DI DOMENICO GALLO
domenica 20 settembre 2009
Come ti nego i diritti di cittadinanza
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lunedì 14 settembre 2009
COME SE DIO NON CI FOSSE
Come è noto, la formula del “politicamente corretto”, nel nostro Occidente, è fare “come se Dio non ci fosse”.“Come se Dio non ci fosse” è la formula di un Dio facoltativo. Se ti serve lo prendi, se ti incomoda, lo lasci. Dio come optional. Alla base non c’è l’idea biblica di servire Dio, ma l’idea “politica” di servirsi di Dio. Lo licenzio e lo richiamo in servizio, lo ignoro e lo uso. Un Dio utensile, un Dio tappabuchi, come lo chiamava Bonhoeffer.
È un Dio con cui si può fare quello che si vuole. Per esempio lo si rifiuta per sé, ma lo si mette sulle spalle degli altri. Io faccio quello che voglio, ma siccome Dio c’è, la proprietà è sacra. Io uccido, ma chi mi uccide è maledetto da Dio. Io rubo, ma se lo Stato mi mette le mani in tasca col fisco, mi appello al comandamento divino che dice “non rubare”. Io mi professo ateo, però voglio che il Papa difenda la società cristiana. Io sono pieno di amanti e prostitute, ma se arriva un musulmano con tre mogli, è un affronto alla nostra cultura. Io faccio come se Dio non ci fosse, però mi fa comodo che la Chiesa ci sia, perché insegna le buone maniere e assicura l’ordine sociale, e così si risparmia con la polizia. Io sono un mafioso, ma voglio la mia messa privata nel covo; sono un libertino, ma devoto. Questa si potrebbe chiamare la religione della convenzione: si conviene che… Non si tratta di decidere se Dio c’è o non c’è, si tratta di mettersi d’accordo su che cosa fare di lui. La società laica moderna si basa sull’accordo di fare a meno di Dio, anzi di non parlarne nemmeno. Ufficialmente non dice che Dio non c’è, e lascia la cosa al disbrigo privato. Se dicesse che Dio non c’è, sarebbe atea; ma tra società laica e società atea non corre buon sangue, e anzi nel Novecento esse si sono aspramente combattute, democrazie teiste contro comunismo ateo. La religione del come se, contro la religione del non c’è. La religione della convenzione, che lascia Dio come ipotesi, contrasta con la religione della rivelazione, che dà Dio per certo in quanto si è rivelato. La religione della convenzione pertanto è relativista, perché il “come se” non descrive una realtà, ma la finge. La religione della rivelazione è invece assoluta, perché dice che Dio è, e perciò non finge una realtà, ma la afferma. È abbastanza paradossale che la religione della rivelazione chieda soccorso alla religione della convenzione. È quello che fa la Chiesa quando chiede che gli uomini facciano per finzione ciò che non credono per fede. Lo ha fatto il cardinale Ratzinger nel discorso di Subiaco, poco prima di essere eletto papa: egli ha cercato di rovesciare il “come se” a favore della sua causa, e agli uomini moderni ha detto: se non credete in Dio, fate almeno come se Dio ci fosse. La sua idea era che ciò per gli uomini fosse comunque un guadagno; però in tal modo faceva suo il relativismo criticato negli altri, e riportava la Chiesa a ragionare, come ai tempi ottocenteschi, in termini di “tesi” e “ipotesi”. Questa idea, tutta moderna, di non credere ma fingere che Dio ci sia, non è affatto una rarità: sono in molti a praticarla, soprattutto tra i membri delle classi dirigenti, che siano esponenti dell’esecutivo o ex presidenti del Senato, e sono tutti quelli che vorrebbero una religione civile: radici cristiane, legge e ordine.Ora a me pare – e per questo ho scritto il libro “Se questo è un Dio”– che siamo giunti a un punto critico, per il quale è necessario abbandonare ogni religione del come se: sia quella del come se Dio non ci fosse, sia quella del come se Dio ci fosse; e una buona ragione è che queste non sono fedi, ma sono ideologie (non che le ideologie siano un male, ma lo sono se si pretendono religioni), e l’una è l’eguale e il rovescio dell’altra.Se si crede che Dio non c’è, e che la società non debba impicciarsi di lui, è molto meglio fare l’opzione atea; è una opzione perfettamente legittima che ha piena dignità intellettuale e non sminuisce in alcun modo la stima dovuta a chi la fa; nei Salmi si dice che “è stolto chi dice che Dio non c’è”; invece il papa Giovanni XXIII, nell’enciclica “Pacem in terris”, diceva che nel non credente è presente la luce della ragione e l’onestà naturale, e l’azione di Dio in lui non viene mai meno. Per quanto mi riguarda, attraversando la seconda metà del Novecento, spesso ho trovato più fede e più amore negli atei, o che si definivano tali, che negli osservanti. Se invece si pensa che Dio c’è, non lo si può introdurre di contrabbando, per esempio facendo appello a una legge naturale che sarebbe obbligatoria per tutti e dovrebbe essere imposta a tutti attraverso le vie del potere che non sono le vie di Dio. Ogni doppiezza nei riguardi di Dio deve essere esclusa. Dio è una cosa semplice, non è una cosa complicata o contorta; il linguaggio che lo riguarda è quello del sì sì, no no; ciò che resta oscuro di Lui è un problema di fede, non una questione enigmistica. Soprattutto i giovani hanno bisogno di chiarezza nei discorsi che riguardano Dio. Già troppo li abbiamo gettati in un mondo di incertezza, di precarietà, di false rappresentazioni, di ipocrisie; un mondo in cui la reality è in verità una fiction, il virtuale si mangia il reale, l’immagine travisa la visione, la visione sostituisce l’esperienza. Li abbiamo messi in una rete di comunicazioni, di messaggi, di codici cifrati, si può in tempo reale raggiungere chiunque e comunicare qualsiasi cosa. Ma dov’è la cosa da comunicare? Quali sono i loro maestri? Siamo stati capaci di dar loro libri da comodino, che non si lasciano, libri da leggere perfino in bagno, come noi facevamo? Perché li costringiamo a cercare guru esotici, ad andare in India, a uscire fuori di sé per trovare qualcosa di sé?I giovani salgono sull’onda, sono nel turbine, si piegano al vento, ma hanno bisogno di qualche sponda, di qualche affidamento, di qualche punto fermo. Se hanno un amico devono poter contare su di lui, se hanno un amore, che almeno non troppo presto finisca. Se hanno un lavoro, che non lo perdano domani. Non possono mettere anche Dio nella loro instabilità, nel vuoto delle risposte che non vengono date. Non possiamo parlare loro di un Dio che c’è ma facciamo finta che non ci sia, che non c’è ma facciamo finta che ci sia. Il vero problema non è il “se”, ma il “come” di Dio. Di quale Dio parliamo quando parliamo di Dio? Quale è il racconto che lo narra? Quale è il Dio di cui vale la pena che i giovani decidano se prenderlo o lasciarlo? Anche il papa dice che non ogni Dio è degno di fede. Ebbene, quale è il Dio di cui si possa dire: “Questo è un Dio”?Non si tratta di una domanda nuova. Sono almeno quattro secoli che questa domanda preme sulle frontiere della cristianità, è la domanda che non ha avuto soddisfacente risposta, e su questa domanda inevasa si è costruita la modernità. Perché la modernità ha detto alle Chiese e ai principi cristiani che si facevano le guerre religiose in Europa: se questo è il vostro Dio, allora facciamo come se Dio non ci fosse. Se Dio presidia i troni, se invade l’Impero per stabilirvi il potere temporale dei Papi, se istituisce censure e inquisizioni e nega libertà alle coscienze, allora facciamo come se Dio non ci fosse. E oggi si potrebbe dire alla Chiesa: se “chi è l’uomo?” lo chiedi alla biologia invece che al Vangelo, se cadi nel feticismo dell’embrione, se chiami il feto persona e gli sacrifichi la madre, se Dio sta nelle staminali e non nelle speranze di vita dei malati, se Dio preferisce una vita fisica inerte e incosciente attaccata alle macchine invece della “vita vera” nella casa del Padre, allora facciamo come se Dio non ci fosse.E d’altra parte, nella ricerca di ciò che Dio potrebbe essere per l’uomo, la società del XVI e XVII secolo ha detto alle Chiese: se Dio non si compiace della umana ricerca del vero, se non ci incoraggia nella nostra impresa di costruire l’età moderna e il futuro, se non ci stimola alle scoperte della scienza, se non presidia la nostra libertà quando rovesciamo i potenti dai troni e mettiamo le fondamenta al diritto, se non ci conferma quando alla giustizia offriamo gli strumenti della certezza giuridica e del diritto positivo, allora facciamo come se Dio non ci fosse.È da quattro secoli che la modernità sta su questo fronte, e per quattro secoli la cristianità non ha dato risposte, non ha aperto varchi alla critica; ancora nell’8oo la Chiesa cattolica lanciava col Sillabo l’anatema contro gli “errori” moderni, a cominciare dalla libertà; e solo nel Novecento, col Concilio, la Chiesa ha smesso di pronunciare condanne e ha cominciato a dare una risposta nuova a quella domanda. Dunque quella ipotesi, quella finzione, “facciamo come se Dio non ci fosse”, “etsi daremus non esse Deum”, si è rivelata una potente molla del progresso storico, ma anche una potente spinta alla conversione della Chiesa, e ad una qualificazione e purificazione del discorso su Dio.È interessante notare che questa formula potente che ha dato avvio alla modernità e ha sottoposto la Chiesa al pungolo della profezia, viene dalla letteratura, viene da un libro, e si potrebbe quindi assumere non solo come simbolo di un passaggio epocale, ma anche come simbolo della potenza della letteratura.L’espressione “anche nella blasfema ipotesi che Dio non esista o che Egli non si occupi dell’umanità”, figurava infatti nella Introduzione di un libro del 1625, in cui per la prima volta si cercava di stabilire un diritto della guerra e della pace. Ne era autore un cristianissimo giusnaturalista olandese, Ugo Grozio, che per costruire il suo edificio giuridico, autonomo e capace di funzionare da sé, sentì il bisogno di mettere Dio tra parentesi. Questa formula letteraria, come abbiamo visto, ha avuto una grandissima fortuna; e oggi ci permette di dire che la laicità moderna, che appunto fa come se Dio non ci fosse, ha avuto il suo rivestimento linguistico, all’inizio, non da un illuminista ateo, ma da un giusnaturalista cristiano.È inutile discutere adesso se era proprio necessario, allora, per entrare nella modernità, mettere Dio alla porta e fare come se Dio non ci fosse. Se è andata così, vuol dire che storicamente non hanno potuto affermarsi altre alternative. Ma se oggi ne parliamo è perché, a mio giudizio, la questione, bloccata da quattro secoli, si è in qualche modo riaperta; e a riaprirla non è stata la cultura laica, che su questa materia non ha prodotto un nuovo pensiero, ma è stata proprio la Chiesa; e ciò ha fatto col Concilio Vaticano II.Il Concilio ha rimesso in discussione la finzione pubblica “facciamo come se Dio non ci fosse”, e non lo ha fatto mettendosi ancora una volta su un piano controversistico ed apologetico, ma riaprendo il discorso su Dio. Finalmente, col Concilio, la Chiesa ha sentito il bisogno di rispondere alla domanda moderna su Dio, e per farlo ha dovuto prima rimettere in discussione se stessa, poi riprendere la strada degli antichi Padri della Chiesa, greci e latini, che per costruire la fede non enunciavano dei dogmi, ma raccontavano una storia, che chiamavano storia della salvezza, “historia salutis”.Ebbene il Concilio è tornato a narrare la storia della salvezza, dal disegno del Padre alla comparsa di Adamo all’incarnazione del Figlio e fino a noi; e a leggerla questa storia della salvezza raccontata dal Concilio appare abbastanza diversa, anzi molto diversa, dal modo in cui noi l’avevamo ascoltata e capita fino a ieri.Perciò oggi il Concilio è tanto contestato, perché riprendendo in mano la storia antica, apre a una storia nuova. Si può dire che non legga più la storia della salvezza come “storia sacra”, ma come storia umana, come storia laica e profana amata e sorretta da Dio. Perciò molti libri di cui sono pieni gli scaffali dei seminari e delle università cattoliche dovrebbero essere riscritti. Leggere la fede cristiana attraverso la historia salutis del Concilio è un esercizio fecondo, pieno di sorprese. E da lì si capisce la gioia, la forza liberatrice, l’immagine dolce e misericordiosa di Chiesa che dal Concilio voluto da papa Giovanni è stata trasmessa. Perché dal piano di Dio nella storia della salvezza che il Concilio ha ricostruito nell’alveo della grande Tradizione, emerge non un Dio bifronte, quale spesso si trovava nei vecchi catechismi, terribilis et fascinans, per usare il binomio di un famoso libro di Rudolf Otto, ma un Dio solamente buono, una sola faccia, nella sua indivisa bontà e nella gratuità del suo dono. Emerge un Dio che non si pente dell’uomo, che non lo scaccia dal giardino dell’Eden dandogli per punizione la morte, il sudore della fronte per il lavoro e i dolori del parto. Queste non sono pene del peccato, come diceva un’antropologia pessimistica, ma sono la condizione creaturale dell’uomo, la sua gloria; né la natura dell’uomo è decaduta, sfregiata dal peccato originale, perché mai, neanche dopo la caduta, dice il Concilio, Dio ha cessato di amarlo e di offrirgli i mezzi della salvezza. Il Dio raccontato dal Concilio perciò, non deve ottenere “soddisfazione” per l’offesa ricevuta, è un Dio che non deve essere “placato” da nessun sangue, non quello del Figlio, tanto meno quello delle innumerevoli vittime; la via sacrificale, nella religione come nella storia, nelle prigioni come nella guerra, è preclusa. È questo un Dio che non è un padrone sacro, ché anzi è più laico di noi, un Dio “relativista”, perché ama santi e peccatori ed è amico di tutte le culture, senza badare alle loro radici; un Dio che non difende i diritti di Dio, perché anzi se ne è svuotato entrando come carne nella nostra umanità; un Dio non classista, perché è entrato nel mondo non dalla parte dei signori, ma scegliendo la condizione del servo, e anzi dello schiavo, che era il “non uomo”, il migrante naufrago di allora; un Dio legislatore, ma nello stesso tempo obiettore, perché è il primo a essere felice se la legge è trasgredita per amore, come la trasgredirono Giuseppe e Maria, senza di che il figlio di Dio neanche sarebbe nato, e come la trasgredì Gesù che violò il sabato e mandò libera l’adultera; un Dio sofferente e addolorato, perché la sua creazione è ferita, e perché l’umanità è divisa, gravata dal peccato, preda del dominio e vittima della guerra; un Dio che non si sostituisce magicamente a ciò che gli uomini possono fare da soli, ma li rifornisce di amore perché possano farlo; un Dio dunque del quale non c’è bisogno di fare come “se non ci fosse”.
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sabato 12 settembre 2009
A Mantova, al Festival della Letteratura "Opposizione dura senza paura"
di MARIO BAUDINO
Proustiana
Fiera opposizione a Mantova. Luis Sepúlveda (nella foto) alza il pugno accolto da un’ovazione e tuona contro gli italiani che «hanno smesso di essere cittadini per essere telespettatori». Nadine Gordimer, premio Nobel, anche lei tra le ovazioni, ricorda che «in Italia ci sono innumerevoli esempi di corruzione», se la prende con Berlusconi e chiede al pubblico, a proposito di libertà di stampa: «Quanto liberi vi sentite voi di esprimere le vostre preoccupazioni?». Ricorda anche come in Sud Africa «chiunque abbia la sensazione di essere stato danneggiato da un articolo può aprire una vertenza legale in tribunale a porte aperte».
Chi l’avrebbe mai detto.
Gad Lerner è interrotto dagli applausi quando ironizza sulla Padania; persino il serissimo Raniero La Valle, parlando di fede e di esistenza di Dio, si concede una battuta su chi frequenta troppe ragazze disponibili: giù battimani.
Così, forse contagiati dal clima, i giovani industriali di Mantova sponsorizzano l’incontro con il sociologo Luciano Gallino e il giornalista Luca De Biase, dedicato alla crisi economica e finanziaria, e al modo in cui investiamo i nostri risparmi. Titolo, esemplato su una celebre frase di un giurista americano degli Anni Venti: «Non esiste un azionista innocente». Chi l’avrebbe mai detto.
Proustiana
Muriel Barbery racconta la genesi del suo best seller, dove il personaggio della portinaia inaspettatamente colta e raffinata è di certo uno degli elementi che più seducono il lettore. Nella prima versione, spiega, la portinaia Renée parlava un po’ come una caricatura di se stessa, aveva insomma un linguaggio basso e approssimativo.Poi l’editore le disse: «Per lei, in quanto scrittrice, tutto è possibile. Basta che lo voglia, e la sua portinaia può parlare come la duchessa di Guermantes». Detto fatto, nacque L’eleganza del riccio. Du côté de chez l’hérisson.
Off Mantova
Una presentazione «fuori festival», e anche un po’ polemica. L’ha organizzata l’editore Fanucci, oggi alle 17 nella libreria Mondadori di Mantova. L’autore invitato è Rina Frank, un’importante scrittrice israeliana, col nuovo romanzo Vite Fragili. Dialogherà con lei Pino Roveredo, autore che ha all’attivo anche un Campiello. Nasce così l’Off-festival. L’editore non fa mistero del fatto che ormai si sentiva un po’ snobbato dagli organizzatori. Negli anni, dice, lo hanno per lo più ignorato. «Ma se la loro ambizione è mettere il lettore al centro, non dovrebbero dimenticare quanti sono i lettori che seguono i nostri libri».
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martedì 8 settembre 2009
La scossa
La nostra vita politica è entrata in una fase selvaggia a causa dell’anomalia, tutta italiana, di un potere che è finito, ma che non c’è modo di rimuovere con i mezzi politici normali, a causa di un sistema istituzionale perverso che lo tiene in vita oltre ogni decenza. La lotta politica prende allora altre strade, scava ferite, semina vittime, travolge venerande istituzioni; in tal modo il crepuscolo del berlusconismo manifesta tutta la forza distruttiva e corruttrice che questa forma politica ha avuto fin dall’inizio. La settimana di fuoco culminata con le dimissioni di Boffo dall’Avvenire ne è stata un’impressionante conferma.Ricordiamo i fatti. Berlusconi è assediato dalle macerie della sua reputazione. Non può andare in TV, non può andare in Parlamento, non può fare una vera conferenza stampa, non può fare una politica; debole com’è, se non fa quello che gli chiedono perde Bossi, o perde Fini, o perde la Chiesa.
Allora decide la sortita. I giornalisti devono cambiare mestiere, gli accusatori devono essere diffamati, i moralisti accusati di immoralità. C’è lo strumento mediatico: Il Giornale. Ma il suo direttore, Mario Giordano, a suo modo è un idealista; ha in mente ancora la dignità professionale di Montanelli, i toni mai esagerati del fondatore Mario Cervi. E il 21 agosto annuncia: “Cari lettori, mi dispiace ma vi devo dire addio”: lui non vorrebbe, ma non ci sta a fare un giornale “che non riuscisse a fermare la barbarie e si trasformasse nel gioco dello sputtanamento sulle rispettive alcove”. E svela, in una parentesi, che le camere da letto predestinate a questo gioco al massacro sono, nell’ordine, dopo quella del premier, quelle di “direttori di giornali, editori, ingegneri” e, via assortendo, “first lady, body guard o avvocati”. Incautamente scopriva le carte; ed era lui il primo direttore a cadere.
Non passava una settimana e il 28 agosto il nuovo direttore Vittorio Feltri passava alla barbarie, e aggrediva Dino Boffo con il trasparente sottinteso che se tutti sono colpevoli, nessuno è colpevole. Ma qui c’era una eterogenesi dei fini: perché Boffo è l’Avvenire, l’Avvenire è la Chiesa, la Chiesa sono il Papa, il segretario di Stato e i Vescovi, e nella solidarietà a Dino Boffo saltava il lavacro della Perdonanza per Berlusconi all’Aquila e c’era la rottura tra Chiesa e governo, un governo con cui la Chiesa aveva avuto i più stretti rapporti (“eccellenti”, continuava a dire il direttore dell’Osservatore Romano) e che aveva apprezzato siccome omogeneo ai valori cristiani, come neanche nei riguardi dei governi democristiani era mai avvenuto.
A quel punto la partita si faceva grossa; ed era lo stesso Dino Boffo, nella sua lettera di dimissioni, ad evocarla: “Feltri non si illuda. C’è già dietro di lui chi, fregandosi le mani, si sta preparando a incamerare il risultato di questa insperata operazione”; nei giornali di quei giorni, aggiunge, “non si menavano solo fendenti micidiali, l’operazione è presto diventata qualcosa di più articolato”.
Quale operazione? Si può fare l’ipotesi che si sia aperta una partita di potere nella destra italiana, nel capitalismo italiano (la sinistra non c’è più), e che la sua ala non confessionale voglia chiudere i conti non solo con Berlusconi, ormai inaffidabile, ma anche con la Chiesa, sofferta come troppo invasiva.
Sarebbe sbagliato, però, per la Chiesa, rispondere sullo stesso terreno, cercando di ricostruire, in altre forme, un fronte clerico-moderato. La lezione è che la saldatura tra la Chiesa e un governo espone a un fortissimo disagio la variegata e pluralistica base cattolica che spesso si sente ferita nelle sue convinzioni più profonde; in questo caso, essa si è fatta largo a forza attraverso il pur prudente filtro delle lettere al direttore dell’Avvenire.
E l’altra lezione è che forse l’esperimento di un giornale “dei vescovi”, dove ogni parola, magari scritta alle undici di sera sotto l’urgenza della chiusura, viene fatta risalire alla CEI, al Papa, o addirittura al Vangelo, non ha dato buoni risultati. Si crea un corto circuito che trasmette la scossa da una modesta scrivania redazionale alla suprema cattedra nei Sacri Palazzi. Forse la Chiesa ha bisogno non di un giornale in tal modo “cattolico”, ma di un giornale cristiano. Ricordandosi di tutte quelle belle cose che si è detto dovrebbero fare i laici, senza "rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l'autorità della Chiesa” e senza pensare “che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che, ad ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta, o che proprio a questo li chiami la loro missione”. È il Concilio, alla lettera, interpretato nella Tradizione.
Allora decide la sortita. I giornalisti devono cambiare mestiere, gli accusatori devono essere diffamati, i moralisti accusati di immoralità. C’è lo strumento mediatico: Il Giornale. Ma il suo direttore, Mario Giordano, a suo modo è un idealista; ha in mente ancora la dignità professionale di Montanelli, i toni mai esagerati del fondatore Mario Cervi. E il 21 agosto annuncia: “Cari lettori, mi dispiace ma vi devo dire addio”: lui non vorrebbe, ma non ci sta a fare un giornale “che non riuscisse a fermare la barbarie e si trasformasse nel gioco dello sputtanamento sulle rispettive alcove”. E svela, in una parentesi, che le camere da letto predestinate a questo gioco al massacro sono, nell’ordine, dopo quella del premier, quelle di “direttori di giornali, editori, ingegneri” e, via assortendo, “first lady, body guard o avvocati”. Incautamente scopriva le carte; ed era lui il primo direttore a cadere.
Non passava una settimana e il 28 agosto il nuovo direttore Vittorio Feltri passava alla barbarie, e aggrediva Dino Boffo con il trasparente sottinteso che se tutti sono colpevoli, nessuno è colpevole. Ma qui c’era una eterogenesi dei fini: perché Boffo è l’Avvenire, l’Avvenire è la Chiesa, la Chiesa sono il Papa, il segretario di Stato e i Vescovi, e nella solidarietà a Dino Boffo saltava il lavacro della Perdonanza per Berlusconi all’Aquila e c’era la rottura tra Chiesa e governo, un governo con cui la Chiesa aveva avuto i più stretti rapporti (“eccellenti”, continuava a dire il direttore dell’Osservatore Romano) e che aveva apprezzato siccome omogeneo ai valori cristiani, come neanche nei riguardi dei governi democristiani era mai avvenuto.
A quel punto la partita si faceva grossa; ed era lo stesso Dino Boffo, nella sua lettera di dimissioni, ad evocarla: “Feltri non si illuda. C’è già dietro di lui chi, fregandosi le mani, si sta preparando a incamerare il risultato di questa insperata operazione”; nei giornali di quei giorni, aggiunge, “non si menavano solo fendenti micidiali, l’operazione è presto diventata qualcosa di più articolato”.
Quale operazione? Si può fare l’ipotesi che si sia aperta una partita di potere nella destra italiana, nel capitalismo italiano (la sinistra non c’è più), e che la sua ala non confessionale voglia chiudere i conti non solo con Berlusconi, ormai inaffidabile, ma anche con la Chiesa, sofferta come troppo invasiva.
Sarebbe sbagliato, però, per la Chiesa, rispondere sullo stesso terreno, cercando di ricostruire, in altre forme, un fronte clerico-moderato. La lezione è che la saldatura tra la Chiesa e un governo espone a un fortissimo disagio la variegata e pluralistica base cattolica che spesso si sente ferita nelle sue convinzioni più profonde; in questo caso, essa si è fatta largo a forza attraverso il pur prudente filtro delle lettere al direttore dell’Avvenire.
E l’altra lezione è che forse l’esperimento di un giornale “dei vescovi”, dove ogni parola, magari scritta alle undici di sera sotto l’urgenza della chiusura, viene fatta risalire alla CEI, al Papa, o addirittura al Vangelo, non ha dato buoni risultati. Si crea un corto circuito che trasmette la scossa da una modesta scrivania redazionale alla suprema cattedra nei Sacri Palazzi. Forse la Chiesa ha bisogno non di un giornale in tal modo “cattolico”, ma di un giornale cristiano. Ricordandosi di tutte quelle belle cose che si è detto dovrebbero fare i laici, senza "rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l'autorità della Chiesa” e senza pensare “che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che, ad ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta, o che proprio a questo li chiami la loro missione”. È il Concilio, alla lettera, interpretato nella Tradizione.
Raniero La Valle
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martedì 28 luglio 2009
Il complotto
di Raniero La Valle
In occasione del cosiddetto G8 a L’Aquila la stampa mondiale ha concentrato la sua attenzione sull’Italia e sul suo Primo ministro, in un momento non molto felice della sua fama. E poiché tra i giornali stranieri non ce n’è nessuno di proprietà di Berlusconi, tutti, nella loro copertura informativa, hanno descritto con toni molto crudi e severi le abitudini del leader italiano, l’inconcepibile intreccio tra la sua vita pubblica e privata, la confusione tra sedi rappresentative del potere e case di piacere, il contrasto tra la sua politica di lesina e di rinunzie per i cittadini, e il suo uso spregiudicato del denaro per comprarsi cose e persone, e non solo donne, diffondendo così corruzione in tutto il Paese.
Alcuni giornali sono andati sopra le righe nello scherno, ma a parte questi eccessi l’informazione è stata obiettiva; e la domanda piena di meraviglia dei giornali stranieri era: “come mai gli italiani amano tanto Berlusconi e se lo tengono al potere?”.
Ma, complice la scarsa conoscenza che la stampa estera ha delle cose italiane, questa non era la domanda giusta. La domanda giusta è: “come mai Berlusconi non è ancora caduto?”. E qui la risposta giusta non è, come qualcuno ha detto, che Berlusconi si è salvato col vertice dell’Aquila, per averlo saputo così bene organizzare e senza inciampare in nessun incidente di percorso, come per esempio avrebbe potuto essere una vera conferenza stampa nella quale ai giornalisti fosse concesso fare domande. In realtà il G8, pur fatto sponsorizzare dal terremoto, non ha migliorato la posizione del presidente del Consiglio: perché ha mostrato come egli ormai cammini sulle uova, e ciononostante continui a fare clamorosi errori, a cominciare da uno sfrontato spreco di denaro pubblico, come quello profuso per trasformare in un grande complesso alberghiero la cittadella della Finanza, che non è di proprietà dello Stato ma di un gruppo di banche a cui lo Stato l’aveva venduta e a cui paga un salatissimo affitto, e che ora incassano l’incremento di valore dell’area; o come l’errore di volersi ingraziare gli ospiti stranieri regalando loro scrigni di mogano rifiniti in foglie d’oro e altri monili, e perfino un “libro” sul Canova, con una “copertina” in marmo pregiato del peso di 24 chili, carta fatta a mano e rilegatura in broccati di seta e fili d’oro; cosa che se ha potuto impressionare gli ospiti culturalmente più deboli, ha peggiorato l’immagine dell’Italia all’estero che oltre ad apparire “libertina” (come scrisse l’Economist) e “crudele” (come dice l’ONU per i “respingimenti”), si mostra ora anche pacchiana, come la sua raffinata civiltà non meriterebbe.
In realtà in nessun Paese di serie tradizioni democratiche un capo del governo così moralmente e politicamente sinistrato starebbe ancora al suo posto. I meccanismi di autotutela e di decoro propri di una democrazia, avrebbero già provveduto al cambiamento. Se in Italia ciò non accade è perché, con lucida premeditazione o con sciocca imprevidenza, da quindici anni si è costruito un sistema privo di qualsiasi uscita di sicurezza che rischia continuamente di trasformare la politica da farsa in tragedia. Al vincitore politico pro tempore si è dato un potere blindato, incontrollabile dal Parlamento, non perseguibile dalla magistratura, insindacabile da altri poteri dello Stato ormai ridotti a grida manzoniane, e legittimato da una cultura della governabilità che in realtà è la cultura dell’ “oggi a te domani a me”, per cui la stessa opposizione non immagina nemmeno di poter far cadere il governo “prima della fine naturale della legislatura”, e perfino nelle mozioni di censura lo loda. Ma in questo tempo di governabilità inviolabile si possono fare leggi razziali e liberticide, trasformare gli stranieri in criminali, disfare la scuola e usare le tasse dei poveri per fare i condoni ai ricchi, e compromettere la stessa democrazia.
In questa situazione di impotenza politica e di inagibilità istituzionale, è vero, come dice Berlusconi, che il governo non può cadere che per un “complotto”; ma ciò perché il vero complotto c’è stato già prima, con l’aver creato un sistema di potere immunizzato da ogni interferenza esterna. Pertanto l’unica insidia può venire dall’interno, può venire da soci, alleati, clienti, beneficati, famigli, e perciò prendere le forme di un complotto. Se questo ancora non accade è perché il potere di tutti questi soggetti è inscindibilmente legato al potere del premier: se cade lui, tutti gli altri diventano nessuno. Ma la dipendenza è reciproca: e ciò spiega perché Berlusconi deve fare tutto quello che gli chiedono i suoi alleati, e dichiara esplicitamente di farlo per non cadere; e quanto più è personalmente indebolito, tanto più lo deve fare; e perciò, come anatra zoppa, egli è più pericoloso di quando era in pieno fulgore; perché i veri padroni del governo diventano i ministri della Lega, i colonnelli di AN e i padroni del mercato.
Alcuni giornali sono andati sopra le righe nello scherno, ma a parte questi eccessi l’informazione è stata obiettiva; e la domanda piena di meraviglia dei giornali stranieri era: “come mai gli italiani amano tanto Berlusconi e se lo tengono al potere?”.
Ma, complice la scarsa conoscenza che la stampa estera ha delle cose italiane, questa non era la domanda giusta. La domanda giusta è: “come mai Berlusconi non è ancora caduto?”. E qui la risposta giusta non è, come qualcuno ha detto, che Berlusconi si è salvato col vertice dell’Aquila, per averlo saputo così bene organizzare e senza inciampare in nessun incidente di percorso, come per esempio avrebbe potuto essere una vera conferenza stampa nella quale ai giornalisti fosse concesso fare domande. In realtà il G8, pur fatto sponsorizzare dal terremoto, non ha migliorato la posizione del presidente del Consiglio: perché ha mostrato come egli ormai cammini sulle uova, e ciononostante continui a fare clamorosi errori, a cominciare da uno sfrontato spreco di denaro pubblico, come quello profuso per trasformare in un grande complesso alberghiero la cittadella della Finanza, che non è di proprietà dello Stato ma di un gruppo di banche a cui lo Stato l’aveva venduta e a cui paga un salatissimo affitto, e che ora incassano l’incremento di valore dell’area; o come l’errore di volersi ingraziare gli ospiti stranieri regalando loro scrigni di mogano rifiniti in foglie d’oro e altri monili, e perfino un “libro” sul Canova, con una “copertina” in marmo pregiato del peso di 24 chili, carta fatta a mano e rilegatura in broccati di seta e fili d’oro; cosa che se ha potuto impressionare gli ospiti culturalmente più deboli, ha peggiorato l’immagine dell’Italia all’estero che oltre ad apparire “libertina” (come scrisse l’Economist) e “crudele” (come dice l’ONU per i “respingimenti”), si mostra ora anche pacchiana, come la sua raffinata civiltà non meriterebbe.
In realtà in nessun Paese di serie tradizioni democratiche un capo del governo così moralmente e politicamente sinistrato starebbe ancora al suo posto. I meccanismi di autotutela e di decoro propri di una democrazia, avrebbero già provveduto al cambiamento. Se in Italia ciò non accade è perché, con lucida premeditazione o con sciocca imprevidenza, da quindici anni si è costruito un sistema privo di qualsiasi uscita di sicurezza che rischia continuamente di trasformare la politica da farsa in tragedia. Al vincitore politico pro tempore si è dato un potere blindato, incontrollabile dal Parlamento, non perseguibile dalla magistratura, insindacabile da altri poteri dello Stato ormai ridotti a grida manzoniane, e legittimato da una cultura della governabilità che in realtà è la cultura dell’ “oggi a te domani a me”, per cui la stessa opposizione non immagina nemmeno di poter far cadere il governo “prima della fine naturale della legislatura”, e perfino nelle mozioni di censura lo loda. Ma in questo tempo di governabilità inviolabile si possono fare leggi razziali e liberticide, trasformare gli stranieri in criminali, disfare la scuola e usare le tasse dei poveri per fare i condoni ai ricchi, e compromettere la stessa democrazia.
In questa situazione di impotenza politica e di inagibilità istituzionale, è vero, come dice Berlusconi, che il governo non può cadere che per un “complotto”; ma ciò perché il vero complotto c’è stato già prima, con l’aver creato un sistema di potere immunizzato da ogni interferenza esterna. Pertanto l’unica insidia può venire dall’interno, può venire da soci, alleati, clienti, beneficati, famigli, e perciò prendere le forme di un complotto. Se questo ancora non accade è perché il potere di tutti questi soggetti è inscindibilmente legato al potere del premier: se cade lui, tutti gli altri diventano nessuno. Ma la dipendenza è reciproca: e ciò spiega perché Berlusconi deve fare tutto quello che gli chiedono i suoi alleati, e dichiara esplicitamente di farlo per non cadere; e quanto più è personalmente indebolito, tanto più lo deve fare; e perciò, come anatra zoppa, egli è più pericoloso di quando era in pieno fulgore; perché i veri padroni del governo diventano i ministri della Lega, i colonnelli di AN e i padroni del mercato.
Raniero La Valle
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Il colle non firmi
di Domenico Gallo (*)
La dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, in perfetta concordanza con la Costituzione italiana considera che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti uguali ed inalienabili costituisce il fondamento della libertà, della pace e della giustizia nel mondo. Sono questi i fondamenti dell'ordine costituzionale e della civiltà del diritto. Proprio questi fondamenti sono inesorabilmente travolti dal pacchetto sicurezza. Con questo provvedimento sono state approvate una serie di misure persecutorie e discriminatorie nei confronti dei gruppi sociali più deboli, che nel nostro Paese non si vedevano dai tempi delle leggi razziali. In modo mascherato sono stati riesumati istituti tipici delle leggi razziali, come il divieto dei matrimoni misti (fra italiani e immigrati irregolari). Soprattutto nei confronti degli immigrati sono state articolate una serie di misure, (reato di clandestinità, divieto di matrimonio, divieto di avere un'abitazione, ostacoli per l'accesso alle cure mediche, all’abitazione e per il trasferimento dei fondi alle proprie famiglie) che attentano all'intima dignità inerente a ciascun membro della famiglia umana e sono destinate a fare terra bruciata intorno ad una popolazione di centinaia di migliaia di persone, aprendo una sconcertante caccia all'uomo. Queste misure persecutorie, per la loro gravità, superano persino quelle introdotte con le leggi razziali. Infatti le leggi razziali non sottraevano alle madri ebree i figli dalle stesse generate. L'Italia del 1938, sebbene piegata dalla dittatura fascista, non avrebbe mai potuto accettare un insulto così grave all'etica della famiglia, quale la scissione del suo nucleo fondamentale. Ed invece questo è proprio quello che succederà, attraverso il divieto imposto alla madri immigrate irregolari di fare dichiarazioni di stato civile. Non potendo essere riconosciuti, i figli saranno sottratti alle madri che li hanno generati e confiscati dallo Stato che li darà in adozione. Questa norma si pone al vertice delle misure discriminatorie del pacchetto sicurezza ed ha un grande valore simbolico, in quanto si tratta di una norma "ontologicamente ingiusta", che incarna un diritto completamente svincolato dalla giustizia. Adesso che con l’ultimo voto al Senato si è compiuto il percorso parlamentare di questo mostruoso provvedimento siamo arrivati su una soglia al di là della quale c’è una trasformazione irreversibile della natura della Repubblica. Se la giustizia viene espulsa dal diritto, cambia la natura del diritto e si verifica un cambiamento del regime politico. In questo modo verrebbe cancellata per sempre la lezione del Novecento. Però questo mostro non è ancora diventato legge. Le garanzie previste dai Costituenti consentono di correggere questi abusi. Per questo, Presidente Napolitano, ti chiediamo di non firmare, di non promulgare questa legge. Risparmia al nostro paese il disonore di aver reintrodotto in Europa le leggi razziali e tradito il sacrificio della resistenza.
(*) magistrato della Suprema Corte di Cassazione
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Il ritorno di don Rodrigo
di Domenico Gallo (*)
Giovanni, 30 anni, grafico pubblicitario di Gallarate, è fidanzato da due anni con Irina, una sua coetanea, dagli occhi azzurri e capelli biondi.
I due ragazzi hanno cominciato a convivere ed hanno già fissato la data del matrimonio per il mese di maggio del 2010. Irina è una ragazza ucraina, emigrata otto anni fa in Italia in cerca di lavoro. Dopo l’ultima sanatoria ha ottenuto un regolare permesso di soggiorno ed è stata assunta da un Supermercato.
Purtroppo sei mesi fa il Supermercato è fallito.
Irina ha perso il lavoro, proprio quando gli è scaduto il permesso di soggiorno, e non ha potuto ottenerne il rinnovo.
I due ragazzi hanno cominciato a convivere ed hanno già fissato la data del matrimonio per il mese di maggio del 2010. Irina è una ragazza ucraina, emigrata otto anni fa in Italia in cerca di lavoro. Dopo l’ultima sanatoria ha ottenuto un regolare permesso di soggiorno ed è stata assunta da un Supermercato.
Purtroppo sei mesi fa il Supermercato è fallito.
Irina ha perso il lavoro, proprio quando gli è scaduto il permesso di soggiorno, e non ha potuto ottenerne il rinnovo.
Mario ha 40 anni. E’ un impiegato bancario di Pesaro.
Dopo una serie di insuccessi sentimentali, ha trovato il grande amore della sua vita. Si è fidanzato con Josephine, una donna di Capoverde che ha conosciuto, come sua insegnante, ad un corso di merengue.
Josephine è venuta in Italia con un visto turistico poi è stata regolarizzata come badante da una famiglia italiana.
Quando la famiglia non ha avuto più bisogno di lei si è dedicata al ballo per il quale ha una passione innata ed ha cominciato ad organizzare corsi di danza.
Dopo la seconda scadenza non è riuscita ad ottenere il rinnovo del suo permesso di soggiorno.
Ernesto è un pensionato, ha 65 anni e vive a Napoli. Da quando sua moglie è deceduta per un tumore al seno è rimasto solo è si è molto intristito perché la coppia non aveva figli.
La sua vita è cambiata da quando ha conosciuto Natascia, una donna Moldava di 50 anni, divorziata, che da diversi anni vive in Italia, lavorando al nero per accudire gli anziani.
Ernesto e Natascia hanno deciso di contrarre matrimonio ed hanno già fissato la data delle nozze.Tuttavia queste tre coppie, come migliaia di altre coppie in Italia, hanno fatto i conti senza l’oste: non hanno preveduto il ritorno di Don Rodrigo.
“Questo matrimonio non s’ha da fare!” esclamò il principe conte, don Rodrigo, riferendosi al matrimonio fra Renzo e Lucia. Non c’è dubbio che “i promessi sposi” sono entrati nel DNA del popolo italiano, come il coro del Nabucco o l’inno di Mameli.
Dopo Alessandro Manzoni, il prototipo dell’ingiustizia più ingiusta e dell’esercizio più arbitrario del potere è rappresentato proprio dalla rottura di quel legame di coppia, che la religione consacra attraverso il matrimonio.
Quando, da ragazzi, studiavamo i Promessi Sposi tutto avremmo potuto immaginare tranne il ritorno di Don Rodrigo. Eppure è proprio quello che è successo con l’entrata in vigore della legge sulla sicurezza che il Presidente Napolitano ha promulgato, il 16 luglio, obtorto collo.Don Rodrigo si è reincarnato ed ha assunto le sembianze umane del Ministro dell’Interno Maroni.
A differenza di don Rodrigo, però, Maroni è molto più potente del suo predecessore. Se don Rodrigo voleva interdire un solo matrimonio, Maroni ne vuole interdire 10, 100, 1.000, come succederà non appena andrà in vigore la nuova legge sulla “sicurezza”.
Don Rodrigo aveva le sue ragioni per interdire il matrimonio: si era invaghito di Lucia. Ma quali sono le ragioni di Maroni?
E’ difficile che Maroni si sia invaghito di tutte le badanti, le colf, le ballerine e le donne delle pulizie che meditano di contrarre matrimonio in Italia. Ci deve essere un altro motivo. Ce lo dice lo stesso Maroni.
In una nota del Viminale è scritto che la legge mira a impedire i matrimoni di comodo. Un intento decisamente encomiabile, ma perché Maroni non ha fatto nulla per impedire il matrimonio fra Briatore e la Gregoraci?
Dopo una serie di insuccessi sentimentali, ha trovato il grande amore della sua vita. Si è fidanzato con Josephine, una donna di Capoverde che ha conosciuto, come sua insegnante, ad un corso di merengue.
Josephine è venuta in Italia con un visto turistico poi è stata regolarizzata come badante da una famiglia italiana.
Quando la famiglia non ha avuto più bisogno di lei si è dedicata al ballo per il quale ha una passione innata ed ha cominciato ad organizzare corsi di danza.
Dopo la seconda scadenza non è riuscita ad ottenere il rinnovo del suo permesso di soggiorno.
Ernesto è un pensionato, ha 65 anni e vive a Napoli. Da quando sua moglie è deceduta per un tumore al seno è rimasto solo è si è molto intristito perché la coppia non aveva figli.
La sua vita è cambiata da quando ha conosciuto Natascia, una donna Moldava di 50 anni, divorziata, che da diversi anni vive in Italia, lavorando al nero per accudire gli anziani.
Ernesto e Natascia hanno deciso di contrarre matrimonio ed hanno già fissato la data delle nozze.Tuttavia queste tre coppie, come migliaia di altre coppie in Italia, hanno fatto i conti senza l’oste: non hanno preveduto il ritorno di Don Rodrigo.
“Questo matrimonio non s’ha da fare!” esclamò il principe conte, don Rodrigo, riferendosi al matrimonio fra Renzo e Lucia. Non c’è dubbio che “i promessi sposi” sono entrati nel DNA del popolo italiano, come il coro del Nabucco o l’inno di Mameli.
Dopo Alessandro Manzoni, il prototipo dell’ingiustizia più ingiusta e dell’esercizio più arbitrario del potere è rappresentato proprio dalla rottura di quel legame di coppia, che la religione consacra attraverso il matrimonio.
Quando, da ragazzi, studiavamo i Promessi Sposi tutto avremmo potuto immaginare tranne il ritorno di Don Rodrigo. Eppure è proprio quello che è successo con l’entrata in vigore della legge sulla sicurezza che il Presidente Napolitano ha promulgato, il 16 luglio, obtorto collo.Don Rodrigo si è reincarnato ed ha assunto le sembianze umane del Ministro dell’Interno Maroni.
A differenza di don Rodrigo, però, Maroni è molto più potente del suo predecessore. Se don Rodrigo voleva interdire un solo matrimonio, Maroni ne vuole interdire 10, 100, 1.000, come succederà non appena andrà in vigore la nuova legge sulla “sicurezza”.
Don Rodrigo aveva le sue ragioni per interdire il matrimonio: si era invaghito di Lucia. Ma quali sono le ragioni di Maroni?
E’ difficile che Maroni si sia invaghito di tutte le badanti, le colf, le ballerine e le donne delle pulizie che meditano di contrarre matrimonio in Italia. Ci deve essere un altro motivo. Ce lo dice lo stesso Maroni.
In una nota del Viminale è scritto che la legge mira a impedire i matrimoni di comodo. Un intento decisamente encomiabile, ma perché Maroni non ha fatto nulla per impedire il matrimonio fra Briatore e la Gregoraci?
(*) magistrato Suprema Corte di Cassazione
venerdì 3 luglio 2009
CONTRO IL RITORNO DELLE LEGGI RAZZIALI IN EUROPA
Alla cultura democratica europea e ai giornali che la esprimono
Le cose accadute in Italia hanno sempre avuto, nel bene e nel male, una straordinaria influenza sulla intera società europea, dal Rinascimento italiano al fascismo. Non sempre sono state però conosciute in tempo. In questo momento c’è una grande attenzione sui giornali europei per alcuni aspetti della crisi che sta investendo il nostro paese, riteniamo, però, un dovere di quanti viviamo in Italia richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica europea su altri aspetti rimasti oscuri. Si tratta di alcuni passaggi della politica e della legislazione italiana che, se non si riuscirà ad impedire, rischiano di sfigurare il volto dell’Europa e di far arretrare la causa dei diritti umani nel mondo intero.Il governo Berlusconi, agitando il pretesto della sicurezza, ha imposto al Parlamento, di cui ha il pieno controllo, l’adozione di norme discriminatorie nei confronti degli immigrati, quali in Europa non si vedevano dai tempi delle leggi razziali.È stato sostituito il soggetto passivo della discriminazione, non più gli ebrei bensì la popolazione degli immigrati irregolari, che conta centinaia di migliaia di persone; ma non sono stati cambiati gli istituti previsti dalle leggi razziali, come il divieto dei matrimoni misti. Con tale divieto si impedisce, in ragione della nazionalità, l’esercizio di un diritto fondamentale quale è quello di contrarre matrimonio senza vincoli di etnia o di religione; diritto fondamentale che in tal modo viene sottratto non solo agli stranieri ma agli stessi italiani. Con una norma ancora più lesiva della dignità e della stessa qualità umana, è stato inoltre introdotto il divieto per le donne straniere, in condizioni di irregolarità amministrativa, di riconoscere i figli da loro stesse generati. Pertanto in forza di una tale decisione politica di una maggioranza transeunte, i figli generati dalle madri straniere irregolari diverranno per tutta la vita figli di nessuno, saranno sottratti alle madri e messi nelle mani dello Stato. Neanche il fascismo si era spinto fino a questo punto. Infatti le leggi razziali introdotte da quel regime nel 1938 non privavano le madri ebree dei loro figli, né le costringevano all’aborto per evitare la confisca dei loro bambini da parte dello Stato.Non ci rivolgeremmo all’opinione pubblica europea se la gravità di queste misure non fosse tale da superare ogni confine nazionale e non richiedesse una reazione responsabile di tutte le persone che credono a una comune umanità. L’Europa non può ammettere che uno dei suoi Paesi fondatori regredisca a livelli primitivi di convivenza, contraddicendo le leggi internazionali e i principi garantisti e di civiltà giuridica su cui si basa la stessa costruzione politica europea.È interesse e onore di tutti noi europei che ciò non accada. La cultura democratica europea deve prendere coscienza della patologia che viene dall’Italia e mobilitarsi per impedire che possa dilagare in Europa.A ciascuno la scelta delle forme opportune per manifestare e far valere la propria opposizione.
Roma, 29 giugno 2009
Andrea Camilleri, Antonio Tabucchi, Dacia Maraini, Dario Fo, Franca Rame, Moni Ovadia, Maurizio Scaparro, Gianni Amelio Continua...
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