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giovedì 6 febbraio 2014

COMITATI DOSSETTI PER LA COSTITUZIONE - Assemblea pubblica contro la violenza della riforma elettorale



Venerdì  14 febbraio 2014 ore 17.00
Bologna Convento di San Domenico – Piazza San Domenico .

UN COLPO DI RENI PER IL FUTURO DELLA REPUBBLICA

I Comitati Dossetti per la Costituzione agiscono sotto la propria responsabilità e mai hanno preteso che le proprie posizioni fossero quelle che se fosse stato in vita avrebbe preso Giuseppe Dossetti. Ma oggi sono certi che il proprio Fondatore avrebbe lanciato un grido di allarme sulla violenza che si sta innescando nel corpo politico italiano, e di cui sono stati preannuncio gli avvenimenti di questi giorni. Il fatto che la violenza si sia finora manifestata solo in parole di pesantissima volgarità e sessismo, in momenti di rissa parlamentare, nonché in atti istituzionali e in proposte legislative, non significa che essa sia meno grave e pericolosa di quella cruenta: “voi credete di ritardare il giorno fatale e affrettate il sopravvento della violenza” (Amos, 6,3).
È un innesco della violenza anche quello comportato dal progetto della nuova legge elettorale che se realizzato muterebbe la figura stessa della Repubblica: per suo mezzo infatti la Repubblica democratica istituita dalla Costituzione rischia di trasformarsi in una democrazia “octroyée”, concessa cioè dalle forze dominanti nei limiti in cui venga considerata compatibile con la sovranità dei poteri economici e l’impunità del denaro.
In questa situazione ciò che soprattutto oggi Dossetti chiederebbe a tutti è la lucidità dell’analisi.
Il rischio della trasformazione della democrazia della Costituzione in democrazia per concessione è ravvisabile nella facoltà attribuitasi dagli autori della riforma elettorale di decidere quanti e quali debbano essere i partiti ammessi a essere rappresentati nelle Assemblee legislative e a giocare il gioco della governabilità. Secondo la legge proposta da Renzi e Berlusconi, a parte la Lega e le minoranze linguistiche fatte salve come fenomeni di ambito locale, per effetto degli sbarramenti eretti contro singole liste e coalizioni (dal 4,5 all’8 al 12 per cento, pari a diversi milioni di voti), i partiti che resterebbero in gioco sarebbero tre: Forza Italia, Partito Democratico e Movimento 5 stelle. Tuttavia per il suo settarismo, la sua immaturità e il suo autolesionismo il Movimento di Grillo si pone fuori dal sistema proponendosi come sua alternativa catartica; e poiché l’occasione è subito colta dai suoi avversari per neutralizzare la sua critica e convenire di escluderlo da ogni ingerenza nel potere, i partiti atti a governare resterebbero due, Forza Italia e Partito Democratico.
Saremmo dunque ben oltre il bipolarismo, al bipartitismo; ma si tratterebbe di un bipartitismo imperfetto perché a causa dell’alto premio di maggioranza i due partiti, al primo turno o al ballottaggio, entrambi in condizione di minoranza e prevedibilmente non lontani l’uno dall’altro, diventerebbero per legge l’uno un nano, l’altro un gigante. Ma il nano, pur nella sua diversità di stile e di opzioni etiche, non potrebbe che svolgere un’opposizione apparente, di fatto funzionale alle scelte politiche della forza di governo a cominciare da quelle che, rese obbligatorie dall’ideologia economica o dai poteri di Bruxelles e di Berlino, sarebbero, come già oggi, comuni.
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venerdì 24 gennaio 2014

Senato e Camera come enti inutili


Il regalo avvelenato della nuova legge elettorale

Raniero La Valle - Presidente dei Comitati Dossetti per la Costituzione 

La proposta Renzi-Berlusconi comprendente la legge elettorale sottoposta ora alla Camera e la rapida abolizione del Senato, va respinta.

In via di principio va dato un segnale di irricevibilità di una proposta di assetto istituzionale ideata col concorso determinante di una personalità politica in stato di interdizione dai pubblici uffici. Sarebbe mal posta la questione moralistica del “non trattare con un condannato” o una questione d’immagine dei luoghi e delle modalità degli incontri; è invece una grave questione di ordine istituzionale il fatto che il maggiore partito italiano ed il suo segretario eludano e contraddicano la decisione cautelare della magistratura che con l’interdizione dai pubblici uffici interpreta l’interesse pubblico ad evitare che un soggetto già giudicato come dannoso possa ulteriormente nuocere alla comunità. La pena accessoria dell’interdizione non è infatti, nella ratio dell’ordinamento dello Stato di diritto, una misura vendicativa volta ad infierire sul colpevole, ma è una misura di prevenzione a beneficio della collettività perché essa non sia esposta ai rischi prevedibili provenienti dall’esercizio di funzioni pubbliche da parte di quel condannato.

Nel merito la proposta elettorale avanzata da Renzi in sintonia con Forza Italia, configurando un modello che modifica l’ordine dei fattori ma non la sostanza del “Porcellum” maggioritario, dimostra che la via di un’assicurazione della governabilità attraverso artifici elettorali ed istituzionali è ormai preclusa. Non solo essa non garantisce il risultato di una vera governabilità (data l’eterogeneità delle coalizioni cui soglie e premi di maggioranza costringono i partiti) – e dunque è priva di razionalità secondo la sentenza della Corte – ma è causa ed incentivo di sempre più gravi sconvolgimenti democratici.
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lunedì 9 settembre 2013

Costituzione e democrazia hanno bisogno della proporzionale


Sulla base di un documento intitolato “La via maestra” (la Costituzione) firmato da Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelski, Lorenza Carlassare, don Luigi Ciotti e Maurizio Landini e promossa da molte Associazioni, si è tenuta l’8 settembre 2013 a Roma un’“assemblea aperta” intesa a promuovere movimento e iniziative per la difesa e l’attuazione della Costituzione. La partecipazione è stata molto numerosa, tanto che si sono dovute aprire tutte e tre le grandi sale del Centro Congresso di via Frentani. I lavori, presieduti da Sandra Bonsanti di “Libertà e giustizia”, sono stati impostati da una relazione di Stefano Rodotà e si sono conclusi con l’indizione di una grande assemblea popolare a Roma per il 12 ottobre.
Pubblichiamo qui l’intervento di Raniero La Valle, Presidente dei Comitati Dossetti per la Costituzione, che sono tra i promotori e i partecipi di questa complessa azione collettiva.

Confermo la partecipazione dei Comitati Dossetti per la Costituzione a questa iniziativa e all’impegno collettivo per la Costituzione e la democrazia, oggi così gravemente insidiate e minacciate in Italia. La lotta comune dei movimenti della società civile a presidio della Costituzione è necessaria non solo per interpretare e promuovere la coscienza costituzionale del Paese, ma anche per svegliare il Parlamento che spesso si fa sorprendere senza neanche accorgersene da iniziative di cambiamento e sovvertimento costituzionale, come è avvenuto con la precipitosa modifica dell’art. 81 e ora con la legge di deroga all’art. 138. La meritoria reazione parlamentare manifestatasi in questi giorni soprattutto grazie al Movimento 5 stelle, è partita in luglio quando la legge era stata già approvata in prima lettura e con procedura d’urgenza dalla Prima Commissione del Senato; ma probabilmente questa mobilitazione non ci sarebbe stata se prima non ci fosse stata la manifestazione popolare del 2 maggio a Bologna, il documento del 2 maggio dei giuristi dei Comitati Dossetti contro la progettata Convenzione e il grido d’allarme del 10 giugno degli stessi Comitati contro “la legge grimaldello” di deroga all’art. 138 approvata dal governo Letta il 6 giugno.
Giustamente è stato detto che l’iniziativa comune di oggi è solo un inizio. E infatti quando si tratta di difendere i supremi valori costituzionali e ripristinare l’onore, come ha detto Lorenza Carlassare, bisogna sempre ricominciare di nuovo. Tuttavia la battaglia per la Costituzione non comincia ora: l’attacco che le è stato mosso è cominciato nel 1989, alla rimozione del Muro, quando quello era il momento costituente per un mondo nuovo, e invece è partita l’offensiva contro il costituzionalismo considerato incompatibile con il profitto e la nuova competizione globale. Visto il tempo che ci stanno mettendo per neutralizzare la Costituzione, si può dire che questa non è una guerra lampo, ma è forse la guerra dei trent’anni, e la nostra difesa della Costituzione non è una corsa ad ostacoli, ma è una lunga maratona con una staffetta che si trasmette da una generazione all’altra.
Intanto non ci sono riusciti ad abbatterla, e la Costituzione è ancora lì. Ieri sera a piazza San Pietro c’erano centomila persone, tutte unite da due cose: la prima era che tutti si opponevano alla guerra contro la Siria; e la seconda era un grande, lunghissimo, collettivo silenzio che risuonava come l’alternativa più radicale in questa società di rumore e vane parole. Tra le centomila persone c’era una bandiera con su scritto: art. 11. Ciò vuol dire che l’Italia era presente in quella piazza, non con i suoi governanti infedeli, ma con la sua Costituzione.
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giovedì 25 aprile 2013

Il partito senza le due culture


di Raniero La Valle
Quale Partito Democratico è precipitato nella Caporetto delle elezioni presidenziali? Questa domanda suppone che di Partito Democratico possa essercene un altro.
Il partito che ha subito la rotta di Montecitorio è quello che, pur essendo passato attraverso diverse metamorfosi e diversi fondatori e dirigenti, potremmo identificare come il partito veltroniano. Esso deriva da due vizi di origine, uno ideologico, l’altro politico.
Quello ideologico è consistito nella pretesa di unire due culture, quella comunista e quella cattolica, negando tutte e due.
L’incontro tra cultura comunista e cultura cattolica era passato attraverso diverse tappe, tutte di rilevante spessore. La prima era stata la “Pacem in terris” di Giovanni XXIII, che attraverso la distinzione tra l’errore e l’errante aveva dato legittimità al dialogo. La seconda era stata il confronto, condotto ai massimi livelli ecclesiastici, tra l’antropologia marxista e quella cristiana nei famosi incontri internazionali della Paulus Gesellschaft. La terza era stata quando Berlinguer, nel suo lungo viaggio verso l’incontro con la DC e altri partiti anticomunisti, a chi gli chiedeva in che cosa consistesse per lui una società socialista in Italia, affermava che essa sarebbe consistita in una piena attuazione della Costituzione repubblicana. La quarta fu quando Moro, nel suo discorso di Bari, sviluppando la “strategia dell’attenzione”, disse che si doveva andare a vedere in che cosa consistessero gli “elementi di socialismo” che il PCI voleva introdurre nella struttura sociale ed economica italiana.
Ci si fermò con l’assassinio di Moro. Poi, quando cadde il famoso Muro i dirigenti comunisti soppressero il problema annunciando sull’Unità a tutta pagina “la fine del comunismo”, sciolsero il partito comunista e, uscendo dalla storica lotta tra capitalismo e socialismo, cercarono di passare dal campo dei vinti a quello dei vincitori.
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domenica 17 marzo 2013

UN VESCOVO DELL’ALTRO MONDO?


Chiamatemi Francesco

E che cos’altro deve essere un papa se non un confessore della fede? Questo ha detto Francesco nella sua prima omelia ai cardinali nella cappella Sistina: di essere tutti lì, vescovi, preti, cardinali, papa, per nient’altro che per professare la fede in Cristo, e questo crocefisso. Ed ecco allora che si scompaginano tutte le previsioni e le speculazioni della vigilia, su ciò che avrebbe scelto il Conclave, se un papa dell’una o dell’altra fazione della Curia, se un papa diplomatico o politico, uno che avrebbe riportato la disciplina nel clero o che avrebbe risolto il problema dello IOR. Ecco che arriva un papa che di fronte a una Chiesa tormentata ed in crisi, e dopo tante riforme sognate e fallite dice: ricominciamo dalla fede.
Ed allora si capisce perché si è presentato al balcone non come il nuovo Sommo Pontefice dato al mondo, ma come il nuovo Vescovo dato alla comunità diocesana di Roma, si capisce perché ha indicato, come suo primo collaboratore, il cardinale vicario di Roma e non il segretario di Stato; si capisce perché al papa che lo aveva preceduto si è rivolto come al “vescovo emerito” di Roma, e si capisce perché prima di benedire il suo popolo, ha chiesto al suo popolo di benedirlo, e si è inchinato davanti a lui: un gesto che poteva pure essere mostrato per televisione in tutto il mondo, ma che raggiungeva la sua verità solo in quel silenzio, in quel guardarsi, in quel rapporto fisico immediato, in quella piazza, in quella città, del vescovo con i fedeli della sua Chiesa. Perché se il problema è la fede, ebbene la fede ha bisogno di un rapporto tra le persone, reale e non virtuale, ha bisogno di gesti condivisi e comuni, non si può trasmettere per procura, o riempiendo piazze straniere e fuggendo subito dopo, o scrivendo libri ed encicliche. Certo, anche Paolo scriveva le lettere. Ma poi andava a visitare e a confermare le Chiese, e per tornare a Gerusalemme ci ha messo quattordici anni. Per questo il papa non è un vescovo titolare dell’universo mondo, ma è il vescovo di Roma, ed è mediante tale Chiesa che presiede nella carità alle altre Chiese.
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giovedì 14 marzo 2013

E' morta Teresa Mattei


E' morta a 92 anni anni, Teresa Mattei.
Ho conosciuto Teresa Mattei e ho fatto un comizio con lei a Pisa nella campagna elettorale per il referendum costituzionale del giugno 2006, quando la destra berlusconiana voleva far scempio della Costituzione e non vi riuscì. Teresa Mattei aveva già 85 anni, ma la Costituzione la voleva difendere, perché ne era madre; era stata a 24 anni deputata comunista alla Costituente, una delle ventuno donne sui 556 deputati che avevano fatto parte di quell’assemblea.
Era la più giovane di tutti, e per questo Vittorio Emanuele Orlando che, essendo invece il più anziano, aprì la prima seduta del 25 giugno 1946 (“L’Italia non ha ancora finito di essere l’Italia – disse – e come italiani noi abbiamo ancora qualche compito assegnato a noi nella storia del mondo”) la chiamò a salire sugli scranni alti come segretaria di Presidenza. In questa veste, con una delegazione dell’Assemblea, il 27 dicembre 1947 presentò al Capo provvisorio dello Stato il testo della Costituzione da firmare: “una ragazzina – come ricorda – che per la foto con De Nicola alla consegna della Costituzione aveva addosso il vestito di sua madre e le scarpe scalcagnate”.
I deputati alla Costituente, nell’Italia povera del dopoguerra, erano infatti poveri; per questo ad esempio – e fu una benedizione – i cosiddetti “professorini” – Dossetti, Lazzati, Fanfani, La Pira – non potendo permettersi altro, andarono a vivere tutti insieme nella casa delle signorine Portoghesi in via della Chiesa Nuova 14, formando quel singolare sodalizio che si chiamò poi, per celia, “comunità del Porcellino”. Che restassero poveri, ci aveva pensato la stessa Teresa Mattei, perché come segretaria della Presidenza fu tra quelli che dovevano stabilire i criteri per lo stipendio dei costituenti. Insieme con Giuseppe Di Vittorio andò allora su una vecchia macchina della CGIL in giro per fabbriche ed uffici per vedere quale fosse il salario medio degli operai e degli impiegati di allora, e propose che per non allontanarsene l’indennità parlamentare fosse di 42.000 lire al mese. Questa proposta non fu molto popolare tra gli onorevoli e alla fine – ma con non minore sobrietà – il salario dei deputati fu fissato a 80.000 lire.
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venerdì 1 marzo 2013

SE NON E’ LA PAGLIA DI UN SOLO INVERNO


di Raniero La Valle - (dal Manifesto del 1 marzo 2013)

Cerchiamo di spegnere l’audio di tutte le grida, i “non possumus”, i pesci in faccia dei primi giorni, e cerchiamo di vedere a quali condizioni sarebbe possibile un governo fatto dalla coalizione che ha vinto le elezioni e reso possibile dai voti delle Cinque Stelle.
Che esso si possa fare dipende dalle risposte a due domande preliminari.
La prima è se Grillo pensa solo a incrementare i suoi voti per un maggiore e travolgente successo alle prossime elezioni, oppure se già ora vuole usare la sua forza per il governo e il cambiamento del Paese.
La seconda è se sia Bersani che Grillo manterranno la loro diagnosi di un disastro imminente e distruttivo per il Paese, a meno che non si facciano cose grandi, inconsuete alla politica, e mutamenti radicali, oppure se l’uno si farà risucchiare nel già visto delle triangolazioni tra i palazzi romani e l’altro si farà dominare dal mito del “tutti a casa” o, come si diceva una volta, del “tanto peggio tanto meglio”.
Quanto alla prima domanda, certamente Grillo può scegliere, come potrebbe fare qualsiasi partito tradizionale, di pensare soprattutto ai suoi voti di oggi e di domani. Ma se lo facesse precipiterebbe nella malattia contro cui ha combattuto e nel politicismo per smascherare e stroncare il quale ha chiesto e ottenuto quei voti. Tenere in cassaforte il suo patrimonio pubblico (il voto dei suoi elettori) per lucrarci alle prossime elezioni domani, sarebbe fare come Berlusconi che ha scelto il momento più opportuno in cui giocare un patrimonio pubblico di quattro miliardi di domani per ottenere il massimo successo elettorale oggi.
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domenica 17 febbraio 2013

SE LA MAGIA DEL SACRO È SCONFITTA

di Raniero La Valle

(da Il manifesto 17/02/2012)

Raniero La Valle

Quasi volesse non farsi rimpiangere, il Papa alla fine si è lasciato andare ad una confidenza che ha svelato tutta la difficoltà che sul piano personale egli ha avuto nel vivere il Concilio come una delusione.
Nella “chiacchierata” in cui ha raccontato come lui “ha visto” il Vaticano II, c'è forse la chiave per capire come non gli basta
ssero più le forze per guidare una Chiesa che, come aveva detto nel 2005 nel suo primo discorso alla Curia, nel Concilio aveva avuto la sua vera “discontinuità” riconciliandosi con l'età moderna, quella modernità che egli non ha invece ancora accettato e che patisce come “relativismo”.

Questo risvolto personale del suo difficile rapporto col Concilio, che già era venuto fuori in un suo discorso estivo, in montagna, al clero del Triveneto, quando aveva negato che dal Concilio potesse scaturire “la grande Chiesa del futuro”, è emerso con grande sincerità nel suo discorso di giovedì a un altro clero particolare, quello di Roma. Al presbiterio di cui, come vescovo di Roma, è il capo, Benedetto XVI ha voluto parlare come se fosse uno dei vescovi che aveva partecipato al Concilio, sul filo dei ricordi personali, piuttosto che con “un grande, vero discorso” da papa.
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mercoledì 13 febbraio 2013

FAUSTA


di Raniero La Valle

Il Papa non si era ancora dimesso, Monti non aveva ancora osato paragonare i sindacati che chiedono lavoro agli sfasciacarrozze che promettono la luna, Berlusconi non aveva ancora compiuto un ennesimo tentativo di corruzione dell'elettorato annunziando la restituzione dell'IMU, quando Fausta, ai primi di febbraio, è venuta a mancare. Dalla prima notizia lei sarebbe stata edificata, della seconda sarebbe stata incredula, la terza l'avrebbe fatta inorridire. Da quando era tornata in Italia, dopo che per una vita si era occupata a Bruxelles del marito e dei figli e aveva servito la causa dell'ascesa delle donne nella Comunità Europea, aveva contratto una vera passione per la Costituzione e per la politica italiana. Lo si potrebbe chiamare un "patriottismo costituzionale", tanto che un esponente di "Libertà e giustizia" nel ricordarla l'ha definita come una "patriota", simile a qualcuna delle donne del Risorgimento. Dunque, col suo patriottismo costituzionale, avrebbe sofferto per la noncuranza governativa riguardo al lavoro, che è a fondamento della Costituzione, e per l'illecito costituzionale di fare della materia fiscale un baratto elettorale.
Fausta Deshormes La Valle era mia sorella.
Quando
è morta era impegnata in un'ultima battaglia nei riguardi della Commissione Europea perché si rompesse il silenzio sul fatto che molti funzionari che avevano lavorato nella palazzina degli uffici europei di
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martedì 12 febbraio 2013

INTERVISTA A RANIERO LA VALLE: «UN GESTO DI GRANDE CORAGGIO E RESPONSABILITÀ»

(Da Il manifesto del 12 febbraio 2013 )

Per non finire come Wojtyla

«Quello di Benedetto XVI è stato un gesto di grande coraggio. Non voleva finire come Karol Wojtyla, nonostante il grande affetto che provava per lui, e ha voluto dimostrare che la chiesa è sempre governata da qualcuno in grado di farlo». E' con un sentimento di rispetto che Raniero La Valle guarda alle dimissioni di Ratzinger. Un gesto che lo stupisce solo in parte. «E' stata una sorpresa perché non eravamo abituati, nella chiesa latina, a considerare il ministero papale come qualcosa che così come si riceve può anche finire. C'era stata la costruzione di una mitologia del papato secondo cui il papa era una specie di Dio in terra, al di sopra e aldilà delle vicissitudini personali e umane, e che quindi non potesse in nessun modo essere sostituito. Una specie di persona sacra di cui non si doveva mai ammettere la debolezza, la malattia. E invece con questo gesto straordinario, che ha un grande spessore di responsabilità e dignità personale, papa Ratzinger ha anche dato un segnale ecclesiologico, vale a dire ha - così come aveva indicato il Concilio Vaticano II - rimesso il papa all'interno del collegio dei vescovi, all'interno della chiesa.
Questo lo rende improvvisamente più umano.
Io credo che tutto il pontificato di Benedetto XVI sia stato un pontificato in cui l'umanità non è mai stata nascosta,

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martedì 8 gennaio 2013

CHE FARANNO I CATTOLICI?


di Raniero La Valle

Che faranno i cattolici? Alle elezioni, s’intende. La domanda è malissimo posta. I cattolici hanno cessato da tempo di essere una categoria politica ed elettorale. Nemmeno Luigi Sturzo, che fondò un partito apposta per loro, li chiamò in causa in quanto tali. Un partito è una parte in lotta con altre parti, disse, la Chiesa invece è di tutti. Nel dar vita al Partito popolare egli non volle pertanto creare la categoria dell’elettorato cattolico, bensì, per il bene del Paese, rimediare a una esclusione dei cattolici dall’elettorato che era stata decretata dal papa in  persona per protesta contro l’Italia che si era presa lo Stato pontificio. 
Il concetto di elettorato cattolico fu invece introdotto dalla gerarchia ecclesiastica dopo il fascismo, a supporto della Democrazia Cristiana, in base al principio allora ritenuto non negoziabile dell’unità politica dei cattolici. Ciononostante la DC operò con una certa autonomia, appellandosi alla Costituzione e alla pretesa “aconfessionalità” del partito confessionale. Però quando Fanfani tentò di essere eletto presidente della Repubblica al posto di Leone, la Chiesa lo richiamò alla disciplina di partito, pretese che all’unità degli elettori cattolici corrispondesse l’unità degli eletti, e così grazie alla Santa Sede fu eletto Saragat, il primo presidente della Repubblica di nome socialista.
L’unità politica dei cattolici si dissolse poi in base a due fattori. Il primo fu che il Concilio aveva inteso chiudere la stagione del temporalismo ecclesiastico e aveva proclamato la libertà religiosa di credenti e non credenti; e se dalla Chiesa era riconosciuta la libertà religiosa, tanto più doveva essere riconosciuta la libertà
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martedì 20 novembre 2012

Chiese vuote e cieli pieni


di Raniero La Valle

Da poco più di un mese è cominciato l’anno dedicato alla memoria del Vaticano II. Dopo cinquant’anni di una ricezione non certo impetuosa il Concilio è stato risvegliato come evento decisivo per la fede ed è oggetto di un gran numero di celebrazioni e rivisitazioni. Ma non ci sono solo gli osanna, ci sono anche le contestazioni al Concilio, aperte e sotterranee, e ci sono i disagi, le reticenze e le riserve. 
L’istituzione fondata dal vescovo Lefebvre odia il Concilio ma non ha ancora del tutto rotto con Roma perché non vuole essere una piccola Chiesa, ma vorrebbe che tutta la grande Chiesa tornasse a essere come era prima, cioè come la setta lefebvriana continua ad essere tuttora. E neanche a Roma mancano sotterranee nostalgie in questo senso.
Altre riserve nei confronti del Concilio sono espresse in modo più sfumato e sono piuttosto sintomo di un disagio per una svolta che per quanto positiva non andrebbe riproposta senza le opportune cautele e le correzioni del caso. Così ad esempio Benedetto XVI, in un articolo pubblicato sull’Osservatore Romano nel
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sabato 3 novembre 2012

L'obiezione


di Raniero La Valle
Un certo tasso di astensionismo elettorale è fisiologico: c’è sempre una piccola parte della popolazione che non sa, non può o non vuole andare a votare. Quando però l’astensionismo scende sotto il livello di guardia, e quasi scompare, e le percentuali dei votanti schizzano verso l’unanimità, vuol dire che c’è un regime a prova di bomba, di tipo plebiscitario, peronista, sovietico o bulgaro che sia. La gloria della democrazia italiana, forse perché troppo a lungo le urne erano state negate, era che l’astensionismo fisiologico c’era ma assai contenuto, e sembrava naturale che tutti i cittadini andassero a votare per concorrere a determinare, come dice la Costituzione, la politica nazionale. 
Questa volta in Sicilia (e i profeti di sventura dicono che così sarà anche nel resto del Paese) l’astensionismo ha raggiunto un picco superiore al cinquanta per cento, sicché da fisiologico è diventato patologico. Esso però non è la malattia, è il sintomo della malattia.
Non è la malattia per il semplice fatto che i non votanti non sono caduti nell’astensionismo, come si cade
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mercoledì 24 ottobre 2012

Scoprire l'America


di Raniero La Valle

L’incanaglirsi della vita politica italiana, con la grande epifania della corruzione, con il governo impietoso dalle “misure brutali”, con il demiurgo lombardo e le primarie interpretate dallo sfidante come un gioco al massacro, ha fatto scomparire l’America. Le televisioni, che dovrebbero guardare in grande, al massimo spingono gli occhi sull’Europa per dirci che cosa ancora ci chiede¸ i giornali si riempiono dell’abbandono di Veltroni, della resistenza di D’Alema, di Renzi che va in autobus e Grillo che va a nuoto; e l’opinione pubblica, sempre meno informata e educata a capire come vanno le cose, precipita sempre più nel provincialismo culturale e nel qualunquismo politico. Nessuno si ricorda che c’è una realtà globale infermento, che si rischia la guerra tra Israele e Iran, che la Palestina è disperata, che l’Africa è sempre percossa da flagelli e da conflitti tribali, e che in questi giorni si gioca negli Stati Uniti il destino del mondo. Infatti l’elezione del presidente americano è una sentenza per il mondo; e allora sarebbe bene che tornassimo a scoprire l’America, per decidere poi che cosa dobbiamo essere e che cosa dobbiamo fare noi, Italia ed Europa.
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lunedì 8 ottobre 2012

I politici


di Raniero La Valle

Non c’è dubbio che è colpa dei politici se oggi ci dibattiamo nella pessima condizione civile e sociale in cui siamo. Ma bisogna stare attenti a dire “politici”, perché “politici” erano detti anche i detenuti antifascisti nelle celle del regime, “politici” erano chiamati i galeotti Gramsci e Pertini nella casa penale di Turi, “politici” erano definiti i domenicani imprigionati e torturati dai militari brasiliani nel carcere Tiradentes di San Paulo, e “partito dei politici” era detto nella Francia del 500 il movimento che contro la violenza dei cattolici e degli ugonotti propugnava la tolleranza religiosa, e da cui uscì Jean Bodin che con la sua teoria della sovranità e i “Sei libri della Repubblica” fornì, nel bene e nel male, dei fondamenti teorici allo Stato moderno.
Oggi invece nella vulgata mediatica e nelle chiacchiere da bar i politici sono quelli che rubano. E purtroppo è vero che molti lo fanno, ma è ancora più grave che negli ultimi decenni le istituzioni in Italia siano state cambiate in modo tale che la politica, perduta la caratteristica di servizio e dileggiata come professione non meritevole di rispetto e di pensione come ogni altra, sia stata trasformata, ex lege, in mezzo di arricchimento indiscriminato. Per un accumulo di decisioni di politici anche onesti ma scriteriati, le cariche elettive sono state trasformate in fabbriche della fortuna, grazie alle quali indigenti di ogni tipo, gente del ceto medio, mal laureati e imprenditori di mezza tacca precipitano in vetta alla scala sociale e cambiano la loro vita per sempre. Questi non sono i costi della
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martedì 18 settembre 2012

ASSEMBLEA “CHIESA DI TUTTI, CHIESA DEI POVERI”: INTERVENTO CONCLUSIVO DI RANIERO LA VALLE


ASSEMBLEA “CHIESA DI TUTTI, CHIESA DEI POVERI”: INTERVENTO CONCLUSIVO DI RANIERO LA VALLE

Roma, 15 settembre 2012
CHIESA DI TUTTI, CHIESA DEI POVERI
Assemblea convocata da 104 gruppi ecclesiali, associazioni, riviste a 50 anni dall’inizio del Concilio Vaticano II, tenutasi il 15 settembre 2012, nell’anniversario del radiomessaggio di Giovanni XXIII dell’11 settembre 1962, nell’Auditorium dell’Istituto Massimo a Roma, capiente di 800 posti, con quasi 1000 partecipanti provenienti da Siracusa, Palermo, Messina, Bari, Napoli, Avellino, Roma, Sulmona, Pratovecchio, Perugia, Firenze, Pistoia, Bologna, Reggio Emilia, Modena, Parma, Udine, Verona, Trento, Brescia, Milano, Voghera, Torino, Cuneo, Cagliari e da molti altri luoghi, presieduta da Rosa Siciliano, introdotta da Rosanna Virgili, con relazioni di Giovanni Turbanti, Carlo Molari, Cettina Militello e conclusioni di Raniero La Valle, con interventi di p. Felice Scalia, s. J., padre Marco Malagola, a nome di mons. Loris Capovilla, Paolo Ricca, Giovanni Franzoni, Alex Zanotelli, Luigi Sandri, Adriana Valerio, Gianni Geraci, Stefano Nannini, presidente nazionale della FUCI, Mauro Castagnaro, Gianni Novello, G. Palmerini, Giorgio Campanini, e molti altri.

Conclusioni

IL CONCILIO NELLE VOSTRE MANI

di Raniero La Valle

Cari Amici,
Giunti alla fine, dobbiamo cercare il segreto di questo Convegno.
Perché un segreto c’è stato.
Non alludo al segreto del suo successo, che più che un successo è stato un miracolo. Alludo al fatto che durante i nostri lavori c’è stato uno sconosciuto che sedeva nell’ultima fila; spesso era una sconosciuta. Voi forse non li avete visti, ma io, dovendo trarre le conclusioni di questa assemblea, ci ho fatto caso. Mi sono chiesto chi potevano essere questo sconosciuto, e questa sconosciuta, che erano là, e che ora, quasi a volerci precedere ai treni, se ne sono andati. E mi sono ricordato che alla fine del vangelo di Giovanni si parla di uno sconosciuto, di cui non si dice mai il nome, ma che è identificato come il discepolo che Gesù amava; e Gesù disse di lui che sarebbe rimasto, fino al suo ritorno. Gli apostoli non capirono, e pensarono che quel discepolo non sarebbe
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martedì 11 settembre 2012

Carlo M. Martini, testimone fino alla fine


di Raniero La Valle

La Chiesa che si appresta a celebrare i 50 anni dall'inizio del Concilio Vaticano II dovrà ora fare a meno anche di lui. Martini non aveva partecipato al Concilio, ma tutta la sua vita è stata intrecciata alla straordinaria novità con cui la Chiesa del Novecento aveva saputo ripensare se stessa, la fede e il mondo; di questa novità egli è stato il più lucido e coraggioso interprete nell'episcopato italiano, e a una delle conversioni più decisive della Chiesa conciliare, quella del ritorno alla Bibbia e della sua restituzione alla preghiera e alla riflessione dei credenti, ha dato strumento e voce, sia con i suoi studi biblici e la sua riedizione dal greco del Nuovo Testamento, accolta e usata da tutte le Chiese cristiane, sia con la generosa somministrazione della Sacra Scrittura nella «Scuola della Parola» e nelle sue catechesi e letture bibliche ai fedeli di Milano.
Malato da tempo di Parkinson, il cardinale Martini, come ha narrato il neurologo che lo haavuto in cura e assistito, ha escluso per sé ogni accanimento terapeutico, argomento di cui del resto aveva parlato in termini
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sabato 18 agosto 2012

Convocazione di un’assemblea nazionale a 50 anni dall’inizio del Concilio



CHIESA DI TUTTI, CHIESA DEI POVERI
Convocazione di un’assemblea nazionale a 50 anni dall'inizio del Concilio

a) Convocazione
b) Programma
c) Informazioni organizzative

a) Convocazione
La Chiesa cattolica celebrerà nel prossimo ottobre i cinquant’anni dall’inizio del Concilio e ha indetto, a partire da questa ricorrenza, un anno della fede. Viene così stabilito un nesso molto stretto tra il ricordo del Vaticano II e la fede trasmessa dal Vangelo e annunziata dal Concilio. A ciò sono interessati non solo i fedeli cattolici, ma anche gli uomini e le donne di buona volontà associati, come dice il Concilio, “nel modo che Dio conosce” al mistero pasquale, che intendono, nel nostro Paese come in tante parti del mondo, ricordare e interrogare quell’evento e quell’annuncio.
Per questa ragione i gruppi ecclesiali, le riviste, le associazioni e le singole persone appartenenti al “popolo di Dio”, firmatari di questo appello, convocano un’assemblea nazionale per
sabato 15 settembre 2012 (10-18)
a Roma (EUR), nell’Auditorium dell’Istituto “Massimo”
Nella consapevolezza dei promotori è ben presente il fatto che ricordare gli eventi non consiste nel portare indietro gli orologi, ma nel rielaborarne la memoria per capirne più a fondo il significato e farne scaturire eredità nuove ed antiche e impegni per il futuro. Ciò è particolarmente vero per quanto riguarda gli eventi di salvezza (come certamente il Concilio è stato) molti dei quali non furono capiti dagli uomini della vecchia legge e dagli stessi discepoli di Gesù, se non più tardi, quando alla luce di nuovi eventi la memoria trasformatrice ne permise una nuova comprensione. Fu così ad esempio che, dopo la lavanda
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venerdì 13 luglio 2012

La Società delle Sanzioni


di Raniero La Valle

L’idea di un’Europa unita rappresentò, per i Paesi usciti dagli odi e dai tormenti della guerra mondiale, il sogno di una cosa: e questa cosa era che i popoli che si erano combattuti si riconoscessero e vivessero assieme, che le frontiere cadessero, che la sovranità di ciascuno Stato si rigenerasse, senza perdersi, in una sovranità più grande, e che i beni, i denari e i lavoratori circolassero liberamente in uno spazio comune. Questo sogno fu soffocato sul nascere perché la contrapposizione tra i due blocchi, divisi dalla cortina di ferro, spaccò per prima cosa l’Europa, e addirittura la Germania; e allora si fece finta di credere che l’Europa fosse quella “piccola” dei cinque Stati e mezzo rimasti in Occidente, e non potendosene fare un’unione politica si pensò bene di farne un’unione economica e mercantile, e di instaurarvi il capitalismo non semplicemente come sistema economico, ma come regime. 
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lunedì 25 giugno 2012

DOSSETTI, LA CRISI, I NUOVI CORSARI DELL’USURA


di Bartolo Ciccardini
Bartolo Ciccardini, vicino a Dossetti negli anni cinquanta del Novecento, è un testimone e protagonista delle vicende politiche italiane dei primi decenni della Repubblica. Cattolico, democristiano, poi nei cristiano-sociali, sostiene oggi la necessità di una riaggregazione politica dei cattolici. Questo è un intervento alla presentazione del libro

“Quando si faceva la Costituzione”
di Telemaco Portoghesi Tuzi e di Grazia Tuzi
(1 Febbraio 2012 all’Istituto Sturzo - Roma)

1)
Questo libro è un diario quasi quotidiano di un evento straordinario. Nel 1945-46 attorno alla Chiesa Nuova si formò un piccolo villaggio di immigrati. Il nucleo era bresciano, come erano in gran parte bresciani i padri della Chiesa Nuova, originari dell’Oratorio di Brescia, caro a Giovan Battista Montini. Una partigiana bresciana trovò ospitalità nella casa delle Signorine Portoghesi, si portò con sé una parlamentare di Genova e un gruppo di giovani deputati provenienti dall’Università Cattolica, dove avevano costituito, da alcuni anni, un gruppo per studiare i problemi di quella ora tragica.
Questo piccolo gruppo si sistemò in un appartamento del primo piano, che poi diventò una sorta di noviziato e di punto di incontro per la generazione successiva. Nella stessa via i padri dell’oratorio avevano aperto una mensa che era frequentata dai dirigenti della Fuci e da un gruppo di studenti dalla promettente carriera accademica.
Il libro di Telmo e di Maria Grazia Tuzi è un libro importante. Infatti, registrando il diario della vita che si svolgeva in una casa ospitale della vecchia Roma, ci restituisce l’atmosfera di un momento storico della nostra vita politica e non solo. Ci restituisce una temperatura, un modo di sentire la cultura e la politica, su cui è giusto soffermarsi.
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