
Dal mare, sconosciuti, arrivarono Enea e i Fenici; perseguitati e naufraghi arrivarono Pietro e Paolo; per mare sono partiti Marco Polo, Cristoforo Colombo, Vasco da Gama; per mare le lingue d’Europa si sono sparse sulla terra nella ultima Pentecoste che è la Pentecoste dei pagani. Se l’Europa non si fa patria del mondo, e non riconosce il mondo come sua patria, essa è finita.
La seconda è che l’Europa faccia uno Statuto del lavoro, come in Italia si fece uno Statuto dei lavoratori. Quello significò per l’Italia estirpare il lavoro dal regime privatistico nel quale era gestito come merce, e immetterlo in uno spazio pubblico nel quale i diritti erano messi in salvo, il conflitto sociale era tutelato e una vita accettabile doveva essere garantita per tutti. Non a caso oggi è sotto attacco. Uno Statuto del lavoro in Europea significherebbe togliere il lavoro dall’occhio del ciclone della crisi, e assicurare diritti di base e un reddito minimo per tutti, lavoratori fissi e precari, cittadini e stranieri, anche forzando le legislazioni nazionali; e vorrebbe dire riconoscere il diritto al lavoro come innato e appartenente all’essere umano come persona.
Sarebbe bella un’Europa “fondata sul lavoro”, come l’Italia è nella nostra Costituzione; sarebbe davvero un modo di andare alle radici cristiane dell’Europa, se l’evento fondatore del cristianesimo è stato un Dio che si è fatto uomo, si è fatto servo, e perciò ha assunto e reso divino il lavoro, che era l’opera propria ed esclusiva del servo. Allora il primo articolo della Costituzione europea potrebbe essere: “L’Europa è una comunità democratica di persone e di Nazioni unite, fondata sul lavoro”.
La terza cosa è’ uno “Statuto dell’esule”. Anche qui le “radici cristiane” dovrebbero farci ricordare che anche noi siamo stati esuli in ogni Paese, come lo furono gli Ebrei in Egitto; dovrebbero far pensare l’Europa come a una “città di rifugio”, simile a quelle istituite nella terra di Canaan perché i fuggiaschi vi potessero trovare riparo sottraendosi ai “vendicatori del sangue”; dovrebbero suggerire di fare dell’Europa la sperata “casa di accoglienza per tutti i popoli”.
E il primo articolo di questo Statuto dovrebbe dire così: “Nessun esule deve annegare nel Mediterraneo”.
Raniero La Valle
La seconda è che l’Europa faccia uno Statuto del lavoro, come in Italia si fece uno Statuto dei lavoratori. Quello significò per l’Italia estirpare il lavoro dal regime privatistico nel quale era gestito come merce, e immetterlo in uno spazio pubblico nel quale i diritti erano messi in salvo, il conflitto sociale era tutelato e una vita accettabile doveva essere garantita per tutti. Non a caso oggi è sotto attacco. Uno Statuto del lavoro in Europea significherebbe togliere il lavoro dall’occhio del ciclone della crisi, e assicurare diritti di base e un reddito minimo per tutti, lavoratori fissi e precari, cittadini e stranieri, anche forzando le legislazioni nazionali; e vorrebbe dire riconoscere il diritto al lavoro come innato e appartenente all’essere umano come persona.
Sarebbe bella un’Europa “fondata sul lavoro”, come l’Italia è nella nostra Costituzione; sarebbe davvero un modo di andare alle radici cristiane dell’Europa, se l’evento fondatore del cristianesimo è stato un Dio che si è fatto uomo, si è fatto servo, e perciò ha assunto e reso divino il lavoro, che era l’opera propria ed esclusiva del servo. Allora il primo articolo della Costituzione europea potrebbe essere: “L’Europa è una comunità democratica di persone e di Nazioni unite, fondata sul lavoro”.
La terza cosa è’ uno “Statuto dell’esule”. Anche qui le “radici cristiane” dovrebbero farci ricordare che anche noi siamo stati esuli in ogni Paese, come lo furono gli Ebrei in Egitto; dovrebbero far pensare l’Europa come a una “città di rifugio”, simile a quelle istituite nella terra di Canaan perché i fuggiaschi vi potessero trovare riparo sottraendosi ai “vendicatori del sangue”; dovrebbero suggerire di fare dell’Europa la sperata “casa di accoglienza per tutti i popoli”.
E il primo articolo di questo Statuto dovrebbe dire così: “Nessun esule deve annegare nel Mediterraneo”.
Raniero La Valle
DA RENZO PROVEDEL (su Facebook)
RispondiEliminaVado alla sostanza delle tre proposte, di alto profilo e ricche anche di pathos. La prima ci presenta una immagine dell'Europa i cui confini veri sono il MARE, simbolo di scambio sin dai primi tempi dello sviluppo umano. Mi piace molto l... Visualizza altro’immagine, l’apertura che evoca. L'utopia “l’Europa si faccia patria del mondo, riconosca il mondo come sua Patria” (ho voltato in positivo l’affermazione di Raniero) non mi convince perché il livello di astrazione è così alto che ho difficoltà a connetterlo con le esigenze, i problemi, le sfide che dobbiamo gestire nei prossimi 20 -30 anni. L’ambiente sta collassando, la povertà sta aumentando, le oligarchie si rinforzano…ogni visione sul futuro deve fare i conti con la SOSTENIBILITA’, non solo ambientale. L’Europa da sola non ce la può fare anche perché è oggi tremendamente disorganica, culturalmente e politicamente frammentata.
La terza utopia, quella dello “statuto dell’esule”, che è l’accoglienza come primo diritto, è bella e tragica al tempo stesso. In fondo è riconoscere l’impotenza dell’Umanità di garantire condizioni accettabili di sviluppo in tutti i Paesi. Non approfondisco perché è così intrisa di valori che c’è il rischio di urtare le sensibilità etiche di ognuno di noi.
Grazie Raniero per averci stimolato riflessioni sull'Europa.