralità della coscienza che attraversa il Nuovo Testamento significa la presenza dello Spirito Santo in noi. La responsabilità personale. Questa è la ricchezza del Vangelo, se il Vangelo non è questo io dico che è annullata la legge del Vangelo”.
Da qui Benedetto torna al tema dell’amicizia: “Il Vangelo educa. Gesù ha avuto degli amici e delle amiche, questo mi ha sempre colpito, dal cap. 13 di Giovanni in poi c’è un discepolo che Gesù ama, è un anonimo che si  trova ai piedi della croce. Dopo la resurrezione è apparso a Maria. Cosa vuol dire “Non mi toccare”? Bisogna fare l’analisi esegetica: le dette un bacio, secondo lo stile del tempo, poi le dice: vai ad annunziare che io sono con voi per sempre. L’amicizia fondata su questo”. E naturalmente Benedetto ricorre qui alla grande letteratura spirituale, soprattutto monastica, parla delle lettere in cui magari non sapevano che dirsi ma scrivevano dicendo: scrivimi dicendomi che non hai niente da scrivermi, e ricorda  “tutti gli indirizzi delle lettere di san Bonifacio che dicono: sono stretto al tuo collo, ti bacio. Sono rapporti erotici, dovevano avere dei movimenti nei loro corpi, dico io, nelle membra si muovevano! Tutto questo è amore”.
Innocenzo lo provoca: “L’amicizia che però non esclude l’eros, lo coinvolge e lo supera”.
E Benedetto: “È chiaro, è liberante, lo purifica. Qui c’è il discernimento, con l’educazione, anche l’amore deve essere educato, non nella proibizione ma nell’evocare la coscienza. Io avverto che un amore senza l’eros è impossibile. Ma l’eros va educato. È chiaro che il comportamento che ha il marito verso la moglie non può averlo verso le altre”.
E qui è chiaro che Benedetto allude a un amore, che non è solo quello della singola coppia umana, ma investe l’intero rapporto tra l’universo maschile e l’universo femminile.
Più avanti, quando si parla della Chiesa come pedagogia, padre Benedetto parla di una pedagogia che, come dicevano i vecchi scolastici, passa dalla fede alla gloria. Questo passa attraverso la carne di Gesù. Dice Benedetto: “La resurrezione c’è nella carne di Gesù. E la carne è la visuale totale dell’uomo, della persona, nella sua carnalità, sessualità, sentimenti, tenerezza, in tutto, questa è la vittoria della Pasqua del Signore”. E qui, aggiunge, si apre anche lo spazio alla poesia, al metarazionale. «Quando leggo Dante: “Vergine madre figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura … nel ventre tuo si riaccese l’amore …”, noi avremmo detto: nel tuo spirito si accese l’amore, non nel tuo ventre. Qui c’è poesia, sessualità, corporeità … Nel ventre della donna; nel ventre tuo si accese l’amore, questo è formidabile». E Benedetto aggiunge: “La mistica, i devoti dell’arte nuova sono molto importanti perché recuperano l’unità” e parla di Geltrude. “Chi è questa Geltrude?” domandano. “È una mistica benedettina del XII secolo che coincide con lo stilnovo in Germania. Di nobile famiglia. Fatte monache da quando avevano cinque anni in poi, trovavano una sublimazione della loro corporeità nel rapporto fisicistico con Cristo.
Innocenzo chiede: “Che cosa significa rapporto fisicistico?”.
“Erotico. Quando sviene, sono svenimenti erotici… lei sta in coro e sviene, allora Gesù va da lei e l’abbraccia. Qui mi sfugge, non so come poter dire questo – confessa padre Benedetto – però rimane emblematico questo linguaggio che la nostra cultura odierna dovrebbe forse recuperare”.
E alla fine Innocenzo dice a Benedetto: “Mentre parli vedo che tu fai un problema molto serio del corpo e del sesso, molto serio, quasi come una cartina di tornasole della libertà. Perché?”
E Benedetto risponde: “Perché è la totalità della persona, la totalità della persona, la totalità della persona che si deve trovare, questa è la bontà, perché noi qui dobbiamo superare quella tradizione secondo la quale la concupiscenza inficia l’uomo nella sua natura. La libertà è la totalità, e io dico di non aggiungere croci a croci”. 
E qui mi permetto di aggiungere una chiosa a questo tema della donna e dell’amore a cui padre Benedetto ci ha condotto e che mi pare introduca una ricca  novità, rispetto al futuro, rispetto a un progetto umano
Mi pare che attraverso questo discorso padre Benedetto ci riporti, pur senza citarlo, al capitolo secondo della Genesi, quando Dio destina l’uomo e la donna, creati a sua immagine, ad essere due in una carne sola.
Mi pare che padre Benedetto voglia dirci che quell’essere due in una sola carne non riguardi il solo rapporto indissolubile di coppia, a cui già provvede il diritto canonico, mi pare che voglia dirci che quella Parola creatrice non può ridursi a sacralizzare il matrimonio trasformando ogni amore in gelosia, mi pare invece ci dica che quell’essere due in una sola carne, l’umanità maschile e l’umanità femminile,  è un annuncio di pienezza e di salvezza, dell’uomo e della donna come tali; è il mandato divino per il quale la donna e l’uomo mai si devono separare, per il quale deve essere conservata e custodita l’unità antropologica tra il mondo maschile e il mondo femminile, contro le culture del possesso esclusivo ed escludente, della separazione e del ripudio, contro l’indifferenziazione sessuale del modo di produzione fordista; ed è anche la notizia dell’impossibile separazione dello spirito dalla carne nel rapporto tra il maschile e il femminile in tutte le sue figure, anche nei rapporti di amicizia, certo con modalità diverse secondo la diversa natura delle relazioni.
E questa mi pare che sia la contestazione decisiva dell’ideologia che insegue l’intelligenza artificiale, come se si trattasse di una nuova creazione dell’umano.
Nel modello che la scienza, la tecnologia e il potere che oggi le domina hanno adottato come prototipo dell’umano, l’uomo che vorrebbero duplicare veramente non c’è, perché non c’è la donna, non c’è la differenziazione sessuale, il robot non è né maschile né femminile, è neutro, il cervello artificiale non conosce il dualismo tra maschile e femminile.
E in questa visione dell’uomo e della donna indifferenziati, in questa perdita della differenza di genere, in questa unificazione dell’umano in un uomo generico, neutro e non differenziato, il femminismo è sconfitto non più solo in quella sua rivendicazione della parità che è ancora una rivendicazione modesta, ma nella sua ben più ambiziosa rivendicazione della differenza. Qui stiamo programmando un mondo in cui non sarà più nemmeno necessaria la donna, non sarà più necessario l’utero, non sarà più necessario il ventre della donna per fare dei figli, non si potrà più dire indifferentemente di ogni essere umano “nato da donna”, perché secondo le progettazioni non sarebbe più così.
E allora io credo che contro questa perdita della differenza, contro questa perdita della dualità, gridi quest’ultima eredità di padre Benedetto. E mi sembra che essa abbia previsto e anticipato quello che papa Francesco avrebbe detto vent’anni più tardi, quando nel discorso dell’anno scorso all’assemblea generale della Pontificia  Accademia della Vita sulla “differenza benedetta” tra l’uomo e la donna, si espresse così:
“Il racconto biblico della Creazione va riletto sempre di nuovo, per apprezzare tutta l’ampiezza e la profondità del gesto dell’amore di Dio che affida all’alleanza dell’uomo e della donna il creato e la storia. Questa alleanza è certamente sigillata dall’unione d’amore, personale e feconda, che segna la strada della trasmissione della vita attraverso il matrimonio e la famiglia. Essa, però, va ben oltre questo sigillo. L’alleanza dell’uomo e della donna è chiamata a prendere nelle sue mani la regia dell’intera società. Questo è un invito alla responsabilità per il mondo, nella cultura e nella politica, nel lavoro e nell'economia; e anche nella Chiesa. Non si tratta semplicemente di pari opportunità o di riconoscimento reciproco. Si tratta soprattutto di intesa degli uomini e delle donne sul senso della vita e sul cammino dei popoli. L’uomo e la donna non sono chiamati soltanto a parlarsi d’amore, ma a parlarsi, con amore, di ciò che devono fare perché la convivenza umana si realizzi nella luce dell’amore di Dio per ogni creatura. Parlarsi e allearsi, perché nessuno dei due – né l’uomo da solo, né la donna da sola – è in grado di assumersi questa responsabilità. Insieme sono stati creati, nella loro differenza benedetta; insieme hanno peccato, per la loro presunzione di sostituirsi a Dio; insieme, con la grazia di Cristo, ritornano al cospetto di Dio, per onorare la cura del mondo e della storia che Egli ha loro affidato.
“Insomma, è una vera e propria rivoluzione culturale quella che sta all’orizzonte della storia di questo tempo. E la Chiesa, per prima, deve fare la sua parte. In tale prospettiva, si tratta anzitutto di riconoscere onestamente i ritardi e le mancanze. Le forme di subordinazione che hanno tristemente segnato la storia delle donne vanno definitivamente abbandonate. Un nuovo inizio dev’essere scritto nell’ethos dei popoli, e questo può farlo una rinnovata cultura dell’identità e della differenza. L’ipotesi recentemente avanzata di riaprire la strada per la dignità della persona neutralizzando radicalmente la differenza sessuale e, quindi, l’intesa dell’uomo e della donna, non è giusta. Invece di contrastare le interpretazioni negative della differenza sessuale, che mortificano la sua irriducibile valenza per la dignità umana, si vuole cancellare di fatto tale differenza, proponendo tecniche e pratiche che la rendano irrilevante per lo sviluppo della persona e per le relazioni umane. Ma l’utopia del “neutro” rimuove ad un tempo sia la dignità umana della costituzione sessualmente differente, sia la qualità personale della trasmissione generativa della vita. La manipolazione biologica e psichica della differenza sessuale, che la tecnologia biomedica lascia intravvedere come completamente disponibile alla scelta della libertà – mentre non lo è! –, rischia così di smantellare la fonte di energia che alimenta l’alleanza dell’uomo e della donna e la rende creativa e feconda”.
Così papa Francesco. Mi pare questa la critica più radicale dell’ideologia del “potenziamento” artificiale umano che non conosce più differenza tra uomo e donna e ci propone un uomo indifferenziato che rassomiglia a un uomo  ma  uomo non è.

Raniero La Valle





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