martedì 25 luglio 2023


A VILNIUS LA NATO SI È PRESA IL MONDO


(Articolo pubblicato da “IL FATTO QUOTIDIANO” del 25 luglio 2023)

Achtung, achtung, achtung, lo dico in tedesco perché da bambino e c’era l’occupazione tedesca questa parola suonava come massimo allarme. Attenzione, ci stanno rubando il mondo. Credevamo di vivere in un mondo fatto di terre, culture, popoli  e valori diversi, uniti ma ciascuno al suo posto, distesi  come su una sfera, che il Papa chiama un poliedro; ed ecco che a Vilnius  trentatre signori e signore, tutti insieme intessuti in una bella foto di gruppo, si prendono il mondo, ma non tutto, lo riducono a una sola immagine, la loro, vi riconoscono solo i loro valori, lo riducono alla loro cultura, lo dotano di un’unica armata, lo chiamano “area euro-atlantica”, eppure va da mare a mare, dall’Atlantico all’Indo-Pacifico, all’ Australia, al Giappone, alla Nuova Zelanda, alla Corea del nord, e lo contrappongono ai nemici, agli scartati e ai senza nome, e dicono che questo è il mondo, il solo legittimato ad esistere e a vivere. E lo dicono in un documento di 33 pagine e 11.300 parole, nell’edizione inglese, che nessuno ha letto, nemmeno la Meloni, perché nessuno legge più tante parole e del resto nella giornata di Vilnius nemmeno ce ne sarebbe stato il tempo.

Tuttavia il documento che qualcuno ha recapitato al vertice NATO in Lituania non era una sorpresa, perché in realtà trasferiva e imputava ai 33 Stati membri dell’Alleanza e ai loro partner e complici, i dettati e le visioni dei due documenti, sulla strategia nazionale e la difesa nazionale degli Stati Uniti, pubblicati nell’ottobre scorso dalla Casa Bianca e dal Pentagono. Da Washington a Vilnius infatti tutto torna, tutto vale per l’America e per la sua “impareggiabile” Corte: gli stessi nemici, la Russia, la Cina, l’Iran, la Corea del Nord, il “terrorismo”, la stessa vittima che unifica tutti intorno all’altare del sacrificio, l’Ucraina, la stessa determinazione all’uso anche per primi dell’arma nucleare perché la deterrenza non basta più, la stessa idea che il vecchio concetto di difesa è superato, perché oggi con le armi della guerra non si decidono solo le guerre, ma le alternative di ogni tipo, la gestione delle crisi, le politiche industriali, l’economia, il clima,  i temi della “sicurezza umana”, perfino la questione dell’uguaglianza di genere e la partecipazione delle donne: tutto ha a che fare con la NATO, il nuovo sovrano, perché il suo approccio è “a 360 gradi” e i suoi tre compiti fondamentali, “deterrenza e difesa, prevenzione e gestione delle crisi e sicurezza cooperativa”, devono essere adempiuti con assoluta discrezionalità: “risponderemo a qualsiasi minaccia alla nostra sicurezza come e quando lo riterremo opportuno, nell'area di nostra scelta, utilizzando strumenti militari e non militari in modo proporzionato, coerente e integrato”; e, come pare, a decidere nell’emergenza (ma questo non è stato scritto) può essere anche il generale comandante della NATO senza interpellare “la struttura”; insomma c’è il nucleare libero all’esercizio.

Vilnius decreta quindi lo stato del mondo. Dopo la rimozione del muro di Berlino sembravano maturi i tempi per fare della intera comunità umana un soggetto costituente, una “Costituente terra” per instaurare un costituzionalismo mondiale; ed eccola ora questa Costituzione della Terra, ammannita per grazia, “octroyée”, direbbero i francesi, e questa Costituzione è la guerra, è il sistema di guerra, e la Terra ne è il poligono di tiro, prima che il campo di battaglia.

C’è però una difficoltà: questo non è l’assetto scontato del mondo, nonostante le filosofie che della guerra fanno uno stato di natura e della pace invece un artificio, e le opinioni pubbliche non sono affatto inclini a prendere la guerra come norma, come ambiente in cui vivere, e tanto meno la vogliono i viziati dal benessere, i “giovani da divano”, come li chiama papa Francesco. Dunque perché si persuadano alla guerra, bisogna che la guerra ci sia, fin sulla soglia di casa, se no non può farsi, politicamente ed emotivamente “ambiente di sicurezza”, sistema e struttura. Questo spiega perché la guerra d’Ucraina non deve finire mai, e il vertice di Vilnius ha perfettamente stabilito questo presupposto.

L’Ucraina è stata totalmente integrata nella NATO, ma bisogna far finta che non lo sia, per non costringere la Russia a usare l’arma nucleare; Putin accusa il colpo, deve stare al gioco, e si dice “pronto a trattare separatamente le garanzie di sicurezza dell’Ucraina, ma non nel contesto della sua adesione alla NATO”. E a Vilnius si assicura che questo non avverrà, che l’Ucraina entrerà nella NATO solo a guerra finita, ed è la ragione per cui essa, come Biden ha voluto fin dal principio, non deve avere fine; e Zelensky dopo la prima arrabbiatura che gli è valsa l’accusa di “ingratitudine” da parte del ministro della difesa inglese, è passato all’incasso ed ha lietamente manifestato il suo entusiasmo.

A scanso di equivoci, per rassicurare i suoi lettori ha spiegato tutto il Corriere della Sera, dando la parola al colonnello dello stato maggiore ucraino e analista militare Oleg Zhdanov: “negli ultimi 16 mesi noi ci siamo integrati nella macchina militare atlantica come mai avremmo neppure sognato prima del 24 febbraio 2022; pur non appartenendo ufficialmente alla NATO ormai il 90 per cento delle nostre procedure militari segue i parametri NATO. ma c’è di più, ormai la metà dei nostri armamenti sono NATO, i circa 40.000 uomini pronti a sfondare le linee russe sono vestiti, armati, trasportati, addestrati dalla NATO; perfino le loro armi personali sono state fornite dagli alleati”, e via enumerando: “i carri armati tedeschi Leopard 2, i gipponi Humvee americani o i corazzati Bradley e Strykes, decine di tipi diversi di blindati  trasporto truppe, i cannoni francesi a lunga gittata Caesar o quelli USA M777, i lanciarazzi americani Himars, gli obici semoventi  Krab polacchi”, tutto corredato da assistenza, pezzi di ricambio, personale specializzato, con una catena di interscambio e cooperazione  nel lungo periodo, anche se “è difficile dire quando l’Ucraina entrerà nella NATO, forse mai”. E a questo punto il Corriere passa la parola a Biden che dice che la Russia ha già perso, ed è spavaldamente certo che non userà l’atomica.

E questa è la vera novità: l’arma nucleare non è più un tabù, gli Stati Uniti e l’”Occidente allargato” ne sono così dotati, che nessun avversario o “competitore strategico” oserà mai ricorrervi, questo è il calcolo irresponsabilmente considerato a somma zero, che fonda lo stato di guerra permanente, il gendarme universale. C’è un rovesciamento: l’arma nucleare che durante tutto lo scontro tra i blocchi è stata la garanzia che la guerra non ci sarebbe stata, oggi è la garanzia che mette in sicurezza la guerra che c’è e quelle che ci saranno domani.  Per come è descritta in questi documenti “la postura nucleare” è la norma di chiusura della Costituzione della Terra, che permette tutte le guerre “convenzionali” ma anche “ibride” (comprese quelle cyber e spaziali). da fare direttamente o per procura in tutto il mondo, è questo il suo articolo 11, che ripudia la pace.

. Tutto questo vuol dire che la nuova Alleanza atlantica non ha più niente a che fare con quel Trattato di Washington istitutivo della NATO che De Gasperi tenacemente volle per l’Italia e a cui Dossetti si oppose. Ciò vuol dire che questa Alleanza e questa guerra italiana contro “il resto del mondo” non ha copertura né politica né parlamentare, e dunque va discussa nelle piazze e portata alla ratifica del Parlamento. Vogliono il governo e il Parlamento che l’Italia sia nemica della Russia e pronta a combattere contro la Cina? Vogliono il governo e il Parlamento impegnarsi a destinare alle armi non solo il 2 per cento, ma più del 2 per cento del PIL? Vogliono che nella spesa per la difesa il 20 per cento sia riservato alla ricerca e sviluppo? Vogliono dipendere da un semplice generale, nemmeno dal presidente degli Stati Uniti, per essere gettati in una guerra nucleare? Vogliono che a pochi metri da noi, nel cuore dell’Europa, sia istituita una guerra che non deve finire mai? Dovrebbero deciderlo proprio in nome della sovranità. Ma del popolo.


  

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giovedì 20 luglio 2023

 IL SOVRANO UNIVERSALE

Dal vertice di Roma del novembre 1991 quando la NATO decise di volgersi ad opere di pace a quello di Washington dell’aprile 1999 in piena guerra jugoslava, e  a quelli  successivi, ogni riunione apicale della NATO ha segnato un cambiamento di fase. . Ma il vertice di Vilnius dell’11 luglio ha segnato un cambiamento d’epoca. E che questo non sia solo programmato, ma già stabilito , e consista nell’istituzione di un sovrano universale,   lo veniamo a sapere dal comunicato stampa diramato a conclusione del vertice. I comunicati stampa danno notizia non di cose che verranno ma di cose già avvenute, e di queste, a Vilnius, ben oltre la pura e semplice informazione sull’evento, ne sono state registrate molte: si tratta infatti di un “comunicato” che in inglese consta di 33 pagine e 13.289 parole. Nessuno lo conosce perché, al di là delle decisioni sull’Ucraina,  non è stato pubblicato sui giornali, perciò ve lo riferiamo  qui.

Il comunicato sostanzialmente è,  con i dovuti adattamenti,  la ricezione e la condivisione da parte di tutti gli Stati membri della NATO (ci siamo anche noi) delle due dichiarazioni di intenti americane sul mondo prossimo venturo, emanate dalla Casa Bianca e dal Pentagono nell’ottobre scorso, la “Strategia della sicurezza nazionale” e la “Strategia della difesa nazionale” degli Stati Uniti.  E il cambiamento d’epoca consiste in questo, che si chiude il lungo periodo storico in cui la guerra, secondo il detto di Eraclito (VI sec. a. C.), è stata sovrana del mondo, “re e padre di tutte le cose”, e se ne apre  un altro in cui la guerra istituisce come suo vicario un sovrano universale che mediante la guerra governa il mondo come se il uo fosse fosse l’unico mondo, conformato a un sistema di guerra e fatto a sua immagine. Questo sovrano, ed è questa la novità di Vilnius, non sono gli Stati Uniti, come una facile polemica sosteneva fin qui,  ma è, con gli Stati Uniti, “l’impareggiabile rete di alleanze e partner dell’America”, come viene chiamata, altrimenti detta “area euro-atlantica” o “Occidente allargato”. Questa area è formata anzitutto dai 33 Stati membri dell’Alleanza riunitisi a Vilnius, che con la Finlandia e ben presto la Svezia si attestano ormai molti “centimetri quadrati” più a Est dei territori originari, e non si arresta ai confini della Russia,  ma abbraccia la Georgia, la Repubblica di Moldova, la Bosnia Erzegovina, Israele e  si proietta nell’altro emisfero, attraendo nella  sua orbita l’altro mare, l’Indo-Pacifico, fino all’Australia, alla Nuova Zelanda, al Giappone, alla Corea del Sud,  i cui capi erano pure convocati e presenti a Vilnius e altri che verranno in futuro..

Gli Stati che formano il corpo di questo sovrano non hanno in comune né lingua, né costumi, né religioni , né ordinamenti;  la sola cosa che  li unisce è il vincolo  militare, e il sistema di cui si fanno eredi  e che rendono perpetuo è  un sistema di dominio e di guerra. Tale sistema, che deve sussistere anche in “tempo di pace”, ha bisogno comunque che una guerra ci sia, che la guerra se ne faccia “costituente”. Il vertice di Vilnius riconosce questa funzione alla guerra d’Ucraina, per la quale viene attivato un meccanismo tale per cui essa non deve finire mai, e comunque non col negoziato, secondo il dettato di Kiev; ed il meccanismo è questo: l’Ucraina è pienamente integrata nella NATO, già è realizzata  l’”interoperabilità” tra le sue Forze Armate e quelle della NATO, e questa la riempie di armi, fino alle bombe a grappolo e ai missili a lunga gittata o ad uranio impoverito, però essa non deve essere oggi nella NATO, perché questo vorrebbe dire la guerra tra l’America e almeno gli Stati europei dell’Alleanza  contro  la Russia, cosa che nessuno vuol fare, per non costringere Putin a usare l’atomica; si assicura però che l’ingresso anche formale dell’Ucraina nell’Alleanza avverrà appena la guerra sia finita e la democrazia del Paese comprovata, ed è per questo che la guerra non deve finire. È una finzione, di  quelle così  care al potere e alla ragion di Stato, ma anche la Russia deve stare al gioco.

La guerra d’Ucraina ha dunque una feroce veste militare e una funzione politica, serve ai fini di una persuasione di massa di un’opinione pubblica renitente, perciò ha una così straordinaria copertura mediatica, come l’hanno avuta solo la prima guerra del Golfo e quella del Vietnam,  e in casa nostra la lunga agonia di Moro, per convincere tutti che la guerra si deve fare, col nemico non si tratta, che c’è sempre una  vittima ma è per il bene di tutti, e questa è la cosa buona e giusta da fare; e la sovranità così innalzata sul trono è piena di valori, dei “nostri valori”, in continuità con la dismessa, vecchia “cristianità”.

Secondo il “comunicato stampa”  tutto ciò è già storia in atto, non una nuova storia da imporre. Ma è così? Il nostro governo lo sa? Il Parlamento lo ha deliberato? Il Presidente della Repubblica lo ha promulgato? In realtà quanto a legittimazione democratica siamo ancora solo alla firma e alla ratifica parlamentare del Patto atlantico del 1949.

Non è vero che di tutto ciò ci sia solo da prendere atto. C’è un altro rovesciamento da fare, dobbiamo deporre ogni preteso sovrano universale dal trono e fare sovrana la pace. È lei la madre e “il” re di tutte le cose. È lei che deve farsi soggetto costituente, che deve essere fatta sistema. Alla politica, interna e internazionale, il compito di provvedervi. 

IL SOVRANO UNIVERSALE

Dal vertice di Roma del novembre 1991 quando la NATO decise di volgersi ad opere di pace a quello di Washington dell’aprile 1999 in piena guerra jugoslava, e  a quelli  successivi, ogni riunione apicale della NATO ha segnato un cambiamento di fase. . Ma il vertice di Vilnius dell’11 luglio ha segnato un cambiamento d’epoca. E che questo non sia solo programmato, ma già stabilito , e consista nell’istituzione di un sovrano universale,   lo veniamo a sapere dal comunicato stampa diramato a conclusione del vertice. I comunicati stampa danno notizia non di cose che verranno ma di cose già avvenute, e di queste, a Vilnius, ben oltre la pura e semplice informazione sull’evento, ne sono state registrate molte: si tratta infatti di un “comunicato” che in inglese consta di 33 pagine e 13.289 parole. Nessuno lo conosce perché, al di là delle decisioni sull’Ucraina,  non è stato pubblicato sui giornali, perciò ve lo riferiamo  qui.

Il comunicato sostanzialmente è,  con i dovuti adattamenti,  la ricezione e la condivisione da parte di tutti gli Stati membri della NATO (ci siamo anche noi) delle due dichiarazioni di intenti americane sul mondo prossimo venturo, emanate dalla Casa Bianca e dal Pentagono nell’ottobre scorso, la “Strategia della sicurezza nazionale” e la “Strategia della difesa nazionale” degli Stati Uniti.  E il cambiamento d’epoca consiste in questo, che si chiude il lungo periodo storico in cui la guerra, secondo il detto di Eraclito (VI sec. a. C.), è stata sovrana del mondo, “re e padre di tutte le cose”, e se ne apre  un altro in cui la guerra istituisce come suo vicario un sovrano universale che mediante la guerra governa il mondo come se il uo fosse fosse l’unico mondo, conformato a un sistema di guerra e fatto a sua immagine. Questo sovrano, ed è questa la novità di Vilnius, non sono gli Stati Uniti, come una facile polemica sosteneva fin qui,  ma è, con gli Stati Uniti, “l’impareggiabile rete di alleanze e partner dell’America”, come viene chiamata, altrimenti detta “area euro-atlantica” o “Occidente allargato”. Questa area è formata anzitutto dai 33 Stati membri dell’Alleanza riunitisi a Vilnius, che con la Finlandia e ben presto la Svezia si attestano ormai molti “centimetri quadrati” più a Est dei territori originari, e non si arresta ai confini della Russia,  ma abbraccia la Georgia, la Repubblica di Moldova, la Bosnia Erzegovina, Israele e  si proietta nell’altro emisfero, attraendo nella  sua orbita l’altro mare, l’Indo-Pacifico, fino all’Australia, alla Nuova Zelanda, al Giappone, alla Corea del Sud,  i cui capi erano pure convocati e presenti a Vilnius e altri che verranno in futuro..

Gli Stati che formano il corpo di questo sovrano non hanno in comune né lingua, né costumi, né religioni , né ordinamenti;  la sola cosa che  li unisce è il vincolo  militare, e il sistema di cui si fanno eredi  e che rendono perpetuo è  un sistema di dominio e di guerra. Tale sistema, che deve sussistere anche in “tempo di pace”, ha bisogno comunque che una guerra ci sia, che la guerra se ne faccia “costituente”. Il vertice di Vilnius riconosce questa funzione alla guerra d’Ucraina, per la quale viene attivato un meccanismo tale per cui essa non deve finire mai, e comunque non col negoziato, secondo il dettato di Kiev; ed il meccanismo è questo: l’Ucraina è pienamente integrata nella NATO, già è realizzata  l’”interoperabilità” tra le sue Forze Armate e quelle della NATO, e questa la riempie di armi, fino alle bombe a grappolo e ai missili a lunga gittata o ad uranio impoverito, però essa non deve essere oggi nella NATO, perché questo vorrebbe dire la guerra tra l’America e almeno gli Stati europei dell’Alleanza  contro  la Russia, cosa che nessuno vuol fare, per non costringere Putin a usare l’atomica; si assicura però che l’ingresso anche formale dell’Ucraina nell’Alleanza avverrà appena la guerra sia finita e la democrazia del Paese comprovata, ed è per questo che la guerra non deve finire. È una finzione, di  quelle così  care al potere e alla ragion di Stato, ma anche la Russia deve stare al gioco.

La guerra d’Ucraina ha dunque una feroce veste militare e una funzione politica, serve ai fini di una persuasione di massa di un’opinione pubblica renitente, perciò ha una così straordinaria copertura mediatica, come l’hanno avuta solo la prima guerra del Golfo e quella del Vietnam,  e in casa nostra la lunga agonia di Moro, per convincere tutti che la guerra si deve fare, col nemico non si tratta, che c’è sempre una  vittima ma è per il bene di tutti, e questa è la cosa buona e giusta da fare; e la sovranità così innalzata sul trono è piena di valori, dei “nostri valori”, in continuità con la dismessa, vecchia “cristianità”.

Secondo il “comunicato stampa”  tutto ciò è già storia in atto, non una nuova storia da imporre. Ma è così? Il nostro governo lo sa? Il Parlamento lo ha deliberato? Il Presidente della Repubblica lo ha promulgato? In realtà quanto a legittimazione democratica siamo ancora solo alla firma e alla ratifica parlamentare del Patto atlantico del 1949.

Non è vero che di tutto ciò ci sia solo da prendere atto. C’è un altro rovesciamento da fare, dobbiamo deporre ogni preteso sovrano universale dal trono e fare sovrana la pace. È lei la madre e “il” re di tutte le cose. È lei che deve farsi soggetto costituente, che deve essere fatta sistema. Alla politica, interna e internazionale, il compito di provvedervi.

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lunedì 17 luglio 2023

 LA CHIESA DI BETTAZZI


Il bello di una lunga vita è che molti, in tempi e in luoghi diversi, ne godono i frutti, quando quella vita è ricca di valori civili, di ispirazioni religiose e traboccante di amore. Così è stato della vita di Luigi Bettazzi, che è stato davvero un vescovo della Chiesa di tutti, e della Chiesa dei poveri, e soprattutto dei pacifici e degli assetati di giustizia. E così egli ha seminato e lasciato ricordi straordinari in tanti e in molte occasioni per quasi 100 anni.  

C’è chi lo ricorda, giovane e anche bello, fraterno e accogliente, maestro ed amico, come Assistente ecclesiastico della FUCI, la Federazione degli universitari cattolici italiani, famosa per aver formato personalità straordinarie e preziosi protagonisti della prima Italia repubblicana, a cominciare da Moro.

C’è chi lo ricorda come vescovo ausiliare di Bologna  in quel tempo magico che visse la Chiesa bolognese, la Chiesa del cardinale Lercaro, di don Dossetti, dell’ “Avvenire d’Italia”, del   Centro di studi religiosi di Pino Alberigo e Paolo Prodi. A quel titolo fu tra i più giovani vescovi del Vaticano II: e lì parlò per la pace, ed ebbe il coraggio di levarsi in san Pietro per chiedere ai Padri conciliari, contro ogni prudenza ecclesiastica, di procedere alla canonizzazione conciliare di papa Giovanni XXIII, e farlo santo per acclamazione, senza miracoli e senza processi canonici, perché un papa così ancora non si era mai visto, e proprio quel Concilio ne era il lascito più prezioso per la Chiesa e per il mondo.

Finito  il Concilio mons. Bettazzi fu ancora accanto a Lercaro, prima che l’arcivescovo bolognese fosse deposto per aver rivendicato la profezia della Chiesa, piuttosto che la neutralità, contro la guerra del Vietnam.

E poi fu vescovo di Ivrea, dove fu mandato per i suoi meriti, ma anche per lasciare il posto a Bologna al cardinale Poma incaricato di normalizzare la Chiesa italiana dopo gli ardimenti del Concilio.

E chi, tra i compagni che furono con lui e con don Albino Bizzotto in quella sorta di staffetta per la pace che fu fatta nel 1992 per rompere l’assedio di Sarajevo durante la guerra jugoslava, non lo ricorda a proclamare  che era possibile la pace tra serbi e bosniaci, , musulmani e cristiani, cattolici e ortodossi?

È stato un vescovo dei poveri e dei pacifici, degli intellettuali e dei piccoli, presidente di Pax Christi e militante di base quando c’era da lottare e testimoniare per la pace: e l’ultima volta lo ricordiamo a dire, rispondendo all’appello di Michele Santoro, che non è contro l’aggressione chi alla violenza oppone un’altra violenza, e che dalla guerra di Ucraina si doveva uscire con la diplomazia e mettendosi in mezzo ai contendenti per farli riconciliare nella pace.

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giovedì 13 luglio 2023

 FINE PENA MAI

Qualcuno deve dire all’America, per il rispetto che le si deve e anche per l’amore di molti, che sta sbagliando completamente politica e con le scelte che fa non solo perde la sua leadership ma rischia la rovina anche per sé, proprio in ciò che essa è e crede di essere.
A Vilnius si è tenuto il vertice della NATO, che ha accolto la Finlandia e dato il benvenuto alla Svezia nell’Alleanza. Alla Russia sono state dettate condizioni di resa, fin sulla soglia, che si è stati però ben attenti a non oltrepassare, di una dichiarazione di guerra. All’Ucraina, cui si assegna il compito di sconfiggere la Russia, sono stati promessi ponti d’oro per la completa integrazione nella NATO, giunta peraltro già alla conclamata “interoperabillità” tra le relative Forze Armate, inclusa una perenne fornitura di armi, beffardamente definite “non letali”. Tutto ciò con la spensierata idea che non si rischi in tal modo la guerra mondiale.
Andando a Vilnius, il presidente Biden in un’intervista alla CNN ha detto che, finché c’è la guerra, l’Ucraina non può entrare nella NATO, perché ciò significherebbe entrare tutti in guerra con la Russia, e anzi, con l’Ucraina nella NATO “se la guerra è in corso, allora siamo tutti in guerra con la Russia”.
Questa è una cosa che tutti sapevano, ma che nessuno aveva osato dire in modo così perentorio, e ora a un anno e mezzo dall’inizio della guerra dà clamorosamente ragione a Putin che proprio per questo l’ha fatta, per non trovarsi in guerra con gli Stati Uniti e tutto “l’Occidente allargato” una volta che la NATO fosse giunta ad inglobare l’Ucraina. È chiaro infatti che una guerra di tale natura avrebbe segnato la fine della Russia, e messo a rischio l’America. Dunque Putin ha fatto un favore anche a Biden, che ricambia, - questo putiniano! - dicendo che l’Ucraina “non è pronta” a questo ingresso, “perché ci sono altri requisiti che devono essere soddisfatti inclusa la democratizzazione” (Putin più brutalmente l’ha chiamata “denazificazione”), che è l’altra ragione dell’invasione. Da qui l’ira di Zelensky, lasciato da solo ad officiare il sacrificio.
Nello stesso tempo Biden , ribadendo che, finita la guerra, le porte della NATO saranno “aperte” all’Ucraina, ha istituito la condizione per la quale questa guerra non deve finire mai, perché in tal caso la Russia di nuovo rischierebbe la fine, e dunque finché la NATO è NATO, e l’Ucraina confina con la Russia, mai più potrà esserci pace in Europa. Se questa è la pena inflitta all’Ucraina, il fine pena non arriverà mai.
Il fatto è che Biden, mentre vuole la guerra in Ucraina senza fine, tant’è che ora le manda perfino le bombe a grappolo ed intende continuare a fornirle “armi e sicurezza come gli USA insieme agli alleati fanno per Israele” non vuole affatto entrare in guerra con la Russia perché sa benissimo che questa sarebbe la fine anche per gli Stati Uniti; e se c’è una costante della politica dell’America attraverso tutti i suoi presidenti e nel passaggio da un’epoca all’altra, dalle guerre mondiali del Novecento alla guerra fredda alla guerra “a pezzi” di oggi, è che la guerra contro la Russia in nessun modo si deve fare, Cuba docet. E tuttavia l’attuale programmazione americana, espressa nei documenti scritti della Casa Bianca e del Pentagono dell’ottobre scorso, contempla che entro il decennio la Russia deve essere messa fuori gioco per poi passare alla sfida finale con la Cina.
Mettendo insieme tutti i postulati di questo teorema, ne viene fuori il seguente risultato: la Russia deve essere debellata ma non con la guerra a campo largo, l’Ucraina deve continuare a combattere a questo scopo in nome e per conto altrui, perché non fa problema la sua fine; la NATO, è fatta per la guerra e a tale scopo armata fino ai denti e fonte di spese militari e profitti infiniti distolti da altri necessari e nobili scopi, ma l’unica cosa che non può fare è la grande guerra; e se con la Russia gli Stati Uniti non possono né vogliono fare la guerra, tanto meno la faranno entro il decennio contro la Cina, nonostante la “sfida culminante” annunciata oggi a tutte lettere contro di lei .
E il mondo, e noi? Noi e il mondo dovremmo stare a guardare tranne che questo meccano fatto di contraddizioni, perversità e algoritmi non imploda, per imprevedibili e perciò incontrollabili eventi, e tutto finisca nell’Armageddon.
Per questa ragione glielo dobbiamo dire all’America, che la sua politica è del tutto insensata. Glielo dobbiamo dire se le siamo alleati, se siamo la civiltà e perfino la religione che l’hanno data alla luce. Possiamo anche ammettere che il suo movente non sia quello di voler dominare il mondo come un unico Impero, ma sia l’ossessione della sua sicurezza in un mondo giudicato come pericoloso e cattivo, da dover tenere perciò sotto scacco, nella memoria storica manichea dei Padri pellegrini e del West. Ma dobbiamo dire all’America che ci sono più cose in cielo e in terra che non nell’”American heritage”, che ci sono altri modi di stare al mondo che armarsi fino ai denti e schierarsi nella lotta del Bene contro il Male. Lo dobbiamo dire all’America: “no, non così”, se le siamo amici, perfino se siamo disposti ad accettarne la leadership, ma per fare migliore il mondo, non per distruggerlo.
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venerdì 7 luglio 2023

DIRITTO E STRAGI


 Un appello al governo perché la smetta di inviare armi e imbocchi invece la via della pace è stato fatto da quanti hanno partecipato a un incontro su “Guerra o pace?” tenutosi il 30 giugno alla  Biblioteca del Senato. Nello stesso tempo “la Repubblica” ha  pubblicato “a caratteri di scatola”, come si diceva una volta: “Bombe italiane per Kiev”.

Ma qui nasce un problema. Qual è la natura di queste  bombe? E come si definisce il fatto di mandarle? Trattandosi di bombe e proiettili, e non di armi antiaeree, si tratta di arnesi non ordinati a sventare una minaccia, ma di armi di combattimento, intese all’annientamento, alla ritorsione o vendetta sul nemico. Il loro scopo è ovviamente di distruggere e uccidere. E come si qualifica questa azione? Non poniamo qui  la questione sul piano morale, estraneo purtroppo all’attuale discorso comune, ma sul piano fattuale e giuridico. 

Sul piano fattuale si tratta ovviamente di una violenza indiscriminata, comunque motivata, contro cose e persone. Sul piano giuridico, fino alla Carta dell’ONU che ha messo fuori legge la guerra, era un’azione perfettamente legittima, perché il distruggere e l’uccidere – a parte gli eccessi configurabili come crimini di guerra, di cui però non sempre si tiene conto, come per esempio fu a Hiroshima e Nagasaki – era giustificato e promosso dallo stesso diritto di guerra. Ma anche oggi molti Stati si comportano come se quel diritto ancora esistesse e considerano le guerre che fanno come legittime, eroiche e salutari, e  su loro istigazione anche le opinioni pubbliche purtroppo se ne fanno persuase. Tuttavia perché questo distruggere e uccidere possa ancora essere pensato come eroico e legittimo, bisogna che la guerra ci sia, che vi si sia effettivamente e pubblicamente coinvolti, se non addirittura che sia “dichiarata”. Altrimenti, come è stabilito fin dalla nascita del diritto pubblico e dello Stato moderno, l’uso non autorizzato della violenza e della forza è un crimine, un reato di lesioni, di omicidio o di strage. Dunque è una ignominia e un peccato grave anche se commesso da persone giustissime e miti, di cui la guerra è il grande lavacro. È così che lo racconta Joseph De Maistre, il mistico della guerra: “al primo segnale, il giovane più amabile, educato all’orrore per la violenza e per il sangue, lascia la casa paterna e corre, armi alla mano, a cercare sul campo di battaglia colui che egli chiama ‘nemico’, senza neppur sapere cos’è un nemico. Il giorno prima si sarebbe sentito in colpa se avesse schiacciato per caso il canarino della sorella; il giorno dopo lo vedete salire su un mucchio di cadaveri ‘per vedere più lontano’, come diceva Charron. Il sangue che sgorga da ogni parte gli serve da sprone per spargere il suo e quello altrui, egli si infiamma gradatamente fino a raggiungere ‘l’entusiasmo per il massacro’”. Per questa ragione i soldati americani che combatterono in Vietnam, anche se autori della strage di Mỹ Lai sono circonfusi di gloria e sepolti nel cimitero di Arlington, mentre i ragazzi che comprano il fucile e uccidono nel cortile della scuola sono assassini, e Biden si indigna perché il congresso non proibisce che si vendano loro le armi. 

Dunque è la guerra che “giustifica”. Ma l’Italia non è in guerra, anzi, secondo il politicamente corretto “la Russia non è il nemico”. Dunque se mandiamo le armi per uccidere siamo mandanti di omicidio e di strage, ai sensi del diritto vigente, come i capomafia che ordinano i delitti a distanza. Certo, la nostra presidente del Consiglio, nonostante qualche tono alto, non ha entusiasmo per il massacro, ma l’Italia e mezzo mondo che senza guerra concorrono alle reciproche stragi in Ucraina (si parla già di 330.000 morti, 200.000 russi e 130.000 ucraini) anche senza entusiasmo il massacro lo fanno.

Se poi si dice che a legittimare il massacro, anche senza guerra, è la politica (o una maggioranza eletta in buona e debita forma) vuol dire che non c’è più differenza tra guerra e politica, non si può più distinguere tra tempo di pace e tempo di guerra; ma allora è tutto il mondo sbagliato, e anzi gloriosamente perverso. 


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venerdì 30 giugno 2023

 

Soldati per denaro, la guerra come prodotto

 

C’è stato un ammutinamento in Russia della milizia privata detta “Wagner” e tutto il mondo ha tenuto il fiato sospeso. E se il Paese sprofonda nell’anarchia? E se le armi nucleari finiscono in mani irresponsabili? Ma questa improvvisa  variante della guerra in Ucraina è durata solo un giorno, perché il sistema in Russia si è rivelato ben più solido di quanto in Occidente si scrivesse  o si sperasse, e i ribelli si sono pentiti e hanno pensato bene di “non spargere sangue russo”.  Sicché la ribellione della Wagner  si è conclusa in negativo per  il soldataccio  Prigozhin e per i Servizi  occidentali che, se pur era vera  la vanteria che sapessero tutto già prima, non hanno saputo come muoversi  e che fare; si è risolta invece  in positivo per Putin che avrebbe potuto fermare a cannonate il convoglio mercenario sull’autostrada per Mosca, e ha invece ben calcolato i rischi preferendo la soluzione politica (con i terroristi dunque si tratta!) ed evitando la guerra civile. Contro le affrettate profezie di un collasso della Russia e di una sua débacle  militare,  la controffensiva ucraina non ha tratto dalla crisi alcun vantaggio e la guerra  è continuata tale e quale.

Piuttosto l’avventura della Wagner ha acceso i riflettori sulla piaga degli eserciti  mercenari  e dei “contractors” che hanno  sostituito gli eserciti di leva. Il pacifismo in Occidente ha salutato come una sua vittoria la rinunzia degli Stati alla coscrizione obbligatoria, ma in realtà è stata la vittoria dei guerrafondai che, scottati dall’esperienza del Vietnam (le cartoline precetto bruciate nei campus universitari) e dalla legittimazione dell’obiezione di coscienza, hanno realizzato che non potevano più fidarsi  dell’esercito di popolo e del suo gratuito amore per la Patria e hanno optato per la prostituzione alla guerra e l’acquisto delle prestazioni militari per denaro. In tal modo sempre più alla guerra sono venuti meno gli alibi ideali (e i comportamenti sognati dalle Convenzioni di Ginevra) e sempre più essa  si è resa  intrinseca al denaro. Come tutta la realtà assoggettata dal capitalismo alla legge della cosa, la guerra è diventata un prodotto, e gli uomini e le donne alle armi sono diventati il producibile, non solo a profitto delle industrie e del mercato delle armi, ma anche in funzione delle guerre da combattere e del bottino e dei morti da scambiare tra le parti in conflitto. Sarebbe proprio questo oggi il punto d’arrivo del Nomos, del diritto, che secondo Carl Schmitt sarebbe sorto in origine  sottoponendo tutta la realtà a una  legge di appropriazione, divisione, produzione, instaurando il dominio delle cose, e del prodotto, sull’uomo.

In tal modo il sistema di dominio e di guerra a cui, a partire dal grande evento politico della rimozione del muro di Berlino, è stato conformato l’ordine internazionale  e resa schiava la stessa condizione umana sulla Terra (ricordiamo il ministro che durante la guerra del Golfo spiegò alla Camera che ormai non si poteva più distinguere il tempo di guerra dal tempo di pace), si è istituzionalizzato e dotato di tutte le garanzie per non essere messo in discussione e contestato in democrazia sulle singole guerre da fare.

Paradossalmente se oggi si  vuole lottare  per la pace e il ripudio del sistema di guerra, bisognerebbe lottare per il ripristino del servizio militare obbligatorio, tale però da essere finalizzato alla creazione di eserciti  atti a difendere,  e non solo con le armi,  non semplicemente “la Patria”, ma molti beni comuni di cui constano le Patrie;  e potrebbero queste Forze Armate non essere sempre con le armi al piede, come fu per  la missione militare italiana che alla caduta di Hoxha si recò senza armi in soccorso all’Albania e non per caso fu chiamata “Pellicano”.  E con la coscrizione obbligatoria potrebbe perfino tornare l’obiezione di coscienza a cui in Italia, unico Paese al mondo, la legge riformata che fu elaborata in Parlamento dal Gruppo Interparlamentare (e interpartitico) per la Pace (GIP) diede il nome, in positivo, di “obbedienza alla coscienza”.

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mercoledì 7 giugno 2023

 LA RICONQUISTA E LA DIGA

Una proposta di pace per l’Ucraina è venuta da quel Sud del mondo che guarda con sgomento le strategie di guerra e di dominio dei Paesi del Nord e dell’Occidente, e avanza invece la visione di un nuovo ordine multipolare. In un “summit” a Singapore sulla sicurezza nella regione dell’Indo-Pacifico, tale proposta è stata formulata dall’Indonesia, che insieme al Brasile, alla Cina, ad altri Paesi del Sud e alla Santa Sede hanno mantenuto la lucidità e la magnanimità di cercare alternative alla guerra.
Il piano indonesiano prevede un immediato “cessate il fuoco”, il ritiro delle truppe russe ed ucraine di 15 chilometri per parte, il territorio così smilitarizzato presidiato da forze di pace delle Nazioni Unite e nei territori contesi un referendum indetto dall’ONU per accertare la volontà delle popolazione interessate sul loro futuro.
Illustrando la sua proposta il ministro della Difesa indonesiano ha detto che misure di questo tipo si sono mostrate efficaci nel corso della storia, come in Corea, dove certo non si è raggiunta una soluzione definitiva, ma “da cinquant’anni abbiamo almeno un po’ di pace, che è molto meglio della distruzione e della morte di persone innocenti”: concetti questi fruibili anche da un bambino se non da illustri e maturi statisti. Ha anche aggiunto che le nazioni asiatiche (si pensi al Giappone!) “conoscono i costi della guerra altrettanto e meglio delle loro controparti europee”, mentre oggi da questa sono già colpiti nella loro economia e sufficienza alimentare.
La proposta indonesiana è stata immediatamente respinta a Singapore dall’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri della Commissione von der Leyen, perché non introdurrebbe un discrimine tra aggressore e aggredito e non postulerebbe la pace “giusta” che “l’Europa vuole”.
La proposta è stata anche immediatamente respinta a Kiev dal presidente Zelensky che ha ribadito, come già aveva fatto riguardo al Papa, di non aver bisogno di mediatori, e ha dichiarato imminente la tanto annunciata controffensiva, del cui successo si è detto certo ottenendo la riconquista dei territori perduti anche se al costo di una gran numero di soldati uccisi.
In questo triangolare gioco con la morte si sono così delineate tre posizioni su guerra e pace che è bene indagare anche al di là della contingenza immediata.
La prima, quella indonesiana, non promette la luna ma ha cura di porsi al di sopra di un livello pur minimo di razionalità, preferendo una pace imperfetta e magari provvisoria (50 anni?) alla distruzione e alla morte di persone “innocenti”.
La seconda, quella dell’Unione Europea, si fa giudice della pace altrui e rovescia completamente quella rigenerazione ideale a cui deve la sua nascita. Essa doveva essere una comunità di popoli e di ordinamenti giuridici che andando oltre gli Stati nello stesso tempo li demitizza e li depone dal trono, ed ecco che si erge invece come un SuperStato, che reprime le differenze, si dà un’identità contrapponendosi a un Nemico (la Russia, o “il resto del mondo”, come scrive il “Corriere della Sera”), vuole crearsi un esercito, si immerge in un’alleanza militare e si pavoneggia nel mondo come una Potenza tra le Potenze. O l’Europa non è questa, e il Rappresentante non rappresenta nessuno?
La terza è quella dell’Ucraina di Zelensky che di fronte a due valori che sono in gioco, i confini supposti come suoi e la vita di un gran numero di soldati, li mette in scala gerarchica l’uno sull’altro e sceglie i confini a spese – come dice in modo più diretto il ministro indonesiano – “della distruzione e della morte di persone innocenti”.
La scelta sarebbe quindi tra una nuova spartizione dei territori, e la vita di persone e di popoli. Per il diritto internazionale la scelta è chiara: al centro ci sono i popoli, il bando della guerra, la condanna del genocidio.
L’Europa dovrebbe ricordare con orrore la sua storia di guerre per ridisegnare i confini, da cui, unendosi, ha voluto uscire; dovrebbe ricordarsi dell’Alsazia e Lorena nel 1870-71, di Danzica nel 1939, del Kosovo nel 1999, per non parlare delle “terre irredente” della propaganda fascista per l’entrata in guerra dell’Italia nel 1940. Per contro gli accordi di Helsinki proclamavano l’intangibilità dei confini ma ne ammettevano il cambiamento pacifico e si appellavano all’autodeterminazione (i referendum?) dei popoli.
Ma più ancora si può dire che la lotta per la spartizione delle terre appartiene a un’epoca primitiva e pregiuridica della storia umana: come ha spiegato Carl Schmitt il “nomos”, che si è poi tradotto nel diritto e nella legge, viene da un verbo, “nemein”, che significa tre cose, appropriarsi, dividere e sfruttare, per cui il “nomos della Terra” da allora, consisterebbe nel processo di appropriazione, spartizione e produzione che giunge, come diceva il filosofo economista Claudio Napoleoni, fino all’attuale espropriazione e alienazione dell’uomo ridotto a merce, a prodotto ed a cosa.
La lotta per stabilire il dominio su territori spartiti, la lotta per i confini, senza tener conto dalla vita e dalla pace degli uomini e delle donne che vi sono inclusi, è dunque una lotta ferina, barbarica, di età tribale, ben diversa dalle lotte per la liberazione dei popoli, che ha a che fare con la pace se - come Giovanni l’anniversario della morte scriveva nella “Pacem in Terris” - questa liberazione appartiene ai “segni del tempo” che annunciano la pace: “Non più popoli dominatori e popoli dominati”. Ed è fuorviante e puerile intendere questa guerra innescata dalla disputa sulla NATO, non come una guerra in cui ne va della vita dei popoli, che siano ucraini, russi o del Donbass, ma per stabilire confini tra territori che intanto vengono contaminati, resi inabitabili e distrutti. E oggi salta in aria la diga.
La riconquista non vale un genocidio, non del proprio stesso popolo.
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venerdì 2 giugno 2023

 INVECE DELL’ARMAGEDDON

Meno male che Kissinger ha cento anni, perché se ne avesse cinquanta di meno farebbe dell’Ucraina un Vietnam, dettando tutto da solo le scelte della politica estera americana, come oggi dice di aver sempre fatto in passato. Il Vietnam costò agli Stati Uniti 60.00 morti e 153.000 feriti, per non parlare dei milioni di Vietcong e civili vietnamiti che in quella guerra persero la vita. Ma Biden nonostante le promesse di sostenere l’Ucraina fino alla fine, si guarda bene dal farne il suo Vietnam, e per suo mezzo debellare la Russia. Questo si sta rivelando come un bluff, nel momento in cui l’Ucraina, illusa dalla schiera dei suoi alleati di poter vincere la guerra contro la Russia, si accorge che questo è impossibile e non ha come uscirne: deve rinunziare alla promessa controffensiva di primavera, non riesce a riconquistare le terre irredente, non ha la strada dei negoziati che essa stessa ha precluso, né può dettare la pace alle sue condizioni, come le fanno credere i suoi partners europei; e allora passa a forme di guerra non convenzionale, che per i Grandi è l’atomica, per gli sconfitti è il terrorismo. E così si mette in conto di uccidere Putin, si attacca Mosca con i droni, si fanno saltare i ponti, si bombarda il Nemico oltre il confine e l’Ucraina stessa dice che si tratta di terrorismo, ma che non è il suo.
Ma a questo punto a entrare in crisi sono gli Stati Uniti, che dopo il trauma delle Due Torri hanno fatto del terrorismo di Stato il loro nemico assoluto. E sarebbe contro natura per l’America giungere a uno scontro armato e finale con la Russia, come ha dimostrato con ben diversa sapienza durante tutto il corso della guerra fredda: e ci sono illustri reduci di quella vecchia America che ormai lo gridano sui tetti lanciando appelli alla diplomazia sul “New York Times”.
Se finisce il bluff del “morire per l’Ucraina”, finisce anche il bluff, o l’illusione, del “nuovo secolo americano” e dell’Impero globale dominato dagli Stati Uniti, che non dovevano essere superati, ma nemmeno eguagliati, come dicevano, da alcuna altra Potenza.
Possiamo così sperare che il conflitto in Europa si concluda prima che il suo contagio si diffonda, secondo l’avvertimento che viene dal Kosovo.
M, per noi è troppo poco che questa guerra finisca, innescando magari un lungo periodo di guerra virtuale e di “competizione strategica” fino alla “sfida culminante” con la Cina, come preannunciano i documenti sulla “Strategia nazionale” degli Stati Uniti. Dobbiamo invece uscire dal sistema di dominio e di guerra e passare a un’altra idea del mondo, come un molteplice mondo di mondi in relazione tra loro, fondato sulla pace, sulla cura della Terra e sulla dignità di tutte le creature.
Tutte le reazioni:
Angela Marchini, Lucio Barone e altri 24

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