Martedì 12 giugno è cominciata in aula al Senato la discussione generale sulla riforma costituzionale, contro cui valgono le obiezioni formulate nella lettera dei dodici giuristi pubblicata il 1 giugno 2012 su “Repubblica” (la si trova, tra l’altro, in http://www.libertaegiustizia.it/2012/06/01/lappello-di-12-giuristi-il-parlamento-blocchi-la-riforma-costituzionale/ ).
La situazione è in ogni caso assai confusa, perché alle modifiche già concordate dai partiti della coalizione di governo, e alle intese preannunciate sulla legge elettorale, si sono aggiunti gli emendamenti presentati dal partito di Berlusconi per la trasformazione dell’Italia in una Repubblica presidenziale. Essi prevedono che il presidente della Repubblica sia eletto direttamente dai cittadini con votazioni a doppio turno per cinque anni, che possa essere rieletto una seconda volta, che nomini e revochi il primo ministro e i ministri, che presieda il Consiglio dei ministri e che tuttavia sia irresponsabile degli atti proposti e controfirmati dal governo.
Queste proposte improvvise hanno colto di sorpresa gli altri partiti partecipi dell’intesa (PD e UDC) e la conseguenza è stata che il dibattito sulla riforma sia stato introdotto giovedì scorso in aula senza l’illustrazione della relazione di maggioranza, il cui relatore Vizzini era assente, e con la sola presentazione degli argomenti che la demolivano, illustrati nella relazione di minoranza dal sen. Pardi: ciò è indice della confusione creata dall’inopinata mossa berlusconiana; in effetti se nella riforma già abbozzata si inserissero, senza un profondo rifacimento di tutto il sistema, gli emendamenti proposti da Alfano e dai suoi, si avrebbe una repubblica presidenziale alla francese, con primo ministro all’israeliana, sfiducia condizionata alla tedesca e collegi elettorali spagnoli.
E dell’Italia che ne sarebbe? Ai prossimi giorni la risposta.
Nessun commento:
Posta un commento